martedì 31 marzo 2015

Notizia del Giorno: #Istat, disoccupazione giovanile sale al 42,6%: e aumenta anche il dato generale


Fonte Quotidiano



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A dicembre era al 42%, ma due mesi dopo il tasso di disoccupazione tra i giovani tra 15 e i 24 anni cresce dello 0,6 e si assesta al 42,6%. In pratica, un giovane su 10 non ha lavoro. Nella stessa fascia d’età inoltre, secondo i dati provvisori dell’Istat, il tasso di occupazione giovanile cala di 0,6 punti percentuali, portandosi al 14,6%. E il numero di giovani senza lavoro aumenta dell’1,7% su base mensile (+11 mila). Gli occupati, inoltre, a febbraio diminuiscono del 3,8% rispetto al mese precedente (-34 mila). I

In generale, dopo il forte calo registrato a dicembre, seguito da un’ulteriore diminuzione a gennaio, a febbraio il tasso di disoccupazione sale di 0,1 punti percentuali, tornando al 12,7%, lo stesso livello di dicembre e di 0,2 punti più elevato rispetto a febbraio 2014. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 2,1% (+67 mila) e su base mensile è aumentato dello 0,7% (+23 mila). Un aumento che è dovuto esclusivamente alla diminuzione delle lavoratrici, perché gli occupati di sesso maschile sono ”sostanzialmente stabili” mentre quelli di sesso femminile diminuiscono in un mese di 42mila unità. Anche il tasso di disoccupazione cresce al 14,1% per le donne (+0,3 punti su mese e +0,9 punti su anno) mentre per gli uomini è all’11,7% (invariato sul mese e in calo di 0,3 punti nell’anno).

Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cala nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali. Rispetto a febbraio 2014, l’occupazione è cresciuta dello 0,4% (+93 mila) e il tasso di occupazione di 0,2 punti.

Per quanto riguarda invece il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni si registra un lieve incremento nell’ultimo mese (+0,1%), rimanendo su valori prossimi a quelli dei due mesi precedenti. Il tasso di inattività si mantiene stabile al 36,0%, contro il 36,4% di febbraio 2014. Su base annua gli inattivi diminuiscono dell’1,4% (-204 mila).

Giovani disoccupati e inattivi - L’incidenza del numero dei giovani disoccupati sul totale di chi ha tra i 15 e i 24 anni è pari al 10,8%. Tale incidenza cresce nell’ultimo mese di 0,2 punti percentuali. Il numero di giovani inattivi è in aumento dello 0,5% nel confronto mensile (+20 mila) e cresce di 0,4 punti percentuali, arrivando al 74,6%. In termini tendenziali, rispetto a febbraio 2014, si osserva la diminuzione del numero di giovani occupati (-4,4% pari a -40 mila), il calo anche del numero di disoccupati (-4,0% pari a -27 mila) a fronte di una crescita del numero di inattivi (+0,8 pari a +35 mila). Anche con riferimento alla media degli ultimi tre mesi, si osserva il calo dell’occupazione e della disoccupazione giovanile e la crescita dell’inattività.

Questo è il Il sindaco #Pd intercettato: "Vincerai con i voti Albanesi"

 

Fonte ilGiornale.it 

 

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I giudici: così la cooperativa ricompensava i politici amici. Spunta il voto "sospetto" di 10 mila albanesi

Non si placano le polemiche sullo scandalo delle Coop di Ischia. Francesco Simone, responsabile dei rapporti istituzionali della Cpl Concordia, aveva avuto rapporti anche con l'ambasciatore albanese in Italia Neritan Ceka pur di procacciare voti al sindaco Giosi Ferrandino che aveva tentato la scalata all'Europarlamento. 

 Oltre a pagare generose consulenze al fratello del sindaco, Simone si era anche attivato per sostenere la campagna elettorale di Ferrandino alle Europee 2014, organizzando cene e presentazioni di libri, una anche con Massimo D'Alema, ma soprattutto mettendo in moto tutti i suoi contatti per coagulare voti intorno al candidato ischitano.

 Compreso l'ambasciatore albanese in Italia, disposto a mettere a disposizione del primo cittadino dell'isola i voti della sua comunità.

Il 14 febbraio, è la circostanza ricostruita negli atti dell'indagine, Simone organizzò un pranzo al ristorante Grazia Deledda di Roma per parlare di investimenti in Albania. Nel corso dell'incontro telefona al sindaco Ferrandino e gli dice di essere in compagnia di Ceka con "il quale sta parlando proprio degli albanesi con cittadinanza italiana che votano per le elezioni europee: “sì sì, ma sono albanesi che sono ormai in Italia da 15 anni hanno cittadinanza italiana, partiamo di cent...” quanti sono gli albanesi...” (Simone si rivolge alla persona vicino lui) 30 mila sono, capito tutti che votano in Italia già...".

Secondo Simone quella comunità potrebbe "fruttare 10 mila voti: “10 mila voti escono comunque, aspe te lo passo un attimo l'ambasciatore così lo inviti tu a Ischia, poi noi ci sentiamo...". Ed effettivamente quei contatti sarebbero andati a buon fine dato che il sindaco, primo dei non eletti ha raccolto ben 82mila preferenze. Ora però di quei voti dovrà rendere conto a chi indaga.

Oggi votazione online #M5S! Consultazione online sulla legge anticorruzione in votazione al Senato



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FONTE BLOG DI GRILLO

Oggi martedì 31 marzo dalle 10:00 alle 19:00 gli iscritti M5S possono esprimere la loro preferenza sulla legge anticorruzione al voto in Aula al Senato e decidere come dovranno votare i portavoce M5S.
Domani mercoledì 1 aprile 2015, si terrà in Aula al Senato la votazione finale (per il primo passaggio alle Camere) sul pacchetto di norme anticorruzione. Si voterà su un testo base, che include anche l'atto Senato n. 19 a prima firma del Presidente del Senato Piero Grasso, totalmente modificato nel corso di questi mesi dal Governo e dalla Maggioranza.
Due anni fa Grasso presentava una proposta di legge sull’anticorruzione per la riforma di alcuni significativi istituti in materia di: aumento di pene per i reati di corruzione, di pena per il reato di scambio elettorale politico mafioso, l'introduzione del reato di autoriciclaggio, estensione dell’agente sotto copertura anche per i reati di riciclaggio e autoriciclaggio, reintroduzione del reato di falso in bilancio, ecc.


Cosa contiene il pacchetto anticorruzione
Il pacchetto di norme anticorruzione è stato oggetto di varie modifiche, accorpamenti e divisioni da parte del Governo nel corso di questi anni. Con il risultato che mercoledì in Aula avremo un testo deficitario uscito dalla Commissione che sostanzialmente contiene:


1. Scambio elettorale politico mafioso: Governo e Maggioranza hanno ridotto le pene per questo gravissimo reato, portate a quattro anni nel minimo (rispetto ai 7 proposti) sino a 10 nel massimo (rispetto ai 12 proposti) con una riduzione del 42%. Inoltre il Governo ha voluto escludere il reato qualora non venga provato (prova quasi impossibile se non con la confessione) che le modalità di procacciamento di voto, in cambio di controprestazioni, siano avvenute con atti intimidatori tipici mafiosi. La Cassazione Penale ha già bocciato tale nuova disposizione.


2. Autoriciclaggio: Le pene previste erano da 4 a 12 anni. Il Governo invece, ha previsto pene che vanno da 2 a 8 anni e, altresì, che il reato di autoriciclaggio non sussista qualora il denaro proveniente o frutto di precedenti reati venga destinato alla mera utilizzazione o al godimento personale. Norma, dunque, facilmente eludibile e di difficile applicazione.


3. Reintroduzione del reato di falso in bilancio. Il ddl Grasso abrogava di sana pianta le soglie di non punibilità. Il Governo ha, invece, inserito nel testo che verrà sottoposto alla votazione di mercoledì circostanze attenuanti per fatto di lieve entità e per la non abitualità della condotta, come principi di sconti di pena applicabili a prescindere dalle dimensioni e dal fatturato delle società. Si potrebbe ripresentare, in diversa forma, lo stesso principio delle soglie di non punibilità. Inoltre la pena nel massimo a cinque anni prevista dal Governo per società non quotate (circa il 94% delle esistenti), esclude l'uso delle intercettazioni come mezzo di prova per accertare tale reato, che verrà ad esistere solo se le falsificazioni di bilancio siano poste in essere in modo “consapevole” e con modalità “concretamente idonee” ad indurre altri in errore. Prova piuttosto ardua per il Magistrato.


4. Aumenti pena per i reati contro la PA:
art. 314 - peculato, aumento della pena massima di 6 mesi, rispetto ad oggi;
art. 318 - corruzione per l’esercizio della funzione, aumento della pena massima di un anno (dunque 6 anni), rispetto ad oggi (5 anni) con possibilità dell’uso di intercettazioni;
art. 319 - corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio, aumento di pena che passa dagli attuali 4 e 8 anni a 6 e 10 anni;
art. 319 ter - corruzione in atti giudiziari, aumento di pena che passa a 6 e 12 anni (rispetto ai 4 e 10 attuali);
art. 319 quater - corruzione per induzione, aumento della pena nel minimo e nel massimo;
art. 416 bis - associazione di tipo mafioso, aumenti di pena che passano dagli attuali 7 e 12 a 12 e 18 anni e in caso di associazione armata con pena che passano da 9 a 15 sino a 12 e 20;
art. 317 con l’inserimento dell’incaricato di pubblico in servizio per il reato di concussione.


Le proposte del M5S bocciate dal Governo
Governo e maggioranza, inoltre, hanno già bocciato alcuni istituti richiesti dal M5S, che verranno in ogni caso riproposti in Aula mercoledì prossimo alla votazione del testo finale sull’anticorruzione anche se con scarse possibilità di approvazione da parte dell’Aula. Si tratta di:
1. Una misura di interdizione perpetua dai Pubblici Uffici per i politici ed amministratori condannati per tutti i reati contro la P.A. (c.d. DASPO) e l’incapacità perpetua a contrarre e ad avere futuri rapporti con la P.A.


2. L’introduzione di uno strumento investigativo come "l’agente provocatoreo quantomeno l’”agente sotto copertura” previsto in Italia per altri reati (terrorismo, droga, pedopornografia, etc.) utile per contrastare i reati di corruzione contro la P.A.


3. Misure cautelari: chiesto dal M5S e bocciato in commissione da Governo e maggioranza rendevano automatica la presunzione di idoneità della misura cautelare del carcere (limitando la libertà personale e la disponibilità dei beni) nel caso dei seguenti gravi reati: i) scambio elettorale politico mafioso; ii) corruzione e iii) reati contro la P.A.


La legge sull’anticorruzione così come sopra delineata ad oggi nel suo complesso e, fatte salve eventuali ed ulteriori modifiche, sarebbe secondo Te complessivamente meritevole di quale voto in questa prima votazione al Senato?


News: Inchiesta Napoli, Matteo #Renzi intercettato sul telefonino che gli pagava (e gli paga) l'amico

 Fonte Liberoquotidiano

 

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La scoperta Inchiesta Napoli, Matteo Renzi intercettato mentre parla con un generale Gdf 

 

Non è indagato. Ma nelle carte di un fascicolo nato e stralciato dall'inchiesta della Procura di Napoli sulla metanizzazione dell'Isola di Ischia, emerge che anche Matteo Renzi è stato intercettato mentre parla con un importante generale della Guardia di Finanza. Lo scrive Il Fatto Quotidiano che aggiunge anche un altro dettaglio che emerge sempre da quel fascicolo che è stato trasmesso dal Noe dei carabinieri a Roma (senza indagati e destinato all'archivio senza neanche un'ipotesi di reato contro ignoti). Il cellulare usato dal premier era ed è pagato dalla Fondazione Big Bang fondata da Marco Carrai nel 2012 e che dal novembre 2013 si è trasformata in Fondazione Open. Una fondazione - sottolinea il Fatto - "finanziata da donazioni di parivati" i cui nomi sono sempre resi pubblici a meno che gli stessi non chiedano l'anonimato. Intervistato dal giornalista de Il Fatto, il presidente della Fondazione Open Alberto Bianchi, spiega che "al momento in cui iniziò l'attività connessa alle primarie e alle Leopolda, in cui  la Fondazione è stata coinvolta". La notizia non ha alcun valore giudiziario, ripetiamo, il premier non è indagato. Ma è interessate perché da questa intercettazione si scopre che Renzi usa il cellulare pagato dal suo amico Carrai (quello della casa)


News: ++Cooperazione a delinquere: ormai è pioggia di inchieste++


Fonte ilGiornale.it


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Dall'ultimo caso di Ischia fino alle tre coop coinvolte nel "sistema Incalza" per realizzare le grandi opere. Quei soldi all'ex ministro Kyenge, Zingaretti e Sposetti

 Se si volesse scherzare con il codice penale (ma solo per ironia, giacché la materia è serissima), si potrebbe inventare un nuovo reato: la «cooperazione a delinquere». 

 Un po' per celia e un po' perché tutti gli ultimi grandi scandali legati a fenomeni corruttivi che hanno interessato le Procure di mezza Italia vedono quasi sempre tra gli indagati esponenti di spicco delle coop, soprattutto di quelle «rosse». Insomma, la storica gemmazione del vecchio Pci, la terza via del fare impresa - né capitalismo né comunismo ma socialità - non è poi così diversa da quella tradizionale.
Il viaggio a ritroso non può non partire dalla fine. Con la coop rossa Cpl Concordia, gigante modenese della distribuzione del gas, che avrebbe «unto» numerose ruote, in particolare quelle del sindaco di Ischia Giosi Ferrandino e dell'ex premier Massimo D'Alema, per garantirsi l'appalto per la metanizzazione dell'isola campana. Un contratto da 160mila euro all'albergo del primo cittadino ischitano, tre bonifici da 20mila euro a ItalianiEuropei (ma «nel Pd – giura il presidente Matteo Orfini – non credo ci sia questione morale»). Poi si contano i 2mila euro all'ex ministro Cécile Kyenge, altri 10mila nel 2013 per la Lista Civica Nicola Zingaretti, 10mila euro nel 2013 per l'ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti. Non trascurabili altri 6mila euro al Pd Comitato Provvisorio Roma che, sempre nel 2013, aveva ottenuto un finanziamento da 10mila euro dalla 29 Giugno di Salvatore Buzzi.
Basta tornare a due settimane fa ed è la Procura di Firenze a salire in cattedra denunciando il «sistema Incalza», cioè il potere del super dirigente del ministero delle Infrastrutture di indirizzare appalti e commesse. Nell'occhio del ciclone tre Coop rosse: la Cmc di Ravenna, partecipante al consorzio Cavet che ha realizzato la Tav Firenze-Bologna, è accusata di aver versato oltre 500mila euro a Incalza tra il 1998 e il 2008. Le fanno compagnia la reggiana Coopsette («favori» in cambio della nomina dell'imprenditore Perotti alla direzione di alcuni lavori) e la Cmb di Carpi. Ancora un po' indietro e si palesa la corruzione di Mafia Capitale. Al centro c'è sempre una cooperativa rossa, la 29 giugno di Salvatore Buzzi: una piccola grande holding di servizi da 59 milioni di fatturato. Dalle pulizie alla nettezza urbana, dai centri di accoglienza ai campi rom. Gestita da un dominus in grado di far sedere al proprio tavolo il presidente della LegaCoop, Giuliano Poletti (oggi ministro), e il sindaco di Roma Gianni Alemanno. «I classici risolutori di problemi, che vanno a mette' 'e mani nella merda». È il braccio destro di Buzzi, l'ex Nar Massimo Carminati, parlando proprio delle Coop a introdurre quel vocabolo triviale che si ritroverà anche nelle intercettazioni napoletane su D'Alema.
Nell'inchiesta milanese sugli appalti Expo, invece, si ritrova il colosso Manutencoop e anche un protagonista della prima Tangentopoli, il «compagno G.», ossia Primo Greganti, che aveva un contratto di consulenza con la Cmc di Ravenna. Cambiano città e temi, ma i protagonisti sono sempre le coop che, tra un «favore» e l'altro ai politici amici, riescono ad ottenere commesse pubbliche importanti. E anche il Mose di Venezia non è esente dal sistema. «Il 20% dei lavori alle aziende Iri, 60% a quelle private, 20% alle cooperative rosse», raccontò al pm Nordio un dirigente Italstat circa trent'anni fa. L'inchiesta dell'anno scorso ha dimostrato che l'impostazione non è cambiata molto. Le coop presenti nei consorzi che dovevano realizzare il sistema di barriere mobili «finanziavano» la politica per garantirsi la prosecuzione del sistema. E che dire dell'ex presidente della Provincia di Milano Filippo Penati che impose la Ccc di Bologna per la riqualificazione dell'area Falck di Sesto San Giovanni? E poiché le coop rosse sono nate e cresciute all'interno della «famiglia» Pci-Pds-Ds-Pd, occorre interrogarsi sulla natura di questo rapporto. In alcuni casi, i risvolti penali sono spariti per prescrizione, causa ridefinizione del reato di concussione da parte del governo Monti (con incluso salvataggio delle grandi coop). Ma c'è anche un sostanzioso profilo politico: Cpl Concordia, 29 giugno, Cmb, Ccc, Manutencoop e compagnia cantante sono spesso comparse nell'elenco dei finanziatori (leciti, per carità) del partito: sia di quello tinto di rosso dei vecchi Bersani, D'Alema e Veltroni sia quello più sbiadito di Renzi. I Comuni di Roma, Venezia e Ischia, la Provincia di Milano, se guidati dal centrosinistra, avevano, tra gli altri, un interlocutore privilegiato che, a sua volta, compariva tra gli sponsor del partito. E quando si parla di grandi appalti, il «sistema» non trascura mai o quasi mai le Coop. Forse non c'è nemmeno corruzione o concussione, è solo familiarità.

News: Allevatori le multe delle Quote latte pregresse vanno PAGATE


FONTE FATTOQUOTIDIANO



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Gli addetti ai lavori lamentano difficoltà di accesso al credito e costi troppo alti a fronte di un crollo dei prezzi. Il ministro Martina getta acqua sul fuoco, ma intanto spiega che le multe pregresse vanno pagate, anche se a rate. L’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna Simona Caselli però attacca: "La filiera è male organizzata e i vicini si fanno la guerra, così è difficile competere con gli altri Paesi"

 

 

Il primo aprile scatta la fine del regime delle quote latte. Dopo 32 anni si ritorna al libero mercato in tutta l’Unione europea. Un passaggio storico che apre una nuova sfida per i produttori italiani, strozzati dai debiti e dal crollo dei prezzi di latte crudo e formaggi dop, primo fra tutti il Parmigiano reggiano. L’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna Simona Caselli è tassativa: “È impopolare dirlo ma il settore lattiero caseario italiano è disorganizzato. Servono associazioni di produttori, e invece i nostri allevatori si fanno la guerra tra loro. Sarà difficile competere con gli altri Paesi, soprattutto Francia, Germania, Olanda e Irlanda”. Da via XX Settembre il ministro Maurizio Martina è fiducioso: “Abbiamo istituito un piano nazionale per il latte e la Commissione europea ha accolto la nostra richiesta di rateizzare senza interessi le multe, anche per eventuali sforamenti di quote latte per la stagione 2014-2015″.

Tra gli allevatori c’è paura e poca speranza. “Mi sono indebitato fino al collo con le banche e i creditori non mi danno un euro. Devo lavorare come un matto per sopravvivere. Ma più lavoro e meno guadagno. Mi definisco uno schiavo moderno: sono io che mi frusto per non mollare l’azienda”. Vincenzo (il nome è di fantasia) ha un allevamento di 180 vacche da latte per la produzione di Parmigiano reggiano sulle colline di Parma. Sessant’anni e quattro figli maschi che lo aiutano. “Non riesco a dare loro uno stipendio decente. La rata del mutuo è di 70mila euro. Nel 2013 ho perso 200mila euro e nel 2014 ho chiuso il bilancio in pareggio, senza utili”. L’assessore all’Agricoltura della Lombardia, Gianni Fava, dice che “peggio di quello che c’è stato fino a oggi non è possibile” e “quindi dobbiamo vedere il regime di libero mercato con fiducia”. Stare al passo con gli Stati europei più competitivi, come Francia, Germania e Irlanda, che producono di più a costi più bassi, non sarà facile. “L’Irlanda nell’ultimo anno ha incrementato i volumi di latte del 20 per cento – ha spiegato Fava -, Francia e Germania del 12-13 per cento, l’Italia dell’1,5, rimanendo deficitaria sul fronte dei consumi interni per circa il 40-45 del proprio fabbisogno”. “Anche io sarò costretto a mungere più latte”, è la reazione di Vincenzo. “Fino adesso ne ho vendute 15mila tonnellate l’anno ai caseifici. Sarà una lotta dura, il governo ci deve aiutare”.

La nuova sfida di un settore al collasso
Il settore lattiero-caseario italiano è al collasso. In un anno il prezzo al litro del latte crudo alla stalla è sceso del 12 per cento, passando da 41 centesimi (gennaio 2014) a 36 (gennaio 2015). Mentre quello al consumo è continuato a salire: da 1,37 a 1,49 euro/litro per il latte fresco intero e da 1,20 a 1,28 euro/litro per quello Uht parzialmente scremato. Chi ci guadagna è chi sta in mezzo alla filiera, cioè i commercianti. “L’allevatore invece non riesce neanche a coprire le spese di produzione, pari a 52 centesimi al litro”, sottolinea Daniele Sfulcini, direttore di Confagricoltura Mantova. Dalla corsa al ribasso del latte alla svendita dei grandi formaggi Dop italiani. Come il Parmigiano reggiano, fiore all’occhiello del made in Italy alimentare. Quello stagionato 12 mesi esce dal caseificio a 7,60 euro al chilo contro i 9 euro di marzo 2014. “All’inizio del 2011 valeva 10,70 euro – fa notare Sfulcini – Nel 2006 era sotto i 7 euro, però manodopera e materie prime costavano di meno”. Al supermercato il cliente lo paga circa 10 euro al chilo. Nel banco delle offerte si trova quello da 24 mesi a 12 euro (all’ingrosso ne vale quasi 9 contro i 10.30 del 2014 e i 12,60 del 2011). Più lievi i cali di Grana Padano, scivolato da 7,20 euro a 6,50 (stagionatura dieci mesi), e Gorgonzola, da 3,95 a 4,05. “Nel 2014 sono state prodotte più forme di formaggio di quelle richieste dal mercato – spiega Sfulcini – nel tentativo di abbattere i costi di produzione, dai mangimi per il bestiame al gasolio dei trattori. Questo ha determinato un accumulo delle scorte e il crollo dei prezzi”.

“Latte italiano solo in una bottiglia su 4″
In Italia, secondo i dati della Coldiretti, sono rimaste in piedi 36mila stalle da latte, di cui 19mila in zone di montagna e svantaggiate. Da quando è scoppiata la crisi sono quasi 9mila quelle che hanno chiuso. Trentaduemila posti di lavoro persi (e 180mila gli occupati attuali). Undici milioni di tonnellate di latte prodotto all’anno, di cui la metà viene trasformata in formaggi Dop. Il valore generato dalla filiera al consumo è di 27,7 miliardi di euro. Giorgio Apostoli, responsabile Zootecnia Coldiretti nazionale: “Sull’etichetta non viene indicata l’origine del latte. Ogni anno il nostro Paese importa 86milioni di quintali di latte equivalente. E solo un terzo del latte a lunga scadenza confezionato qui, cioè 500mila tonnellate su 1,4 milioni totali, è munto nelle nostre stalle. Il risultato è che soltanto una bottiglia di latte uht su 4 venduta in Italia è prodotta con latte italiano”.

Gli allevatori: “Lo Stato se ne frega di noi”
La Lombardia produce il 42 per cento del latte italiano. Chi resiste è con l’acqua alla gola. Alberto Cortesi, 50 anni, a Roncoferraro, nel Mantovano, gestisce con la moglie l’azienda che ha ereditato dai genitori. “Esiste da 300 anni. Abbiamo 180 vacche e tre dipendenti. Faccio questo mestiere da 30 anni. Quel che prendo al mese non basta a pagare le spese. Ho un mutuo sulle spalle. Siamo preoccupati, il nostro futuro è troppo incerto. Sto valutando nuove strategie per razionalizzare la produzione. Per esempio, delegare la conduzione dei campi a contoterzisti e allargare la stalla”. Luigi Prestiti, 48 anni, di Brescia, stringe i denti. “Sono deluso, triste, stanco. Lo Stato se ne frega di noi. Nel 2005 ho comprato quote latte per quattro milioni di euro, tanti soldi spesi per niente, un patrimonio che dal primo aprile andrà all’aria”. Possiede 610 vacche in società con la sorella. Da novembre fattura 30mila euro in meno ogni mese. “Tre anni fa ho deciso di entrare a far parte di un’organizzazione di produttori, per attutire le perdite e avere più marginalità sulle vendite, ma la luce è lontana”.

La zona del Parmigiano: “Fine quote latte? Non è benedizione”
La produzione di Parmigiano reggiano si concentra nelle province di Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna e Mantova (nella zona sotto il Po). Secondo i dati di Confagricoltura, nel 2013 c’erano 371 caseifici, oggi 350. Il mercato interno tiene. L’export negli ultimi due anni è cresciuto del 2,5 per cento. “Molti allevatori sono convinti che la fine delle quote latte sia una benedizione. Io invece mi metto le mani nei capelli – scandisce Roberto Iotti, direttore Confagricoltura Reggio Emilia – Le quote latte erano un sistema di contingentamento protettivo che ha garantito livelli di prezzi più sostenuti. L’unica soluzione per il futuro è allineare l’offerta alla domanda. Noi lo ripetiamo sempre agli allevatori, ma loro fanno fatica ad accettarlo”.

L’assessore emiliano: “Filiera male organizzata”
L’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna, Simona Caselli, ha idee molto chiare sul da farsi. “È impopolare dirlo, e mi dispiace ammetterlo, ma il problema è che la filiera è male organizzata: nel nostro territorio 350 caseifici comprano da una miriade di allevatori, c’è un eccesso di produzione, e i vicini si fanno la guerra. Bisogna pianificare i prezzi, programmare le quantità e aggregare l’offerta attraverso la costituzione di organizzazioni interprofessionali e di produttori, come si fa già nel comparto del pomodoro. Ne abbiamo discusso al tavolo con il ministro Martina a febbraio e siamo tutti d’accordo. All’estero sono più avanti di noi, da anni hanno adottato questo sistema. Certo noi siamo penalizzati anche dalla burocrazia asfissiante e da costi altissimi”. Secondo obiettivo: puntare sull’economia di scala. “Il sistema di stagionatura va velocizzato con la robotizzazione e altre innovazioni”. E poi “servono corsi di formazione per gli allevatori. Loro pensano che sia una crisi ciclica, che prima o poi passerà, invece no, questa volta non sarà così. Se vogliamo esportare nel mondo, non solo dobbiamo strutturarci meglio, ma anche dare spazio ai giovani, che hanno un approccio più creativo e sanno sfruttare le potenzialità del web”.

Martina: “Potremo rateizzare le multe per gli sforamenti”
Bruxelles
forse ci dà una mano. A marzo, al Consiglio europeo dei ministri dell’Agricoltura, il ministro Martina ha chiesto ai colleghi di accelerare sulla trasparenza dell’etichettatura del latte. “È stata tra l’altro confermata la possibilità richiesta dall’Italia di rateizzare senza interessi le multe, anche per eventuali sforamenti di quote latte per la stagione 2014-2015” racconta Martina a ilfattoquotidiano.it. In via XX Settembre negli scorsi mesi è stato messo a punto un piano nazionale per il latte. Gli allevatori però aspettano con ansia il decreto, che non ha ancora una data. “Prevediamo un urgente riordino delle relazioni commerciali nella filiera – aggiunge il ministro – Il prezzo del latte lo fa il mercato, noi non abbiamo gli strumenti diretti per intervenire ma stiamo lavorando a tutti gli elementi che possono essere utili per determinare il prezzo di riferimento che le parti contraenti possono utilizzare in autonomia”. Con la legge di Stabilità è stato inoltre istituto un Fondo latte qualità da 108 milioni di euro per il triennio 2015/2017. Per l’assessore lombardo Fava è una presa in giro: “Di questi soldi solo 8 milioni sono veri, perché stanziati per il 2015, mentre gli altri sono suddivisi 50 e 50 nei prossimi due anni e sappiamo con quanta facilità l’esecutivo cambia le disponibilità a bilancio. E intanto le aziende chiudono”.

Tra le misure di salvataggio, ha aggiunto Martina, c’è anche “il contrasto alle pratiche di mercato sleali in collaborazione con l’Antitrust, il sostegno all’export, la tutela dalla contraffazione dei grandi formaggi Dop e la promozione di un programma di educazione alimentare con il programma europeo ‘Latte nelle scuole’ dal prossimo anno”. In attesa che dalle parole seguano i fatti, il ministero delle Politiche agricole qualche giorno fa ha presentato alla filiera lattiero casearia il logo “Latte 100% italiano” per indicare la zona di mungitura del latte: “Sarà privato e facoltativo – fa sapere il ministero – ma ha già trovato il favore delle aziende lattiere e dei rappresentanti della grande distribuzione organizzata e che si troverà sul mercato nelle prossime settimane”.

MOVIMENTO 5 STELLE SONDAGGIO EMG AL 20,3%




(Fonte Liberoquotidiano)



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Un cinque per cento tondo tondo. Percentuali importanti e che permettono di pensare in grande. Il sondaggio Emg per il TgLa7 di Enrico Mentana incorona Giorgia Meloni, che con i suoi Fratelli d'Italia-An sale di uno 0,2% rispetto alla precedente rilevazione e, appunto, arriva al 5 per cento. Il primo partito resta il Pd di Matteo Renzi, in crescita dello 0,2% al 37,2 per cento, quindi il Movimento 5 Stelle, stabile e accreditato del 20,3 per cento. Continua a crescere il divario tra Lega Nord e Forza Italia: il Carroccio cresce dello 0,1% e passa al 15,4%, mentre gli azzurri perdono un ulteriore 0,4% passando all'11 per cento. Tra le altre forze, stabile Sel di Nichi Vendola al 4,1%, Ncd-Udc perde lo 0,1% e passa al 2,9%, mentre gli altri partiti sono accreditati di un 2,9 per cento. Se si allarga il discorso alle ipotetiche coalizioni il centrosinistra sale dello 0,1% aò 42,5%, mentre il centrodestra scende dello 0,2% al 20,3 per cento. Gli indecisi vengono dati al 17,2% (in calo dello 0,6%), il 2,4% voterà scheda bianca mentre gli astenuti, in calo di 1 punto percentuale, sono al 42,5 per cento.

Video: Italicum, sì in direzione Pd. Minoranza non vota Fassina: “Partito come la Corea del Nord”

Legge elettorale, Renzi: “Decidere non è fascista”. Fassina: “Sembra la Corea”

 Fonte Fattoquotidiano

 

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“Decidere non è fascista”, “E’ come essere nel partito comunista nordcoreano”. “Si chiama democrazia decidente e lo dicevano Violante e Calamandrei”, “Vuoi andare alle elezioni e ci ricatti”. La direzione del Pd doveva dare la linea da tenere sulla legge elettorale e il risultato è che l’unità resta un sogno: il voto finale vede uscire dalla sala del Nazareno tutti i rappresentanti della minoranza. “In gioco – aveva detto alla vigilia Pierluigi Bersani a ilfatto.it – c’è la democrazia dei nostri figli, la discussione non si può risolvere con il voto di oggi in direzione. Tocca al segretario trovare una sintesi”. E la sintesi è quella pronunciata da Renzi all’inizio della direzione: “Chiedo un voto vedendo nella legge elettorale lo strumento decisivo per la qualità e l’azione dei governi che verranno ma anche per la dignità e la qualità di questo governo“. E sul metodo Renzi replica che “non c’è la dittatura o la democratura, come qualcuno ha avuto il coraggio di dire”, ma piuttosto un modello che definito “democrazia decidente, come l’ha chiamata Violante e su cui Calamandrei ha scritto pagine straordinarie”. Il senso è che “sulla legge elettorale – sottolinea Renzi – ci giochiamo la fiducia dei cittadini. Qualcuno ha detto che non si può mettere sul testo: ne parleremo a livello parlamentare. Ma permettetemi di mettere tra di noi la fiducia sulla legge elettorale perché rappresenta la capacità di rispondere a quello che non siamo stati capaci di fare finora”. Alla fine il testo passa, le minoranze non votano. Ma, pur divise al loro interno, non la prendono affatto bene: “Se si vuole andare al voto diciamocelo” interviene il bersaniano Alfredo D’Attorre. “Non parteciperò al voto finale (in direzione, ndr): non mi arrendo all’idea che su un tema così decisivo la prima fondamentale unità non si possa cercare all’interno della nostra comunità” aggiunge Gianni Cuperlo. “Evitiamo che il Pd abbia un tasso di conformismo superiore al Partito comunista Nord coreano” chiosa Stefano Fassina.







Renzi: “Decidere non è un’espressione fascista”
Per Renzi “sostenere che in democrazia non debba esserci chi decide è pericoloso; sostenere che nessuno debba decidere è un concetto più anarchico che democratico, è frutto di una malattia del dibattito che giudico pericoloso”. Al Pd serve quindi innanzitutto “una battaglia culturale: decidere non è una espressione fascista, è la condizione della democrazia; senza il decidere la politica è solo vano esercizio intellettuale e chi fa politica è solo un ospite delle trasmissioni televisive”. L’esempio da non seguire è quello del governo Letta, spiega. “Nella storia di questi mesi – ha detto Renzi – non c’è stato un momento in cui qualcuno ha staccato la spina del precedente governo, ma il precedente non riusciva ad andare avanti con le riforme. Questo è un punto assodato della direzione del Pd e l’elemento della difficoltà era proprio sulle elezioni istituzionali”. “La legge elettorale era impantanata – ha aggiunto – ed era simbolicamente rappresentata dal fatto che la sentenza della Corte rappresentava la sconfitta della politica. Quattro governi e tre legislature non erano riusciti a cambiare una legge che tutti dicevano che andava cambiata”. Insomma, dice, “c’era un blocco e noi siamo partiti di lì, e se non diciamo che siamo partiti da un progetto complessivo di riforme non siamo credibili di noi stessi. Abbiamo detto facciamo una proposta al Paese che teneva insieme la riforma costituzionale quella elettorale e un pacchetto di altre riforme. Ma la legge elettorale era la chiave di lettura che proponevamo al Paese”.

Il modello di legge elettorale
Il capo del governo ha ricordato che “sulla legge elettorale siamo partiti da un modello – ha continuato Renzi – che assegnasse al vincitore la possibilità di governare. Il modello del sindaco era da sempre la più convincente, ma diciamo anche che siamo stati bruciati dall’esperienza del 2013, dove una legge non ha permesso a chi è arrivato primo di governare”. Per questo “il punto chiave di tutta la riforma elettorale è il ballottaggio, perché permette di avere un vincitore o meno”. E’ il punto di forza anche nei confronti del Mattarellum, “specie in un sistema tripolare”. E rispetto al Porcellum non c’è neanche gara, secondo il segretario del Pd: “Il Porcellum è come la mistery box di Masterchef. Esce fuori dall’urna quello che non avevi scritto sulla scheda. Vedo che ora che uso il ‘renzese’ state attenti – ha ironizzato – mentre prima, che usavo un linguaggio più politico eravate distratti”.

Fassina: “Presidenzialismo di fatto”
A rappresentare il dissenso i soliti volti. “Evitiamo – dice Stefano Fassina – un tasso di conformismo paragonabile al Partito comunista nordcoreano, ravviviamo la discussione. Mi preoccupo, perché qui dentro mi piacerebbe non ci fosse ‘quello della minoranza’ o ‘quello della maggioranza’ e ci si potesse aspettare degli interventi liberi. In 13 mesi di segreteria Renzi non mi pare di aver avuto esempi eccellenti, di aver ascoltato un renziano che si sia mai differenziato o abbia espresso un dubbio sulle posizioni del segretario”. Sulla legge elettorale, Fassina ha espresso la sua “preoccupazione: cosa succederà non alle prossime elezioni, quando il Pd con il 40% prenderà il premio, ma con un partito che ha un consenso ristrettissimo e prende il premio? Stiamo cambiando la forma di governo, diventiamo un presidenzialismo di fatto. Questo mi interessa, non le preferenze”. Per D’Attorre “il pacchetto delle riforme non sta in piedi” ha affermato D’Attorre che critica l’Italicum e definisce “un pasticcio” la riforma costituzionale del Senato. “Ora – ha detto con tono concitato – verrà fatta la minaccia del voto anticipato, ‘o si fa come dico io o si va a voto’. Si farà uno strappo con l’Italicum e la riforma costituzionale andrà verso un binario morto e, nel giro di un anno o un anno e mezzo, si andrà al voto. Se è così diciamocelo così che ognuno potrà misurare i propri argomenti davanti agli elettori”. “Renzi – conclude – ha fatto una introduzione in stile cubano di un’ora e mezza e poi non si è neanche degnato di replicare – sottolinea – è la conferma che il dibattito era assolutamente inutile perché le decisioni erano già assunte in partenza”. Qualcuno, però, nella minoranza, non ha sepolto le proprie speranze. Cesare Damiano spiega per esempio che Renzi sembra più incline a modifiche sulla riforma del Senato, anche perché il centro delle critiche della sinistra Pd si fonda proprio sul combinato disposto tra Italicum e abolizione del bicameralismo perfetto.

Giachetti: “Matteo, così tu annulli l’identità di tanti”
Ma, un po’ a smentire l’accusa di conformismo di Fassina, ecco che anche dai renziani c’è chi chiama in causa il presidente del Consiglio, certo dal proprio punto di vista. Il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti, “combattente” in passato proprio sulla legge elettorale: “C’è chi manifesta sempre lealtà, anche se contrario ma non lo dice. Te lo dico, Matteo, tu in questo modo annulli l’identità di tanti di noi”. Ma poi il confronto si gira di nuovo con la sinistra del partito: “Le decisioni che prendiamo oggi le prendevano anche ieri, ma con maggioranze diverse. Io ho fatto minoranza spesso e mi sono sempre adeguato, senza nascondere mai la mia divergenza. A Fassina sfugge che, quando collettivamente si prende una decisione, io la rispetto, e non perché me lo ha detto Renzi. La differenze tra me e voi è tutta qui. Il voto in Direzione per voi è utile solo quando la maggioranza ce l’avete voi”. E il punto sono soprattutto le parole di Bersani: “Oggi dice: ‘Il mattarellum lo firmerei subito, anche domani’. Ecco adesso io faccio fatica a non incazzarmi – ha proseguito riferendosi alla mozione a sua firma sulla legge Mattarella – perché ce l’avete avuta la possibilità e avete chiamato la gente al telefono chiedendo di votare contro!”. La sua mozione – era il maggio 2013 e era il tempo del governo Letta – fu votata solo da lui stesso e dai deputati del Movimento Cinque Stelle.

lunedì 30 marzo 2015

Questo è il Governo #Renzi sulle Scuole, dalle Province maxi tagli ai fondi Per le bollette i genitori devono fare la colletta



Fonte fattoquotidiano

 

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 Gli enti territoriali agonizzanti dopo i tagli del governo Monti e la riforma Delrio non sono più in grado di pagare i costi amministrativi necessari al funzionamento degli istituti superiori. È già successo nel 2014, a Verona, Venezia, Biella, Savona e Taranto: “Prendiamo atto delle vostre problematiche contabili - ha risposto la provincia scaligera alle richieste dei presidi - ma non abbiamo possibilità di comunicare l’ammontare delle risorse. E non è dato sapere se e quando sarà eventualmente possibile provvedere”. Così i genitori devono pagare le bollette

 

Troppi vincoli di bilancio, pochi soldi in cassa: le Province agonizzanti dopo i tagli del governo Monti e la riforma Delrio non sono più in grado di assolvere i loro compiti. Anche quelli fondamentali, come il funzionamento degli istituti superiori: in primis, il pagamento delle bollette. È già successo nel 2014, al Nord come al Sud: “Prendiamo atto delle vostre comprensibili problematiche contabili – ha risposto nel 2014 la provincia di Verona alle richieste dei presidi – ma non abbiamo possibilità di comunicare l’ammontare delle risorse per le spese di funzionamento. E non è dato sapere se e quando sarà eventualmente possibile provvedere”. Così alle scuole, allora, devono pensare i genitori, con i presidi che hanno utilizzato i contributi delle famiglie per pagare le bollette. E nel 2015, con l’entrata in vigore dei nuovi risparmi stabiliti dalla manovra, quello dei fondi potrebbe diventare una vera e propria emergenza su scala nazionale.

Gli istituti superiori a carico delle Province
Da circa vent’anni (dalla famosa legge 23/1996), gli istituti secondari (licei, professionali, tecnici e via dicendo) sono di competenza delle Province. Parliamo di oltre 5mila edifici, in cui studiano 2,5 milioni di ragazzi. Nel bilancio di ogni ente locale c’è un capitolo destinato all’istruzione, con le spese di manutenzione (l’edilizia scolastica, al netto degli investimenti per lavori straordinari), e le spese per il funzionamento ordinario. Bollette, internet, cancelleria e segreteria, costi amministrativi: ciò che serve per mandare avanti materialmente una scuola. Non esiste una stima precisa su scala nazionale (l’importo varia di territorio in territorio, per numero di strutture, densità di popolazione ed altre variabili). In totale una cifra che – secondo alcuni esperti – si può quantificare fra i 100 e i 150 milioni di euro. Peccato, però, che le Province non abbiano più in cassa questi soldi.

Gli effetti delle presunta “abolizione”
L’abolizione delle Province è uno dei cavalli di battaglia sia dell’esecutivo Monti che di Matteo Renzi. È stato il “governo dei tecnici” a cominciare a smantellare il sistema, azzerando il fondo sperimentale di riequilibrio (circa 1,5 miliardi di euro). Poi sono venuti i 444 milioni di taglio del decreto 66/2014, che diventano 576 milioni nel 2015. E la stangata finale dell’ultima legge di stabilità: un altro miliardo nel 2015, poi due nel 2016 e addirittura tre nel 2017. Le Province, però, non sono state abolite. “Siamo di fronte ad una riforma dislessica: ci hanno svuotato di risorse, non di competenze”, afferma Luigi Oliveri, dirigente dell’amministrazione provinciale di Verona. La legge Delrio, infatti, riafferma tra le funzioni fondamentali dell’ente il mantenimento degli istituti superiori. Senza indicare, però, con quali fondi ottemperarle, visto che negli ultimi 5 anni la spesa corrente è calata del 15% e quella degli investimenti addirittura del 44%. Ad alleviare il carico dovrebbe provvedere la redistribuzione delle competenze fra gli altri enti locali: tutte le Regioni dovevano varare i provvedimenti di riconversione entro la fine del 2014, termine prorogato al 30 aprile. Ma ad oggi solo la Toscana è riuscita ad approvare un testo. In tutte le altre Regioni siamo ancora alla discussione in Consiglio, in Emilia-Romagna e Calabria l’iter non è neppure cominciato. E a rimetterci da questa situazione sono i servizi basilari nella vita dei cittadini. Come le scuole.

Tagli e vincoli: a Verona niente soldi per gli istituti
Emblematico a tal proposito il caso di Verona. Nel 2014 gli istituti non hanno avuto un centesimo per pagare le spese di funzionamento. E le proteste dei presidi hanno ricevuto in risposta solo poche, inequivocabili righe. “Prendiamo atto delle vostre comprensibili problematiche contabili, ma non abbiamo possibilità di comunicare l’ammontare delle risorse per le spese di funzionamento. E non è dato sapere se e quando sarà eventualmente possibile provvedere”. “Ma non è colpa nostra, infatti con le scuole non c’è stata conflittualità”, spiega Oliveri. Nella città veneta hanno contribuito al problema una serie di fattori: prima la “gestione provvisoria” determinata ex lege dalla riforma Delrio, che bloccava tutte le spese tranne quelle per pagare contratti già in essere; poi, quando è venuto meno questo status, un taglio improvviso di circa 5-6 milioni di euro. “Con il bilancio già approntato rischiavamo di far saltare il patto di stabilità e andare in squilibrio”, aggiunge il dirigente. “Perciò abbiamo liquidato solo le spese di mantenimento in sicurezza, che potevamo giustificare di fronte ai vincoli”. Appena 160mila euro dei 600mila stanziati per l’edilizia; neanche un centesimo, dei 400mila euro per il funzionamento. Né si è trattato di una situazione isolata: in Veneto è successo anche a Venezia. In Piemonte, a Biella, a causa del dissesto di bilancio l’ente ha potuto erogare solo la metà dei fondi previsti, già tagliati del 30%. Oppure a Savona in Liguria, o a Taranto in Puglia. Una casistica a macchia di leopardo, ma che testimonia di un disagio diffuso dal Nord al Sud della penisola.

Emergenza nazionale in arrivo?
Un po’ ovunque le scuole per andare avanti si sono aggrappate alle famiglie degli studenti, come denuncia Arianna Vecchini, del Coordinamento genitori scuole superiori di Verona. “Gli istituti hanno dovuto coprire con un anticipo di cassa queste spese inderogabili, ricorrendo al contributo volontario delle famiglie. Sono anni che andiamo avanti così: soldi che dovrebbero servire per l’ampliamento dell’offerta formativa e per attività supplementari vengono utilizzati per sopperire alle carenze dello Stato. Ma la situazione non è mai stata così drammatica”. E potrebbe anche peggiorare, sottolinea l’Upi (Unione delle Province d’Italia): “Con la nuova sforbiciata sancita dalla legge di stabilità, nel 2015 quasi nessuno sarà in grado di garantire queste fondi”.

“È improprio parlare di tagli – conclude Roberto Carucci, dirigente della ragioneria della Provincia di Taranto –, dopo il governo Monti non c’è più nulla da tagliare: adesso siamo alla restituzione. Continuiamo a riscuotere le entrate ma le consegniamo allo Stato: quest’anno invece di pagare i servizi per i cittadini dovremo versare un bonifico di quasi 15 milioni al Ministero dell’Interno. E se non lo facciamo ce lo confisca l’Agenzia delle Entrate. È normale che poi non siamo in grado di far fronte a certe spese: nell’ipotesi di bilancio 2015 gli stanziamenti per l’istruzione sono ridotti almeno del 60%. E noi non siamo neanche quelli messi peggio”. Così al funzionamento delle scuole devono pensare i genitori.

Twitter: @lVendemiale

 

News: Quegli inquietanti pizzini per Renzi: "Sembri il Duce, il Cav e Craxi..."

Matteo Renzi, le bordate da sinistra: per Landini è peggio di Berlusconi, a Pansa ricorda Mussolini. E Padellaro: "Ricordati di Craxi"

(Fonte Liberoquotidiano)

 

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"Renzi? Sta mettendo in pratica le indicazioni che venivano dalla lettera della Bce e sta proseguendo come i governi precedenti Monti e Letta e anche con un peggioramento rispetto al governo Berlusconi". A dirlo è il segretario Fiom Maurizio Landini: sì, per lui Matteo Renzi è pure peggio di Silvio Berlusconi. Il dato più significativo è proprio questo: prima ancora di Matteo Salvini e dei leghisti, forse le critiche più dure al premier nonché segretario del Pd arrivano proprio da sinistra.


Pansa: "Renzi, l'Italicum e il Duce" - Ad esempio Giampaolo Pansa, firma storica del giornalismo progressista e oggi editorialista di Libero ma sempre spirito autonomo e controcorrente, lo ripete da tempo. A Renzi per ora manca ancora un balcone, la il parallelo con il Duce è concreto e preoccupante. Pansa lo ha ribadito anche su Libero di domenica 29 marzo: Renzi, scrive, "si propone di diventare il padrone politico dell'Italia". E i paragoni con i leader del passato si sprecano: "E' un impasto originale del bullismo fiorentino e dell'astuzia che ha sempre connotato i cervelli della città gigliata. No, è un figlioccio di Silvio Berlusconi, il Royal Baby descritto da Giuliano Ferrara. Macché, è quasi un gemello di Benito Mussolini. Lo dice la voglia spasmodica di una nuova legge elettorale super maggioritaria, l'Italicum, un desiderio ritornato prepotente in questi giorni". Secondo Pansa è questo il parallelo più calzante: "Anche il capo del fascismo voleva una legge elettorale all'incirca per la stessa ragione che muove Renzi". Le elezioni del 1924 che videro il Listone fascista demolire le opposizioni democratiche nasce proprio dalla volontà di Mussolini di togliere spazio e voce a socialisti, comunisti e popolari per controllare in toto il Parlamento. Più o meno, nota con inquietudine Pansa, la stessa ambizione di Renzi sia pur per esigenze che non sono sete di totalitarismo ma semmai volontà di controllo di tutta la catena decisionale. Il premier del "fare" che non tollera le lungaggini della burocrazia parlamentare e la palude dei confronti politici. L'errore che commise Mussolini nonostante molti consiglieri l'avessero messo in guardia dal rischio insito nel monopolio del Parlamento. 

Padellaro: "Matteo come Bettino. Occhio che..." - Berlusconi o Mussolini? Antonio Padellaro sceglie un altro riferimento. L'ex direttore ed oggi editorialista del Fatto quotidiano fa il nome di Bettino Craxi partendo da una suggestiva, inquietante citazione: "Si vedono uomini cadere da un'alta fortuna a causa degli stessi difetti che li avevano fatti salire". Secondo Padellaro l'ascesa del leader socialista e del rottamatore ha notevoli punti di contatto: "Il congresso dell'acclamazione, l'esibizione del potere, la calca dei cortigiani, la ressa dei postulanti, il partito nuovo degli emergenti e del made in Italy". Come sta accadendo nel Pd e con la componente più di sinistra di esso, "ciò che restava dell'antico socialismo dei valori e della testimonianze fu bruscamente emarginato. Ero presente al famoso congresso di Rimini del 1982 quando Craxi dopo aver lanciato lo slogan Cambiamento (ma guarda un po'), nell'apoteosi degli applausi, dei garofani agitati al cielo, nella calca delle televisioni impazzite, stretto tra mille fans, invocato da nani e ballerine viene avvicinato da un signore anziano che timidamente prova a mormorargli: Bettino sono un vecchio compagno.... E lui sarcastico e tra le risate della corte: Che sei vecchio lo vedo. Forse fu lì che cominciò la discesa". Insomma, tra Matteo e Bettino ci sono "la stessa presa di potere del partito con un blitz che non farà prigionieri. Lo stesso scontro interno con una sinistra interessata unicamente alle proprie rendite di posizione e che il giovanotto prima divide e quindi incamera. La stessa immagine di un partito ringiovanito, di una forza nuova, rinnovatrice che entra in campo sgomitando e scalciando. Poi, la stessa rapida conquista di Palazzo Chigi. Lo stesso disprezzo per il Parlamento retrocesso a ente inutile. La stessa corsa a salire sul carro del vincitore. La stessa sudditanza dei giornaloni. Lo stesso disegno per mettere sotto controllo la Rai. La stessa guerra alla Cgil. Lo stesso spirito d'intesa con la Confindustria. Allora, il taglio di 4 punti della Scala mobile. Oggi, la modifica dell'art. 18". E poi il colpo finale: "Lo stesso asse di potere con la destra. C'è molta differenza tra il Caf di Craxi con Forlani e Andreotti e il patto del Nazareno di Renzi con Berlusconi?". Come sia finito Craxi, nota Padellaro, è noto: nello stesso turbine di corruzione che avvolge ancora oggi l'Italia.

Video: Coalizione sociale, Di Battista (M5s): “Insieme contro Jobs act e contratto a fregature crescenti”



(fonte Fattoquotidiano)


Alessandro Di Battista (deputato del direttivo M5s) apre alla collaborazione con la nascente Coalizione sociale lanciata dalla Fiom. Già nei giorni scorsi, c’erano stati contatti tra una delegazione di parlamentari del Movimento 5 Stelle e Maurizio Landini, segretario del sindacato dei metalmeccanici Cgil. Da Milano, dove il M5s ha raccolto firme per una legge che permetta il referendum contro l’euro, il deputato spiega che “se ci sono punti in comune, siamo disposti a discutere con chiunque”. E un terreno di dialogo, aggiunge Di Battista, può essere l’opposizione al Jobs Act, che prevede un “contratto a fregature crescenti“. Ma il parlamentare Cinque Stelle ci tiene a marcare le distanze rispetto ai sindacati: “Si sono venduti ai grandi gruppi industriali, sono responsabili del disastro italiano”  di Stefano De Agostini

 

domenica 29 marzo 2015

News: L’agenda digitale del governo perde i pezzi La direttrice lascia e si candida in Veneto


Fonte Fattoquotidiano

 

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La manager di Venis spa, nominata a luglio 2014, ha annunciato le dimissioni: ”Troppe invidie e rivalità e il 90% delle cose che vengono raccontate non sono vere. Bisogna chiedersi se allo sforzo corrispondono risultati". Si candiderà in Veneto con Alessandra Moretti


 L’Agenda digitale del governo Renzi perde pezzi. Lascia la direttice Poggiani

Perde pezzi, tra polemiche e smentite, l’Agenzia per l’Italia digitale (Agid), istituita dal governo Monti e – stando a indiscrezioni – vicina alla rottamazione per mano del premier Matteo Renzi. Che, consigliato da Andrea Guerra, intende accentrare a Palazzo Chigi anche le competenze sull’attuazione della sua (sulla carta) ambiziosa agenda digitale. L’addio della direttrice Alessandra Poggiani arriva a soli otto mesi dalla nomina con decreto del ministro Marianna Madia. E a sceglierla era stato lo stesso presidente del Consiglio, dopo averla conosciuta al convegno Digital Venice, quello che l’ha visto esibirsi in un discorso in inglese diventato popolarissimo su internet. La rottura non sembra dunque un buon viatico per l’accelerazione della Penisola sul percorso dell’innovazione tecnologica. Anzi è un chiaro segnale di difficoltà che arriva proprio mentre l’esecutivo tenta di mandare in porto il piano per la banda larga, con la regia della Cassa depositi e prestiti di Franco Bassanini e coinvolgendo Telecom Italia, che nelle ultime settimane ha riavviato le trattative per l’ingresso in Metroweb. Un piano che Poggiani ha definito “assai limitato“.

Le dimissioni della manager 44enne ufficialmente sono legate alla scelta di candidarsi alle elezioni regionali in Veneto, in una lista civica a sostegno di Alessandra Moretti. Ma Poggiani se ne va senza risparmiare critiche alla struttura e agli scarsi strumenti a disposizione. Intervistata da Wired.it sabato, ha infatti motivato la scelta di lasciare spiegando di esser stata lasciata sola: “Non posso cambiare le cose da sola, senza squadra. Non mi sono sentita sostenuta, anche se questo governo è meglio dei precedenti. Forse il presidente del Consiglio ha chiaro quanto sia importante questa partita, ma gli altri senz’altro no“. E ancora: “Dovresti poter ricostruire da capo. Ma non è possibile, troppe rendite di posizione. E ogni volta sei giudicata non sui risultati, ma sulla base delle dietrologie“.

Segue descrizione poco edificante dell’intero settore: “Il mondo digitale è un circo ristretto, una camera dell’eco. Ce la raccontiamo tra di noi, piccole invidie, rivalità da cortile, divisioni personali. Ci sono troppi protagonismi, nemmeno le rockstar! Il 90% delle cose che vengono raccontate non sono vere, il 7 sono presunte e forse solo un 3% è costituito da fatti”. Quel che è peggio, la ex numero uno di Venis spa – società informatica del Comune di Venezia – confida: “In quest’anno penso di non aver mai dormito più di tre ore a notte. Tuttavia bisogna domandarsi se allo sforzo corrispondano risultati, o se quell’energia potrebbe essere più produttiva se impiegata in altro modo”. 

La stroncatura non riguarda, spiega Poggiani, i “colleghi” Stefano Quintarelli, presidente del comitato di indirizzo dell’agenzia, Paolo Barberis, consigliere di palazzo Chigi per l’innovazione, e il giornalista Riccardo Luna, nominato lo scorso settembre Digital champion italiano. Cioè la figura, istituita dall’Unione europea, che dovrebbe promuovere nei 28 Paesi la diffusione delle tecnologie digitali. Il riferimento è invece alla possibilità di impiegare quelle energie per “ottenere risultati a livello locale” e “far qualcosa per cambiare la città e il Veneto”. Nessun intento polemico, secondo la ex direttrice, che con un post su Facebook ha poi smentito di aver concesso interviste a Wired.

Posto che il direttore Massimo Russo ha fatto sapere di aver registrato la conversazione, restano i rilievi sulla scarsa efficienza della “macchina” dell’Agid: “Assumere nella pubblica amministrazione è impossibile”, “avrei voluto almeno riorganizzare, ma anche lì, avevo sottovalutato i sindacati del pubblico impiego. Impossibile dare obiettivi ai dipendenti. Quando sono arrivata c’erano 120 contenziosi su 80 persone”. E ancora: “La situazione oggettiva rende tutto complicatissimo, anche le cose più banali (…) alla fine ti rendi conto che la stratificazione di norme e competenze è tale che tutto diventa impossibile”. Difficile negare che si tratti di un attacco ad alzo zero agli sforzi messi in campo finora per lo sviluppo di un settore fondamentale per la crescita.

E adesso? Secondo Poggiani “troveranno un’altra persona. La macchina è riaccesa, i piani ci sono, se il governo e l’opinione pubblica considereranno questo settore davvero importante, si può cambiare. Certo, mi dispiacerebbe davvero moltissimo se tutto dovesse ripartire da zero”. Ma l’intenzione di Renzi, dopo il flop, potrebbe essere proprio questa: archiviare l’agenzia e affidare tutto il dossier a un manager con esperienze internazionali. Cercando di far dimenticare le dimissioni forzate del predecessore di Poggiani, Agostino Ragosa, e la breve parentesi di Francesco Caio, all’epoca numero uno di Avio, che nel giugno 2013 Enrico Letta aveva nominato commissario per l’attuazione dell’Agenda digitale. L’esperienza durò poco più di sei mesi, poi il manager tagliò la corda per accomodarsi sulla poltrona di amministratore delegato di Poste Italiane.

News: ++ Parentopoli a Fiumicino Quei soldi a pioggia agli amici del sindaco #Pd ++


Fonte il Giornale.it

 

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Parte dei fondi per i giovani imprenditori istituiti dal primo cittadino Montino finiti a familiari e al candidato di una lista che lo appoggiava

Roma - Appena eletto a sorpresa, a giugno 2013, ha tenuto fede alla parola data. Rinunciando allo stipendio e «tagliando» quello della sua giunta del 30 per cento, facendo confluire i risparmi così ottenuti in un fondo per i giovani imprenditori locali.  

 Il beau geste è di Esterino Montino, notabile del Pd romano, marito della senatrice Pd Monica Cirinnà e lui stesso già senatore con Ds prima e Ulivo poi, quindi vicario di Piero Marrazzo e governatore pro tempore dopo lo scandalo dei trans, in seguito capogruppo Dem nel consiglio regionale laziale alle prese con la vicenda delle spese pazze di «Batman» Fiorito (anche lui è indagato a Rieti per i rimborsi fasulli). E da un anno e mezzo sindaco di Fiumicino, dopo aver recuperato al ballottaggio un gap di ben 10 punti nei confronti del candidato del centrodestra. Vista così, la sua «mossa» sembrerebbe uno spot elettorale per la moralizzazione di cui si parla tanto nel partito di Renzi. Ma forse val la pena usare un po' di prudenza, non solo perché la rinuncia gli ha permesso di prendere subito il vitalizio per i suoi trascorsi al Senato e in Regione, ma anche per alcune spese un po' dubbie.

Solo a dicembre scorso, per dirne una, il piccolo comune del sindaco Pd ha impegnato 133mila euro (160mila in tutto il 2014) per farsi difendere da un avvocato esterno in cinque cause. Non un legale qualunque: Gianluigi Pellegrino, soprannominato «l'avvocato del Pd», già consulente della Regione Lazio di Nicola Zingaretti, figlio di Giovanni, senatore Pci-Pds ex presidente della commissione Stragi. Ma il frequente ricorso al legale «di fiducia» non è tutto.

Tornando al fondo per i giovani imprenditori locali, spulciando gli ammessi al contributi del primo bando (da 4mila a 8mila euro), salta fuori che tra chi ha preso il finanziamento a fondo perduto c'è un certo Mirko Pezzo. Che sarà sicuramente giovane ma, oltre a essere candidato alle scorse comunali per il M5S (l'ufficioso appoggio dei grillini a Montino al ballottaggio è risultato essenziale per far vincere l'uomo del Pd), è anche il marito di Giulia Montino, che di Esterino è la nipote. Tra le altre «idee d'impresa» finanziate ecco una Marina Caruso che su Facebook aggiunge «Montino» al cognome, chissà se per parentela o solo come omaggio al sindaco. Nell'elenco ci sono anche il segretario del circolo Pd «Italo Alesi» di Fiumicino, un altro candidato - non eletto - d'una civica che appoggiava il sindaco, che tra l'altro risulta anche coordinatore della «Consulta ambiente» del comune di Fiumicino, e la sorella di quest'ultimo. Qualcuno, nella cittadina alla foce del Tevere, indica altri due nomi «ammessi al contributo» come «molto vicini» al capo di gabinetto di Montino, Roberto Saoncella. Insomma, su 70mila euro stanziati, 36mila sono finiti a progetti presentati da persone non esattamente estranee alla nuova amministrazione.

Come non dovrebbe essere estranea, passando alle spese per lo staff della giunta, una delle addette stampa del sindaco Montino, Roberta Menegazzi, nipote del primo cittadino. Nello staff anche Enzo Cini, figlio dell'assessore all'Ambiente Roberto (per la verità nominato prima che il padre entrasse in giunta), e tre ex candidati alle ultime elezioni con Sel, con il Pd e con una civica pro-Montino.
Magari, a parte l'avvocato, è solo colpa delle dimensioni di Fiumicino, e si sa che in un paese ci si conosce tutti o quasi. Ma l'odore di Parentopoli alla foce del Tevere non sembra proprio un bel biglietto da visita per il nuovo corso del Pd.

 


News: Pansa butta Renzi giù dal balcone "Quando e perché lo faranno fuori"

 

 Fonte Liberoquotidiano

 

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Dalla zia dalle "tette perfette" al libertino Scalfari, fino al Renzi ganassa che vira al nero. Giampaolo Pansa non ha mai avuto paura di andare controcorrente, correndo il rischio di venire etichettato come "traditore" dalla "sua" sinistra come accaduto dopo aver scritto I figli dell'aquila e Il sangue dei vinti sulla guerra civile italiana, gettando una luce cupa su alcuni aspetti della Resistenza. Intervistato dal Fatto quotidiano, l'editorialista di Libero si diverte a smitizzare personaggi, professioni, situazioni ripercorrendo i suoi quasi 80 anni di resistenza.

La cugina, la mamma, la guerra - Si parte con gli aspetti più intimi e privati, affrontati sempre con burbera ironia.  Il nonno bracciante morto a 38 anni mentre zappava. L giovane zia Carolina, "la ragazza con le tette più belle della città. Mia madre, che faceva la modista, diceva sempre: non c’è nessuna donna, nessuna ragazza che ha delle tette come quelle di zia Carolina. A onor del vero anche mia madre aveva delle gran tette". Poi la giovinezza a Casale Monferrato, in Piemonte, "una città di provincia tutta affacciata sul Po", il padre Ernesto socialista non iscritto al partito e impiegato alle Poste telegrafi, "lo zio Francesco unico comunista dei fratelli", la "miseria più nera" da cui il papà è sfuggito facendo il militare nella Grande Guerra ("L'esercito mi ha dato per la prima volta un cappotto e finalmente un paio di scarponi nuovi - ricordava Pansa senior -. Per la prima volta, sotto l'esercito, ho mangiato due volte al giorno, e c'era sempre un pezzo di carne oppure il baccalà. Ho mangiato il cioccolato, ho bevuto il cognac. E poi, per la prima volta, sono andato a donne nei bordelli militari della Terza armata. La prima volta è stato con una donna di quarant'anni, io ero un ragazzo. Però meglio che niente, mi ha svezzato"). Tra tutte svetta la figura della mamma, "donna pazzesca, forte, energica". Quando un giorno, nel maggio '44, il piccolo Giampaolo e sua sorella sentono il rombo dei bombardieri pensano sia arrivata l'ora della fine. "No, no Giampa – mi chiamava così – non dobbiamo morire, adesso dobbiamo mangiare le frittelle che ho appena cucinato". 

Dalla Stampa a Barbapapà - Giornalista precoce perché spinto dal maestro, Pansa ha trascorso la carriera dal '59 a oggi in tutte le più prestigiose testate italiane: La Stampa con il direttore Giulio De Benedetti (che gli assegnò uno stipendio da 120mila lire al mese per trasferirsi a Torino), al Giorno chiamato dall'(allora) amico Giorgio Bocca, al Messaggero, al Corriere della Sera con Piero Ottone. Infine nei santuari di sinistra, Repubblica prima e l'Espresso poi. Con Scalfari "ci sono stato la bellezza di 16 anni. Dopodiché ne ho fatti altri 17 all'Espresso: 33 anni con quelli lì". "La grande lezione di Scalfari è che il direttore di un giornale, specie di un giornale che ha bisogno di crescere, deve pensare al giornale 24 ore al giorno. E deve viverci dentro almeno 12 o 13". Una volta Barbapapà predicava il giornale libertino, in grado di sconfessarsi e smentirsi. Oggi invece "è diventata una caserma, siamo al servizio militare portato all'estremo". Un po', forse, come vorrebbe Matteo Renzi e il suo partito della nazione.

"Renzi? Gli manca solo il balcone" - E proprio a Renzi è riservata la parte finale dell'intervista. "Anche lui vorrebbe ridurci al pensiero unico, ma non ci riuscirà perché gli italiani sono anarchici, e gli piace essere comandati da un uomo dal polso duro. Però poi si stufano". "Il premier è un bluff - prosegue Pansa -: purtroppo nella palude, nel vero senso della parola, della politica italiana di oggi lui giganteggia. È il nuovo leader della destra, lo dico in questo ultimo libro che è uscito per Rizzoli, La destra siamo noi. Deve solo imparare a fare i discorsi da un balcone... E' arrogante, disprezza chi non la pensa come lui. Renzi è un parolaio bianco, speriamo non diventi nero. Circondato da troppe persone inesperte, amici degli amici degli amici. In politica la forma è sostanza. Mi ricorda una vecchia battuta su cui Forattini aveva costruito una vignetta, che diceva Quando il sole è al tramonto anche l’ombra del nano si allunga: il disegno riguardava Fanfani. Però pensaci un po' bene: quando il sole è al tramonto anche l'ombra del nano si allunga...". Il tempo di Renzi però non è infinito: "E' vero che gli italiani sono un popolo un po' anarchico, non amano ubbidire, gli piace essere comandati e possono anche fingere di obbedire, però in fondo non gli va: è una cosa che Renzi non ha ancora capito. La gente è stufa dei politici ganassa, vedremo cosa succederà quando gli italiani si renderanno conto che la grande ripresa non c'è, che soprattutto sta nascendo un modo di far politica accentratore... Ma scusa, questo è andato dal presidente della Repubblica a dire: adesso tengo io l’interim del ministero delle Infrastrutture. Ma siamo pazzi?"

Video Reggio Calabria, uomo spara davanti a teatro del convegno Md dove si trovava Ministro Andrea Orlando #PD



(Fonte Fattoquotidiano) 

 

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Fausto Bortolotti, 61 anni, originario di Cene e residente a Ventimiglia, è stato subito arrestato. Ha esploso due colpi di pistola calibro 7,65



Pare che abbia vissuto qualche giorno in auto Fausto Bortolotti, l’uomo che poche ore fa ha sparato in aria a Reggio Calabria due colpi di pistola calibro 7,65, all’incrocio tra via Osanna e il centralissimo corso Garibaldi, davanti al teatro “Cilea” dove è in corso il congresso di Magistratura Democratica. La sparatoria è avvenuta mezz’ora dopo l’intervento del ministro della Giustizia, Andrea Orlando. L’uomo ha cercato di allontanarsi a bordo della sua auto, che è stata subito bloccata dai carabinieri e dagli agenti di scorta che erano all’ingresso del teatro.

Bortolotti, 61 anni, originario di Cene (Bergamo) e residente a Ventimiglia (Imperia), secondo quanto è stato ricostruito è partito alcuni giorni fa dalla Liguria. Giunto davanti al teatro a bordo della sua vecchia auto, una Suzuki di colore rosso e senza il lunotto posteriore, è sceso dalla vettura e ha sparato i due colpi di pistola in aria. L’arma è stata subito sequestrata e aveva un altro colpo in canna e 4 nel caricatore. Dopo un vano tentativo di fuga, Bortolotti è stato arrestato dai carabinieri mentre la sezione Scientifica della questura ha eseguito i rilievi sul luogo della sparatoria. L’attentatore si era fermato dietro una delle macchine della scorta dei magistrati parcheggiate davanti al teatro. Ha, quindi, esploso il primo colpo per poi allontanarsi e premere nuovamente il grilletto. Al momento dell’arresto non ha opposto resistenza.




A terra, poco lontano dalla Suzuki, sono stati ritrovati i due bossoli. Sono state avviate le indagini per cercare di capire quali sono state le motivazioni che hanno spinto il sessantunenne, con precedenti per furto e danneggiamenti, a compiere il gesto eclatante. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire gli ultimi giorni di Bortolotti e verificare se abbia incontrato qualcuno in Calabria prima di sparare oppure se la sua sia stata l’azione solitaria di un folle che voleva un momento di celebrità. Al momento, questa sembrerebbe l’ipotesi più accreditata dagli inquirenti che lo stanno interrogando. Stando alle prime indiscrezioni, Bortolotti è apparso in stato di ebbrezza, mentre nella sua auto sono stati rinvenuti alcune carte, ma anche numerose caramelle e profilattici.

Nel frattempo prosegue regolarmente il congresso di Magistratura Democratica. Prima di lasciare Reggio Calabria, il ministro Orlando ha commentato quanto accaduto a pochi metri dal luogo in cui si trovava: “Ci hanno detto che era una persona squilibrata, un poveraccio che hanno trovato in condizioni mentali alterate. Nulla di preoccupante”. Il guardasigilli ha ringraziato, inoltre, le forze dell’ordine per aver garantito la sicurezza delle persone, trattandosi di una strada in pieno centro. Anche gli impegni istituzionali del ministro della Giustizia sono rimasti invariati: si recherà a Milano per un’iniziativa al memoriale della Shoah al Binario 21 della Stazione centrale.

Sul folle gesto è intervenuta anche il segretario di Magistratura democratica Anna Canepa: “Quanto successo non ci ha certo distolto da queste belle giornate di dibattito che ci hanno confermato che è stato giusto fare il congresso a Reggio Calabria”.