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giovedì 31 luglio 2014

News: Lo sfogo Riforme, Matteo Renzi ai franchi tiratori del Pd: "I senatori non hanno avuto coraggio"

Riforme, Matteo Renzi ai franchi tiratori del Pd: "I senatori non hanno avuto coraggio"

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Dopo lo sgambetto in Aula adesso arriva la resa dei conti. Matteo Renzi non ha gradito il voto segreto di palazzo Madama sull'emedamento del Carroccio. Il governo è andato sotto, ma tra le macerie non vuole restarci il premier. Così parlando alla direzione del Pd alza il tiro e bacchetta i franchi tiratori: "Stiamo mettendo fine ad anni di bicameralismo perfetto. Ma questo non è il remake dei 101" riferendosi ai parlamentari che affossarono l’elezione di Prodi al Quirinale.

Il processo - Poi parte l'attacco: "Lasciano l’amaro in bocca, perché non hanno avuto coraggio, rifugiandosi nel voto segreto:noi il dissenso l’abbiamo valorizzato nelle assemblee, in sede di dibattito. È una riforma straordinariamente importante e storica e farla sentendosi dire ogni giorno che c’è una deriva autoritaria, quando abbiamo già detto che faremo comunque il referendum a fine percorso, lasciando ai cittadini l’ultima parola". Renzi si è soffermato poi sul cosiddetto "canguro":"Noi abbiamo avuto e avremo uno stile che non è evitare il canguro,ma la lumaca".

L'attacco - Poi Renzi torna all'attacco: "E' stata scritta una pagina non positiva, ma scommetto che sono stati più altri che i nostri" quelli che hanno avuto in modo diverso sul voto segreto. "Ragioneremo alla Camera se quell'articolo ha un senso nella fisionomia della riforma. Io personalmente penso di no. C'è chi guarda il dito e chi guarda la luna", spiega Renzi. Insomma adesso è caccia alle streghe. E i renziani sono in allerta. Il tweet di Pina Picierno che evocava i traditori di Prodi ha scatenato la rabbia degli altri dem vicini al premier. Infine Renzi "pensiona" Cottarelli: "Io non so quel che farà Cottarelli, lo rispetto, lo stimo e farà quel che crede. La revisione della spesa la faremo anche senza Cottarelli". 

 

News: Anche Padoan demolisce Renzi: "Conti Flop, si rischia grosso..."



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Una tegola dietro l'altra sulla testa di Matteo Renzi. Dopo le bordate di Carlo Cottarelli che ha accusato il premier di spendere troppo e di ignorare i tagli proposti con la Spending Review, arriva anche l'impietosa analisi dei conti pubblici da parte del ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan. "La situazione economica è meno favorevole di quello che speravamo a inizio dell'anno e questo incide sulla crescita e sui conti pubblici di tutti i Paesi" ha detto Padoan dopo aver incontrato il suo omologo francese Michel Satin. E ha aggiunto: "Questa situazione richiede ancora di più uno sforzo a livello nazionale ed europeo per sostenere la crescita". Pochi giorni fa il premier Matteo Renzi aveva ammesso per la prima volta che le previsioni stimate nel Documento di economia e finanza sarebbero state difficili da raggiungere: "Sarà molto difficile" arrivare al +0,8% di crescita, aveva detto.

I conti non tornano -  Quanto alle recenti dichiarazioni del commissario per la Spending review Carlo Cottarelli e alle voci delle sue possibili dimissioni a ottobre, Padoan si è smarcato non rispondendo alla domanda sulle critiche per la spesa pubblica arrivate ieri dal commissario straordinario: "Nonostante il mio collega abbia risposto per cortesia - spiega Padoan - la domanda non c'entra nulla con l'evento. Lo dico anche per rispetto a lui, non mi pare questa sede". Insomma nel governo continua a salire la tensione. L'esplosione potrebbe essere dietro l'angolo...

Bomba sulle riforme: Video governo battuto col voto segreto. Ecco perchè può saltare tutto...


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Voto segreto al Senato e il governo va subito sotto. Lo spauracchio dello scrutinio segreto alza un velo sulla fragilità dell'esecutivo Renzi. L' Aula di Palazzo Madama ha approvato a voto segreto l’emendamento 1.1979 presentato dal senatore della Lega Stefano Candiani. Favorevoli 154, contrari 147, 2 astenuti. Il Governo aveva espresso parere negativo mentre i relatori avevano presentato pareri contrastanti: favorevole quello di
Roberto Calderoli (Ln), contrario quello di Anna Finocchiaro (Pd). 


Il voto - La proposta di modifica dell’articolo 55 della Costituzione interviene sulla competenza del Senato sui temi della famiglia e del matrimonio, su quelli della salute e su quelli etici previsti dagli articoli 29 e 32 della Carta.  Dopo la votazione il presidente del Senato, Pietro Grasso, ha sospeso la seduta. Una battuta d'arresto secca e dura da digerire per Renzi e per la Boschi. Lo sgambetto a scrutino segreto sull'emendamento della Lega mette in allarme il governo. Sale dunque la tensione anche sul fronte delle riforme.

L'allarme - Se dovesse passare la linea di un voto segreto anche sulle riforme istituzionali come aveva annunciato lo stesso presidente del Senato Pietro Grasso, allora la strada per Renzi si complica. I frondisti avrebbero gioco facile per affossare il piano del premier. Va detto che non è la prima volta che l'esecutivo va sotto in uno scrutinio segreto. Ma se dovesse accadere anche sulla strada delle riforme le conseguenze a questo punto sono inimmaginabili. Il premier ora trema...

 Riforme,  governo battuto con scrutinio segreto

 

News: La pazza idea di Vendola. Un partito con i delusi del #Pd


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Su economia e lavoro asse con Cuperlo e Civati 

 

Gennaro Migliore lavora al matrimonio - qualcuno maligna d’interesse - con il Pd all’ombra del Vesuvio. Pippo Civati flirta con Sel. In quella che una volta si chiamava Italia Bene Comune e che oggi è - basta leggere le dichiarazioni di Nichi Vendola e del sottosegretario renziano Luca Lotti - ormai una ex coalizione di centrosinistra è partito il gioco delle coppie.

Continua infatti il dialogo fra Sel e alcuni esponenti Dem contrari alla linea di Matteo Renzi. Dopo l’incontro fra Vendola, lo stesso Civati e Gianni Cuperlo a Livorno nelle scorse settimane, l’altra sera alla Festa Nazionale di Sel a Sesto San Giovanni a riprendere il discorso sono stati ancora Civati e Massimiliano Smeriglio, dirigente vendoliano e vicepresidente della Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti. Tema dell’incontro le politiche sul lavoro.

Ma cosa c’è dietro il dialogo tra Sel e la minoranza Pd? «L’obiettivo è costruire insieme a Civati e a tanti altri compagni del Pd delusi da Renzi un nuovo partito di sinistra», spiega un altro dirigente fedelissimo di Vendola. Con quali obiettivi? Raggiungere il 6% e costringere il premier e segretario del Pd a scendere a patti, a rinunciare alla vocazione maggioritaria per ripristinare una coalizione che preveda un asse portante tra Pd e Sel 2.0 con l’aggiunta delle forze moderate di centrosinistra. Ossia quello che sarebbe potuto essere e non è stato nel 2013, se Bersani e Monti si fossero messi d’accordo e Scelta Civica si fosse alleato col Pd.

È chiaro però che per farlo Renzi dovrebbe correggere linea. Troppe cose non convincono Sel: le riforme costituzionali, le politiche sul lavoro («che sono assenti, i dati sull’economia sono allarmanti e il governo perde tempo si Senato e Italicum», si spiega da ambienti vendoliani), altre riforme cruciali «annunciate per slogan e mai affrontate». Insomma, a non convincere Sel è il governo. E del resto sull’esecutivo e sul rapporto con Renzi si è consumata la scissione del partito, con un’emorragia di deputati che hanno lasciato Sel. Qualcuno è confluito nel Pd, altri che con Migliore hanno costituito, all’interno del gruppo Misto, Led (Libertà e Diritti - Socialisti Europei). Una frattura maturata con la votazione sulla manovra per gli 80 euro e motivata con la differenza di vedute sulla collocazione europea (Vendola con Tsipras, Migliore & Co. verso il Pse) e sul rapporto col governo.

La guerriglia a Palazzo Madama sulle riforme costituzionali ha esacerbato ancora di più gli animi: la rottura tra Sel e Pd è vicina. Ma in ballo ci sono gli equilibri locali. I Dem governano infatti insieme a Vendola tante Regioni e Comuni e alle porte c’è un’importante tornata elettorale che porterà al voto Emilia Romagna, Calabria, Campania, Veneto e Puglia. Già, la Puglia: Vendola è governatore uscente, ma il Pd vuol fare le primarie e a vincerle sarà l’ex sindaco di Bari Dem Michele Emiliano. Cosa farà Nichi?

Di certo Renzi sa cosa vuol fare. Si lavora su un doppio binario. Il gruppo unico dei Popolari (Ncd, Udc, un pezzo di Sc e i Popolari di Mauro) viene visto come un modo per dare un’unica voce ai moderati non di centrosinistra che fanno parte della maggioranza. Dall’altro lato, in chiave-alleanze, Renzi non rinuncia alla vocazione maggioritaria del Pd, cercando di compensare la possibile perdita di Sel - i rapporti dopo l’esperienza di governo potrebbero essere compromessi irrimediabilmente - aprendo il perimetro democratico alle forze che sostengono la maggioranza ma che non guardano al centrodestra. Tra loro Migliore, gli esuli di Sc (Andrea Romano, Stefania Giannini), gli Api di Franco Bruno, una parte di Centro Democratico (Pino Pisicchio) e i popolari di Lorenzo Dellai. Un campo democratico ancora da definire. Del resto Migliore ha sempre detto che Led non è un partito, non è il fine, ma il mezzo.

Daniele Di Mario

News: Taormina si rimette la toga, impugna i codici e fa fuoco su Renzi per il caso Carrai.


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Di Davide Vecchi per Il Fatto Quotidiano

Dalla baita di Cogne all’attico di Carrai. Carlo Taormina riprende la toga forense e decide di occuparsi dell’appartamento che Marco Carrai ha pagato all’allora sindaco di Firenze, oggi premier, Matteo Renzi. Taormina ha presentato una denuncia (che venerdì illustrerà alla stampa) in cui ipotizza vari reati a carico del premier tra cui concussione e corruzione.

Sulla vicenda, come già scritto a marzo dal Fatto, la procura di Firenze ha aperto un fascicolo, assegnato al pm Luca Turco. “Non sappiamo se da allora sono stati compiuti passi in avanti nelle indagini”, spiega Taormina. “Riteniamo sia necessario far luce sull’accaduto”.

E in particolare trovare risposta a una domanda: perché Carrai paga l’affitto a un sindaco e nei tre anni successivi riceve incarichi in società controllate del Comune, appalti dall’amministrazione e gestisce le casse delle fondazioni create ad hoc per finanziare le campagne elettorali che nel tempo portano quel primo cittadino a diventare premier?

La vicenda è nota. Carrai, poi nominato presidente di Firenze Parcheggi (partecipata dal Comune), paga a Renzi l’affitto di un attico in via degli Alfani 8, pieno centro. “Per amicizia”, si giustificherà.

A far emergere la vicenda è stato Alessandro Maiorano, dipendente comunale che da anni porta avanti un’azione di denuncia contro Renzi. Quando il premier era presidente della Provincia, Maiorano comincia a diffondere materiale sulle spese sostenute da Palazzo Medici Riccardi. Spese per 20 milioni di euro sulle quali poi aprirà un’indagine il Mef e la Corte dei Conti. Poi su Florence Multimedia (altra inchiesta della Corte dei Conti), infine sulla gestione delle nomine a Palazzo Vecchio.

Così nella primavera di un anno fa Renzi, impegnato per la seconda volta nelle primarie per la guida del Pd, decide di querelare Maiorano. Il don Chisciotte d’oltrarno incassa la denuncia ma non s’arrende e, come fossero mulini a vento, verifica ogni parola di quanto scritto dall’avvocato di Renzi, scoprendo che la residenza del sindaco non era a Rignano, dove abitava con la famiglia, ma in via degli Alfani. Il resto è storia nota.

Alla prima udienza, lo scorso 7 luglio, Renzi non si presenta. Ma in compenso Maiorano sfoggia “l’avvocatone”, lo presenta entusiasta: Carlo Taormina. Che si trova a suo agio da subito. E annuncia: “Ci divertiremo, il presidente del Consiglio non si è costituito parte civile. Faremo altri processi, sarà un anno interessante”, garantisce. Le denunce, dice, “sono già in atto, come quelle sulle spese in Provincia: dimostreremo che non sono spese folli ma deliranti; sono già in atto quindi ma c’è qualcuno che non si muove”.

Lascia la frase a metà, senza aggiungere che quel qualcuno è la procura di Firenze, fino a novembre 2013 affidata al Procuratore Capo, Giuseppe Quattrocchi da un mese super consulente dal Comune di Firenze ora in mano al renzianissimo Dario Nardella. Si riferisce a lui? Taormina evita. Ha già preso contatti con Giuseppe Creazzo, il magistrato che ha preso il posto di Quattrocchi, annunciando la denuncia contro Renzi. Che ruota attorno a quattro punti: le spese della Provincia; la Florence Multimedia e il Genio Fiorentino e la casa pagata da Carrai. Un attico può far dimenticare una baita.

 

News: Radar, aerei ed esercitazioni in Sardegna. Ecco la partnership militare Italia-Israele

Radar, aerei ed esercitazioni in Sardegna. Ecco la partnership militare Italia-Israele

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Secondo un documento della Difesa, gli F-15 e gli F-16 dell'Israeli Air Force sono attesi al poligono di Capo Frasca (Oristano): sganceranno bombe inerti da una tonnellata. La cooperazione militare tra Roma e Gerusalemme comprende la fornitura di sensori radar "Gabbiano", prodotti dalla Selex Galilelo e montati sui droni, e i cannoni navali da 76mm prodotti dalla Oto Melara: tutti armamenti utilizzati nella guerra a Gaza

 

I cacciabombardieri israeliani voleranno presto dai cieli di Gaza a quelli della Sardegna per condurre esercitazioni di bombardamento insieme all’aviazione italiana e Nato. La notizia lanciata giorni fa dall’Unione Sarda sulla base di documenti militari ufficiali, trova conferma nelle informazioni ottenute dal IlFattoQuotidiano.it. Il “Programma esercitazioni a fuoco secondo semestre 2014″ del Reparto Sperimentale Standardizzazione al Tiro Aereo – Air Weapon Training Installation (Rssta-Awti), datato 3 marzo 2014, prevede che gli F-15 e gli F-16 dell’Israeli Air Force vengano al poligono di Capo Frasca (Oristano) a sganciare bombe inerti da una tonnellata.

Il documento non specifica le date della trasferta israeliana, ma lo Stato Maggiore della Difesa e l’Aeronautica Militare confermano la presenza programmata dell’aviazione israeliana in Sardegna per l’annuale esercitazione bilaterale “Vega” che solitamente si tiene tra ottobre e novembre con base all’aeroporto militare di Decimomannu (Cagliari), da cui dipende il campo di bombardamento di Capo Frasca.

Il ministero della Difesa, interpellato in merito, non ha rilasciato commenti. La questione è stata sollevata anche al ministero degli Esteri in un incontro tra il vice della Mogherini, Lapo Pistelli, e le associazioni pacifiste e disarmiste che chiedono al governo italiano lo stop immediato al supporto militare e alle forniture belliche a Israele, illegali per la legge italiana in quanto destinate a un Paese in guerra. Forniture che non si limitano agli ormai noti cacciabombardieri da addestramento M346 dell’Alenia Aermacchi – utilizzabili anche in “ruoli operativi” – ma che riguardano anche sistemi d’arma che già oggi vengono usati da Israele nella Striscia di Gaza.

Tra questi i potenti cannoni navali da 76 millimetri prodotti dalla Oto Melara (Finmeccania) montati sulle motocannoniere israeliane classe Sa’ar e ampiamente utilizzati in questi giorni per martellare la Striscia dal mare. Un altro esempio sono i sensori radar Gabbiano prodotti dalla Selex Galilelo (Finmeccanica), fondamentale equipaggiamento dei micidiali droni israeliani Hermes, regolarmente usati a Gaza per compiere bombardamenti missilistici – per la gioia dell’azienda produttrice Elbit, le cui azioni sono salite alle stelle dall’inizio del nuovo conflitto.

Esercitazioni aeree congiunte e forniture militari rientrano nel quadro degli accordi bilaterali di cooperazione militare stretti tra Roma e Tel Aviv nel 2005 (governo Berlusconi) e nel 2012 (governo Monti): accordi di cui in questi giorni di guerra le opposizioni, Sel e Cinquestelle, chiedono l’immediata sospensione.

News: Cottarelli inguaia #Renzi: "Spendono soldi dei tagli che ancora non ci sono"

Cottarelli inguaia Renzi: "Spendono soldi dei tagli che ancora non ci sono"

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Il commissario della spending review sbotta dopo il via libera di un emendamento che usa fondi che lui dovrà reperire

Ha usato il blog per far sentire il suo dissenso. Protagonista è Carlo Cottarelli, il commissario alla spending review, che mette in guardia Renzi sull'uso dei fondi in arrivo dai tagli. "Si sta diffondendo la pratica di autorizzare nuove spese indicando che la copertura sarà trovata attraverso future operazioni di revisione della spesa" e "il totale delle risorse" già spese "prima di essere state risparmiate ammonta ora 1,6 miliardi per il 2015". 

 La goccia che ha fatto traboccare il vaso è l'emendamento, votato alla Camera nel decreto P.a, che consente 4 mila pensionamenti nella scuola. Per coprire i costi si sono usati i risparmi futuri della spending. "Se si utilizzano risorse provenienti da risparmi sulla spesa per aumentare la spesa stessa - ha spiegato chiaramente - il risparmio non potrà essere utilizzato per ridurre la tassazione su lavoro". E solo riducendo le tasse sul lavoro - ha aggiunto - si può creare nuova occupazione.

Cottarelli mette a nudo una situazione molto chiara: le scelte che la politica vuole fare. Se si fanno nuove spese non si tagliano le tasse sul lavoro: che poi significa in questo momento rendere stabile anche nel 2015 il bonus di 80 euro e, magari, estenderlo anche a pensionati e partite Iva. Immediate partono le polemiche, con il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Renato Brunetta, ad aprire il fuoco: Cottarelli "svela l'imbroglio delle coperture di Renzi, vale a dire il continuo ricorso, da parte del governo, ai risparmi derivanti dalla Spending review per finanziare altre spese, magari relative a norme di chiaro stampo clientelare", mentre per la Lega "il governo sta spendendo soldi che non ci sono e non si sa se ci saranno".

Anche Francesco Boccia, presidente della Bilancio alla Camera, replica a stretto giro: se Cottarelli "è in vena di dare consigli sull'utilizzo dei risparmi di spesa sulle pensioni, gli consiglio vivamente di rivolgersi prima al governo e solo successivamente al Parlamento". Ma forse il commissario più che una critica al governo voleva lanciare un alert alla politica. Quella di Cottarelli è la stessa chiave di lettura che trova sponda anche nel ministro dell'Economia. "I tentativi di fare apparire le parole di Cottarelli come una polemica nei confronti del governo anzichè nei confronti di alcune prassi parlamentari sono evidentemente strumentali", spiegano fonti del Tesoro, sottolineando che l'intervento mira invece a ribadire le posizioni comuni di Mef e Governo sulla spending.

Quel che svela l'intervento di Cottarelli è inoltre quello che appare come un nuovo trucco della politica. "Si sta diffondendo la pratica - scrive Cottarelli - di autorizzare nuove spese indicando che la copertura sarà trovata attraverso future operazioni di revisione della spesa o, in assenza di queste, attraverso tagli lineari delle spese ministeriali". Insomma, spiega con malcelata ironia il titolo del blog: "La revisione della spesa come strumento per il finanziamento di nuove spese".

Il problema è che questo ha un inconveniente. Il governo sta già faticando a trovare le risorse (almeno 10 miliardi) per stabilizzare il bonus di 80 euro nel 2015, alle quali si aggiungono altri risparmi per fare fronte alla riduzione (per circa 4,5 miliardi) del deficit, necessario per portarlo se non al "pareggio" almeno in carreggiata. Invece sono già stati impegnati per il 2015 ben 1,6 miliardi di risparmi ancora da trovare. Come? prima con la legge di stabilità dove si spiega che la spending serve per evitare il taglio delle agevolazioni fiscali, poi nel decreto P.a per finanziare il pensionamento dei funzionari anziani. Ora di nuovo nel decreto P.a per per l'introduzione di quella 'quota 96' che consente di evitare dei simil-esodati nella scuola.

mercoledì 30 luglio 2014

Caso Shalabayeva, la Cassazione: “Espulsione viziata da illegittimità originaria”

Shalabayeva

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La corte accoglie il ricorso della moglie del dissidente kazako Ablyazov, prelevata dalla polizia il 29 maggio 2013, contro una sentenza del giudice di pace. Il caso costò una mozione di sfiducia al ministro Alfano

Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muktar Abliazov, non doveva essere espulsa dall’Italia e il provvedimento di rimpatrio è viziato da “manifesta illegittimità originaria“. Lo afferma la Cassazione che ha accolto il ricorso della Shalabayeva contro il decreto del giudice di Pace di Roma del 31 maggio 2013.

L’irruzione nell’abitazione di Casal Palocco dove risiedeva Alma Shalabayeva, effettuata dalle forze dell’ordine, era stata fatta per cercare suo marito e non per finalità di prevenzione e repressione dell’immigrazione irregolare. Lo sottolinea la Cassazione elencando l’irruzione notturna – avvenuta nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2013 – tra le anomalie che hanno caratterizzato il caso Shalabayeva e l’operato delle forze di polizia. Un caso che ha poi coinvolto il ministro dell’Interno Angelino Alfano, oggetto di interrogazioni e di una mozione di sfiducia, poi respinta dal Parlamento. 

“La contrazione dei tempi del rimpatrio e lo stato di detenzione e sostanziale isolamento” nel quale è stata tenuta Alma Shalabayeva “dall’irruzione alla partenza, hanno determinato nella specie un irreparabile vulnus al diritto di richiedere asilo e di esercitare adeguatamente il diritto di difesa”, sottolinea la Cassazione.

“Peraltro il controllo della sussistenza di due titoli validi di soggiorno intestati ad Alma Shalabayeva”, proseguono i giudici, “sarebbe stata operazione non disagevole, attesa la conoscenza preventiva della sua identità che ha costituito una delle ragioni determinanti il sospetto (rivelatosi errato) dell’alterazione del passaporto diplomatico in quanto intestato non ad Alma Shalabayeva ma ad Alma Ayan“.

La moglie del dissidente kazako ha dunque diritto a un risarcimento per il trattenimento nel Cie di Ponte Galeria. “Il trattenimento illegittimo determina il diritto al risarcimento del danno per la materiale privazione della libertà personale, non giustificata dalla sussistenza delle condizioni di legge”. Una delle conseguenze della dichiarata illegittimità originaria della misura dell’espulsione costituisce “una delle condizioni indispensabili per l’eventuale rientro e permanenza in Italia” della Shalabayeva, che è tornata a Roma con la figlioletta Alua lo scorso 27 dicembre.

 

 

News: Le aziende di Stato affondano il Paese Da Caio fino a Descalzi I top manager di Renzi remano contro il governo


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Di Sergio Patti

Sono stati appena nominati, ma nessuno sta remando contro il Paese quanto i nuovi top manager delle grandi aziende di Stato. Il governo ci mette la faccia per salvare la trattativa tra Alitalia ed Etihad? Ecco il nuovo Amministratore delegato delle Poste, Francesco Caio, che si mette di traverso, chiede di rinegoziare tutto e rischia di far saltare la compagnia italiana. Renzi annuncia a destra e sinistra che il punto centrale del suo governo è l’occupazione? Arriva Claudio Descalzi, messo dallo stesso Renzi a capo dell’Eni e taglia in un colpo solo tremilacinquecento posti in Sicilia, in quella povera Gela dove non c’è famiglia che non abbia perso un parente o un amico per l’inquinamento delle raffinerie. Cornuti e mazziati, gridavano ieri in corteo i dipendenti del cane a sei zampe e dell’indotto. Dopo la salute, adesso perderanno pure il lavoro. E non finisce qui.

Fiducia zero
Mentre Palazzo Chigi chiede fiducia nel futuro, Descalzi, Starace (dell’Enel), Caio e compagnia cantante tagliano completamente i budget pubblicitari delle loro aziende aggravando esponenzialmente la crisi non di qualche singola testata, ma dell’intero comparto editoriale. Corriere della Sera, Repubblica, Il Sole 24 Ore e via via tutti gli altri giornali lasciati a secco. Perché comunicare ai lettori evidentemente adesso è ritenuto superfluo. Altre migliaia di posti di lavoro in bilico. E buio fitto su cosa fanno – se fanno – queste aziende. L’alibi è razionalizzare i costi, migliorare i bilanci di società che fino adesso hanno fatto utili, anche importantissimi, senza lasciare a piedi il Paese. D’altronde in tempi in cui da Fiat a Lottomatica è di moda scappare all’estero, l’italianità sembra diventare un fastidio. E come è accaduto nel modello televisivo, dove la Rai pubblica non ha saputo fare qualcosa di diverso dalla Mediaset privata, allo stesso modo le grandi partecipate pubbliche stanno inseguendo una stretta logica di mercato, cercando un ipotetico utile nel breve periodo a costo di spingere ancora più in basso l’economia. Se salta tutto poi vedremo con che perdite gigantesche. Il divario tra quello che dice di voler fare il governo e quello che fanno i manager imposti dallo stesso esecutivo è talmente stridente che nasce così il sospetto di un corto circuito. O di un gioco delle parti, dove qualcuno a questo punto bleffa.

Padoan azzoppato
Mettiamo il caso del Def, il documento di programmazione economica e finanziaria, su cui si basa una parte consistente della credibilità del premier. Questo documento ha una parte già saltata e una che rischia di saltare. La parte che non sta in piedi è quella del gettito fiscale, calcolato su una previsione di crescita del Paese stimata nello 0,8%. Se va bene invece quest’anno arriveremo allo 0,2%. Se poi anche le partecipate dello Stato continueranno a metterci del proprio per farci tornare in recessione, allora questo dato potrebbe essere persino peggiore. La parte del Def che rischia di saltare è invece quella legata alle entrate da privatizzazioni, sulle quali il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan ha impegni perentori soprattutto rispetto ai vincoli europei. Tra queste entrate ci sono almeno 4 miliardi derivanti dall’offerta sul mercato di una quota di Poste Italiane. Un governo che mette nero su bianco una tale priorità e poi nomina il manager di Poste, avrebbe il dovere di pretendere che Poste esegua il mandato, Il nuova Ad, Caio, invece ha già fatto sapere che non se ne parla nemmeno di andare in Borsa quest’anno.

Impegni traditi
È chiaro che c’è più paura di fare flop che fiducia nei propri mezzi e in quelli dell’azienda. E in un Paese normale chi non attua la missione affidatagli dall’azionista, si fa da parte, spiega le sue ragioni e se ne va. Oppure se ne va il governo. perchè a Palazzo Chigi non possono far finta di non vedere. A meno che dietro gli impegni economici ed elettorali non ci sia un gioco delle parti. Il governo promette sostegno all’economia e poi gli uomini che ha appena mandato a guidare le grandi aziende fanno il lavoro sporco e chiudano quel poco che c’è ancora in piedi. Siamo di fronte dunque alla scelta di uomini sbagliati. O di uomini che stanno facendo un lavoro pericoloso per il Paese.

 

News: Riforme, al Senato sfiorata rissa Pd-M5s In Aula il fantasma del patto del Nazareno


Riforme, al Senato sfiorata rissa Pd-M5s In Aula il fantasma del patto del Nazareno


Battaglia sugli emendamenti e sulle regole. Grasso, contestato per il "canguro", convoca la giunta Sullo sfondo il "convitato di pietra" evocato da Sel, grillini e Forza Italia: l'accordo Renzi-Berlusconi

 

RECORD NEGATIVO: Con il 53,2% la #pressionefiscale effettiva dell'#Italia è la più alta del mondo. #REnzi

Video Senato Succede adesso, SEL: State sbagliando al #PD senza di noi governerebbe il #M5S


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SEL rivolgendosi al PD: state sbagliando senza il nostro 3% ora governerebbe il M5S

 

 

VIDEO BEPPE GRILLO CIRCONDATO DAI GIORNALISTI


GRILLO CERCA DI DIRIGERTI VERSO LA CAMERA DEI DEPUTATI, E VIENE CIRCONDATO DAI GIORNALISTI GUARDA IL VIDEO: 

 



Pari Opportunità, petizione dei 5 Stelle: “Renzi ceda la delega del ministero”

Pari Opportunità, petizione dei 5 Stelle: “Renzi ceda la delega del ministero”

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La deputata M5S Giulia Di Vita spiega: "Un'iniziativa necessaria, motivata dal fatto che i lavori per favorire l'uguaglianza tra i sessi e combattere le discriminazioni sono bloccati da mesi perché manca una figura politica di riferimento”. Aderiscono anche altri esponenti di Pd e Sel

Il Movimento Cinque Stelle lancia una petizione per chiedere al premier Renzi di cedere la delega del ministero delle Pari Opportunità, dato che “non riesce a gestirla al meglio per mancanza di tempo”. “Un’iniziativa necessaria, motivata dal fatto che i lavori per favorire l’uguaglianza e combattere le discriminazioni sono bloccati da mesi perché manca una figura politica di riferimento”, spiega Giulia Di Vita, deputata Cinque Stelle alla commissione Affari sociali, prima firmataria del testo che verrà diffuso lunedì 28 luglio tramite la piattaforma online Change.org.

A ribadire il bisogno di un ministro ad hoc per le Pari Opportunità anche altre esponenti politiche. Cecilia Guerra del Pd, che ha avuto la delega alle Pari Opportunità durante il governo Letta (in seguito alle dimissioni dell’ex ministra Josefa Idem), sottolinea che “è evidente che, pur con le migliori intenzioni, il premier non riesce a seguire una delega impegnativa che prevede il coordinamento con i vari ministeri, il mantenimento dei rapporti con le diverse associazioni, le relazioni internazionali”. Dello stesso parere Celeste Costantino di Sel che, nelle scorse settimane, ha rivolto un appello al premier.

 

E durante il Politicamp 2104 di Livorno organizzato da Pippo Civati, Marina Terragni del Pd ha sottolineato che “la mancanza di un ministero per le Pari Opportunità è un ostacolo che rende complicata la raccolta e la gestione delle informazioni e l’individuazione degli obiettivi e il lavoro per perseguirli”. Secondo i Cinque Stelle che, in merito alla vicenda, hanno presentato nelle scorse settimane due risoluzioni alle commissioni Affari sociali e Infanzia e adolescenza, tra le questioni urgenti c’è lo stallo del piano anti-violenza sulle donne, unico provvedimento orientato alla prevenzione e al sostegno delle vittime, approvato nel decreto “femminicidio” che ai tempi del governo Letta appariva a un passo dall’emanazione. Questo piano è il fulcro della Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia, che entrerà in vigore ad agosto ed è legato anche alla ripartizione dei fondi ai centri antiviolenza (con criteri che stanno scatenando dure polemiche).

C’è poi la questione dei Cug, Comitati unici di garanzia, creati con la finalità di prevenire ogni forma di discriminazione nei luoghi di lavoro e che a 3 anni dalla loro istituzione restano soltanto una promessa sulla carta. Inoltre niente è stato fatto dopo la “sperimentazione” sui congedi di paternità avviata dalla ex ministra Elsa Fornero, a differenza di quanto accade in altri Paesi europei dove c’è una legislazione ben precisa in materia. Non legata direttamente alle tematiche di genere – come altri interventi di competenza del ministero – c’è la mancata realizzazione del Piano d’azione biennale per la disabilità che è stato adottato nel 2013 e che prevede 7 linee di intervento, tra le quali la riforma del riconoscimento dell’invalidità.

Sulla necessità di avere al più presto una nomina per le Pari opportunità insiste anche la sezione italiana della European women’s lobby (Ewl), la più grande organizzazione di associazioni di donne nell’Unione Europea, attiva nella promozione delle pari opportunità, con 31 coordinamenti nazionali. “Trovo incredibile che il semestre italiano alla presidenza dell’Unione Europea si sia aperto senza che l’Italia abbia un ministro per le Pari Opportunità – afferma la segretaria Maria Ludovica Bottarelli Leali – La situazione va risolta al più presto. Mi chiedo come sia possibile che con così tante eurodeputate italiane donne non si riesca a fare pressione sulle questioni di genere che riguardano tutte”. Bottarelli Leali, che ha inviato una richiesta di incontro a Renzi “caduta nel vuoto”, spiega che invece di allinearci ai Paesi nordici, “non facciamo altro che seguire la tendenza in voga nel Sud Europa che, con la scusa dell’austerity, porta alla perdita dei diritti”.

Le fa eco Daniela Aiuto, eurodeputata dei 5 Stelle nella Commissione Femm per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, che dice che la delega va ceduta immediatamente “per non essere derisi dai colleghi esteri. Il problema di Renzi è che fa proclami stupendi ai quali non seguono fatti. Su questioni fondamentali legate alle Pari Opportunità, che ci fanno essere fanalino di coda in Europa, non possiamo restare senza un referente politico”.

VIDEO: INIZIA IL DECLINO DI #RENZI: ENI, LA PROTESTA DEI LAVORATORI DI GELA:




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Sciopero generale e presidio a Roma davanti al Parlamento. I lavoratori Eni del petrolchimico di Gela (Caltanissetta) scendono in piazza, insieme ai tre sindacati confederali, per scongiurare la chiusura dello stabilimento. “Sarebbe la fine per la Sicilia e per i nostri figli, saremmo costretti ad emigrare con la valigia di cartone”, dicono. “Renzi sta distruggendo il sogno di Enrico Mattei che aveva detto a noi siciliani: non avrete più problemi di lavoro”. “Noi non ci rassegnamo – assicurano – daremo battaglia”. “Al governo, maggior azionista Eni – afferma il segretario generale Cgil Susanna Camusso – chiediamo di rispettare gli impegni assunti e di tutelare i lavoratori Eni e di tutto l’indotto” di Annalisa Ausilio

Video Missile di Della Valle: “Costituzione non venga cambiata dall’ultimo arrivato”




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“Da troppi giorni sentiamo parlare di cose che non spostano di una virgola il futuro del Paese. Mi pare che siamo ritornati al vecchio politichese dove si discute troppo spesso nelle segrete stanze di argomenti che riguardano il Paese”. E’ duro il giudizio di Diego Della Valle, patron di Tod’s, sul patto Renzi-Berlusconi e il processo di riforme in atto. L’imprenditore, a margine della conferenza stampa sui lavori di restauro del Colosseo, ai microfoni del Fattoquotidiano.it, lancia anche un appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Presidente, la Costituzione è stata scritta da persone come Einaudi, non la facciamo cambiare dall’ultimo arrivato che seduto in un bar con un gelato in mano decide cosa fare. Su queste cose bisogna stare molto attenti” di Nello Trocchia

 

martedì 29 luglio 2014

Video: Senato, Crimi (#M5S) vs #Pd su voto segreto: “Siamo a prove tecniche di dittatura”


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 Non siamo più i ‘pivellini’ del primo giorno, non prendiamo in giro, lo scopo è vietare il voto sul Senato elettivo. Siamo alle prove tecniche di dittatura“. Sono le parole del senatore del M5S, Vito Crimi, nel corso di una rovente polemica al Senato in vista del primo voto segreto sull’emendamento 1.29 a firma Sel che, di fatto, prevede che il Senato sia elettivo. L’emendamento, a prima firma De Petris (Sel), recita infatti: “I membri delle due Camere sono eletti a suffragio universale e diretto“. Si accende lo scontro, a seguito della proposta della senatrice Pd Rita Ghedini, che chiede di anticipare la votazione di un emendamento sulla parità di genere, emendamento sul quale c’è il parere favorevole del governo. Roberto Calderoli della Lega Nord non ci sta, Anna Finocchiaro del Pd si dichiara invece favorevole. E Crimi sbotta: “La senatrice Ghedini prima ha chiesto di votare per parti separate, scorporando una parte che da sola non sta in piedi, poi ha chiesto l’inversione dell’ordine del giorno. E tutto per non farci votare a scrutinio segreto il Senato elettivo”. Anche la capogruppo di Sel protesta vivacemente con la maggioranza: “Allora ditelo che volete anticipare l’approvazione finale di questa riforma… Questi sono trucchi, sono giochetti

 




GAME OVER: Riforme, fallisce l’ultima mediazione



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Nessun accordo tra i gruppi dopo il compromesso del “dissidente” Pd Chiti. Anche Sel dice no. E Grillo minaccia l’Aventino: “Lasceremo il Parlamento”

Roma La «tagliola» non funziona. Ma anche l’ultimo tentativo di mediazione fallisce. Si complica - e parecchio - il percorso delle riforme al Senato. Poteva essere il giorno della pace, a Palazzo Madama, ed in effetti ne Pd le acque si sono fatte più tranquille. Chiti ha aperto a Renzi: «Dirò sì, ma il voto slitti a settembre», era la sua offerta al premier. Ma M5S, Lega e soprattutto Sel hanno respinto l’offerta. Quindi si riparte da capo e in Aula iniziano le votazioni. 

 

Stamane, quando in Aula è ripresa la discussione sulla revisione della Carta costituzionale, va al microfono Vannino Chiti, leader riconosciuto dei dissidenti del Pd. Elenca una serie di proposte che equivalgono ad una mano tesa: concentrare il dibattito su alcuni temi precisi, tra cui le modalità di elezione del Senato, il numero dei deputati e l’immunità, quindi ridurre gli emendamenti a «una decina» e poi rinviare alla prima settimana di settembre il voto finale sul ddl riforme. Il suo partito non fatica molto a dare ufficialmente il via libera all’idea. Ma già Forza Italia lancia avanza subito i primi distinguo. Dice sì ai tempi suggeriti, ma mette subito in chiaro che non potranno essere toccati i termini dell’accordo tra Renzi e Berlusconi. Lasciando intendere che tra questi bisogna mettere anche l’Italicum. 

 

Pronta la risposta di M5S, Lega e Sel. Il primo a rispondere, mille miglia lontano da Roma, è Beppe Grillo. Il M5S è pronto a lasciare il Parlamento se dovesse passare una riforma che preveda il Senato non elettivo, chiarisce: «Rimarremo ancora fino a quando sarà possibile cercare di impedire il colpo di Stato con l’eliminazione del Senato elettivo. Dopo, se questi rottamatori della Costituzione non ci lasceranno scelta, ce ne andremo». Vogliamo risposte concrete da Renzi o qua nessuno va in ferie, avverte il capogruppo della Lega al Senato Gian Marco Centinaio. Sel, da parte sua, si prende un paio d’ore prima di affiancarsi formalmente agli irriducibili. «Dire “togliete gli emendamenti e poi discutiamo” è una condizione irricevibile», spiega Nicola Fraoianni, che esprime apprezzamento per l’iniziativa di Chiti ma spiega come sia impossibile trattare «con chi insulta». Il riferimento è ai «gufi, frenatori e rosiconi» che popolano il lessico politico del Presidente del Consiglio. 

 

Nel frattempo fallisce anche una seconda mediazione personale del Presidente del Senato. Pietro Grasso interrompe prima i lavori d’Aula per permettere a tutti di raccogliere le idee. Poi propone di continuare la discussione sulle riforme a partire dai punti meno controversi. Alla fine incassa l’ennesimo no. Questa volta del governo. È la giornata dei veti incrociati.

 

Complimenti governo #Renzi: Equitalia e il prelievo coatto su chi non paga le cartelle


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Il Fisco non è riconoscente. Se paghi una sola rata con tre giorni di ritardo, Equitalia mette le mani dentro il conto corrente. L'ente di riscossione crediti infatti ha inasprito ancora di più la sua strategia. Maniere forti contro chi non salda il conto. E così per i ritardatari arriva il prelievo coatto sul conto corrente per chi paga con soli 3 giorni di ritardo. L'incredibile storia la racconta Il Giornale. Equitalia ha bussato alle porte di un ingegnere, Giuseppe Lucarini, titolare di uno studio di ingegneria civile ad Ancona. "Nel 2010 ho avuto difficoltà a pagare 10.212,15 euro di Iva. Il piano di rientro prevedeva 20 versamenti trimestrali in cinque anni di 556,89 euro ciascuno. Gli interessi complessivi ammontavano a 925,76 euro". Fin qui il conto. La prima rata scadeva il 19 ottobre 2012 un venerdì. Il pagamento è avvenuto a lunedì 22. Sono E da qui scatta l'aggressione fiscale. Nonostante le successive sette rate siano state pagate perfettamente in regola, per Equitalia bastano i tre giorni di ritardo per mettere le mani nel conto corrente.

Il prelievo - "Il 25 luglio senza preavviso mi sono accorto - racconta Lucarini - che Equitalia con un Rav aveva prelevato direttamente dal mio conto fiscale la somma di 10.245,87 euro a saldo". Nel 2000 Lucarini aveva comunicato all'erario i dati del suo conto corrente per ottenere i rimborsi. Equitalia ha comunque precisato che la delega bancaria comprendeva anche il pagamento delle somme iscritte a ruolo. Per cui allo scadere dei 60 giorni della cartella, la banca ha versato i soldi all'ente di riscossione. Uno strano giro di parole che non cambia la sostanza dei fatti: il fisco ora mette le mani direttamente sul conto corrente. 

RENZI LA SAI UNA COSA, LA FESTA È FINITA

ROSICATE IN PACE MALEDETTI: VI PIACEREBBE QUESTA NOTIZIA VERO!!


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“Io arrestato per corruzione? Ma stiamo scherzando? E’ una notizia-bufala falsamente attribuita a ilfattoquotidiano.it che è iniziata a circolare sul web: davvero uno scherzo di pessimo gusto. Ho già fatto presente la questione alla polizia postale: nelle prossime ore sporgerò formale denuncia”. Con queste parole il sindaco di Livorno Filippo Nogarin ha commentato la falsa notizia iniziata a circolare ieri pomeriggio sui social network di un suo presunto arresto per corruzione.

Arrestato Filippo Nogarin. Il neo sindaco di Livorno ha corrotto due finanzieri” titola l’articolo “confezionato” riprendendo lo stile grafico de ilfattoquotidiano.it. Il titolo è stato poi collegato a un link che però rimanda a un articolo realmente pubblicato nei giorni scorsi.  

Nessun arresto quindi e nessun tentativo di corruzione. “Ma quale arresto – ha sbottato ieri sera al telefono tra l’incredulo e l’infastidito lo stesso Nogarin – è una bufala bella e buona, uno scherzo pessimo. Altro che prigione, oggi pomeriggio ho avuto un delicato e importante incontro con l’Autorità portuale”. In serata il primo cittadino ha anche postato un messaggio sulla propria bacheca Facebook accompagnato da una foto che lo ritrae sorridente “in libertà” vicino al mare: “Circola la notizia che mi hanno arrestato per corruzione. Peccato per gli ‘invidiosi che sia falsa! L’onestà è tornata di moda e coloro che non la esercitano assieme all’interesse pubblico dovranno fare i conti con noi”.

E giù oltre un migliaio di “Mi piace”. Contattiamo il sindaco intorno alle 21,30 per capire alcuni dettagli della vicenda. “Dopo l’appuntamento alla port authority ho incontrato i consiglieri comunali del Movimento 5 stelle. Nel mezzo della riunione – racconta sorridendo – ci hanno chiamato per chiedere se davvero il sindaco era stato arrestato”. Nogarin aggiunge: “Dopo una grossa risata e un primo smarrimento iniziale abbiamo contattato la polizia postale per riferire quanto stava accadendo sul web. E’ un fatto spiacevole, non me lo sarei aspettato”.

Il primo cittadino minimizza: “Ci sono cose ben più importanti su cui concentrarsi. Stiamo portando avanti battaglie importanti. Un esempio? Grande attenzione sul futuro del trasporto pubblico locale e su quello della società (Porto 2000, ndc) che gestisce il traffico crocieristico”. L’ingegnere aerospaziale si è insediato a Palazzo civico lo scorso 11 giugno. Un primo bilancio? “Sono stati giorni molto faticosi, ma sono soddisfatto”. Nei prossimi giorni sarà finalmente completata la giunta: “L’assessore al bilancio? A breve la nomina”. Sempre che il sindaco non venga di nuovo falsamente arrestato.

Video: Non è un'Expo per disabili: odissea in carrozzina nella metro di Milano


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Prigionieri in un terminal sotterraneo che non ha uscite e costringe chi lo affronta a girare per ore intorno alla meta tra ascensori rotti, servoscale difettosi, uscite bloccate. Metropolitana di Milano, città di Expo 2015, l’evento di massa che tra meno di un anno dovrebbe richiamare nel capoluogo lombardo un flusso di 200mila persone portatrici di disabilità motorie e sensoriali. Tra i ritardi dell’organizzazione, oltre alle opere infrastrutturali finite nel mirino delle inchieste, c’è anche questo. L’esperimento, a meno di un anno dall’inaugurazione, lo abbiamo fatto con Claudio Cardinale, blogger e associato Enil Italia. Lo abbiamo accompagnato su uno dei percorsi obbligati per andare a Rho-Pero, l’area del sito espositivo: da Centrale a Cadorna, un tratto di una manciata di km che un utente normodotato compirebbe in 10 minuti senza dover cambiare linea. Ma alle persone in carrozzina può richiedere anche due ore a causa dei disservizi che si incontrano alle fermate. Con la beffa di dover ripassare dalle stesse stazioni per tornare in superficie. Il Comune ha istituito un tavolo ad hoc con le associazioni che si è insediato però soltanto lo scorso 31 marzo, cioè cinque anni dopo che la città si è aggiudicata l’evento. E ora è iniziata la corsa contro il tempo per evitare una figuraccia che si annuncia planetaria  di Lorenzo Galeazzi e Thomas Mackinson, animazioni di Pierpaolo Balani

News: #Grillo, #Sel & C. fanno paura. Renzi inizia a scricchiolare

Grillo, Sel & C. fanno paura. Renzi inizia a scricchiolare

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Il presidente del Consiglio intima ai senatori: “Via gli emendamenti truffa”. Ma poi apre su preferenze e soglie. Summit delle opposizioni unite: “Sì, ma niente tagliole e dibattito aperto fino a settembre”. Il capo M5S: “Faremo guerriglia democratica in tutte le piazze”

 

Video: Renzi-B, Sarti (#M5s): ‘Salva Mediaset? Servono streaming’. E Fiano discute col Fatto.it


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 “Noi abbiamo un accordo con Forza Italia sulla riforma del Senato e della legge elettorale. Non so nulla di fogli e di altre questioni che secondo me non esistono”. Così Emanuele Fiano, deputato del Pd risponde a ilfattoquotidiano.it sul presunto documento che suggellerebbe il patto del Nazareno tra Pd e Forza Italia. Dello stesso avviso anche il senatore di FI Paolo Romani: “Non c’è nessun documento scritto, potrebbero esserci delle minute come riassunto dell’accordo”. Giulia Sarti, deputata del M5S, attacca duramente: “Non c’è mai stato uno streaming negli incontri tra Renzi e Berlusconi, perché? Noi siamo di fronte ad un disegno criminoso che dovrebbe far inorridire il paese e, invece, tutto tace”  di Nello Trocchia

 

lunedì 28 luglio 2014

VOLANTINO PER I CITTADINI, MAX CONDIVISIONE e DIFFUSIONE @Beppe_Grillo

RINGRAZIAMO IL GOVERNO #RENZI PER IL SALASSO DI TASSE


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Di Isidoro Trovato per Il Corriere della Sera

L’ingorgo in coda all’estate. Qualche giorno fa il calendario delle scadenze fiscali è stato messo per l’ennesima volta alla prova: è arrivato l’annuncio del rinvio dal 31 luglio al 19 settembre della scadenza della presentazione dei modelli 770. Si tratta dei moduli che contengono l’elenco della forza lavoro retribuita e la loro presentazione è obbligatoria da parte dei datori di lavoro. Ora è attesa la firma del ministro dell’Economia sul decreto che successivamente arriverà a Palazzo Chigi per il via libera definitivo, ma già tra oggi e domani è atteso l’annuncio ufficiale da parte dell’Amministrazione finanziaria.

Sforzo titanico dal 20 agosto al 19 settembre
Sollievo? Poco. Problemi? Quasi invariati. La sostanza della questione non cambia: in gioco ci sono più di 400 adempimenti in poco più di un mese. Rimane quasi intatto l’ingorgo fiscale dell’estate: l’erario chiede ai contribuenti uno sforzo titanico dal 20 agosto al 19 settembre. A dare l’allarme erano stati i consulenti del lavoro e i commercialisti che, rielaborando i dati dell’Agenzia delle Entrate, avevano segnalato il periodo critico per le imprese e i professionisti. In ballo c’è una paradossale emergenza estiva con i contribuenti non solo chiamati a soddisfare le richieste di un Fisco tra i più esosi d’Europa, ma anche a dover fare i conti con tanta burocrazia e una marea di adempimenti concentrati nel periodo in cui mezza Italia si ferma.
Quanto sia pesante questo stato di cose lo ha ricordato il premier ieri pomeriggio a Genova per l’arrivo della Concordia. «Se noi semplifichiamo la burocrazia, diamo efficienza al Fisco, diamo semplicità alle regole sul lavoro possiamo uscire dalla crisi che è europea e non solo italiana. Poi il tempo ci dirà se abbiamo ragione noi o i gufi», ha chiosato Matteo Renzi.

Il rinvio
E allora perché non si riesce a evitare questa concentrazione in una fase in cui l’Italia pensa più alle ferie che ad altro? In realtà il calendario fiscale prevedeva una prima scadenza al 16 giugno ma l’Amministrazione finanziaria è arrivata col fiatone e il ritardo nel rilasciare circolari e aggiornamenti ha prodotto proroghe che hanno portato le scadenze fino al 20 agosto. Tutte tranne quella più «pesante» che riguarda il modello 770 che solo a seguito di proteste e reiterate richieste sarà spostata al 19 settembre. E così l’ingorgo è stato semplicemente traslocato di un mese.
Imprese, professionisti e artigiani
Sono circa 20 milioni i contribuenti coinvolti in questa frenetica attività estiva che prevede esattamente 410 adempimenti necessari per potere quantificare il pagamento delle imposte dovute. Oltre al modello 770 c’è di tutto: da Irpef a Irap, Ires, Iva e poi addizionali regionali, Inps, Tobin tax, Imposta sostitutiva sui redditi di capitale e sui capital gain. Senza contare il versamento dei contributi previdenziali per lavoratori dipendenti, ma anche per artigiani, commercianti, collaboratori, lavoratori domestici. E pure i diritti dovuti alle Camere di commercio cadono nel medesimo periodo dell’anno.
Naturalmente la platea di contribuenti costretti ad affrontare quest’onda anomala di provvedimenti fiscali amplifica l’impatto. Si va dai 171 adempimenti per gli imprenditori individuali, seguiti a stretto giro dai professionisti con 167 adempimenti e via via fino a giungere 72 adempimenti per gli enti non commerciali. Ma anche imprenditori, commercianti, artigiani, partite Iva, professionisti, co.co.pro sono coinvolti in questo balletto di date incerte che non aiuta né la pianificazione finanziaria aziendale né la razionalizzazione delle attività.

Un nuovo calendario
Secondo il parere unanime degli addetti ai lavori, per dare una svolta a questo «imbuto estivo» bisogna allargare le vie d’accesso al Fisco e per riuscirci serviranno dosi massicce di semplificazioni a tutto campo. «Una soluzione che continuiamo a proporre ormai da tempo, anche nell’ambito della riforma fiscale che in questo momento è in Parlamento – afferma Marina Calderone, presidente del Coordinamento unitario delle professioni -. Un esempio illuminante in tal senso è rappresentato dall’introduzione della cosiddetta contrapposizione di interessi: consiste nel rendere detraibile tutto quello che il contribuente spende, senza alcun limite. Questo avrebbe una serie di vantaggi: pagamento delle imposte sui redditi effettivi; interesse a richiedere la ricevuta o lo scontrino per qualsiasi pagamento; azzeramento degli adempimenti trattandosi di semplici conteggi di detrazione. Sarebbe un modo efficace anche per favorire l’emersione del nero. È un metodo scelto da molti altri Paesi, Stati Uniti in testa, ma che in Italia non riusciamo a far adottare». Un sistema che avrebbe anche l’effetto di diminuire la montagna di adempimenti.
Al di là di ogni semplificazione rimane comunque la necessità di eliminare l’imbuto e per riuscirci serve un patto concreto tra gli operatori (imprese, professionisti e contribuenti) e l’Amministrazione finanziaria in modo da concordare e mantenere un calendario rispettoso delle esigenze dei contribuenti e dei professionisti che con il loro operato garantiscono allo Stato il regolare incasso di imposte, tasse e contributi. Serve dialogo. Infatti da tempo i professionisti dell’area giuridico-economica ritengono indispensabile l’insediamento di un tavolo in cui si decidano date fisse e inderogabili ma diluite nel tempo. Perché, almeno il Fisco risparmi agli italiani l’ingorgo estivo.

GAME OVER: Mogherini, pressione di Juncker perché l'Italia cambi #poltrona

 




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DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BRUXELLES – A quattro settimane dal prossimo vertice la nascita della nuova Commissione europea presieduta da Jean-Claude Juncker si rivela sempre più un esercizio complesso. La scelta italiana di candidare il ministro degli Esteri Federica Mogherini ad Alto Rappresentante per la Politica estera e la Sicurezza sta mettendo a dura prova le trattative comunitarie, tanto che l'ex premier lussemburghese sta facendo pressione sull'Italia perché riveda le sue priorità e cambi obiettivo.

Juncker ha avuto venerdì una conversazione telefonica con il premier Matteo Renzi. Hanno parlato della presidenza italiana dell'Unione e della situazione economica, così come delle prossime designazioni comunitarie. Spiega un membro dell'entourage del nuovo presidente della Commissione: "Juncker ha ricordato a Renzi che l'Italia deve presentare un proprio candidato-commissario entro il 31 luglio. Altrimenti il rischio è che Roma non riesca ad avere un commissario all'altezza delle sue ambizioni".

L'entourage di Juncker è convinto che il vertice europeo del 16 luglio, nel quale doveva essere nominato un nuovo Alto rappresentante, abbia dimostrato che sul nome della signora Mogherini c'è il veto di una maggioranza di Stati e che quindi l'Italia deve presentare un nuovo candidato: "La scadenza è il 31 luglio. Venti paesi hanno già inviato a Juncker il nome del proprio candidato-commissario. I governi si stanno posizionando per strappare la posizione che più interessa loro".

La Germania ha messo il proprio cappello sul portafoglio dell'energia; la Gran Bretagna su quello del Commercio. Aggiunge l'esponente vicino a Juncker: "Renzi, invece, continua a insistere con il nome di Federica Mogherini. L'Italia non avrà un buon portafoglio se non propone un nome nuovo (…) Roma deve mettere a punto velocemente un piano B". La partita è complicata perché non tutti hanno la stessa intepretazione – vera o presunta – dell'esito del vertice del 16 luglio scorso.

Mentre Juncker sostiene che l'incontro ha dimostrato l'insuccesso della candidatura italiana, Renzi è convinto che il summit sia servito a decidere la procedura di nomina, che la candidatura italiana non sia stata bocciata e che tutto sia stato rinviato al summit del 30 agosto. Il problema è che nel candidare la signora Mogherini, l'Italia complica il desiderio dei Ventotto di soddisfare le richieste dei paesi dell'Est di essere degnamente rappresentati al vertice dell'Unione.

Un candidato dell'Est per la posizione di Alto Rappresentante esiste, l'attuale commissario bulgaro allo sviluppo Kristalina Georgieva. Un candidato dell'Est per la posizione di presidente del Consiglio europeo, l'altra carica importante ancora sul tavolo, non esiste. O meglio non è facile da trovare. Veti nazionali o dubbi politici stanno bloccando per ora sia il premier polacco Donald Tusk sia l'ex premier estone Andrus Ansip. L'altro candidato, il premier danese Helle Thorning-Schmidt, non è dell'Est.

Consapevole delle difficoltà, il presidente del Consiglio europeo Herman "Van Rompuy tenta di scaricare il riequilibrio su Juncker", spiega un diplomatico. Di qui probabilmente le pressioni sull'Italia perché liberi la posizione di Alto Rappresentante e permetta il gioco ad incastro, dando soddisfazione ai paesi dell'Est. Nell'entourage di Van Rompuy, la candidatura Mogherini è considerata sempre in lizza: "Fa comodo a molti – si fa notare - che i socialdemocratici reclamino la posizione" di Alto Rappresentante.

Il braccio di ferro negoziale è acceso, e ne è ancora incerto l'esito. Renzi si è impegnato pubblicamente sul nome della signora Mogherini e ha ormai bisogno di incassare, fosse solo per risvolti di politica interna. Al tempo stesso, nessuno si può permettere uno stallo istituzionale incomprensibile ai più. A quanto risulta, nel vertice del 16 luglio Juncker avrebbe detto ai Ventotto di essere pronto ad accettare la scelta dei capi di stato e di governo sul nome dell'Alto Rappresentante.

 

domenica 27 luglio 2014

RENZI SMASCHERATO: LE PROVE DELLA NUOVA MANOVRA FINANZIARIA



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La manovra correttiva bussa ai conti del nostro Paese. Inutile negarlo, l’economia dopo un timido tentativo di ripresa, ritraccia e a dirlo sono ormai tutti gli osservatori internazionali. Ultimo ad accettare la verità dei fatti il premier Renzi, mentre Padoan tace e appare sempre più teso. Renzi, abilissimo com’è nel garantirsi consenso, punta ad evitare una manovra correttiva che gli incrinerebbe la credibilità, e da una parte spera nei Santi dell’Italia, che sono una miriade, e dall’altra, in maniera più concreta, punta alle elezioni anticipate il prima possibile per avere una sua maggioranza parlamentare dominatrice. Ma il portafoglio dei quattro quinti degli italiani langue, gli under trenta ce l’hanno sottilissimo, gli over 60 vivono in maggioranza assoluta con pensioni da povertà, e il resto dei cittadini appena può risparmia perché guarda al futuro come a una scommessa, in cui però Renzi si è posizionato come uno straordinario illusionista che ha saputo catturare la parte di popolazione tra i 30 e i 60 anni (gli 80 euro proprio a loro sono andati).

Adesso, però, gli scricchiolii economici crescono, i fondamentali del Paese restano tra i peggiori d’Europa. In Spagna, ex cenerentola, il Pil quest’anno crescerà tra l’1,2 e l’1,5%, il nostro tra lo zero e lo 0,2%. I comparti guida, costruzioni e automotive, nel paese iberico sono in pieno rilancio, mentre da noi edilizia e infrastrutture sono al palo: la perdita in 6 anni ha il segno meno per 60 miliardi di euro, oltre 70 mila imprese sono defunte, 400 mila posti di lavoro azzerati. I mesi passano e nulla si muove. L’automotive accenna a timide riprese nelle vendite, ma manca la Fiat degli anni ’80 che, nella ripresa, trascinava con se l’indotto e l’occupazione. Gli altri comparti che hanno nell’export il “core” cominciano a risentire del rallentamento delle economie forti, Usa, Cina, Germania, e così gli ordinativi calano e sono i dipendenti a farne le spese e quindi, a ricaduta, la fiducia e i consumi interni.

L’autunno porterà ulteriori peggioramenti, le scadenze tributarie, da metà novembre a metà dicembre, peseranno come un enorme zavorra sui consumi, nel frattempo partite Iva di piccole dimensioni e pensionati non avranno ricevuto nulla di quanto promesso da Renzi, che fa già un enorme fatica a confermare gli 80 euro per il 2015 a chi li ha concessi. Il Matteo nazionale nelle ultime uscite ha buttato in campo i 300 miliardi di euro che saranno concessi dalla Bce alle banche italiane e saranno utilizzabili, così ha detto Draghi, solo per finanziamenti a famiglie e imprese. Auspicabile intento, peccato che nell’ultimo mese i crediti spazzatura, sono arrivati a quasi 170 miliardi di euro e che questi crediti siano essenzialmente imputabili alle pmi, alle quali potranno essere concessi nuovi affidamenti solo nel caso dispongano dei rigidissimi requisiti imposti dalla stessa Bce attraverso Basilea 1, 2 e presto 3. Le banche vi si atterranno scrupolosamente e concederanno molto meno di quel che pensa Renzi, della manna fornita dalla Bce.

La situazione, non solo per rispettare i parametri europei, imporrà quindi una manovra straordinaria per poter far fronte alla cassa integrazione straordinaria da finanziare e per il pagamento dei debiti della PA. Poi ci sono gli impegni per le ristrutturazioni delle scuole, la ricerca da rifinanziare, gli esodati da sanare. Renzi avrebbe potuto fare meglio se, invece di puntare essenzialmente sulle riforme costituzionali, avesse lanciato un piano Marshall per l’economia, rilanciando gli investimenti in infrastrutture, concedendo detrazioni fiscali a chi acquista beni durevoli o investe nelle imprese produttive insediate in Italia. Ma nessuno di questi tasti è stato toccato e adesso l’amaro calice della manovra è prossimo a dover essere ingoiato, elezioni anticipate o meno.

di Bruno Villois