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sabato 28 febbraio 2015

Governo Crocetta Stop a sorpresa, niente stipendi per ventimila precari della pubblica amministrazione

Sicilia, Sicilia e Nostra Regione

Fonte Gds.it

 

 La circolare per i pagamenti era pronta: bloccati 170 milioni. L’assessorato: i Comuni ci diano il piano dei tagli. L’Anci: è solo un modo per perdere tempo

 

 

PALERMO. La circolare che avvia i pagamenti degli stipendi arretrati ai circa 20 mila precari degli enti locali era pronta per essere firmata, già sul tavolo dell’assessore Ettore Leotta. La Regione dovrebbe erogare 170 milioni e i sindacati già esultavano, ieri. Ma poi tutto è stato bloccato e rinviato in attesa di un incontro fra governo regionale e Anci.

Per le buste paga del 2014, dunque, ci vorranno ancora delle settimane. È stata un’altra giornata di tensione negli enti locali. I precari attendono gli arretrati del 2014. In alcuni casi gli stipendi non arrivano dall’estate scorsa mentre in altri si devono recuperare solo i mesi di novembre e dicembre. Dipende da come ogni sindaco ha gestito l’emergenza finanziaria causata dal ritardo della Regione nell’erogazione dei finanziamenti ordinari: alcuni Comuni sono riusciti a pagare gli stipendi grazie ad anticipazioni di cassa da parte delle banche che svolgono il servizio di tesoreria, in altri Comuni ciò non è stato possibile e gli stipendi si sono bloccati in estate. Rispetto ai budget decisi nel 2014, la Regione deve ancora agli enti locali 170 milioni solo per i precari.

Ora il dipartimento Autonomie locali dell’assessorato ha messo a punto la circolare che detta le procedure per ottenere questi soldi: l’assessore Ettore Leotta era pronto a firmarla per la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Da quel momento i sindaci avrebbero avuto 15 giorni per comunicare alla Regione i fabbisogni e - secondo la circolare - di lì a poco le somme sarebbero state erogate.

L'ARTICOLO INTEGRALE NELLE PAGINE DEL GIORNALE DI SICILIA IN EDICOLA

News: #Bersani guida l'Aventino #Pd E #Renzi azzera le poltrone


(Fonte .ilgiornale.it)

 

 

La minoranza diserta la kermesse sulla scuola, il premier si vendica: via al rimpasto nelle commissioni parlamentari

Si ritira sull'Aventino Bersani, e con lui parte della minoranza Pd. «Eccesso di polemica», la bolla il vicesegretario Lorenzo Guerini. 

 «Vuol fare il Bertinotti del 2015, ma non ha i numeri», infierisce Matteo Renzi. La «Leopolda» dei parlamentari democrat al Nazareno, disertata dalla fronda, si tiene lo stesso: partecipano in più di 200, si discute di elezioni regionali (probabilmente si voterà il 10 maggio, dice il premier), di scuola e della riforma del governo che andrà in Consiglio dei ministri martedì prossimo (mentre fuori dalla sede Pd un gruppetto di 30 studenti contesta strepitando: «La scuola è nostra, guai a chi la tocca»). Si parla anche di Rai. E il premier annuncia tra 15 giorni un disegno di legge di riforma della tv pubblica, sul quale «verificheremo anche le aperture di Grillo».
Alla fine è la minoranza a dividersi: Bersani e i suoi stanno a casa, Pippo Civati dice: «Ho judo», Gianni Cuperlo manda una lettera, Stefano Fassina definisce la riunione «una farsa che serve solo a celebrare la nascita della corrente renziana». Ma diversi esponenti della sinistra interna vanno lo stesso, a cominciare dal capogruppo Roberto Speranza, ma anche Francesco Boccia e Cesare Damiano. E forse non è un caso che si tratti di due presidenti di commissione (Bilancio il primo, Lavoro il secondo): dietro il plateale strappo della minoranza anti Renzi c'è infatti il timore fondato che Renzi decida di metter mano agli assetti parlamentari del Pd, in modo che rispecchino la nuova maggioranza del partito e non siano più bloccati da chi «rema contro» il premier-segretario.
A giugno, infatti, secondo la consuetudine parlamentare che si ripete ad ogni metà legislatura, verranno confermate (o meno) tutte le squadre delle commissioni, a cominciare dalle presidenze, e dei gruppi. Renzi non sembra avere alcuna intenzione di scalzare Speranza, che - nonostante le ultime uscite critiche verso il governo sul Jobs Act - rappresenta l'ala dialogante della minoranza. Ma non vuole più trovarsi a fare i conti con il fuoco amico e il boicottaggio anti-governativo in postazioni chiave. L'elenco è lungo: oltre alle commissioni Bilancio e Lavoro (zeppa di ex Cgil) ci sono quelle per le Attività produttive (presiedute alla Camera da Epifani e al Senato da Mucchetti, entrambi anti-renziani), e la fondamentale commissione Affari Costituzionali: al Senato è presieduta da Anna Finocchiaro e alla Camera dal fittiano Sisto, ma sono soprattutto le squadre del Pd che rappresentano una specie di falange macedone contro le riforme del premier: Bersani, Bindi, Cuperlo, Giorgis, Pollastrini, Meloni, D'Attorre alla Camera; Gotor, Migliavacca, Lo Moro al Senato. E poi c'è la commissione di Vigilanza, dove la squadra Pd si è accodata nel voto contrario sulla proposta Gubitosi di ristrutturazione dell'informazione. «Occorre cambiare molte cose che risalgono alla passata gestione, il Pd ha eletto un segretario e ha votato un premier nel frattempo», dicono dalle parti di Palazzo Chigi. Del resto, la nascita di un correntone renziano nei gruppi parlamentari serve anche a rafforzare la linea di maggioranza in vista di questo appuntamento. Che spaventa comprensibilmente la minoranza.
Prima di lasciare Roma, Bersani ha fatto sapere di aver avuto un amichevole colloquio con Renato Brunetta, a Montecitorio, seguito dagli auguri del brunettiano Mattinale all'ex segretario Pd («Forza Bersani»). Indizio chiaro del tentativo della minoranza di stipulare un contro-patto del Nazareno, per convincere Berlusconi a boicottare l' Italicum . Non a caso, nella lettera di Cuperlo si illustrano le condizioni per votare le riforme: dimezzamento dei capilista bloccati, collegamento con la riforma del Senato (con l'obiettivo di farli saltare entrambi in un colpo solo) e apparentamento delle liste tra primo e secondo turno. Un amo offerto a Forza Italia, interessata a ricostruire una coalizione, per attirarla dalla propria parte.

Video Sicilia 2015, fuga dal #Pd. 500 iscritti lasciano il partito: “E’ come Forza Italia del 2001”



Fonte Fattoquotidiano 

 

 “Il Pd siciliano? Ha ormai le stesse facce che si trovavano in Forza Italia, ai tempi del 61 a 0 del 2001”. Parola di Erasmo Palazzotto, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà, che ha presentato a Palermo l’esodo dal Pd di oltre 500 iscritti. “Davide Faraone – ha spiegato Palazzotto – ha dichiarato che il Pd è paragonabile al centrodestra dopo il 61 a 0: è l’affermazione più vera che abbia fatto. Il problema è che il Pd non ha assunto solo i modi, ma anche i volti di un sistema di potere che ha governato la Sicilia per 30 anni. Qui Renzi ha fatto solo un lifting, nessuna rottamazione”. Il riferimento è per l’entrata tra i democrat dei cinque deputati di Articolo 4, tutti provenienti dall’Udc che fu di Totò Cuffaro, e dal Mpa di Raffaele Lombardo. “In 500 non ci siamo più riconosciuti in questo partito, che non parla più col centro sinistra ma con il centro destra: le facce sono le stesse di sempre”, spiega Valentina Spata, leader degli “esuli democratici” e portavoce della corrente di Pippo Civati in Sicilia. “Ormai qui si rischia l’estinzione di minoranze e maggioranze”, continua. All’orizzonte la creazione di un nuovo polo elettorale a sinistra del Pd, che punta a dialogare anche con il Movimento 5 Stelle. La stessa Spata guadagnò notorietà quando decise di appoggiare pubblicamente il candidato sindaco del M5S alle amministrative della sua città, Ragusa, boicottando l’aspirante sindaco sostenuto dal Pd. “Io continuerà a interloquire con gli esponenti del Movimento, che secondo me in Sicilia è migliore rispetto alle altre realtà: per cercare il bene di questa terra occorre parlare con le forze più sane che sono in campo”  di Pietro Giammona e Giuseppe Pipitone  

 


Video: Primarie #Pd Campania, i tre candidati: “Sospetto brogli? Sarà festa democratica”



Fonte fattoquotidiano 

 

Dopo quattro rinvii, le primarie del centrosinistra in Campania si terranno domenica 1° marzo. Fuori dalla competizione Gennaro Migliore (Pd), bloccato dal premier Renzi, e l’autosospeso Nello Di Nardo (Idv), non c’è stato nessun nuovo colpo di scena nella conferenza stampa che si è svolta nella sede napoletana del Pd, fatta eccezione per l’assenza, per impegni istituzionali, di uno dei tre candidati ora in corsa, il dem Vincenzo De Luca. Oltre all’ex sindaco di Salerno, restano candidati l’eurodeputato Pd Andrea Cozzolino e il socialista Marco Di Lello. “Sulla Campania - ha detto il segretario regionale Pd Assunta Tartaglione - c’è stata una strategia della tensione. E mi riferisco anche ad alcuni autorevoli esponenti del nostro partito che, non rispettando le regole e la dialettica del Pd, non hanno avuto rispetto per la decisione di far svolgere le primarie. Mi aspetto che le primarie siano una festa di partecipazione democratica”. Intanto nessuno dei candidati esclude il rischio che si possano verificare irregolarità, come avvenuto in Liguria e restano tutti d’accordo sulla necessità di regolamentare meglio lo strumento delle primarie  di Fabio Capasso

 

A Tutti i Fan di Star-strek è morto l’attore di Star Trek Leonard Nimoy che interpretava #Spock.

Fonte fattoquotidiano

 

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I 79 episodi che lo videro protagonista indiscusso a fianco del capitano Kirk (William Shatner) sull’astronave Enterprise lo portarono al successo. Ma fu anche regista, musicista e poeta

 

Addio Signor Spock. Leonard Nimoy, il vulcaniano con le orecchie a punta, icona universale della serie Star Trek si è spento nella sua casa di Bel Air, a Los Angeles, all’età di 83 anni. E la notizia della sua scomparsa è apparsa in apertura del sito del New York Times.

Il suo viso, metà alieno e metà umano, in pochissimo tempo diventò molto popolare. E quello sguardo tagliente e misterioso incorniciato in un volto inconfondibile, divenne il soggetto raffigurato su t-shirt, tazze, poster, murales e vignette in ogni angolo del mondo. Ben oltre i confini temporali della serie, che durò solo tre anni (dal 1966 al 1969).

Nimoy fu però, e in pochi lo ricordano, anche molto altro: regista prima di tutto, musicista e perfino poeta. I 79 episodi che lo videro protagonista indiscusso a fianco del capitano Kirk (William Shatner) sull’astronave Enterprise lo portarono al successo che venne poi bissato nel primo film tratto dalla serie tv nel 1979, per la regia di Robert Wise. Da qui inizia anche la carriera dietro la macchina da presa con diversi episodi televisivi di T.J. Hooker e poi con la consacrata operazione remake di Tre uomini e una culla, quel Tre scapoli e un bebé (1987) con Steve Guttenberg, Tom Selleck e Ted Danson.


Dopo piccole apparizioni in ruoli minori al cinema sul finire degli anni cinquanta, Nimoy fece il grande salto proprio nel settembre ’66 quando Star Trek venne trasmesso dalla Nbc. La leggenda vuole che l’ideatore della serie, Gene Roddenberry, avesse a tutti i costi difeso un elemento fondamentale dell’episodio pilota che aveva fatto storcere il naso ai dirigenti tv: la presenza di quel signor Spock, un essere serioso, impassibile nello sguardo che proprio non c’entrava nulla col resto. Roddenberry s’impuntò e Nimoy divenne definitivamente e per il resto dei suoi giorni, il signor Spock. Una maschera cinematografica che richiamava il mistero, uno spazio infinito da esplorare e conoscere attraverso quegli occhi immobili e glaciali. Non a caso, questa sorta di recitazione trascendente lo porterà a presentare tra il 1977 e il 1982 In search of… programma tv su fenomeni paranormali e strani casi di cronaca: dal mostro di LochNess a Jack lo Squartatore, passando per l’assassinio di Lincoln. Nel ’78 ritroviamo Nimoy in Terrore dallo spazio profondo, il remake di Philiph Kauffman de L’Invasione degli ultracorpi. Poi ancora parecchi titoli di Star Trek al cinema durante gli anni ottanta e nel 2009 l’ultimo definitivo ritorno sul set per interpretare l’intramontabile Spock negli ultimi due film ispirati Star Trek diretti da J.J. Abrams nel 2009 e Into the darkness (2013).

La notizia della morte del signor Spock ha fatto il giro del mondo ed ha subito occupato le pagine online di tutti i quotidiani d’informazione e i siti di cinema. Oltre al NYT, il Time ha subito pubblicato un lungo articolo dove si evidenziano le virtù mistiche del personaggio più originale della saga di Star Trek e se ne difende l’interpretazione composta di Nimoy: “Non è vero che Spock non trasmettesse emozioni. Era la sua metà umana costantemente in lotta che cercava di mantenere il controllo del personaggio. L’interpretazione di Nimoy per questo ha sempre richiesto un grande sforzo mentale (…) Nimoy ha spogliato la sua performance non dalle emozioni ma dai sentimenti”.

L’attore di origine ebraica, nato a Boston il 26 marzo del 1931, era diventato anche una delle star americane più seguite sui social network. Il suoi account Twitter veniva usato di continuo. Una pagina che conta oltre 1 milione e 200 mila follower, e soltanto 20 following, tra questi: Ian McKellen, Ben Stiller e Barack Obama. Questo il suo ultimo tweet, legato alla malattia che lo ha spento lentamente, nonostante avesse smesso di fumare sigari e sigarette da almeno un decennio.


 E l’11 gennaio aveva postato un tweet in cui si augurava di non avere mai fumato in vita sua. E anche in questo caso concludeva il messaggio con LLAP, ovvero l’acronimo del suo famoso saluto “live long and prosper

 La conferma della morte per una malattia polmonare ostruttiva cronica allo stadio terminale l’ha ufficializzata la sua seconda moglie Susan Bay Nimoy. Un saluto vulcaniano indice e medio separati dall’anulare e mignolo insieme, lo accompagnerà per sempre tra le galassie.

News: La rilevazione J.D. Power Gli americani rottamano #Marchionne: ecco il tremendo giudizio Usa sulla Fiat


(Fonte Liberoquotidiano)

 

 

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Gli americano bocciano Sergio Marchionne e la sua Fiat. Secondo quanto riporta un lancio di Associated Press ripreso da Dagospia, nell’ultima classifica J.D. Power sull’affidabilità, la Fiat è arrivata ultima con 273 problemi segnalati per 100 automobili. La media del settore era a 147 problemi.
La società di consulenza J.D. Power ha chiesto ai proprietari originari di veicoli immatricolati nel 2012 quali problemi hanno avuto nell’ultimo anno e per il quarto anno consecutivo la marca automobilistica più affidabile è risultata essere Lexus. Nelle prime cinque posizioni del sondaggio annuale compaiono Buick, Toyota, Cadillac, Honda e Porsche. I proprietari di Lexus hanno riferito 89 problemi per 100 veicoli. Fiat si è rivelata la marca con performance peggiori, con 273 problemi per 100 automobili. Land Rover, Jeep, Mini e Dodge si sono piazzate nelle altre ultime cinque posizioni.

 

Massima Diffusione "Le primarie del #PD, Le #Escort, le #Mazzette" Il deputato del #Pd Vuota il Sacco

Pd, parla il deputato Marco Di Stefano: "Dalle tangenti alle escort, vi racconto tutto"

Fonte liberoquotidiano

 

 

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 Al telefono la voce arrochita è da protagonista di un film poliziottesco anni '70. E in fondo l'onorevole del Pd (autosospeso) Marco Di Stefano lo sbirro lo ha fatto per davvero. Sebbene adesso sia accusato di essere un birbante e di aver intascato una tangente milionaria. L'avrebbe pagata il costruttore romano Daniele Pulcini per far affittare due palazzoni dalla regione Lazio, di cui Di Stefano è stato assessore. Ma da quando è indagato al parlamentare pd è stato attribuito di tutto, dai festini a luci rosse all'acquisto della laurea. I suoi grandi accusatori sono l’ex moglie Gilda Renzi e Bruno Guagnelli, fratello di Alfredo, l'amico di Di Stefano scomparso in circostanze misteriose nel 2009. Oggi per quella sparizione la procura di Roma indaga per omicidio. «Che sia chiaro: questa non è un'intervista, è una chiarificazione. Ma se vuoi usare queste parole (Di Stefano è un tipo che passa subito al tu ndr), usale bene. Io in questa vicenda c'entro poco: su di me è stato fatto un film».

La sua vecchia consorte sostiene che lei abbia intascato una mazzetta da 1,6 milioni di euro.
«Durante la separazione quella donna mi ha accusato di cose assurde che ho dimostrato false. Pensa che si è persino candidata con l'Udeur contro di me, senza aver mai fatto politica, pensando di darmi fastidio e ha preso la miseria di 38 voti. La sorella, con lo stesso obiettivo, è diventata presidente dell'Udeur di Roma. La mia ex moglie mi ha giurato vendetta. È pure andata da mia madre ottantenne a dirle che mi avrebbe mandato in galera».
Quindi i soldi della tangente non li troveranno... «Non esistono e per quello sto tranquillo».
Hanno scritto che lei è andato a Ginevra a nascondere i suoi soldi, scortato dalla polizia...
«Non sono mai stato a Ginevra e non so neanche come arrivarci. Hanno scritto pure che sono legato ai servizi segreti e che preparo dossier. Sono accuse allucinanti».
È vero che si è comprato una laurea? 
«Un altro attacco incredibile. Ho fatto un pugno di esami in un’università telematica che se ci va un cerebroleso o un ragazzino di 12 anni si laurea in due anni. Quegli atenei online servono per prendere un pezzo di carta. Un mio amico (il presunto docente corrotto, ndr) mi ha detto: “A te basta il 18, preparati tre o quattro argomenti a piacere, in fondo un po’ di parlantina ce l'hai e i professori sono quello che sono”. Alla fine, in tre anni, dal 2007 al 2010, sono riuscito a dare solo 5 o 6 esami, poi ho lasciato perdere. Altro che laurea comprata».
Nell'inchiesta di Roma è coinvolta anche la sua attuale compagna, Claudia Ariano. Lei la fece assumere nel 2009 da una società controllata dalla Regione. «Assolutamente no. È stata presa a Lazio service quando io non ero più assessore ed ero in guerra con l'allora governatore Piero Marrazzo. Figurati se assumevano la mia compagna, anche se in quel momento, per essere precisi, non lo era ancora. La stavo corteggiando senza troppa fortuna... Persone per bene come lei ce ne sono poche».
È accusata di aver scritto una relazione sulla base della quale è stato affittato uno dei due palazzi di Pulcini. «Le hanno chiesto di tracciare il quadro della situazione, ma quell’edifico non l’ha preso lei. L’hanno tirata dentro per coinvolgere me. Poteva una dirigente che stava là da tre mesi indurre ad affittare un palazzo intero una società che ha un cda, un presidente, un direttore generale, un assessore e un governatore di riferimento? Siamo di fronte a un altro film».
I soldi della mazzetta glieli trovano o no? «Ma che mi trovano? Io spero che stiano setacciando tutto il mondo. Io con quella storia del palazzo di Lazio service non c’entro niente. Sono andato a un’assemblea dei soci con delega di Marrazzo, con un ordine del giorno scritto da Marrazzo e ho soltanto detto che dal 2005 esisteva un problema logistico per centinaia di dipendenti e che la Corte dei conti ci aveva dato 70 milioni di multa perché usavamo il personale di Lazio service in maniera impropria».
Con il senno di poi si rioccuperebbe di una vicenda che riguardava un immobile di un suo amico? «Non è colpa mia se c'è stata una gara pubblica e lui l'ha vinta. Sono stato dieci anni in commissione urbanistica e per questo chiunque avesse ottenuto l'appalto sarebbe stato mio amico. Conosco pure il tuo editore. Chi non conosco a Roma io?»
Alcuni testimoni dicono che Alfredo Guagnelli, il 28 aprile 2009, avrebbe ritirato a Montecarlo un milione di euro in contanti da suo cognato, Maurizio De Venuti, per un investimento... «Chi ce li ha i soldi a Montecarlo? E secondo te io facevo investimenti con Alfredo? Che non vedevo quello che combinava negli affari?».
Eppure ci sono tre testimoni. «E che dicono? Io li querelo».
Dopo gli articoli di «Libero» suo cognato è stato pure sentito in procura e i magistrati hanno mostrato la sua foto a più di un teste per vedere se lo riconoscessero. «Maurizio sta sempre insieme con me, certo che lo conoscono».
I pm stanno verificando se il 28 aprile di sei anni fa si trovasse a Montecarlo. «Può darsi che ci fosse. Mio cognato da 20 anni va nel Principato almeno tre volte l'anno. Lo avrà dichiarato anche ai pm. Ma non credo che questo sia un reato».
De Venuti ha incontrato Guagnelli a Montecarlo quel giorno di primavera? «Non lo escludo. Ma anche questo non è un reato».
C'era pure lei nel Principato? «Non lo so. Comunque lassù Alfredo aveva molti altri contatti».
Gli inquirenti stanno verificando se suo cognato abbia davvero consegnato un milione di euro. «Non può essere accaduto».
Ma perché i testimoni hanno parlato di soldi? «Lo avrà fatto Guagnelli e non so perché. Avrà avuto i suoi motivi. E se quel giorno lui e Maurizio erano entrambi a Montecarlo non significa che mio cognato gli abbia elargito quella somma».
Sui giornali l'hanno accusata di aver preso parte a festini sexy e Bruno Guagnelli dice che il fratello le avrebbe messo a disposizione una ragazza della sua agenzia di modelle... «I festini sono un’incredibile invenzione».
E la fanciulla di cui parla Bruno? «Mi trovavo al casale di Alfredo in Toscana e ci stava pure lei».
Ci sono testimoni che dicono di avervi visti consumare un rapporto. «È entrato un domestico mentre stavo guardando una partita di calcio e questa stava vicino a me. Ero un personaggio in vista e come tutte le ragazze ha provato a fare qualcosa… ma mi chiedo dove sia il reato».
Per Bruno Guagnelli era stata pagata da suo fratello. «Non penso che fosse una escort. Visto che non ero brutto e contavo qualcosa se un’amica di Alfredo veniva con me potevo immaginare che fosse pagata? Con lui ci siamo divertiti, era un compagnone, ma i ruoli erano chiari e distinti: l’assessore ero io e lui solo un mio amico. Se avessimo commesso qualche illecito insieme il giorno dopo ci avrebbero scoperto. Probabilmente, in certi ambienti lui si è venduto il mio nome, la mia amicizia, questo sì».
L'hanno definita il boss del Pd romano... «Ma io non conto un cazzo. Quando hanno fatto il rimpasto in Regione sono stato il primo che hanno cacciato perché non avevo coperture nazionali».
Eppure ha ottenuto numerose preferenze...
«Vengo dalla strada, ho sempre sputato sangue e ho gente che mi vuol bene. Se mi candido a Roma arrivo primo o secondo e invece alle primarie sono arrivato ventitreesimo».
Bravo. Parliamo delle primarie. In un'intercettazione lei minacciava sfracelli. 
«Ho detto certe cose solo perché avevo il patema d’animo».
Ma è innegabile che le primarie del Pd siano molto chiacchierate. «Lo dicono tutti. L’ho detto io ed è successa l'iradiddio. Io ho solo presentato un ricorso al mio partito».
Che cosa non le è piaciuto? «Al secondo turno poteva votare solo chi lo avesse già fatto al primo. Nelle mie sezioni, quelle dove ero più forte, hanno mandato presidenti puntigliosissimi. A Casalotti dove prendo mille preferenze molti miei elettori non hanno potuto votare. Invece nelle altre sezioni hanno votato tutti, dai marocchini ai cinesi, e per dimostrarlo ho mandato dei miei amici in giro. Li hanno accettati anche se non avevano partecipato al primo turno. Io fatto ricorso indicando nomi e cognomi degli amici miei. È evidente che c'è stata disparità. Poi dici che sono incazzato. Sono vent’anni che faccio politica e visto che non sono organico al partito, sono sempre sopravvissuto grazie ai miei consensi. Il mio candidato al Comune di Roma è arrivato quarto. Ti sembra possibile che io possa arrivare ventitreesimo? Non ci crede nessuno».
Però l'hanno fatta entrare in Parlamento da primo dei non eletti... «Perché tutti avevano capito che forse avevano esagerato. Alle primarie è successo di tutto. A livello nazionale sono stati presentati mille ricorsi e il partito li ha dovuti bocciare in blocco perché erano troppi. In compenso i primi dei non eletti sono stati tutti piazzati da qualche parte. A me m’hanno mandato alla Camera dopo aver messo quella che mi era arrivata davanti a fare l'assessore: era una che avevano inserito in lista alle tre di notte senza farla passare dalla primarie. Se qualcuno ha lavorato a questa soluzione è perché penso che nel partito lo ritenessero giusto. Non mi sembra che sia una cosa tanto grave».
Dicono che lei sia un renziano. È stato uno dei relatori alla Leopolda di Firenze. «Là sono stati invitati tutti i parlamentari. Hanno chiesto chi volesse tenere un tavolo di discussione: io mi sono offerto e l’ho fatto».
Si è parlato di una trappola per Renzi... «Perché doveva essere un trappola? Certamente sono successe tante cose strane. Ci sono stati giornali che mi hanno aggredito in maniera particolare. In questi mesi ho capito che la politica nazionale è una cosa troppo grande per me».
di Giacomo Amadori

News: Scuola, controriforma #M5S “Stop soldi alle private” Ecco le proposte di legge


Fonte fattoquotidiano

 

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 Sul blog di Grillo la piattaforma per cambiare l'istruzione. Le proposte di legge puntano ad assumere i precari (tutti), mettere fine alla contribuzione pubblica alle paritarie, rilancio dell'edilizia con piano triennale. Ma le coperture non sono indicate

 

 

Assunzioni per tutti i precari, senza distinzioni di graduatorie. Abolizione dei finanziamenti alle private, tetto alle classi pollaio e più fondi per il diritto allo studio. Sono i principali punti della “controriforma” della scuola del Movimento 5 stelle, presentata nel giorno in cui il governo avrebbe dovuto portare in Consiglio dei ministri il decreto, poi slittato al prossimo 3 marzo. E in attesa delle mosse di Matteo Renzi e Stefania Giannini, dal M5s arrivano alcune proposte che – come si legge sul blog di Beppe Grillo – puntano a “aggredire quelle lacune che, a quanto sembra, ‘La buona scuola’ non riuscirà a colmare”.

Il capitolo della riforma su cui ci sono più dubbi e aspettative è senz’altro quello del reclutamento, con il piano straordinario di assunzioni da circa 150mila posti . Su questo punto la proposta della deputata Silvia Chimienti rilancia rispetto alle intenzioni del governo, anzi le raddoppia: non 150, ma 300mila assunzioni fino al 2020. Tutte attingendo alle varie graduatorie, per dare un posto fisso a tutti gli abilitati (dunque i docenti iscritti nelle Graduatorie a Esaurimento e nella seconda fascia delle Graduatorie d’Istituto), senza escludere nessuno. Solo dopo aver dato un colpo di spugna al precariato pregresso si potrà varare un nuovo sistema di reclutamento per concorso (anche se la proposta non specifica quale sbocco avrebbero i futuri abilitati dei prossimi cinque anni). Mentre il governo promette di passare ai concorsi già dal 2016 (soluzione che però non garantirebbe un posto ai precari esclusi dal piano straordinario). Nel piano dei M5S, presentato sul blog, non si evincono le coperture con le quali far fronte a tali impegni.

 

 

Nella controriforma pentastellata non c’è spazio, poi, per la valutazione dei docenti e la revisione del sistema di carriera, cavallo di battaglia della coppia Renzi-Giannini, e fonte di attrito con tutta la categoria. Più attenzione, invece, alle classi e ai contenuti. Proprio per aumentare il fabbisogno di insegnanti, la proposta di legge Chimienti suggerisce di fissare un tetto massimo agli studenti per ogni classe di liceo (22, che scende a 20 in presenza di alunno disabile), stralciando la norma Tremonti-Gelmini della Finanziaria 2008 che aveva prodotto un taglio di circa 90mila cattedre. E poi un piano triennale di finanziamenti agli istituti, per porre un freno al fenomeno dei contributi volontari richiesti alle famiglie.

Le due riforme sembrano trovare punti di contatto solo sui temi dell’edilizia scolastica e della revisione dei programmi. Per ristrutturare i fatiscenti istituti del Paese una proposta di legge firmata dall’onorevole Chiara Di Benedetto prospetta lo stanziamento di 591 milioni l’anno su base triennale. Questione su cui il governo ha già cominciato a muoversi con il piano sull’edilizia da un miliardo di euro, nonostante i dubbi sull’importo dei fondi effettivamente disponibili, e soprattutto sulla loro destinazione. Quanto ai programmi d’insegnamento, è volontà comune ripristinare alcune materie penalizzate dalla Gelmini (storia dell’arte, musica e geografia) e potenziarne altre, come l’italiano e l’inglese. Attenzione anche per le nuove tecnologie, con la digitalizzazione e l’integrazione dei materiali multimediali a quelli cartacei (anche se arrivare agli “e-book gratuiti”, uno dei sette punti promossi sul blog di Grillo, non sarà sicuramente semplice).

Atteggiamento opposto, infine, nei confronti delle paritarie: il ministro Giannini ha sempre ribadito la loro importanza, sottolineando come esse rappresentino un risparmio per lo Stato. “La Buona scuola” di Renzi non prevede novità specifiche per le paritarie, ma le include nella riforma come parte integrante del sistema d’istruzione nazionale; e l’ultima finanziaria ha confermato i finanziamenti. Il M5s, invece, propone di abolirli; e proclama lotta senza quartiere anche ai cosiddetti “diplomifici”. Per questi ultimi due punti, come per gli altri, sono già stati presentati in Parlamento proposte di legge, risoluzioni o emendamenti. Con che possibilità di essere accolti dipenderà anche dal contenuto della riforma ufficiale, quella governativa, per cui bisognerà attendere ancora qualche giorno. Ma intanto il dibattito si arricchisce di altri temi e proposte fin qui rimasti in ombra.

Twitter: @lVendemiale  

venerdì 27 febbraio 2015

VIDEO: Cervia, Landini: “Il 28 marzo in piazza per la nuova primavera del lavoro e dei diritti”



FONTE FATTOQUOTIDIANO

 Una manifestazione nazionale a Roma, il 28 marzo, per lanciare la “nuova primavera del lavoro, della democrazia e dell’unità nei diritti” . E’ quanto ha annunciato all’Assemblea nazionale dei delegati Fiom a Cervia il leader Maurizio Landini, al termine del suo discorso iniziale. Ma non solo. L’evento del 28, ha spiegato, sarà preceduto da un pacchetto di 4 ore di “scioperi per fare assemblee” per contestare le riforme messe in campo dal governo sul terreno del lavoro. “Oggi è a rischio la tenuta democratica del Paese – ha detto Landini dal palco, andando all’attacco diretto del premier Renzi – perché le modifiche sul mercato del lavoro non sono stati ottenute con normali rapporti di forza tra lavoratori e politica ma da un governo che nessuno ha mai eletto. Quando mai i cittadini italiani hanno votato un programma politico per cambiare lo Statuto dei lavoratori?” di Giulia Zaccariello

 

Avete visto adesso si scoprono tutti gli imbrogli sul Jobs Act


(Fonte Fattoquotidiano)

 

 

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 Viale Mazzini si allinea al governo Renzi e nega ai suoi dipendenti i diritti acquisiti: "Non è praticabile percorso difforme da scelte dell'esecutivo"

 

 Non disturbare il manovratore. Non se si tratta di Matteo Renzi, in procinto di riformare la televisione pubblica a colpi di decreto. Nei giorni degli annunci del premier sul futuro della Rai, nelle ore concitate della Opa lanciata da Mediaset su Rai Way, a restare bloccati al palo sono i diritti di centinaia di programmisti, registi, scenografi, tecnici, impiegati, montatori e operatori della televisione pubblica. Maturato il diritto a un contratto a tempo indeterminato, attendono da anni il momento dell’assunzione. Tutto in base ad accordi con l’azienda siglati a partire dal 2008, quando le leggi sul lavoro non erano ancora state riviste dal ministro Fornero e al rottamatore dell’articolo 18 non pensava nessuno. Per molti di loro era quasi fatta, ma l’imminente entrata in vigore del Jobs Act cambia tutto. E se il diritto all’assunzione rimane, sfumano per sempre le tutele che la riforma cancella, prima fra tutte il reintegro per licenziamento ingiustificato. Anticipare le stabilizzazioni per tutelare i lavoratori come hanno chiesto i sindacati in questi mesi? Non se ne parla. La Rai ha già fatto sapere che applicherà la nuova legge, ormai a poche ore dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. E che comunque “tenderà ad uniformarsi alle indicazioni di Confindustria”.

 

Parliamo di mille lavoratori, alcuni in Rai da molti anni. La prospettiva di uscire dal precariato è la legge Damiano del 2007: dopo trentasei mesi a tempo determinato si matura il diritto a quello indeterminato. Nel 2008 il primo accordo tra Rai e sindacati. Segue quello del 2011 e l’ultimo del 2013, per aggiornare il bacino degli aventi diritto e calendarizzare la loro stabilizzazione compatibilmente alle esigenze dell’azienda. Oggi sono 650 i lavoratori Rai che hanno già diritto a un contratto a tempo indeterminato. Un centinaio, così era previsto da tempo, sarebbe stato assunto a marzo. Così, mentre a dicembre il Jobs Act veniva discusso dal Parlamento, le rappresentanze chiedevano alla Rai garanzie, “che cautelassero chi già aveva maturato il diritto all’assunzione” da una legge con meno tutele e ormai in dirittura d’arrivo. Ma la Rai non ha risposto ai lavoratori. Il governo ha emanato i decreti attuativi in Consiglio dei ministri lo scorso 20 febbraio e tra poche ore il Jobs Act sarà legge. Una “doccia fredda”, la definisce chi quel diritto al tempo indeterminato ce l’ha in mano già da due o addirittura tre anni. “Qualcuno i 36 mesi previsti dalla legge Damiano li ha quasi doppiati”, ragionano gli interessati alla sede Rai di Milano, “tanto da aver maturato anche scatti di categoria”. E accusa: “Il futuro che ci eravamo già guadagnati torna ad assumere i tratti della precarietà”.

C’è chi gli anni di precariato li conta, sempre al servizio del servizio pubblico. In alcuni casi si superano i quindici: una vita. Il contratto a tutele crescenti che si materializza nel futuro di questi lavoratori spaventa. “Mi potranno cacciare?”, chiede un collega della sede Rai di Milano a Mauro Zorzan, rsu Slc Cgil, dopo che la banca ha preteso più tempo per valutare un mutuo alla luce di una assunzione che virava verso la riforma di Renzi. “Abbiamo chiesto di non vanificare i diritti di coloro che sono già inseriti nel bacino della legge Damiano – spiega Zorzan, con riferimento a una nota del sindacato del dicembre scorso – Quando gli accordi tra le parti erano stati sottoscritti si era in presenza di un quadro normativo di piena tutela. Riteniamo doveroso che la Rai, dopo tanti anni di disponibilità di questi lavoratori, provveda alla loro assunzione a tempo indeterminato prima della entrata in vigore dei decreti attuativi del Jobs Act”. Un appello analogo a quello di altre sigle sindacali che oggi la Rai lascia cadere definitivamente. E se Renzi parla di una riforma della tv pubblica “non più rinviabile”, l’azienda prende tempo mentre le tutele dei suoi dipendenti evaporano al sorgere della riforma.

“Se il direttore generale della Rai accettasse di anticipare i tempi delle assunzioni previste per riconoscere oggi le tutele che il Jobs Act cancellerà domani, questa decisione avrebbe un peso politico”. È l’amara verità, nelle parole di Alessio De Luca, Slc Cgil nazionale. Che l’ipotesi di dispiacere al premier non sia praticabile è emerso dall’incontro di mercoledì 25 febbraio tra la controllata Rai Pubblicità e i sindacati, alla presenza della direzione generale del personale Rai. “Il Responsabile delle Relazioni Sinadacali ha evidenziato quanto un atto (politico) difforme, da parte della società di servizio pubblico, a quanto predisposto dal Governo nella riforma del lavoro sia difficilmente percorribile”, riferisce De Luca in un comunicato. L’incontro vero e proprio con la casa madre è fissato per il prossimo 2 marzo. Ma quanto dichiarato, dicono i sindacati, è già indicativo dell’orientamento dell’azienda. “Rimane il percorso della contrattazione, col quale chiederemo di inserire maggiori tutele che controbilancino quelle cancellate dalla riforma. Ma certamente per i lavoratori non sarà lo stesso. Poi – chiude De Luca – non è escluso che chi si sentirà danneggiato da questa storia possa ricorrere ai tribunali”. Per rivendicare diritti maturi, tanto maturi da vederli scadere.

News: il riconoscimento dello Stato di Palestina da Parte dell'Italia è un #Bluff

Palestina, ok della Camera a 2 mozioni: ma una sola è per riconoscimento

(Fonte Fattoquotidiano)

 

Palestina, ok della Camera a 2 mozioni: ma una sola è per riconoscimento

 


Passati due testi: uno del Pd favorevole alla sovranità ai palestinesi, e uno di Ncd che parla solo di impegno per un'intesa politica fra le parti. Ambasciata Israele: “Non li sostenete, ottima scelta”. Speranza: “2 popoli 2 Stati”. M5s: "Vergognoso bluff del governo"

 



Riconoscimento della Palestina sì, ma anche no. Il governo si dichiara favorevole, ma la maggioranza è divisa alla Camera. Nel giorno in cui l’aula di Montecitorio è chiamata a votare, Partito Democratico e Nuovo Centrodestra hanno presentato due documenti diversi: la mozione Area popolare e Ncd non prevedeva espressamente il riconoscimento, a differenza di quella del Pd che era invece esplicita. Ed entrambe sono state approvate a Montecitorio: 237 sì e 84 no per la prima, 300 favorevoli e 45 contrari per la seconda.

Il cortocircuito emerge dalle reazioni al voto – Una votazione accolta favorevolmente dall’ambasciata israeliana a Roma, soddisfatta della “scelta del Parlamento italiano di non riconoscere lo Stato palestinese e di aver preferito sostenere il negoziato diretto fra Israele e i palestinesi, sulla base del principio dei due Stati, come giusta via per conseguire la pace”. In realtà, però, è soltanto la mozione Ap e Ncd che non si schiera a favore del riconoscimento. Tant’è che in un tweet Roberto Speranza, capogruppo del Pd alla Camera, registra un altro risultato: “Oggi è un bel giorno per il Parlamento. Approvata mozione per il riconoscimento della Palestina. #duepopoliduestati“.

I deputati M5S delle Commissioni Esteri e Difesa, invece, vedono nell’approvazione dei due testi “un bluff vergognoso da parte del governo, che ha votato due mozioni dal significato e dal valore diametralmente opposto sul riconoscimento dello Stato di Palestina, negando ancora una volta il sacrosanto diritto di esistere ad un popolo che da 67 anni attende giustizia”. Parere negativo anche da Nichi Vendola secondo cui “per le solite furbizie di Palazzo e per le ambiguità di questo governo, l’esecutivo e parte del Pd” hanno “contribuito a far approvare un documento contrastante. Una furbizia, un giochino che si potevano risparmiare su una vicenda maledettamente seria come questa”.

A sottolineare la contrapposizione dei due testi erano intervenuti prima del voto i due esponenti della minoranza dem Stefano Fassina e Pippo Civati. Per l’ex viceministro dell’Economia l’ok governo alla mozione Ncd è stata una decisione “ridicola”, perché il testo era contrario alla “nostra mozione. Io – ha proseguito – la mozione di Ncd non la voto e non la votano neppure molti parlamentari del Pd”. “Voterò sì alla risoluzione del Pd sulla Palestina perché va bene – aveva poi aggiunto Pippo Civati – non voterò di conseguenza né quella di Sel né quella di Ap. E’ chiaro che avrei preferito una risoluzione unica ma non mi sembra il caso di drammatizzare”.

Gentiloni: “Diritto dei palestinesi a un loro stato” - A sostenere la mozione dem anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, secondo cui “c’è il diritto dei palestinesi a un loro Stato e il diritto dello stato di Israele a vivere in sicurezza di fronte a chi per statuto vorrebbe cancellarne l’esistenza. In questo quadro il governo valuta favorevolmente l’impulso parlamentare a promuovere il riconoscimento di uno stato palestinese e a fare tutti gli sforzi per riprendere il negoziato tra le parti”.

Le due mozioni – La mozione Ap e Ncd non prevede espressamente il riconoscimento diretto della Palestina. Impegna il governo “a promuovere il raggiungimento di un’intesa politica tra Al-Fatah e Hamas che, attraverso il riconoscimento dello stato d’Israele e l’abbandono della violenza determini le condizioni per il riconoscimento di uno stato palestinese”. La mozione del Pd è invece esplicita sulla strada del riconoscimento dello Stato palestinese. E impegna il governo “a continuare a sostenere in ogni sede l’obiettivo della Costituzione di uno Stato palestinese che conviva in pace, sicurezza e prosperità accanto allo stato d’Israele, sulla base del reciproco riconoscimento e con la piena assunzione del reciproco impegno a garantire ai cittadini di vivere in sicurezza al riparo da ogni violenza e da atti di terrorismo”. C’è quindi l’impegno per il governo a “promuovere il riconoscimento della Palestina quale Stato democratico e sovrano entro i confini del 1967 e con Gerusalemme quale capitale condivisa, tenendo pienamente in considerazione le preoccupazioni e gli interessi legittimi dello Stato di Israele”.

La scorsa settimana le forze politiche erano frammentate in maniera diversa: Sel e la socialista Pia Locatelli avevano presentato due mozioni che impegnavano il governo al riconoscimento. Il testo della deputata socialista era stato firmato anche da 32 dem, ma oggi la Locatelli ha annunciato il ritiro della propria mozione chiedendo ai colleghi di condividere quella del Pd: “L’impegno del governo a promuovere il riconoscimento dello Stato della Palestina è un importante contributo per superare lo stallo del negoziato e favorire il processo di pace”, ha detto la parlamentare.

Cosa succede in Europa – Il 14 ottobre 2014 la Camera dei Comuni del Parlamento inglese approvava una mozione con cui chiedeva al governo inglese di riconoscere lo Stato palestinese “per garantire una soluzione negoziata in Medio Oriente”. Il 30 ottobre la Svezia aveva riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina: il premier Stefan Löfven definiva la decisione una “priorità” della sua coalizione di centro-sinistra. Il successivo 18 novembre il Parlamento di Madrid approvava all’unanimità una risoluzione per il riconoscimento. Il 2 novembre a votare a favore del riconoscimento era il parlamento francese: con 339 voti favorevoli, 151 contrari e 16 astenuti, l’Assemblea di Parigi dava il via libera alla mozione non vincolante che dovrà essere resa esecutiva dal Governo di Manuel Valls.

Questo è il jobs act di renzi: Bologna, licenziate dopo uno sciopero. Cinque commesse: “Lotteremo”


Fonte Fattoquotidiano

 

Sono state lasciate a casa dall’azienda per ragioni disciplinari dopo aver protestato contro le condizioni di lavoro. "Noi procederemo per vie legali, perché è giusto che le lavoratrici abbiano ciò che gli spetta" spiega Stefania Pisani della Filcams di Bologna

 

 Licenziate per aver scioperato contro il lavoro precario. Si è conclusa con una lettera di licenziamento l’esperienza lavorativa di Caterina e delle sue colleghe, commesse nel punto vendita Alcott di via Ugo Bassi a Bologna, finché, in seguito a uno sciopero indetto il 20 dicembre scorso, sono state lasciate a casa dall’azienda per ragioni disciplinari. Per aver, appunto, protestato davanti alle vetrine del negozio, durante il periodo natalizio, contro le condizioni lavorative a cui erano sottoposte, tutte precarie a tempo determinato o con contratto di apprendistato. “Parliamo di stipendi pagati in ritardo – racconta Caterina, che con le ex colleghe ha intenzione di intraprendere un’azione legale nei confronti dell’azienda – di straordinari che puntualmente non ci venivano retribuiti, della mancanza di sicurezza nel punto vendita, dell’obbligo di svolgere mansioni che non erano previste dal nostro contratto, e che ci costringevano spesso a lavorare fino a tardi, fino alle dieci o alle undici di sera, sempre non pagate, ovviamente. E questo solo per fare qualche esempio”.

 

Le cinque ex commesse, quindi, avevano deciso, tramite la Cgil, di chiedere un incontro con l’azienda, in vista della scadenza del loro contratto, che sarebbe scattata il 31 dicembre scorso, per chiedere qualche garanzia. “In risposta, Alcott ha mandato a Bologna il suo consulente del lavoro – continua Caterina – che però non aveva nemmeno una delega da parte dell’azienda. Una perdita di tempo, quindi, visto che non poteva offrirci alcunché”. “Di conseguenza – spiega Stefania Pisani della Filcams di Bologna – abbiamo confermato lo stato di agitazione, annunciando lo sciopero delle lavoratrici del punto vendita, cinque, tutte precarie, per il 20 di dicembre”. A quel punto, però, l’azienda decide di mettere in ferie forzate le cinque commesse, “un provvedimento che di fatto tentava di negare il loro diritto a scioperare”, precisa Pisani, a cui è seguita una lettera di contestazione disciplinare. “Nel documento – ricorda Caterina – l’azienda minacciava di chiederci un risarcimento per il danno di immagine causato a Alcott con la nostra protesta”. Infine, a contratto già scaduto, sono arrivate anche le lettere di licenziamento.

“Noi procederemo per vie legali, perché è giusto che le lavoratrici abbiano ciò che gli spetta – spiega Pisani – spero però che Bologna decida di sostenerle in questa battaglia, che non riguarda solo le cinque ragazze licenziate da Alcott, ma tantissimi lavoratori, giovani e non, che troppo spesso si trovano costretti ad accettare qualsiasi forma di sfruttamento pur di conservare un impiego”.

La battaglia di Caterina e delle sue colleghe, in realtà, un effetto l’ha già avuto. “Chi lavora ancora per Alcott ci ha raccontato, in forma anonima, che sono state assunte più persone, riducendo così il carico di lavoro per ogni commesso, e che sono arrivati i primi contratti a tempo indeterminato, quando fino a dicembre in negozio eravamo tutti precari a dispetto da quanto previsto dal contratto collettivo nazionale – spiega Caterina – e questo ci fa molto piacere, perché significa che siamo riuscite a lavorare per gli altri. Per noi, tuttavia, la situazione non è facile”.

Se due delle cinque ex commesse di Alcott sono riuscite a trovare un impiego altrove, c’è anche chi, il prezzo di quello sciopero, continua a pagarlo. E non solo attraverso la disoccupazione. “Una di noi qualche giorno fa ha sostenuto un colloquio di lavoro, ed è stata riconosciuta come una delle manifestanti dello sciopero di Natale – continua Caterina – il che è triste, perché noi non siamo scioperanti di professione che non vogliono lavorare, ma solo ragazze che hanno deciso di lottare per rivendicare i propri diritti. Ci sono troppe aziende in Italia che sfruttano i lavoratori e si arricchiscono sul loro sudore, sulla loro fatica. Ma andare a lavorare non dovrebbe significare sottoscrivere un contratto di sottomissione. È un diritto e un dovere, che però deve prevedere condizioni lavorative ed economiche dignitose”.

Notizia del Giorno: Che opposizione! La Rossi gioca con la paletta e salva Renzi


Fonte Liberoquotidiano

 

 

Per due volte Forza Italia ha avuto la possibilità di mettere in minoranza il governo di Matteo Renzi e non l’ha fatto. E’ accaduto la sera di mercoledì 25 febbraio durante la votazione del decreto sull’Imu agricola. Abbiamo già scritto dell’assenza di 12 senatori azzurri che ha impedito passasse un emendamento che abrogava del tutto l’Imu sui terreni agricoli. Ma c’è stato un secondo incidente, a fine seduta. Poco prima del voto finale Stefano Candiani della Lega Nord ha chiesto la verifica del numero legale. Che c’era, per un solo voto: quello che veniva dalla postazione della forzista Maria Rosaria Rossi. La Rossi in realtà non era presente in aula, e per spiegare come mai dalla sua postazione si fosse acceso il voto decisivo, bisogna conoscere le furbizie e i trucchi che usano i parlamentari. Quando ci sono molte votazioni una dietro l’altra, molti senatori e deputati inseriscono la loro tessera nella postazione elettronica di voto, che così e attivata. Poi per non premere 100 volte di seguito con il ditino (potrebbe slogarsi) sui tasti “sì” o “no”, fanno una palletta di carta e la infilano dove andrebbe messa la loro manina (sul sì o sul no). La palletta viene rilevata elettronicamente come se davvero il dito premesse. Il problema è stato che quando Forza Italia ha deciso di uscire dall’aula (di questi tempi fa l’Aventino), la distratta Rossi si è dimenticata la palletta in postazione. Così al momento della verifica del numero legale la palletta che sostituiva la Rossi ha salvato con il suo voto decisivo il governo Renzi. Serata di gloria per un foglietto di carta appallottolato. Un po’ meno per Forza Italia…

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Governo Renzi Expo, a Milano non udenti in presidio: “Non sarà un’Esposizione per sordi”


Fonte fattoquotidiano


A Milano l‘Ente nazionale Sordi protesta contro Expo: “Non ci ascoltano – dice Francesco Bassani, vicepresidente Ens – è una vergogna, mancano servizi minimi, mancano allarmi visivi, non ci sono convenzioni con alberghi attrezzati. Che figura ci faremo a livello internazionale?”. Alcuni rappresentanti sono poi stati ricevuti negli uffici di Expo, dove hanno potuto portare le loro rimostranze e le loro richieste  di Alessandro Madron

 

Notizia del Giorno: Scandalo Denunciato il figlio di #Bossi: non ha pagato i Gioielli



Fonte Liberoquotidiano


Altri guai giudiziari in casa Bossi: il figlio del Senatur Umberto, Riccardo Bossi, è stato denunciato dal titolare di una gioielleria per non aver pagato un orologio e preziosi di valore pari ad alcune decine di migliaia di euro. Come testimonia il gioielliere Bruno Ceccuzzi, titolare della gioielleria Dino Ceccuzzi con negozi a Varese, Busto Arsizio e Como : "Riccardo Bossi ha acquistato orologio e gioielli dopo Natale e glieli abbiamo consegnati sulla fiducia, anche se non è un nostro cliente abituale, convinti che un personaggio così noto li avrebbe pagati in tempi brevi".

Scatta la denuncia - Sempre il gioielliere afferma: "E' trascorso del tempo e i soldi non sono arrivati. Lo abbiamo contattato diverse volte e lui ci ha detto che sarebbe arrivato un bonifico dalla banca e anche che avrebbe restituito l’orologio. Nonostante le promesse, non abbiamo ottenuto risultati". Per cui, Bruno Ceccuzzi, decide di denunciare alla polizia di Varese il mancato pagamento, consegnando anche i filmati delle telecamere installate all'interno del negozio. "Non avrei mai immaginato che sarebbe finita così - ha aggiunto - adesso spero che qualcuno intervenga a paghi il debito".

News: ++Robin Tax, stop Consulta fa più ricche le aziende ma non i consumatori++


(Fonte Fattoquotidiano)

 

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 Dal 2008 a oggi i gruppi petroliferi ed elettrici hanno pagato quasi 7 miliardi. E ora si aspettano effetti positivi sull'utile netto. Il Tesoro, dal canto suo, studia soluzioni alternative per compensare i mancati introiti. E chi paga le bollette dubita che la sentenza si tradurrà in minori costi

 

 

I colossi del petrolio e dell’elettricità brindano, il governo studia le contromisure contro il buco di bilancio, i consumatori rimangono con l’amaro in bocca e chiedono gli arretrati. Sono questi gli effetti della decisione della Corte Costituzionale di abrogare la Robin tax, la tassa sulle imprese energetiche introdotta nel 2008 dal governo Berlusconi. L’idea dell’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, era quella di fronteggiare la crisi economica “togliendo ai ricchi e donando ai poveri”, proprio come l’eroe popolare inglese Robin Hood. Di qui il nome dell’addizionale di 6,5 punti sull’aliquota Ires.

Nel 2011 è stata però sollevata una questione di illegittimità dalla Commissione tributaria provinciale dell’Emilia Romagna, che aveva accolto il ricorso del gestore di una rete di carburanti, la Scat Punti Vendita. Secondo la Commissione la Robin tax violava il principio di capacità contributiva penalizzando tutte le imprese del settore. E la Consulta ora le ha dato ragione.

Aziende più ricche di prima – “Giustizia è fatta”, hanno detto in coro tutte le associazioni del settore (tra i primi, Assoelettrica, Assopetroli, Anev, Federutility e Unione Petrolifera). Secondo i big dell’energia, grazie all’eliminazione della tassa i bilanci delle aziende saranno meno aggravati e gli investimenti potranno ripartire.

La Robin tax ha colpito le imprese che operano in tre settori: ricerca e coltivazione di idrocarburi, raffinazione di petrolio, produzione o commercializzazione di benzine e gas, produzione e distribuzione di energia elettrica, anche da fonti rinnovabili. A festeggiare sono ora 450 società: dai colossi Enel, Snam e Terna alle ex municipalizzate, fino a utility e società petrolifere più piccole. In totale sono stati versati negli ultimi sei anni quasi 7 miliardi di euro. Enel ha pagato oltre 2 miliardi di euro, Snam circa 600 milioni e Terna oltre 300. Solo nel 2013 Enel ha versato 369,89 milioni, Snam 151,64 milioni, Terna 97,87 milioni, Shell 93,85 milioni, Eni 41,31, Edison 40,8. La cancellazione della Robin Tax perciò avrà effetti notevoli sui conti di queste società.

Gli amministratori delegati di Snam e Terna, proprietarie della gran parte dei gasdotti e degli elettrodotti italiani, già hanno fatto i conti: l’impatto positivo sull’utile netto del 2015 sarà per Snam di 90 milioni circa e per Terna di 50 milioni. “Per quanto riguarda Snam, la cancellazione dell’addizionale pari al 6,5% avrà un’incidenza di circa 90 milioni sul netto annuo. Siamo molto cauti e struttureremo il nostro capitale in modo tale da poter fare investimenti e dividendi senza rischi, senza aspettare fattori esterni”, ha detto l’ad di Snam, Carlo Malacarne. Per l’ad di Terna Matteo Del Fante, “quello che è emerso dagli analisti, in linea con le nostre valutazioni, è un impatto di circa 50 milioni di euro l’anno su base utile netto, pari a circa il 10% di incremento della bottom line”.

Anche Credit Suisse rivede le stime sugli utili delle principali utility italiane: “Un provvedimento positivo per il settore, sebbene già riflesso nelle attuali valutazioni di Borsa”. Gli analisti individuano in Terna, Snam ed Enel i maggiori beneficiari della sentenza. Per Terna l’utile per azione viene rivisto al rialzo dell’11% per il 2015 e del 4,8% per il 2016, per Snam dell’8,9% e del 2% e per Enel del 6,4% e del 2%. Equita stima anche gli effetti sulle municipalizzate: gli impatti più rilevanti sono per Iren, che vedrà gli utili salire del 10%, e per A2A, +7%. Per Acea l’impatto previsto è del 5-6%, per Hera intorno al 3 per cento.

Lo Stato con il cerino in mano – Nel bilancio pubblico si crea però, specularmente, un grosso buco, difficile da colmare: si parla di circa un miliardo di euro l’anno. La decisione della Corte Costituzionale comporta una “obiettiva difficoltà” per il “venir meno di un gettito cospicuo”, ha detto il vice ministro dell’Economia, Enrico Morando. Al Tesoro stanno quindi studiando soluzioni alternative e il timore che sorge è che a questo punto vengano colpiti i consumatori. La Consulta ha cercato per altro di limitare i danni, non rendendo retroattiva la sentenza. Restituire gli importi incassati determinerebbe per lo Stato “una grave violazione dell’equilibro di bilancio”, recita la sentenza. “Credo sia la prima volta che la Consulta si fa carico della possibile violazione dell’articolo 81 della Costituzione derivante da una sua decisione. In precedenza le sentenze sono state sempre additive, senza alcuna preoccupazione per gli effetti sul bilancio”, ha commentato Morando.

E i consumatori temono di non vedere vantaggi - La legge che ha introdotto la Robin tax vietava di scaricare i maggiori costi per le aziende sulle bollette di luce e gas. A questo proposito aveva attribuito all’Autorità per l’energia il compito di vigilare. Il sospetto però è che le cose in questi anni siano andate diversamente. Il Codacons ricorda come un’analisi dell’Autorità per l’energia abbia fatto emergere indizi su 144 operatori che nel 2011 avrebbero traslato l’addizionale Ires nella bolletta delle famiglie. Secondo i calcoli dell’Aeegsi, i prezzi di luce e gas sarebbero così saliti di 508 milioni di euro nel 2011 e 42,3 milioni nel 2010. L’associazione chiede quindi all’Autorità di rendere pubblici i provvedimenti adottati tra il 2008 e oggi nei confronti degli operatori energetici e del petrolio in merito alle irregolarità riscontrate.

Quanto al futuro, per i consumatori la decisione della Consulta sarà positiva soltanto se produrrà una riduzione del costo della bolletta. “Non vorremmo che come al solito si togliessero tasse a carico delle aziende, ma i costi a carico dei redditi delle famiglie restassero immutati o peggio aumentassero”, avverte Adiconsum.

QUESTO SUCCEDE CON IL JOBS ACT LEGGETE DA INGEGNERE A OPERAIO



(Fonte Liberoquotidiani)

 

 

C'è una scena epica accaduta allo stabilimento Fiat di Melfi che vale simbolicamente più di mille Jobs act. Un ingegnere neoassunto, tra i 300 appena imbarcati da Sergio Marchionne dopo il successo di Jeep Renegade e Fiat 500X, stava lavorando alla catena di montaggio. Poi il raptus: ha preso il paraurti che aveva in mano e lo ha scaraventato per terra. Basta, stop, quel lavoro non era proprio fatto per lui e non è stato il solo a gettare letteralmente la spugna.

Ingegneri ribelli - Mentre a Melfi si preparano ad accogliere altri 700 nuovi arrivi, dopo i primi 300, circa 20 giovani entrati in azienda come operai, scrive Repubblica, hanno abbandonato. "Sociologicamente - dice Roberto Di Maulo del sindacato Fismic - è una percentuale significativa", dal Lingotto minimizzano: "Non sono certo grandissimi numeri, appena si è diffusa la notizia delle nuove assunzioni a Melfi siamo stati sommersi dalle domande di lavoro. Ne sono arrivate decine di migliaia".

Incomprensione - Il problema sta tutto nei requisiti richiesti ai candidati: meno di 30 anni, diploma con voto minimo 85/100 o laurea. E sono proprio i secondi casi ad aver ceduto prima di tutti, per lo più laureati in ingegneria che non si aspettavano di finire a sporcarsi le mani nella catena di montaggio: "Ma nelle fabbriche moderne - spiega Fedinando Uliano della Fim - la distinzione tra colletti bianchi impegnati negli uffici e tute blu addette alla produzione è ormai superata". C'è chi dà la colpa ai ritmi di lavoro più serrati, richiesti dalla Fca e accettati dai sindacati per stringere i denti e tenere in piedi la baracca. Sta di fatto che gli ingegneri non se l'aspettavano quindi di fare gli operai, ma questo gruppo aveva un futuro di carriera e "diventare in futuro un team leader" secondo Uliano. I laureati forse si aspettavano di entrare da subito come impiegati, un misunderstanding avrebbe detto Marchionne. Con la disoccupazione giovanile al 40%, l'ultimo problema per l'azienda sarà trovare sostituti.

VI MOSTRIAMO UN VIDEO CHE NON VEDRETE MAI NEI #TG SU #RENZI GUARDATE

Fonte Liberoquotidiano

 

Spintoni e spallate: altro che "buonascuola", così l'insensibile Renzi ha fatto piangere pure i bambini / Cliccando qui puoi Videre il Video integrale


News: Controlli anche sui 730 precompilati non modificati La guerra totale del Fisco: le novità per i contribuenti



(Fonte Liberoquotidiano)


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Il Fisco controllerà anche il 730 precompilato senza modifiche alla ricerca di errori. E' uno degli effetti principali delle modifiche sui visti di conformità apportate con il cosiddetto decreto semplificazioni (dlgs 21 novembre 2014, n. 175). Secondo quanto riferisce il quotidiano ItaliaOggi, i controlli formali verranno effettuati su professionisti commercialisti e Caf attraverso cui si presentano modelli 730 modificati o meno rispetto alla versione precompilata. Nei confronti del contribuente, precisa l'Agenzia delle Entrate, il controllo formale "verrà limitato sulla verifica della sussistenza delle condizioni soggettive che danno diritto a detrazioni, deduzioni e agevolazioni". Le conseguenze più pesanti, però, sono appunto per Caf e commercialisti, obbligato tra l'altro ad adeguare le loro polizze assicurative, innalzando a 3 milioni di euro (dai precedenti 2 miliardi di lire, poco più di un milione di euro) la soglia del massimale di polizza ed estendendo la garanzia assicurativa per la nuova fattispecie di visto infedele apposto su un modello 730 che li espone al pagamento di una somma pari alle imposte, interessi e sanzioni che sarebbero stati richiesti al contribuente.

Le sanzioni - Nel caso di "visto infedele", la circolare dell'Agenzia delle Entrate precisa che sia con la presentazione della dichiarazione di rettifica del contribuente sia con la comunicazione dei dati rettificati da parte del Caf o del professionista, la responsabilità di questi ultimi sarà limitata al pagamento dell'importo corrispondente alla sola sanzione che sarebbe stata richiesta al contribuente anziché anche alla imposta e agli interessi.

Governo #Renzi su Dl Ilva, sì a uso delle scorie nei manti stradali. “A rischio molte inchieste”


(Fonte Fattoquotidiano)

 

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 La denuncia del presidente della Commissione parlamentare sui rifiuti Alessandro Bratti: l'emendamento sul recupero dei residui dei forni elettrici sarà un'arma di difesa per gli accusati nei processi sull'occultamento di scorie inquinanti sotto l'autostrada Brebemi e la Valdastico sud. E "un passepartout per le acciaierie"

 

 

Le scorie d’acciaieria dell’Ilva di Taranto potranno essere usate in tutta Italia. Sotto le strade, nelle massicciate ferroviarie, come materiale di riempimento per le bonifiche e i recuperi ambientali. E cambierà anche la normativa di riferimento per stabilire se quegli scarti industriali sono pericolosi e inquinanti oppure no. Lo prevede un emendamento al decreto Ilva, presentato dai senatori Alessandro Maran (Pd) e Aldo Di Biagio (Fli) e già approvato in commissione lo scorso 19 febbraio. Dunque parte integrante del testo che sarà votato con la fiducia alla Camera il 3 marzo.

“Un passepartout per le acciaierie italiane per poter collocare queste scorie in tutte le infrastrutture – dice a ilfattoquotidiano.it il presidente della Commissione parlamentare sui rifiuti Alessandro Bratti – utilizzando un test che non esiste ed è semplicemente un lasciapassare”. Il decreto prevede infatti che per caratterizzare le scorie venga utilizzato, al posto del vecchio “test di cessione” delle sostanze inquinanti, un regolamento europeo pensato per la “registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche” (il 1907/2006) che “nulla ha a che fare con i rifiuti: una pura invenzione, che introdurrà soltanto nuovo caos”.

La possibilità per l’Ilva di utilizzare le scorie senza effettuare il test di cessione degli inquinanti “potrebbe determinare un pericoloso precedente – prosegue Bratti – perché anche tutti gli altri impianti sarebbero legittimati a comportarsi allo stesso modo”. Molte le inchieste e i processi a rischio, secondo il presidente della Commissione rifiuti, tra tutte quelle sulle scorie di acciaieria smaltite sotto l’autostrada Brebemi, di cui si è occupata la Dda di Brescia, e quelle finite sotto l’autostrada Valdastico sud (Vicenza) su cui indaga la procura antimafia di Venezia. Due inchieste finite sotto i riflettori della Commissione ecomafie.

L’emendamento al decreto Ilva è stato presentato dal senatore friulano del Pd, ex Scelta Civica, Alessandro Maran, e dal collega di Fli Aldo Di Biagio, già a capo dell’ufficio relazioni internazionali dell’allora ministro delle Politiche agricole e forestali Gianni Alemanno. “I residui della produzione dell’impianto Ilva di Taranto – si legge nel testo del decreto – costituiti dalle scorie provenienti dalla fusione in forni elettrici (…) possono essere recuperati per la formazione di rilevati, di alvei di impianti di deposito di rifiuti sul suolo, di sottofondi stradali e di massicciate ferroviarie (R5) o per riempimenti e recuperi ambientali (R10)”.

Non solo per i terrapieni e i sottofondi stradali, ma anche nel caso dei materiali di riporto per le bonifiche ambientali e per i recuperi “a verde” delle cave esaurite, potranno essere utilizzati dunque rifiuti speciali, in particolare i “rifiuti del trattamento delle scorie” (codice Cer 10 02 01), le “scorie non trattate” (Cer 10 02 02) e le “scorie di fusione” (Cer 10 09 03).

La legge prevedeva già la possibilità di utilizzare le scorie di acciaieria per i rilevati stradali, se adeguatamente trattate e conformi al test di cessione previsto dal decreto del Ministero dell’Ambiente del 5 febbraio 1998. Proprio sulla quantità e qualità degli inquinanti presenti nelle scorie utilizzate nelle infrastrutture si sono sviluppate alcune delle principali inchieste sul traffico di rifiuti nel nord Italia. Il decreto Ilva però permetterà alle aziende di utilizzare, “se più favorevole”, il Regolamento (CE) 1907/2006 al posto del test di cessione, affidando poi all’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale il compito di “accertare l’assenza di rischi di contaminazione per la falda e per la salute (…) nel termine di 12 mesi dall’avvenuto recupero”. Entro un anno dalla fine dei lavori, quindi, l’Ispra dovrà accertare se c’è stato danno per l’ambiente.

“Chi si difende nei processi per traffico di rifiuti utilizzerà la norma a suo favore – commenta il presidente Bratti – e tutto rischierà di finire in prescrizione. Ricordiamoci che il sostituto procuratore antimafia Roberto Pennisi, recentemente, ha dichiarato che l’autostrada Brebemi è stata fatta al solo scopo di interrare rifiuti”.