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venerdì 31 luglio 2015

News: Dopo Azzollini Ncd, nuovo tormentone per il Pd Salvare Bilardi ncd.

 

 Fonte http://espresso.repubblica.it


Quando si dicono le coincidenze: per un senatore Ncd che si salva dall’arresto, un altro rischia di soccombere. Nemmeno il tempo di riprendersi dall’“assoluzione” di Antonio Azzollini, con il suo gioco delle parti e la scia di polemiche suscitate , che il Partito democratico si trova di fronte un’altra grana. Ancora un volta al Senato e ancora una volta a causa del sempre più scomodo alleato di Nuovo centrodestra.

La sera del voto su Azzollini, infatti, la relatrice Stefania Pezzopane (Pd) ha proposto alla Giunta delle immunità di acconsentire alla richiesta d’arresto nei confronti di Giovanni Bilardi, avanzata dal gip di Reggio Calabria nell’ambito della Rimborsopoli regionale. Secondo la magistratura, da capogruppo della lista Scopelliti, fra il 2010 e il 2012 Bilardi si sarebbe appropriato indebitamente di oltre 350 mila euro di fondi consiliari: 183 mila spesi direttamente, 147 mila tramite un suo collaboratore e altri 25 mila rimborsati per attività non documentate.

 

 Di certo la melina ai quali i dem si sono prestati finora è significativa: nella richiesta d'arresto si fa riferimento a “ingenti fondi pubblici” a disposizione del senatore Bilardi, che potrebbe così reiterare il reato di peculato. Per controbattere a questa tesi, la Giunta (proprio su proposta del Partito democratico) ha chiesto al presidente Piero Grasso di sapere di quali somme soggette a rendicontazione disponga il loro collega. Domanda praticamente inutile, visto che la percepiscono tutti: 2.090 euro al mese come rimborso spese per l’esercizio del mandato. Bastava andare sul sito del Senato e cliccare la voce “Trattamento economico” ma in questo modo sono trascorse due settimane. A volte le vie della politica sono infinite.

Come avevo detto sarà lui di Maio: “Io candidato premier se lo vorrà il web”



FONTE termometropolitico.it

 


Sud, gli annunci di Renzi, i problemi politici del Governo ed i numeri al Senato. Luigi Di Maio del M5S mette in fila quanto, dal suo punto di vista, non funziona nell’esperienza del Governo Renzi.

“Chi specula sui mali di un popolo è peggiore di chi vi fa propaganda. Il Sud soffre: lo so, lo vedo, è la mia terra. Però non possiamo lasciarci andare alla depressione. Non è vero che il Meridione è dannato per sempre. Le nostre ricette sono sul tavolo da due anni, reddito di cittadinanza e microcredito. Forse è arrivata l’ora di discuterle nel merito, altrimenti si è complici di questo deserto”. Così il vicepresidente della Camera Luigi di Maio (M5S) in un’intervista ad Avvenire in cui punta il dito contro gli “annunci” del premier Matteo Renzi.

 

 

Di Maio (M5S); “Governo debole perché non eletto”

“Questo governo è debole perché non è stato eletto” osserva Di Maio. “Renzi è debole nei confronti dell’Europa, perché dipende dal sostegno che l’Ue gli dà. È debole nei confronti di grandi potentati economici che hanno spostato tutti gli interessi a Nord se non oltreconfine. È debole politicamente, perchè si regge su sette voti al Senato, di cui due gli vengono da Azzollini e Bilardi”. Ciò, sottolinea Di Maio,”vuol dire che ogni giorno microcorrenti del Pd o degli altri partiti di maggioranza battono cassa. Un premier sotto ricatto, un governo che va avanti più per la paura del voto anticipato che per i progetti deve far tremare i polsi agli italiani«. Per questo l’M5S chiede le urne.

Di Maio: “Io candidato premier se lo vorrà il web”

Sulla possibilità di essere il candidato premier, “ci sarà una procedura sul web. Se sarò indicato io, valuterò la cosa, certo non scapperò”. “Di sicuro chi di noi sarà scelto non sarà solo. La grande novità delle prossime politiche sarà che M5S presenterà la squadra di governo prima di andare alle urne”.

SOLO GLI ITALIANI DEVONO TIRARE LA CINGHIA, LA CASTA BOCCIA PROPOSTA #M5S

 




FONTE TZETZE.IT



La proposta del M5S per tagliare 100 milioni di spese in Senato è stata bocciato dal Partito Democratico. Lo ha fatto sapere tramite Facebook il deputato 5 Stelle Luigi Di Maio:

"Abbiamo proposto 5 semplici punti per tagliare 100 milioni di euro dal Senato della Repubblica. Sarebbero bastate 10 semplici votazioni in 10 minuti e i cittadini italiani avrebbero risparmiato decine di milioni di euro delle proprie tasse. Solo chi si nutre di sprechi e privilegi non vota proposte di buon senso come queste. Il Pd infatti ieri ha bocciato i nostri tagli, con le giustificazioni più raccapriccianti.

Se vorrete permettere al Movimento 5 Stelle di governare questo Paese, questa roba la taglieremo in 10 minuti. Non avremo alcun problema a farlo, noi a queste assurdità abbiamo già rinunciato, senza aspettare Leggi
". 

 

 

PROVINCE: COME VOLEVASI DIMOSTRARE RENZI SOFFRE DI " ANNUNCITE CRONICA"

 

 

 

 FONTE ILGIORNALE.IT

 

 

I magistrati contabili lanciano l'allarme: "Gap tra disponibilità e fabbisogno difficilmente sostenibile". Nel mirino le misure del governo: "Poco efficaci"

 

 "Le risorse a disposizione delle Province, a riordino non concluso, rischiano di non bastare a garantire servizi di primaria importanza"

 

 Nella relazione sulla finanza locale, la Corte dei Conti lancia l'allarme: "Senza interventi la forbice tra risorse correnti e fabbisogno" tende a una "profonda divaricazione, difficilmente sostenibile per l’intero comparto". E, in questo quadro critico, le misure previste nel decreto Enti locali "in tema di trasferimento del personale" appaiono agli occhi della Corte dei Conti "poco efficaci".
I magistrati contabili ricordano di avere già espresso le proprie preoccupazioni con la relazione ad hoc sulle Province, anticipata rispetto all'intero esame della finanza locale per "ragioni connesse alla situazione di criticità (per certi versi emergenziale)" legata all’attuazione della riforma Delrio. "Lo stato di precarietà della situazione finanziaria degli enti di area vasta e l’aggravamento ipotizzato, soprattutto nella prospettiva dell’esercizio in corso - sottolinea la Corte dei Conti - stanno avendo progressiva conferma, considerata la fase avanzata della gestione 2015 e la mancanza di novità sul fronte dell’attuazione del riordino". E il riferimento è, "in particolare, alle ricadute sulle gestioni finanziarie interessate, generate dall’anticipazione degli effetti finanziari relativi ai tagli di spesa disposti dalla legge di stabilità 2015, rispetto all’alleggerimento della spesa corrente che sarebbe dovuto conseguire al trasferimento degli oneri del personale a seguito della riallocazione delle funzioni non fondamentali". Per i magistrati contabili "la forbice tra risorse correnti e fabbisogno per l’esercizio delle funzioni fondamentali, allo stato delle cose, tende ad una profonda divaricazione, difficilmente sostenibile per l’intero comparto, e postula l’adozione di interventi necessari a garantire servizi di primaria importanza".

Tutti posso usufruire della Trazzera del M5S tranne Loro messo nuovo segnale stradale :-)




Fonte blitzquotidiano.it



PALERMO – L’hanno chiamata la “Trazzera degli incazzati”, una bretella finanziata dal Movimento 5 Stelle per ricucire la Sicilia divisa in due, dopo il crollo del viadotto Himera sull’autostrada A19 Palermo-Catania. Trazzera perché è costruita nel solco di un vecchio sentiero di campagna, allargato e asfaltato, per bypassare il viadotto ed evitare così l’interruzione di uno degli assi viari cruciali per la Sicilia. Per rifare il ponte, disse all’epoca Graziano Delrio, ci vorranno due anni promettendo comunque una tempestiva deviazione tampone per non arrecare danni irreversibili all’Economia siciliana. A distanza di tre mesi, il tampone lo hanno messo i grillini grazie ai 300 mila euro donati dai deputati regionali M5s e un piccolo salvadanaio di colletta porta a porta.
La trazzera grillina, lunga pochi chilometri, si imbocca poco prima di Caltanissetta per chi arriva da Palermo e consente di dimezzare i tempi di percorrenza. Evita agli automobilisti di arrampicarsi sulla montagna di Polizzi Generosa, come sono obbligati a fare da mesi, seguendo la segnaletica dell’Anas per uscire allo svincolo di Scillato e rientrare a Tremonzelli.
“Mentre loro palleggiano, noi abbiamo fatto goal”, esultano i 14 deputati grillini dell’Ars all’inaugurazione con Giancarlo Cancelleri, leader 5 stelle in Sicilia. Attenzione però perché la trazzera è aperta e percorribile solo per turisti e onesti lavoratori. Divieto di transito per la Casta: un cartello con la foto del governatore Rosario Crocetta affisso al bordo della carreggiata avvisa i politici che non sono graditi.

Certificato Flop del Jobs Act Disoccupazione giovanile, nuovo record: è al 44,2%. In Italia senza lavoro il 12,7%



Fonte Fattoquotidiano


Disoccupazione giovanile oltre il 44%, tasso generale al 12,7% e 40mila occupati in meno in un anno. E’ la fotografia dell’occupazione scattata dall’Istat sul mese di giugno, quando la percentuale dei senza lavoro è salita rispetto al mese precedente di 0,2 punti e quella dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni ha toccaro la quota record del 44,2%. A quattro mesi dall’entrata in vigore del Jobs Act e a dispetto dei toni trionfalistici del premier Matteo Renzi, che a maggio festeggiava perché “la macchina è finalmente ripartita”, la situazione del mercato del lavoro in Italia resta preoccupante.

Il dato che più colpisce è quello relativo ai giovani: la disoccupazione giovanile fa segnare un nuovo record, salendo al 44,2% e toccando il livello più alto dall’inizio delle serie storiche mensile e trimestrali, nel primo trimestre 1977.  “Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni – scrive l’Istat – cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati) è pari al 44,2%, in aumento di 1,9 punti percentuali rispetto al mese precedente. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi”. Al tempo stesso si riduce il tasso di inattività di 0,2 punti fino al 74%.

Secondo i dati di giugno, il numero di disoccupati aumenta infatti dell’1,7% (+55 mila) su base mensile, mentre nei dodici mesi il numero di disoccupati è aumentato del 2,7% (+85 mila). In termini assoluti a giugno l’istituto ha registrato 22 mila occupati in meno rispetto a maggio (-0,1%) e 40 mila in meno rispetto allo stesso mese del 2014 (-0,2%). Si tratta del secondo calo congiunturale degli occupati dopo quello di maggio (-0,3%). Ad aprile, invece, c’era stata una crescita dello 0,6%.

L’Istituto nazionale di statistica rileva poi che il numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni è diminuito a giugno di 0,1 punti percentuali a (-18mila) a 14,021 milioni, riprendendo il calo cominciato a inizio anno e interrotto a maggio. Il tasso di inattività, pari al 35,9%, diminuisce di 0,1 punti percentuali rispetto a maggio. Su base annua gli inattivi sono diminuiti dello 0,9% (-131 mila) e il tasso complessivo di 0,2 punti. “L’aumento del numero di disoccupati negli ultimi 12 mesi (+85 mila) è pertanto associato ad una crescita della partecipazione al mercato del lavoro, testimoniata dalla riduzione del numero di inattivi”, sottolinea l’Istat.

Video: Trazzera Promessa mantenuta i 5stelle fanno i fatti non raccontano ‪#‎Supercazzole‬ come fa il Governo crocetta è il governo Renzi



Video: Trazzera Promessa mantenuta i 5stelle fanno i fatti non raccontano #Supercazzole come fa il Governo crocetta è il governo Renzi
Posted by Info5stelleblogpost on Venerdì 31 luglio 2015




Video: Trazzera Promessa mantenuta i 5stelle fanno i fatti non raccontano ‪#‎Supercazzole‬ come fa il Governo crocetta è il governo Renzi



DIRETTA STREAMING ALLE 11:30 INAUGURAZIONE DELLA TRAZZERA5STELLE IN SICILIA



PER GUARDARE LA DIRETTA STREAMING BASTA CLICCARE QUI

Video: #M5S, Di Battista con Christian Rosso: ‘Azzollini omertoso, lui denuncia e viene punito’




Fonte Fattoquotidiano



Christian Rosso, l’autista di bus sospeso a tempo indeterminato dall’Atac dopo aver raccontato in un video le condizioni di lavoro, è salito ieri sera sul palco allestito dal M5s a Piazza Sempione a Roma nella serata dal titolo ‘Notte sotto le stelle’. Nel quartiere Montesacro Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, parlamentari e membri del direttivo 5s, hanno incontrato i cittadini per discutere di: emergenza abitativa, malasanità, ludopatia, microcredito

 

 

News: Matteo Renzi incassa il tfr: 48mila euro (lordi) a spese dei contribuenti fiorentini



Fonte fattoquotidiano

 




Matteo Renzi alla fine ha portato a casa il suo tfr, trattamento di fine rapporto. Un tesoretto che, secondo le stime de Il Fatto, dovrebbe aggirarsi sui 48mila euro. Soldi versati dalla Provincia e dal Comune (cioè dai contribuenti) di Firenze negli anni 2004-2014. Da più di un anno, sono stati liquidati dalla società della famiglia Renzi al suo ex dirigente in aspettativa e sono sul conto corrente del premier. Il dato è contenuto nel bilancio della società (controllata dalle sorelle Matilde con il 56% e Benedetta con il 36% e dalla mamma Laura con l’8%) depositato da poco. Il Fatto ha raccontato come Renzi abbia costruito insieme con i suoi familiari questo tesoretto e un’invidiabile anzianità pensionistica.

Non grazie a un decennio di sudato lavoro, ma in forza di scelte furbe: l’assunzione nell’azienda di famiglia 12 anni fa, alla vigilia della candidatura alla Provincia, poi la cessione del ramo d’azienda da parte del padre alla mamma nel 2010, con il salvataggio del tfr di Matteo in un’altra società di famiglia, mentre il resto dell’impresa è poi fallita nel 2013 a Genova. Infine il bel gesto delle dimissioni all’inizio del 2014, dopo che la storia era stata scoperta dal Fatto, con l’incasso dell’intera somma. Alla fine, i Renzi hanno fatto pagare alla collettività il tfr che ora Matteo ha ritirato: circa 48mila euro lordi (la somma percepita sarà più bassa per via della tassazione). Non è possibile essere più precisi perché Renzi non ha voluto rispondere alle domande del Fatto al suo portavoce per sei giorni: mediante sms, e-mail e whatsapp. Dal bilancio 2014 della Eventi 6 Srl, risulta che l’azienda ha pagato nel 2014 tfr per 60.787 euro ai dipendenti (Renzi e un’altra collega) che hanno lasciato la società.

Nell’ottobre 2010, il tfr accumulato da Matteo Renzi, nelle casse della Eventi 6, era pari a 28mila e 326 euro e il Comune di Firenze ha versato per lui, alla stessa società, altri 14mila e 938 euro nel periodo 2010-2013. Quindi fanno 43mila e 264 euro esistenti al 28 febbraio 2013 ai quali vanno aggiunti i versamenti per l’ultimo anno da sindaco per arrivare appunto a circa 48mila euro. La cronologia è nota ai lettori del nostro giornale, meno a quelli dei grandi quotidiani: Renzi il 28 ottobre 2003 è stato candidato dal suo partito di allora alla presidenza della Provincia di Firenze. Un giorno prima, il 27 ottobre, l’allora segretario provinciale della Margherita è stato assunto dall’azienda di famiglia, Chil Post Srl che, per anni, lo aveva mantenuto nella posizione di collaboratore coordinato e continuativo (pagato 18mila euro lordi nel 2003). Matteo Renzi era anche socio – con il 40% delle quote – della Chil e, il 17 ottobre 2003 (evitando così di farsi assumere in una società di sua proprietà), ha ceduto le quote alla madre, mentre la sorella Benedetta ha venduto le sue al babbo Tiziano. Dieci giorni dopo, l’ex socio Matteo è diventato unico dirigente della Chil Post.

La stranezza è che mamma e papà scoprono di avere bisogno del figliolo proprio quando Matteo ha deciso di fare per 5 anni il presidente della Provincia. Mentre le due sorelle, che tirano la carretta, restano cococo. La scelta di mamma e papà Renzi ha un effetto immediato: grazie allo Statuto dei lavoratori, Renzi beneficia dei contributi figurativi. Così il presidente della Provincia eletto nel giugno del 2004 (e poi il sindaco di Firenze) ha diritto al versamento dei contributi da parte dell’ente locale ai fini della pensione e del tfr. Solo per otto mesi, da ottobre 2003 a giugno 2004, i contributi per Matteo sono stati pagati dalla sua famiglia, poi, per 10 anni, solo dai contribuenti fiorentini. Dopo che Il Fatto scopre lo scandalo, Renzi decide di dare le dimissioni dalla Eventi 6 nei primi mesi del 2014. Un gesto del quale gli abbiamo dato atto che, però, porta con sé questo “effetto collaterale” favorevole per le tasche del premier. Mentre Renzi impone ai giovani di rinunciare alle garanzie dell’articolo 18, beneficia di un tesoretto costruito grazie all’uso furbo dell’articolo 31 dello stesso Statuto dei lavoratori. Per il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo, non c’è reato.

 



Ci sono però similitudini con il caso di Josefa Idem. L’ex ministro fu assunta nel 2006 dall’associazione sportiva del marito, pochi giorni prima di essere nominata assessore a Ravenna. Per otto mesi aveva ottenuto i contributi figurativi dal Comune come Renzi. Per lei il pm di Ravenna, Angela Scorza, ha chiesto il rinvio a giudizio per truffa aggravata: a ottobre ci sarà l’udienza preliminare. L’ex ministro ha offerto anche la restituzione dei contributi al Comune. Renzi non risulta essere mai stato indagato. Nel frattempo è divenuto premier, non ha mai offerto la restituzione dei contributi versati (circa 200mila euro e non i miseri 8mila e 600 di Idem) e ora incassa anche i 48mila euro (circa) del tfr. Non sarà il caso di ridare ai fiorentini almeno quelli?

Video: Piero Pelù contro Matteo Renzi su facebook: "Preso a calci in c... alla Festa dell'Unità: andare subito al voto"

 

 

Fonte  huffingtonpost.it

 

  

Si torni subito al voto. È l'appello del rocker Piero Pelù, leader dei Litfiba, in un post sulla sua pagina Facebook in cui critica aspramente il premier Matteo Renzi.

"Il selfie-eletto Renzi, detto renzuska, è stato preso a calci in culo alla festa dell'Unità di Roma ed è dovuto scappare senza poter dire le sue quattro fregnacce quotidiane scondite di buonumore berlusconiano", si legge sul social network. "Finalmente - continua Pelù - anche la base reale di quel-che-resta-del-Pd sta ammettendo che uno che sfascia la scuola pubblica, la sanità pubblica, lo stato sociale, uno che privatizzerebbe anche la sua famiglia, uno che promette spiccioli per succhiare vita è assolutamente pronto ad andarsene affanculo".

"Elezioni subito e che il presidente Mattarella faccia rispettare la Costituzione! Stiamo uniti e stiamo rock", conclude.



PIERO PEL RENZI

SULLA RAI RITROVATA INTESA RENZI-CAV Parte il totonomine per il rinnovo del Cda #M5S Escluso!!

 

 

 Fonte  huffingtonpost.it

 

 

In nome di mamma Rai e della legge Gasparri si ricostituisce l’asse tra Pd e Forza Italia, l’intesa finita a brandelli a inizio anno con l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, il patto del Nazareno tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi o quello che ne rimane. O forse la promessa di un nuovo patto: sulle riforme. Chissà. Ma è certo che ora che l’approvazione definitiva della riforma dell’azienda pubblica slitta all’autunno, Pd e Forza Italia sono al lavoro per scegliere i nomi del nuovo cda di viale Mazzini che sarà votato martedì dalla vigilanza Rai, secondo le regole della legge Gasparri, appunto. Si lavora soprattutto sul nome del presidente, che una volta indicato dal Mef e votato dal cda, necessita di una maggioranza dei due terzi in vigilanza. Renzi ha già in mente il suo nome. Trattasi di un personaggio della tv, “competente”, dicono i renziani, graditissimo al premier e con buone sponde anche dentro Forza Italia.

E’ questa l’ipotesi per ora più quotata a Palazzo Chigi, quella sulla quale il capo del governo conta di ottenere il sì di Berlusconi. E’ un identikit sul quale girano diversi nomi, da Bruno Vespa a Monica Maggioni. Ma in pochi sanno chi è veramente. Rispetto a questo schema ci sono delle subordinate. Forza Italia vorrebbe eleggere presidente Antonio Pilati, attuale membro del cda di viale Mazzini, ex consigliere Agcom, spesso descritto come il vero ispiratore della legge Gasparri. E’ un’opzione che, se andasse in porto, sancirebbe il rientro ufficiale del partito di Berlusconi nella partita sulle riforme, il ritorno all’appoggio al governo, così segnala chi sta trattando sul tema. Ma l’opzione Pilati non è la preferita del premier. Piuttosto, a questo punto, Renzi sceglierebbe un’altra carta: quella di Luisa Todini, presidente di Poste Italiane dall’anno scorso.

Ma Renzi è affezionato alla sua ipotesi: il volto tv. E sta lavorando su quella carta. Anche se nella sua cerchia vengono considerati papabili per la presidenza Rai anche Franco Bernabè, il cui nome finora è stato associato solo ad una possibile carica di amministratore delegato a Viale Mazzini, opzione cui Bernabè non sembra interessato. E papabile viene considerato anche Franco Bassanini, ex presidente della Cassa Depositi e Prestiti fino a giugno scorso.

In seguito, il governo dovrà nominare anche il nuovo direttore generale, la carica forse più importante alla luce della nuova riforma della Rai. Perché la riforma assegna al direttore generale i poteri dell’amministratore delegato. Insomma, il dg diventa il vero ‘capo azienda’, nel modello di azienda pubblica concepito da Renzi. Quanto alle candidature per questa carica, girano i nomi di Patrizia Grieco, presidente dell’Enel; Antonio Campo Dall’Orto, ex presidente esecutivo di Viacom International Media Networks, il primo direttore generale di Mtv in Italia, molto vicino al premier. Ma in lizza c’è anche Andrea Castellari, attuale senior vice president di Viacom, general manager in Italia, Medio Oriente e Turchia. E anche Marinella Soldi di Discovery e Andrea Scrosati di Sky.

Mentre Pd e Forza Italia si ritrovano proprio sulla Rai, Beppe Grillo tuona contro l’accordo: “Il destino della Rai nelle mani di Gasparri…”. E la minoranza Pd al Senato mena fendenti facendo mancare ben 19 voti alla delega al governo per la riforma del canone, che infatti non passa (nemmeno i verdiniani la votano) e viene rimandata alla futura lettura alla Camera. Come sempre nei momenti di grande imbarazzo (pure ieri sul caso Azzollini) Renzi reagisce col doppio binario e non con una linea unica. Per alcuni, il mandato è di sminuire l’incidente, come fa il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini: “E’ fisiologico andare sotto su qualche emendamento, correggeremo alla Camera”. Per altri, l’ordine di scuderia è di attaccare, come fa il renziano Andrea Marcucci, presidente della Commissione Cultura: “Prima la minoranza Pd vota con le opposizioni contro il proprio governo, poi invoca unità”. Intanto il canale con Forza Italia è ufficialmente riaperto.

Scoppia il caso politico: Ignazio Marino, l'affondo dell'Osservatore Romano sul Giubileo:

 Fonte Liberoquotidiano



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Contro Ignazio Marino arriva anche l'affondo del Vaticano. Nel momento del massimo degrado (e in vista del Giubileo), nel momento in cui la città eterna è nel mirino di tutta Italia (e, mediaticamente, anche di mezzo mondo), nel momento in cui la capitale è massacrata da una valanga di critiche che allontanano i turisti, a rompere gli indugi ci pensa anche l'Osservatore Romano. Il quotidiano vaticano, infatti, punta il dito contro la situazione in cui si trova la città: "Fiumicino ultima frontiera". Questo il titolo con cui l'Osservatore analizza quanto accaduto allo scalo capitolino, prima l'incendio e poi il black-out. Scrive il quotidiano: "Quello di Fiumicino è l'ennesimo, nuovo capitolo della lunga crisi che sta soffocando la città di Roma. Tuttavia Fiumicino è solo la punta dell'iceberg". Eccoci, dunque, a quello che suona a tutti gli effetti come un attacco al sindaco: "Dopo Mafia capitale, la crisi dell’Ama e dell’Atac, gli scandali che hanno colpito la pubblica amministrazione, come testimoniato anche dalla relazione del prefetto Gabrielli, e il cambio della terza giunta comunale in poco più di un anno e mezzo, Roma è ormai un caso politico". Una posizione durissima, quella del Vaticano. Una posizione sintetizzata da questa breve e tagliente considerazione: "Un caso politico". Un macigno, dunque, quello scagliato dall'Osservatore Romano a poche settimane dal Giubileo.

 

 

Spese pazze Spending review, la Camera di Laura Boldrini risparmia poco più di 20 milioni su un miliardo: e quei 980 milioni di euro che restano?




Fonte Liberoquotidiano

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Per una donna è uno smacco pazzesco, e siamo sicuri che Laura Boldrini sarà lì a mangiarsi le unghie appena visto il bilancio di previsione 2015 del Senato. Quella dieta nei costi della politica che non è riuscita a lei, presidente della Camera, è invece realtà assai più consistente a palazzo Madama. Ci si perdoni il gioco di parole, ma Piero Grasso è davvero diventato un pizzico più magro. La Boldrini invece non ce l'ha fatta. A parole a dire il vero lei aveva provato a rivendicare il successo della classica dieta «perdi venti chili in venti giorni». E durante la cerimonia del ventaglio il presidente della Camera si era vantata: «In tre anni abbiamo risparmiato 223 milioni di euro». Poi andavi a fare i conti e scoprivi che invece i soldi davvero messi da parte fin qui erano 22 milioni (più 25 messi da parte ma non ancora restituiti). Un’inezia su un bilancio di quasi un miliardo di euro.

Anche Grasso naturalmente magnifica la dieta del Senato gettando il cuore oltre l’ostacolo, e nel bilancio di previsione del 2015 spiega di avere risparmiato già 114,5 milioni di euro. Oltre la metà di questi (64,8) vengono conteggiati come riduzione della dotazione chiesta al Tesoro. A differenza della Camera questa è in effetti scesa di 21,6 milioni. Ma poi è restata identica, e quindi andrebbe conteggiata una sola volta e non ogni anno. Tenendo conto di questa esagerazione, restano però circa 70 milioni di euro di risparmi reali, che anche percentualmente sono di una certa importanza su un bilancio di poco superiore ai 500 milioni di euro. È da lì che si certifica il reale dimagrimento di Grasso. Meno dotazione, milioni effettivamente restituiti al Tesoro, e anche una contrazione della spesa complessiva sia pure tenendo conto di una crescita notevole delle uscite pensionistiche (soprattutto per il personale dipendente).

Non è una enormità, ma scende pure la spesa complessiva prevista per il 2015 di 500 mila euro rispetto all'anno precedente. E al di là delle previsioni per l’anno in corso che vanno sempre verificate a consuntivo per evitare spiacevoli sorprese, la cura dimagrante si percepisce anche dai conti finali del 2014 e del 2013. La spesa complessiva di palazzo Madama ammontava a 546 milioni nel 2011, a 520,6 milioni di euro nel 2012, è scesa ancora a 512 milioni nel 2013 e infine a 501,6 milioni a fine 2014. La spesa di funzionamento è passata dai 330 milioni di euro del 2012 ai 293 milioni di euro dei conti consuntivi del 2014 che ora l’aula del Senato dovrà approvare.

È invece aumentata la spesa previdenziale che nello stesso arco di tempo è passata da 190 a 207 milioni di euro. E anche in Senato come è stato evidente dai conti della Camera se non si metterà mano al sistema dei vitalizi con interventi anche su quelli che impropriamente vengono considerati “diritti acquisiti” (e non lo sono), difficilmente la dieta potrà offrire risultati sensibili, visto che questa uscita continua a lievitare di anno in anno. Ma su questo tema sembra esserci assai poca sensibilità all’interno degli uffici di presidenza di entrambe le Camere, dove solo il Movimento 5 stelle (e l’esponente Pd Matteo Richetti) sembrano disposti a quel passo.

di Fosca Bincher

giovedì 30 luglio 2015

RENZI NON LA PRESA BENE GOVERNO BATTUTO AL SENATO SUL CANONE RAI.




FONTE LIBEROQUOTIDIANO

 

 


Terremoto in aula. Il governo e la maggioranza vanno sotto: sono stati battuti al Senato in occasione delle votazioni su emendamenti della minoranza Pd, Forza Italia e Movimento 5 Stelle, che sopprimono l’articolo 4 del ddl di riforma della Rai. L’articolo 4, ora soppresso, prevede la delega al governo per la disciplina del finanziamento pubblico della Rai. Ad ora, dunque, il canone Rai è più incerto. A presentare emendamenti soppressivi dell’articolo 4 sono state tutte le opposizioni, compresa la minoranza del Pd. Non solo quindi M5S e FI, ma anche Sel e Lega. Il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli ha sospeso la seduta, spiegando: "Devo valutare l'impatto e i possibili effetti".

Pallottoliere - Scatenata l'esultanza su Twitter di Renato Brunetta, dove ha cinguettato: "Governo battuto a Palazzo Madama su riforma Rai. Verdiniani o non verdiniani maggioranza non c'è più. Good morning Vietnam-Senato. Ciao Renzi". Così il capogruppo azzurro, che ha ottimi motivi per esultare: secondo le primissime ricostruzioni dall'aula, sarebbero 18 i senatori della minoranza Pd che hanno votato contro il governo, accompagnati da 2 senatori di Ala, il neonato gruppo di Denis Verdini (e sempre tra i verdiniani si sono fatte notare, eccome, le assenze: su 10, hanno disertato il voto in tre, e di quei tre che hanno votato in due avrebbero votato contro). Infine, sempre tra le fila del Pd, erano 12 i senatori assenti.

Gli altri articoli - Per quel che concerne l'iter della riforma, in mattinata era stato approvato in Senato l'articolo 1, che prevede tra le altre l'impossibilità di nomina come membro del Cda di un componente del governo in carica o di chi abbia ricoperto tale incarico nei 12 mesi precedenti alla nomina (sono state accolte le istanze in tal senso dei grillini). Successivamente è stato approvato l'articolo 3 relativo all'attività gestionale di Viale Mazzini: tra le novità, introdotta la responsabilità dei componenti degli organi delle società partecipate. L'articolo, nel dettaglio, prevede che "l'amministratore delegato e i componenti degli organi di amministrazione e controllo della Rai sono soggetti alle azioni civili di responsabilità".

News: Sondaggio Datamedia; Gli italiani non credono più in renzi la Fiducia al 35% in Picchiata



Fonte libero quotidiano



Secondo l'ultimo sondaggio realizzato da Piepoli e pubblicato in anteprima dalla Stampa, infastti, la fiducia nel premier scende al 35%. Il confronto con gli altri leader europei è spietato: soltanto il presidente francese Francois Hollande raccoglie meno di lui (22%). L' inglese David Cameron e la cancelliera tedesca Angela Merkel sono 46 e il 56%. Alexis Tsipras arriva al 61%.

Il confronto -  numeri di Renzi non vanno meglio se confrontati con quelli degli altri ministri. Quasi tutti i suoi uomini fanno meglio di lui. Il più amato - sempre secondo il sondaggio - è Pier Carlo Padoan con  53%. Secondo è  Graziano Delrio con il 52%. Seguono  Maurizio Martina-Dario Franceschini con il 50 per cento. E poi ancora Beatrice Lorenzin (45%), Andrea Orlando, Maria Elena Boschi e Roberta Pinotti (tutti al 43%). Anche Paolo Gentiloni (ministro degli Esteri) con il 42% e Marianna Madia con il 39% fanno meglio di lui.

News: Processo civile telematico: il Parlamento rivuole la carta. Alla faccia della digitalizzazione!


Fonte Fattoquotidiano

 



Ha dell’incredibile la storia che rimbalza dal Parlamento in questo scampolo di estate.

La Camera dei Deputati, nei giorni scorsi, ha, infatti, approvato un emendamento alla legge di conversione del decreto legge varato lo scorso 27 giugno dal governo e contenente “misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria”, attraverso il quale propone, nella sostanza, di affidare al ministro della Giustizia il compito di re-introdurre nel processo civile telematico l’uso della carta.

Si tratta, probabilmente, di una delle iniziative parlamentari più anacronistiche e anti-innovative dell’ultimo decennio.

Proprio mentre il processo civile telematico ovvero la possibilità per gli avvocati di depositare ed accedere agli atti del processo in digitale – tra mille difficoltà e con ritardi ultra-decennali – inizia, finalmente, a muovere i primi timidi passi, la Camera dei Deputati propone di tirare il freno della digitalizzazione e tornare alla carta o, almeno, affiancare ai bit i vecchi e cari fogli e fascicoli di carta, raddoppiando così, ovviamente, il lavoro delle cancellerie che si ritroveranno costrette a barcamenarsi tra fascicoli digitali e nuovi-vecchi fascicoli di carta.

Una strada che porta dritta alla paralisi del processo digitale e che determinerà il definitivo collasso della giustizia civile.

E, infatti, l’emendamento, già passato alla Camera dei Deputati, se approvato in via definitiva attribuirà al ministro della Giustizia il compito di dettare “misure organizzative per l’acquisizione anche di copia cartacea degli atti depositati con modalità telematiche nonché per la riproduzione su supporto analogico degli atti depositati con le predette modalità, nonché per la gestione e conservazione delle predette copie cartacee. Con il medesimo decreto sono altresì stabilite le misure organizzative per la gestione e conservazione degli atti depositati su supporto cartaceo”.

Come dire che serve la carta per far funzionare il processo civile telematico e che, quindi, i Tribunali – cronicamente in deficit di risorse umane ed economiche – dovranno attrezzarsi per la contestuale gestione del digitale e della carta.

Un doppio binario che farebbe vacillare – sotto il profilo organizzativo ed economico – la più solida delle organizzazioni imprenditoriali; figuriamoci un tribunale.

E’ ovvio, peraltro, che l’anacronistica re-introduzione, nel 2015, della carta nel processo civile quale alternativa, sempre valida, al digitale produrrà due effetti egualmente drammatici: renderà, innanzitutto, antieconomica la digitalizzazione della giustizia e, soprattutto, offrirà una via d’uscita ai tanti avvocati e magistrati che, per ragioni diverse, hanno sin qui frenato la diffusione del processo civile telematico.

Guai, naturalmente, a nascondere che il processo civile telematico attualmente attivo non è tutto rose e fiori ma, al contrario, un brutto anatroccolo partorito dopo una gestazione in provetta di oltre quindici anni tra sempiterne sperimentazioni e continui rinvii che hanno, ovviamente, reso obsoleti i sistemi e le logiche che dovrebbero consentirne il funzionamento.

E guai, egualmente, a negare che si è preteso di digitalizzare un universo complesso come quello della Giustizia spendendo male – anzi malissimo – un fiume di denaro, scrivendo al tavolino regole tecniche illogiche ed inattuabili e, soprattutto, non fornendo neppure ai giudici strumenti e garanzie idonee a far loro apprezzare i vantaggi del digitale.

Il processo civile telematico che ora la Camera “minaccia” di radere al suolo è – e questo va detto senza reticenze – un gigante di acciaio dai piedi di argilla che si regge in piedi più sulla buona volontà dei tanto vituperati protagonisti del pianeta giustizia che sulla bontà delle soluzioni e delle strategie adottate. Ma è pur sempre un passo avanti verso l’innovazione ed un progetto capace – una volta a regime – di migliorare la qualità della giustizia e, per questa via, di aumentare il livello di democrazia nel Paese.

In questo contesto, quella proposta dalla Camera dei Deputati – probabilmente nell’apprezzabile intento di “mettere una toppa” alle tante deficienze logistico-operative del nuovo processo civile telematico – è indiscutibilmente una cura assai peggiore del male che con essa si sarebbe voluto curare.

Eppure sembra che in Parlamento la re-introduzione della carta nel processo civile telematico trovi un grande seguito giacché ieri, alcuni emendamenti presentati dal Senatore Luis Alberto Orellana (gruppo misto), membro dell’Intergruppo parlamentare innovazione, per porre rimedio al pasticciaccio analogico della Camera e garantire che il processo civile telematico resti digitale, sono stati respinti e gli appelli rivolti ai colleghi parlamentari ed al governo – anche via Twitter – dall’On. Quintarelli (Sci), anche lui dell’intergruppo parlamentare innovazione, sono, sin qui, caduti nel vuoto.

Oggi si torna a votare al Senato, per l’ultima volta.

Poi, bisognerà rassegnarsi al fatto, che in Italia, persino un progetto di digitalizzazione come il processo civile telematico ha bisogno della carta per vivere ed accettare l’idea che ogni slancio verso il futuro sia rallentato da zavorre di carta capaci di frenarlo ed arrestarlo.

News: Vitalizi, Galan conserva l’assegno nonostante la condanna definitiva




Fonte Fattoquotidiano




Ha patteggiato 2 anni e dieci mesi per corruzione, pena confermata dalla Cassazione, è ancora ai domiciliari ma riceverà comunque il vitalizio dopo la lunghissima esperienza da amministratore regionale. Il buen ritiro di Giancarlo Galan, ex governatore del Veneto e attuale deputato di Forza Italia (con annesso stipendio), sarà lautamente finanziato dallo Stato nonostante la condanna definitiva rimediata dopo il coinvolgimento nell’inchiesta sulle tangenti per il Mose.

Poco importa, infatti, che in ben tre gradi di giudizio si sia provato come Galan debba restituire 2,6 milioni di euro alla collettività: quella pena infatti è troppo breve per trasformarsi in una mannaia sul vitalizio dell’ex governatore.

Merito, come racconta Repubblica, della legge regionale veneta 47 del 2012 che accoglie il decreto Monti, negando ogni emolumento per i condannati per reati contro la pubblica amministrazione, “ai sensi degli articoli 28 e 29 del codice penale”, cioè le stesse norme che prevedono come l’interdizione scatti dai tre anni di pena in su. Ecco quindi che gli servizio affari legislativi del consiglio regionale Veneto si è trovato costretto a scrivere, nel parere chiesto dal presidente Roberto Ciambetti, che “non potrà non verificarsi , da parte della struttura regionale incaricata della loro esecuzione il sussistere delle condizioni per la materiale corresponsione delle diverse componenti del trattamento indennitario differito”. Cioè la Regione deve pagare Galan, che in caso contrario gli può anche fare causa.

Pronto ad incassare il vitalizio anche Renato Chisso, consigliere regionale e assessore di Galan e Luca Zaia,condannato a 2 anni e sei mesi e accusato di aver ricevuto 6 milioni di euro di tangenti. Per lui i contabili della Regione Veneto hanno già fatto i conti: 80.558,88 euro all’anno e un tfr da 96.244,87 euro. Denaro che non potrà essere sequestrato nonostante a Chisso siano stati confiscati 2 milioni di euro, mai trovati dalla Guardia di Finanza. Il motivo? I soldi del vitalizio arriverebbero successivamente rispetto alla pena.

Succede adesso: #Csm apre pratiche su intercettazioni Renzi-Adinolfi e caso Crocetta

 

 

 Fonte repubblica

 

 

 

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ROMA - Il Comitato di presidenza del Csm ha disposto l'apertura delle pratiche relative alle vicende della pubblicazione delle intercettazioni riguardanti il premier Matteo Renzi e il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, nonchè della presunta intercettazione tra il governatore della Sicilia Rosario Crocetta e il medico Matteo Tutino.

Il comitato di presidenza del Csm che si è riunito questa mattina e ha disposto l'apertura delle pratiche assegnate alla prima commissione. A chiedere che il Consiglio si occupasse dei due casi era stato, la scorsa settimana, il consigliere laico di Forza Italia Pierantonio Zanettin.

Le intercettazioni tra il premier e il generale Michele Adinolfi (nel quale tra l'altro Renzi esprimeva giudizi poco lusinghieri sull'ex presidente del Consiglio Enrico Letta) sono emerse nell'ambito dell'inchiesta Cpl Concordia sulla metanizzazione dell'isola d'Ischia, coperte da omissis fino a marzo 2015, poi trasmesse dalla procura di Napoli per competenza a quella di Modena, inserite in "un'informativa con intercettazioni che non hanno alcuna rilevanza penale". Sulla divulgazione delle intercettazioni, che non hanno rilievo penale, il procuratore capo di Napoli, Giovanni Colangelo, ha disposto verifiche.

Diverso è invece il caso del presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta, finito nella bufera per una presunta intercettazione (resa nota dall'Espresso) con il suo medico personale Matteo Tutino nel quale lo stesso Tutino sosteneva la necessità "di far fuori come il padre" l'assessore alla Sanità dell'isola Lucia Borsellino. In realtà tutte le procure dell'isola hanno smentito l'esistenza di questo audio.

News: individuato la presunta talpa sulla intercettazione di Crocetta, un ufficiale dei Nas



 Fonte ilGiornale.it



La Procura a caccia della fonte della falsa notizia. E Crocetta finisce davanti all'Antimafia

 

Talpe, un'intercettazione fantasma, un «autorevole inquirente» che avrebbe confermato tutto, mentre dopo ben quattro procure hanno smentito.  

 E in mezzo due giornalisti finiti sotto inchiesta, uno anche con un'accusa di calunnia che non si comprende bene in che modo si sia consumata dal momento che, interrogato, il cronista si è avvalso della facoltà di non rispondere e non ha messo a verbale il nome di nessuna «fonte».

L'inchiesta che fa tremare l'Espresso , quella sulla pubblicazione, il 16 luglio scorso, dell'intercettazione choc sull'ormai ex assessore siciliano alla Salute Lucia Borsellino («Va fatta fuori. Come il padre») – il governatore Rosario Crocetta, interlocutore muto del presunto colloquio col sul medico Matteo Tutino, ha chiesto dieci milioni di danni - non scuote soltanto il settimanale, il gruppo Espresso-Repubblica e i due giornalisti, Piero Messina e Maurizio Zoppi, finiti sotto accusa per divulgazione di notizie false e calunnia (solo Messina). Già, perché se l'intercettazione non esiste, come dicono quattro palazzi di giustizia siciliani, va comunque accertato chi, e soprattutto perché, ha confezionato la polpetta avvelenata propinata ai giornalisti e che stava per rovesciare il governatore siciliano. Non a caso, come racconta il sito BlogSicilia , in una procura blindatissima onde evitare fughe di notizie, stanno sfilando inquirenti, carabinieri del Nas, insomma quanti potrebbero sapere qualcosa di questa storia di talpe e intrighi che sembra riportare anche indietro nel tempo, quando il tribunale a Palermo era il palazzo dei veleni.

Un giallo, tutta la vicenda, dall'intercettazione fantasma all'accusa di calunnia contestata solo a uno dei due giornalisti, Piero Messina. «Ha fatto il nome di una sua fonte ed è stato smentito», è trapelato inizialmente insieme alla notizia che lui stesso e Zoppi, interrogati in procura, erano finiti sotto indagine. Ma l'avvocato Fabio Bognanni, che difende entrambi i giornalisti, ha precisato: «Piero Messina non ha mai messo a verbale davanti ad alcuna autorità giudiziaria notizie sulla fonte. Non solo, ma non ha mai inviato ad alcuna autorità giudiziaria alcuna relazione. Messina è stato sentito per la prima volta ieri (lunedì per chi legge, ndr ) dall'autorità giudiziaria in qualità di persona sottoposta ad indagine e lì si è avvalso della facoltà di non rispondere come anche il collega Maurizio Zoppi». E allora? Come è scattata in sede di interrogatorio l'accusa di calunnia?

Mistero, domande senza risposta. Per ora. Dulcis in fundo , la talpa e l'«autorevole inquirente» che avrebbe confermato –lo ha affermato la direzione dell' Espresso –la veridicità dell'intercettazione ascoltata dai cronisti. Il sito LiveSicilia ha individuato la presunta talpa, un ufficiale dei Nas che coi giornalisti non parla e che avrebbe negato tutto. E poi c'è pure l'«autorevole inquirente» - così lo ha definito ancora l' Espresso elencando i riscontri ricevuti - che interpellato il 13 luglio dai due cronisti avrebbe confermato tutto.
Talpe, veleni, corvi. Il Crocetta-gate ieri è finito anche davanti alla commissione Antimafia siciliana, presieduta da Nello Musumeci. È stato sentito anche il governatore. Seduta a porte chiuse. Atti secretati. Il giallo continua. Anche se la bufera giudiziaria ha neutralizzato gli effetti politici: Crocetta, almeno per adesso, resta in sella.

News: Tutti In Procura!! A Settembre!! Uniti!! Guardate il Video..

 

Fonte  youreporter.it

 

 

 

I primi giorni di settembre, e vi comunicherò poi la data esatta, i signori Nardella, Renzi e Giorgetti avranno una bella sorpresa... Con il Professor Taormina a sostegno (di grosso impatto mediatico) mi ammanetto al cancello della Procura di Firenze e i PM e vari Magistrati dovranno dare risposta ai giornali ed alle TV del loro silenzio su tutto il marcio che riguarda questi personaggi! Quindi se volete fare davvero AZIONE anzichè CHIACCHERE vi invito ad essere presenti quel giorno! Piu saremo e piu' rumore faremo!

 

 

 

di viomau

Renzi Ha salvato Azzollini, incassato Verdini, si è arreso alla legge Gasparri. Il tatticismo estremo del premier segnala uno stallo dell'iniziativa di governo

 

 

Fonte  huffingtonpost.it

 

 

 

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È stato il classico giorno da Leone per Silvio Berlusconi. Che glielo abbia regalato Matteo Renzi, non può che essere, per lui, una sottigliezza, un dettaglio, una quisquilia.

Silvio ha visto realizzarsi, nell'ordine:

a) un tondo salvataggio del Senatore Ncd (ex Forza Italia) Antonio Azzollini dagli arresti domiciliari, con un tondo "no" di 189 senatori, 96 sì e 17 astenuti;

b) la formazione da parte del suo vecchio amico Verdini di un nuovo gruppo politico (Azione Liberal Popolare) a sostegno del governo Renzi;

c) la vittoria della legge Gasparri che, dopo tante critiche e tanti progetti di riforma, è stata indicata di nuovo come base per la elezione del prossimo Cda Rai;

d) ciliegina sulla torta, nel corso della conferenza stampa di Verdini per presentare la nuova iniziativa politica, un senatore del suo gruppo, Vincenzo D'Anna, orgogliosamente amico di Nicola Cosentino, ha apostrofato un impertinente giornalista con un "sei proprio un piccolo comunista, e anche un po' stronzo". Il giornalista è Alessandro De Angelis di questa testata, l'Huffington Post. Ma noi non ce la siamo presa tanto: riassaggiare le saporite vecchie atmosfere è un piacere che val la pena.

Si dirà, ovviamente, occhiutamente, che insomma, ragazzi, siamo sempre lì con la ossessione di Silvio: e lui che c'entra? Dopotutto Azzollini è Ncd, Verdini ha rotto con Silvio, e il ricorso alla legge Gasparri per la Rai è colpa della minoranza dem che non ci vuole tanto stare. Si dirà che l'insieme di queste decisioni è solo una casualità, che il vero collante del giorno è stato solo il sempre necessario bisogno di tenere insieme la maggioranza - a fronte di un parlamento "riottoso" e "populista", di una sinistra divisa al suo interno. Ma al fondo di tutti questi passaggi c'è una sola verità: la maggioranza sta in piedi solo grazie a tutto quello che Berlusconi ha messo in campo in questi anni, sia in termini i persone che in termini di "valori" - non è stata forse sua la battaglia contro il giustizialismo?

E la natura delle decisioni prese è sempre più indifendibile per il Pd - tipo il cambio di opinione sull'arresto del senatore Azzollini, per il quale la richiesta di arresti domiciliari era stata avanzata dalla Giunta per le Immunità parlamentari di Palazzo Madama in merito al crac della casa di cura Divina Provvidenza di Bisceglie. Il Pd nella Giunta avevano votato per il sì, poi ieri tutti i senatori piddini hanno ricevuto dal capogruppo Luigi Zanda un sms con cui erano stati invitati a esprimere il voto "secondo il proprio convincimento" esaminando "con attenzione la decisione assunta dalla Giunta delle immunità l'8 luglio e i documenti pubblici disponibili". E l'sms ha evidentemente convinto. L'esito ha sorpreso persino Azzollini, che ha commentato con un sincero: "Non me lo aspettavo".

Il merito e il significato della manovra di Verdini sono visibili a tutti: come si possa accettare una alleanza con l'ex Forza Italia per sostituire i voti della sinistra dem è incomprensibile. Incomprensibile persino se si accettasse l'idea che la sinistra dem, i cui voti Verdini dovrebbe sostituire, è in mala fede: più in malafede di un patto sotto la tovaglia (in senso letterale, vista la cena fra Luca Lotti e Verdini ) fra componenti politiche opposte?

Infine la Rai. Poche parole da spendere: dopo tante critiche alla legge attuale, dopo tante promesse da parte del Premier di andare a una radicale riforma della azienda pubblica, tornare ad usare la Gasparri è un monumento alla vecchia nomenklatura di Forza Italia. Gasparri oggi può essere davvero contento.

L'insegna sotto la quale raggruppare tutte queste mosse appena descritte è quella di un tatticismo estremo. In cui fa premio su tutto il realismo della sopravvivenza. Roba da vecchissima politica. Che segnala uno stallo se non addirittura un marcire dell'iniziativa di governo.

Reggerà il Pd a tutte queste giravolte? Oggi il fronte renziano sembra aver segnato un primo dissenso: "Francamente credo che ci dobbiamo anche un po' scusare, perché credo che non abbiamo fatto una gran bella figura", ha commentato con amarezza la vicesegretaria del Pd Debora Serracchiani durante il videoforum trasmesso sul sito del partito, a proposito del voto del Senato che ha respinto la richiesta d'arresto per il senatore Azzollini. "C'è stata una decisione presa da una commissione, i membri di quella commissione hanno indicato qual era secondo loro la strada da seguire, penso che in Aula si dovesse seguire quel percorso.

Detto questo, sono convinta che i senatori, su un tema così complesso, abbiano fatto una riflessione profonda, studiato le carte, abbiano ritenuto in coscienza di votare. Credo però che a volte ci siano delle opportunità sulle quali una riflessione in più va sempre fatta", conclude Serracchiani. Una prima crepa o un gioco delle parti?

L’assalto dei furbetti del Jobs Act. E’ caccia al trucco per avere lo sgravio facile. E il ministero dello Sviluppo va contro quello del Lavoro

GuidiPoletti

Fonte lanotiziagiornale.it

 

 

 

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di Stefano Sansonetti

I furbetti del Jobs Act sono dietro l’angolo. Il tema, che in questi mesi sta diventando sempre più scottante, è quello degli abusi e delle elusioni a cui la normativa, nata per creare nuovo lavoro stabile, rischia seriamente di prestarsi. Ebbene, quello che sta andando in scena è una sorta di scontro “applicativo” tra il ministero del lavoro di Giuliano Poletti e quello dello Sviluppo economico guidato da Federica Guidi. Lo scorso 17 luglio la Direzione generale per l’attività ispettiva del Ministero del lavoro ha preso carta e penna e ha scritto alle Direzioni territoriali, all’Inps e all’Inail. L’oggetto è l’applicazione delle agevolazioni previste nel Jobs Act per le nuove assunzioni a tempo indeterminato. La legge 190/2014, infatti, prevede l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro che attivano nuove assunzioni con contratto di lavoro a tempo indeterminato nel corso del corrente anno.

LE CARTE
La circolare del Ministero del lavoro rammenta che “l’esonero in questione non spetta in talune ipotesi, tra cui quelle relative a lavoratori che nei sei mesi precedenti siano risultati occupati a tempo indeterminato presso qualsiasi datore di lavoro”. Ciò premesso, continua la circolare, “sono stati segnalati da alcune direzioni territoriali del lavoro comportamenti elusivi, volti alla precostituzione artificiosa delle condizioni per poter godere del beneficio in questione”. Tra i casi segnalati nel documento si fa l’esempio di “imprese committenti che disdettano contratti di appalto che interessano numerosi lavoratori i quali, trascorso un periodo di almeno sei mesi in cui continuano a prestare la medesima attività attraverso un contratto di somministrazione, vengono assunti a tempo indeterminato da una terza impresa appaltatrice, talvolta costituita appositamente, che può così godere dei benefici di cui alla legge 190/2014 e garantire al committente notevoli risparmi”. La fattispecie decritta, aggiunge la circolare, “evidenzia un condotta elusiva”, perché il vero obiettivo del Jobs Act è “promuovere forme di occupazione stabile”. Per questo il ministero del lavoro annuncia nel medesimo documento “specifiche azioni ispettive”. Succede poi che dopo qualche giorno dalla circolare, il 22 luglio, al ministero dello Sviluppo annuncino la risoluzione della vicenda relativa al call center dell’ex People Care di Guasticce (in provincia di Livorno). Si dà il caso che il 23 dicembre 2014 la People Care abbia avviato una corposa serie di licenziamenti. A fine maggio scorso 341 lavoratori, precedentemente quasi tutti assunti a tempo indeterminato, risultavano messi in mobilità. Come risolvere il problema? Il ministero della Guidi, con enti locali e sindacati, ha tirato fuori dal cilindro Comdata, altro gruppo attivo nei servizi di call center. Sarà una nuova società costituita e controllata da Comdata ad assumere 160 dei 341 lavoratori, inizialmente a tempo determinato fino al 15 dicembre 2015. Solo successivamente “alla fase di startup”, spiega il verbale della riunione, i contratti verranno trasformati in tempo indeterminato, sfruttando le agevolazione del Jobs Act.

LA CONCLUSIONE
Di fatto Comdata si presta volentieri all’operazione perché risparmia un bel po’ di soldi nelle assunzioni ed eredita le commesse dell’ex People Care, in particolare quella di Seat Pg. Sia chiaro, non c’è nulla di illegale, in primis perché la tempistica dei sei mesi viene rispettata. Ma forse lo spirito del Jobs Act, che è creare nuova occupazione o stabilizzare quella precaria, risulta un po’ tradito. Anche perché i 160 lavoratori recuperati da Comdata con il Jobs Act sconteranno un quadro generale meno favorevole rispetto a quando dipendevano a tempo indeterminato da People Care. Il verbale del 22 luglio scorso, oltre che dal Mise e dagli enti locali, è stato siglato anche dai sindacati. I quali, chissà, alla fine avranno pensato di optare per una sorta di male minore per i lavoratori. Ma è questo il Jobs Act che si desiderava? Chissà. Di sicuro oggi abbiamo un ministero dello Sviluppo che celebra un’intesa che sembra non essere molto in linea con gli avvertimento messi nero su bianco da un altro ministero, quello del lavoro.

Twitter: @SSansonetti

News: L'autista #Atac sospeso: "Racconta la verità sui trasporti Romani"

 

 

 Fonte ilGiornale.it

 

 

 

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È stato sospeso a tempo indeterminato Christian Rosso, l’autista Atac che pubblicò un video sul caos dei trasporti. E ora al Giornale.it racconta la sua verità

 

È stato sospeso a tempo indeterminato Christian Rosso, l’autista Atac diventato eroe per caso e paladino di tutti i suoi colleghi, grazie al video di 11 minuti in cui spiegava le vere motivazioni del caos imperante dei trasporti romani. 

 

 La notizia dell’avvenuta sospensione è stata data direttamente da Christian che insieme ai suoi colleghi ha organizzato un sit in davanti al Campidoglio per protestare a gran voce contro quella che sembra a tutti gli effetti un’ingiustizia.

Christian ti aspettavi tutta questa affluenza e sostegno da parte dei tuoi colleghi?

In un certo senso, sì. Loro come me, ogni giorno devono far ai ripetuti disagi causati da una pessima organizzazione. Ringrazio anche Alessandro di Battista e Marcello De Vito che oltre ad appoggiare la mia causa, essere presenti con me durante la protesta, si sono anche offerti di procurarmi un legale che mi rappresenti. Io purtroppo non ho le spalle coperte come potrebbe sembrare. Il tuo è stato sicuramente un atto di grande coraggio. Il lavoro per molti latita e l’azienda per cui lavori avrà sicuramente più chance di te di tirarsene fuori.

Perché ha deciso di fare questo video?
Perché è giusto che la gente sappia, che gli ottantamila passeggeri che pagano giornalmente il biglietto sappiano come stiano veramente le cose.
Cioè?

Non c’è nessuno sciopero bianco ma l’impossibilità concreta di rendere un servizio adeguato alla città.
La causa? 

Le tante vetture ferme nelle autorimesse che necessitano di ricambi che nessuno ha voglia di ricomprare perché non ci sono i fondi necessari e per i motivi che tutti possiamo immaginare.
Fino ad oggi eravate proprio voi, gli autisti a essere il pungiball preferito dei passeggeri, vero?

Sì, da sempre. Io lavoro all’ATAC dal luglio del 2008 e il primo caso di aggressione per questi motivi l’ho vissuto dopo neanche sei mesi, fortunatamente dietro di me c’era una pattuglia dei carabinieri. È normale però che la gente sia arrabbiata e di primo impatto siamo noi quelli che accolgono le proteste, le critiche e quando va male , le botte.


Nella notifica dell’avvenuta sospensione quale motivazione è stata data?
Non ho rispettato il codice etico dell’azienda e ho erroneamente detto che i dirigenti sono 70 anziché 53
Sei riuscito a parlare personalmente con qualcuno ai vertici dell’azienda?

No, nessuno mi ha chiamato ed io non sono riuscito ad avere almeno fino ad adesso un confronto personale. Inoltre, ci tengo a specificarlo io in sette anni di lavoro non ho mai avuto richiami per assenteismo. Ho addirittura ancora 40 giorni di ferie accumulati e mai presi. Essere coraggiosi il più delle volte porta a delle spiacevoli conseguenze.

La tua sospensione addirittura a tempo indeterminato non è certo per te una piacevole situazione. Cosa ti aspetti ora?

Spero ci sia la possibilità di un confronto e che io ritorni a lavorare al più presto in azienda. Ho sentito il bisogno di dire la verità e nonostante questo non penso di aver leso nessuno. Se ci rimbocchiamo tutti le maniche, se si riesce ad avere un’organizzazione seria il trasporto romano può tornare ad essere efficiente sotto gli occhi di tutti. E noi gli autisti saremo i primi ad esserne soddisfatti.
 

Credi si risolverà presto la questione?
Lo spero, ho bisogno di lavorare . E se dire la verità non è etico allora qualcuno mi spieghi cosa lo è.

 

 Guarda il video dell'autista Atac


Nonostante l'inchiesta e gli arresti su Mafia Capitale, il Campidoglio ha continuato ad assegnare appalti alle società della Coop La Cascina





Fonte ilGiornale.it




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Come riporta Huffington Post, infatti, "le società del gruppo La Cascina – la coop bianca coinvolta nell'inchiesta su Mafia Capitale commissariata dal prefetto di Roma Franco Gabrielli il 6 luglio – hanno continuato a stipulare contratti di appalto con l'amministrazione capitolina guidata dal sindaco Ignazio Marino fino allo scorso 25 giugno"

 

"Dovevamo garantire i servizi essenziali". Con questa motivazione, il Campidoglio, per bocca dell'assessora alle Politiche sociali, Francesca Danese, si è difeso dalle evidenze. 

 Quali? Il fatto che il comune di Roma ha continuato a dare appalti alla Coop di Mafia Capitale. Come riporta Huffington Post, infatti, "le società del gruppo La Cascina – la coop bianca coinvolta nell'inchiesta su Mafia Capitale commissariata dal prefetto di Roma Franco Gabrielli il 6 luglio – hanno continuato a stipulare contratti di appalto con l'amministrazione capitolina guidata dal sindaco Ignazio Marino fino allo scorso 25 giugno. Questo, nonostante il fatto che già il 4 giugno quattro manager della cooperativa fossero finiti agli arresti nella seconda tranche dell'indagine condotta dalla procura di Roma. E nonostante il nome della cooperativa emergesse dalle carte allegate all'inchiesta su Mafia Capitale già dal dicembre 2014: in alcune intercettazioni Luca Odevaine, a giudizio dei pm uno degli uomini di riferimento di Salvatore Buzzi, parlava di tangenti a lui pagate da questa coop per entrare nell'appalto per la gestione del Cara di Mineo, in Sicilia, appalto poi finito commissariato per sospetta corruzione".

News: Psicodramma democratico: Renzi ha salvato il governo ma perde faccia e mezzo #Pd



Fonte Liberoquotidiano

 





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"Francamente credo che ci dobbiamo anche un po' scusare, perché credo che non abbiamo fatto una gran bella figura". Le parole del vicesegretario del Pd Debora Serracchiani esprimo perfettamente lo psicodramma democratico vissuto oggi in Senato. Il voto segreto che ha respinto la richiesta d'arresto del senatore di Ncd Antonio Azzollini ha, forse, salvato il governo ma sicuramente ha creato altre crepe nel partito di Matteo Renzi, già poco in salute. A meno che, come sostengono molti nell'opposizione, non si tratti di una farsa, una commedia in cui c'è chi recita la parte di quelli cattivi (coloro che hanno votato per "salvare" Azzollini) e chi quella dei buoni, puri di spirito e un po' disgustati dalla solita politica (Serracchiani & co, appunto). 

La mail segreta di Zanda - Ad accendere la miccia è stata la mail che Luigi Zanda avrebbe mandato ai colleghi, martedì sera, per invitarli a votare no alla richiesta d'arresto nonostante in Commissione il voto del Pd fosse stato favorevole. Un dietrofront che non ha molte spiegazioni, se non tattiche. "Se il presidente Zanda l'ha scritta, ha scritto bene", è la risposta serafica di Azzollini.

La Serracchiani si vergogna - In una intervista video all'Unità online, dopo il voto, è arrivato il teatrale mea culpa della Serracchiani: "C'è stata una decisione presa da una commissione, i membri di quella commissione hanno indicato qual era secondo loro la strada da seguire, penso che in Aula si dovesse seguire quel percorso. Detto questo, sono convinta che i senatori, su un tema così complesso, abbiano fatto una riflessione profonda, studiato le carte, abbiano ritenuto in coscienza di votare. Credo però che a volte ci siano delle opportunità sulle quali una riflessione in più va sempre fatta".

"Renzi, con chi stai?" - Chiude il cerchio il dissidente Davide Zoggia: "Il voto dell'aula del Senato ha clamorosamente disatteso le indicazioni della commissione per le autorizzazioni a procedere. In particolare risulta disatteso il parere espresso dai membri Pd della commissione. È una scelta che stupisce e che inquieta. E lo dico io che sono un garantista. Oggi invece si ha la sgradevole impressione di una scelta presa sottobanco e di un successivo tentativo di smarcamento". Renzi con chi sta?, chiede Zoggia: con i membri della commissione, con Zanda o con la Serracchiani? Risposta impossibile: Renzi è uno, nessuno e centomila.