lunedì 30 giugno 2014

Ascoltate il video di Questa imprenditrice che si Rivolge al #Governo (Video)


Sotto potete vedere il video consiglio vivamente di sentirlo

Video: #Livorno, prima seduta del Comune targato #M5S. Nogarin: ‘Entro stasera gli assessori’




(Fonte)



Prima seduta del consiglio comunale targato M5S a Livorno. Il neo sindaco Filippo Nogarin (M5s) ha scelto di tenere per sé le deleghe su porto e polizia municipale, mentre al vice sindaco Stella Sorgente sono state affidate le deleghe alle politiche giovanili, istruzione, pari opportunità e associazionismo. Annuncio disatteso per quanto riguarda le nomine degli assessori: bisognerà attendere ancora qualche ora. “Questo pomeriggio avrò ulteriori colloqui per la nomina entro questa sera di altri cinque assessori” ha affermato il Sindaco. Bisogna ricordare che nelle ultime settimane erano arrivati circa novecento curriculum di aspiranti assessori, ma ormai il tempo stringe. Tra i tanti volti nuovi in Comune spicca quello di Giovanna Cepparello (Buongiorno Livorno): è la prima donna eletta presidente del consiglio comunale livornese  di Emilia Trevisani


Video Esclusivo Dentro la casa di riposo: ecco che fa Berlusconi il NULLA?


 

(Fonte Repubblica)

A Cesano Boscone nell'istituto dove l'ex presidente del Consiglio ogni settimana sconta la sua pena occupandosi degli anziani ricoverati, tra mazurche e regalini. La ripresa è del giornalista Stefano Apuzzo

PS. Impressione del blogger di info5stelle.  Dal video si vede che non fa Nulla, questa si chiama Pacchia!! lascio al pubblico che guarderà questo video  esprimere il suo punto di vista su questo #Blog, oppure su Google plus 


RENZI #SVEGLIA: L’inflazione continua a frenare Mai così bassa dal 2009 Giù anche i prezzi degli Alimentari


(Fonte)


dalla Redazione

Si abbassa ancora l’inflazione nel mese di giugno. La crescita annua dei prezzi si ferma allo 0,3% dallo 0,5% di maggio. Lo rileva dell’Istat nella stima provvisoria sottolineando che è il livello più basso da quasi 5 anni (ottobre 2009). Su base mensile l’indice è in crescita dello 0,1%.

I prezzi degli alimentari diminuiscono a giugno dello 0,6% segnando il livello più basso da settembre 1997. Lo rileva l’Istat nelle stime provvisorie. Proprio alla diminuzione dei prezzi di questa categoria di prodotti è imputabile, secondo i tecnici dell’istituto, il calo dell’inflazione.

News: Fondi neri per sponsor politici Arresti domiciliari a Guarguaglini

Guarguaglini

(Fonte)

L'accusa nei suoi confronti è di associazione a delinquere e corruzione. L'ipotesi investigativa è che la destinazione finale della raccolta sarebbero stati gli "sponsor politici"

 

Pierfrancesco Guarguaglini, ex presidente e amministratore delegato di Finmeccanica, è agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta della Dda di Napoli su presunti fondi neri e tangenti in relazione agli appalti per il Sistri, il sistema di controllo satellitare del trasporto dei rifiuti. La Procura di Napoli ipotizza nei suoi confronti le accuse di associazione per delinquere e corruzione.

L’inchiesta è condotta dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, coordinatore della Dda, e dai pm Catello Maresca, Marco Del Guadio e Maurizio Giordano. L’ipotesi investigativa è che siano stati raccolti fondi dagli ex vertici di Finmeccanica, la cui destinazione finale sarebbero stati “i loro sponsor politici”.

 

News: Allarme cassa integrazione: manca 1 mld, rischiano 50mila lavoratori

Allarme cassa integrazione: manca 1 mld, rischiano 50mila lavoratori

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Il ministro Poletti: "Possiamo cercare questi soldi con la Legge di Stabilità. Il Jobs Act non toccherà l'articolo 18" 

Per rifinanziare la cassa integrazione in deroga (quella pagata dalla fiscalità generale e non dai versamenti delle imprese) manca "un miliardo". Lo afferma il ministro del Lavoro Giuliano Poletti che in un'intervista al quotidiano "Repubblica" esclude però una manovra correttiva: "Renzi e Padoan hanno detto che non sono previsti nuovi interventi per il 2014. Per me è risolutivo".

Quanto all'ipotesi di ridurre il sostegno al reddito da 12 a 8 mesi dice: "Non abbiamo ancora deciso nulla. È la legge Fornero che prevede dal 2014 l'uscita graduale dalla cassa integrazione e dalla mobilità in deroga". "Non credo - continua l'ex presidente di Legacoop - che oggi ci siano le condizioni tecniche per smontare o cambiare radicalmente quel provvedimento. E c'è anche un problema di risorse: nel 2014 abbiamo dovuto utilizzare quelle stanziate per finanziare la cassa in deroga del 2013 che altrimenti sarebbe stata scoperta e ora dobbiamo trovare le coperture per il 2014".

Quanto all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, riflette sulle modifiche proposte da una parte della maggioranza e sottolinea: "Il governo terrà conto di questa discussione e lavorerà perché emerga una posizione unitaria di tutta la maggioranza". E ribadisce che "la legge delega non prevede interventi sull'articolo 18".

E alle affermazioni del ministro dello Sviluppo Federica Guidi che ha definito lo Statuto dei lavoratori un testo 'datato', replica: "Penso che lo Statuto continui ad avere valore".

Sul flop del bonus Letta specifica che quella misura "era finalizzata all'assunzione in un posto di lavoro stabile. Cercheremo di capire perché non hanno funzionato. Se necessario semplificheremo le norme". Tante speranze il ministro le nutre ora sulla Garanzia Giovani: "Offre ai giovani un'opportunità per non restare a casa a fare nulla. Mi pare che il fatto che in soli due mesi si siano iscritti 100mila è un segno di attivismo positivo".

Infine Poletti torna sugli esodati dopo l'annuncio del governo di salvaguardare altri 32mila lavoratori: "Poi - continua - vorrei che si capisse che ci sono tantissime situazioni che non sono tecnicamente ascrivibili alla categoria degli esodati: persone che perdono il lavoro senza avere ancora i requisiti per andare in pensione. Anche per queste situazioni andrà trovata una soluzione".

E alla domanda se il prestito previdenziale possa esserlo dice: "Può essere una delle opzioni, ce ne saranno diverse a seconda dei casi". Ed esclude modifiche all'età pensionabile: "Resterà quella della riforma Fornero".

News: Emigrate all'estero o disoccupate: che fine hanno fatto le Olgettine



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Che fine hanno fatto le “olgettine? A pochi giorni dalla sentenza di appello del processo Ruby, delle ragazze che avrebbero frequentato Arcore non c'è più traccia. Alcune di loro sono emigrate negli Stati Uniti. Altre, più semplicemente, si sono spostate in umili appartamenti in affitto nella zona di piazzale Loreto. Nessuna di loro frequenta Mediaset. Annullati tutti contratti e così molte ragazze si sono ritrovate senza un lavoro.

Senza lavoro - Come la bionda Giovanna Rigato, ex concorrente del Grande Fratello, che fino a un anno fa era retribuita con un contratto annuale in casa Mediaset da 50mila euro all’anno per partecipare a trasmissioni e talk show. Contratto che, oggi, è sfumato nel nulla. E così medita di trasferirsi all’estero: “Parlo tre lingue, se non salta fuori qualcosa qui in Italia sono pronta a lasciare il Paese”. Più o meno quello che è accaduto ad Aris Espinosa, che lavorava nel corpo di ballo di molte trasmissioni del Biscione: “Non mi fanno più lavorare, dovrò andarmene da qui”. All'estero invece sono emigrate, come racconta l'Huffingtonpost, anche la 36enne Barbara Guerra, Barbara Faggioli, Alessandra Sorcinelli e la ex bad-girl Marysthell Polanco, ex valletta di Colorado Cafè nonché presenza fissa ad Arcore, che è da poco diventata mamma per la seconda volta. Anche per loro niente più ingaggi in televisione e pochissimi contatti con il mondo dello spettacolo. La Guerra, in particolare, stava meditando di aprire una linea di intimo e costumi da bagno. Alcune di loro si sono riciclate come aspiranti cantanti, aspiranti attrici, ragazze immagine, businesswomen in attesa di aprire una loro linea di vestiti e persino cameriere. 

Il Ruby Ter - La questione non è secondaria, visto che molte di queste ragazze sono indagate nel terzo filone dell’inchiesta Rubygate, il cosiddetto “Ruby ter”, il processo-costola che vede coinvolte 45 persone, fra cui una trentina di olgettine. Un’incognita è anche la vita di Iris Berardi, origini brasiliane e un’impressionante somiglianza fisica con Ruby Rubacuori. Pure lei, come la giovanissima marocchina, quando entrò nel circo di Arcore per la prima volta aveva solo 17 anni. Almeno, è il sospetto dei magistrati. Iris è una delle pochissime a non aver lasciato il residence di via Olgettina.

Ruby - E Ruby? Dopo una lunga avventura in Messico dove meditava di aprire insieme al compagno Luca Risso uno stabilimento di pasta fresca, ora è ritornata mestamente a Genova. “Ho cercato lavoro come cameriera ma nessuno mi voleva assumere”, ha dichiarato pochi giorni fa in un’intervista a Il Giornale, “ora forse ho trovato posto in un ristorante a Milano”.

 

News: Grandi opere, da Expo 2015 al Mose in Italia si costruisce tutto al Buio

Grandi opere, da Expo 2015 al Mose in Italia si costruisce tutto al buio

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Solo nella Penisola non c’è l'obbligo di sottoporre i progetti finanziati dallo Stato, come le autostrade o l'Alta Velocità, a valutazioni economiche di esperti indipendenti

 

In Italia si costruiscono grandi opere, ma nessuno spiega perché. Il 6 giugno, al Politecnico di Milano, si è svolto un convegno sulla valutazione economica dei grandi investimenti nei trasporti. L’Italia è un paese peculiare: non ha mai valutato seriamente nulla, nonostante diverse norme lo prevedessero, in particolare quelle ambientali. O meglio, sono state fatte ma sempre con risultati positivi. Trovare tecnici e accademici “non eccessivamente pignoli” non è difficile, soprattutto se retribuiti dai promotori degli investimenti stessi. In Italia, al contrario di quel che avviene negli organismi internazionali e nei paesi sviluppati, non è richiesta alcuna “terzietà” alle analisi: ci si limita a chiedere all’oste se il vino è buono. Solo da pochi tecnici indipendenti, e di rado, sono arrivati dei “no” basati su analisi economiche e finanziarie. I risultati di queste iniziative isolate si sono visti. Ma a danno delle carriere di quegli incauti che hanno fatto le analisi.

Molte mazzette e poche analisi
Quello delle grandi opere pubbliche è uno dei pochi in cui il governo è autorizzato dalla normativa europea a trasferire risorse alle imprese nazionali. Infatti le gare per l’affidamento sono certo obbligatorie, ma sono sempre e solo vinte da imprese nazionali, e generalmente sempre le stesse. Poi, si sa, le imprese tendono a manifestare gratitudine. E quanto sia diffuso questo sentimento per gli appalti vinti lo vediamo quasi ogni giorno, dalle inchieste sul Mose di Venezia a quelle sull’Expo di Milano, alla stazione sotterranea Alta Velocità di Firenze. Tutte opere per le quali era stata da alcuni sottolineata l’eccessiva onerosità per le casse pubbliche. Ma se per molti attori non fosse esattamente l’economicità e l’utilità dell’opera l’obiettivo principale, si potrebbe leggere un nesso tra i fenomeni di corruzione e lo scarso interesse per valutazioni indipendenti.

Oltre a un elevato tasso di corruzione, il settore ha ricadute occupazionali scarsissime per ogni euro pubblico speso (spesso si afferma il contrario, contro ogni evidenza fattuale). Secondo la Corte dei Conti, e viste le cronache giudiziarie, le grandi opere sono anche caratterizzate da straordinari livelli di penetrazione della malavita organizzata e da scarsa innovazione tecnologica (è un settore maturo).

Inoltre, forse anche in relazione all’assenza di valutazioni degne di questo nome, il settore ha dato uno straordinario contributo alla crisi del bilancio pubblico italiano, come dimostrato anche dal prof. Arrighi sulle pagine del Fatto. Ma per fortuna, questo disastro non riguarda tutti i modi di trasporto: le autostrade almeno in buona parte le pagano gli utenti con i pedaggi. Per gli investimenti ferroviari non è così: è tutto a carico dello Stato, e per importi straordinariamente elevati (in media tre miliardi di euro all’anno). Non certo per le linee minori: l’Alta Velocità, un eccellente progetto dal punto di vista degli utenti, ha scavato una voragine nei conti pubblici (si stima che sia costata tre volte di più di opere analoghe nel resto d’Europa). Alcune tratte sono ben utilizzate, altre semi-deserte (la tratta Roma-Milano è percorsa da circa 100 treni al giorno su 300 di capacità, che è un grado di utilizzazione discreto, ma le altre tratte molti meno). Gli utenti sono di categoria medio-alta, ma lo Stato, con straordinaria generosità, ha deciso di non caricare su di loro nemmeno un euro dei costi di investimento. La letteratura internazionale dimostra che l’impatto ambientale di opere ferroviarie di questi tipo varia dal modestissimo al negativo, considerando anche le emissioni in fase di costruzione.

E la festa non sembra affatto finita: sono alle viste una trentina di miliardi di euro a carico dello Stato in nuovi progetti ferroviari, molti dei quali di nuovo analizzati indipendentemente da alcuni studiosi (si veda LaVoce.info), e alcuni con livelli di utilizzazione prevedibili persino inferiori di quelli già realizzati. Oppure invece questa volta la festa sta per finire? Qualche segnale positivo c’è: l’intervento al convegno di cui si è detto di uno dei consiglieri di Matteo Renzi (il deputato del Pd Yoram Gutgeld) ha fatto chiaramente intendere che se i soldi pubblici nel settore dei trasporti vengono buttati dalla finestra come si è fatto finora, difficilmente ne arriveranno altri. Panico tra molti studiosi del settore, abituati a sentire promesse mirabolanti provenienti dai vari governi, e ad assecondarle con analisi molto “benevole”.

È ora di smetterla con i soldi buttati
Non ci sono più soldi pubblici da spendere con disinvoltura, e certo questa non è una motivazione che di per sé possa rallegrare (rallegra però averlo sentito dire con forza da un consigliere di Renzi). E forse una motivazione che rafforza questa c’è: la nuova autorità indipendente per la regolazione dei trasporti sembra fortemente intenzionata a lasciare alla politica la scelta delle infrastrutture, ma senza consentire ai concessionari pubblici e privati chiamati a realizzarle, di sprecare soldi dello Stato o degli utenti, sia con opere sovradimensionate rispetto alla domanda, che con soluzioni irragionevolmente costose.

 

News: Senato, giustizia, jobs act, fisco. E Ruby La partita del governo si gioca d'estate


(Fonte)

Domani inizia il semestre europeo. Ma anche un mese che per il premier potrebbe essere "lungo": le Camere discuteranno di lavoro, fisco, Pubblica amministrazione. Oggi, poi, comincia l'iter del ddl che dovrà trasformare Palazzo Madama. Intanto l'esecutivo accantona i testi su anticorruzione, falso in bilancio e autoriciclaggio per evitare liti con Forza Italia. Ma nella maggioranza è corsa contro il tempo per dare l'ok prima della sentenza del processo Ruby

 

Se davvero il meglio deve ancora venire, la prima pagina potrebbe essere scritta già oggi. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi entra nella prima settimana di un mese che per lui potrebbe essere molto lungo. Riforma del Senato, legge elettorale, jobs act, giustizia, anticorruzione, fino ai decreti su cultura e sovraffollamento delle carceri e i decreti attuativi sul fisco. E sullo sfondo, ma mica tanto, il semestre europeo che comincia il primo luglio, cioè domani. Ancora una volta Renzi è costretto a giocare su più tavoli (il partito, il governo, l’Europa) e questa volta non da “esterno”, quanto da primo e unico giocatore, per giunta ora spinto (e responsabilizzato) dal 40,8% ottenuto alle elezioni europee. Come dire che non “ci sono più scuse”, per usare proprio il linguaggio del capo del governo. Vista da fuori, l’impressione è questa: “Renzi esce più forte sul piano personale. Ora però deve dimostrare di avere dietro di sé un paese altrettanto forte. E questo è più difficile. I problemi dell’Italia sono il suo debito più che il suo deficit, e la sua capacità di mettere in pratica le riforme più che quella di deciderle. I decreti di attuazione delle molte leggi che sono state varate sono ancora tutti da fare. E l’Europa, giustamente, guarda ai fatti concreti, non alle belle intenzioni e neppure alle leggi giuste ma inattuate. Renzi può aver vinto la battaglia contro i burocraticismi europei dei vincoli di bilancio, ma deve ancora vincere quella contro la burocrazia italiana”. E a dirlo (a Repubblica) uno che è stato sia al posto di Renzi sia a capo della commissione europea, cioè Romano Prodi.

Senato: il Pd e la sua sinistra, Forza Italia e i suoi Minzolini
Sul piano politico il capitolo più delicato è certamente quello della riforma del Senato, che tiene impegnato Palazzo Madama da settimane con scontri anche “sanguinosi” come l’accompagnamento all’uscita grazie a dei buttafuori dei senatori Mario Mauro e Corradino Mineo, colpevoli di non essere d’accordo con il disegno di legge del governo. Il governo punta a portare a casa il primo via libera dei senatori entro la fine di luglio. Da oggi la commissione Affari Costituzionali inizierà a votare, poi il testo passerà in Aula. “Vedremo tra poche settimane se la riforma del governo Renzi avrà la maggioranza del Senato, dopo aver conquistato con il 41% quella degli elettori” dice Andrea Marcucci, renziano. Suona come un avvertimento alla minoranza del Pd, ancora combattiva e per niente convinta dell’impianto della legge elaborato dal ministro Maria Elena Boschi. Ancora ieri Vannino Chiti – predecessore della Boschi – ha ripetuto che come minimo si fa il Senato alla tedesca oppure voterà contro. Per questo sempre ieri il capogruppo al Senato Paolo Romani ha esibito tutte le piume colorate di Forza Italia: “Noi siamo stati determinanti alla Camera per approvare Italicum e lo siamo ancor di più al Senato per le riforme – ha dichiarato a SkyTg24 – Se non le votiamo, le riforme non passano”, se i berlusconiani le votano, “le riforme passano: noi e il Pd siamo allo stesso livello protagonisti di questa riforma”. Certo, resta quel problemuccio della pattuglia dei forzisti che vogliono il Senato elettivo (come una parte del Pd, un po’ di centristi e lo stesso Movimento Cinque Stelle: una maggioranza in materia non è un’utopia). Parlando con ilfattoquotidiano.it Augusto Minzolini sembrava certo che due terzi del gruppo fossero con lui. Ebbene, cosa succede? 
“Prima di giovedì prossimo”, quando si terrà un’assemblea alla presenza di Berlusconi, “nessuna decisione fondamentale sarà adottata in commissione Affari costituzionali – si rifugia in corner Romani, intervistato da Repubblica – Riuniremo tutti i parlamentari nazionali e europei e in quella sede Berlusconi ci dirà cosa fare”. Quanto ai presunti dissidenti “avevano firmato più di un mese fa una richiesta di convocazione del gruppo, che si è riunito. Non hanno mai sottoscritto la proposta Minzolini”. 

Corsa contro il tempo. Prima del processo Ruby
L’obiettivo, fanno notare fonti parlamentari della maggioranza, è quello di arrivare ad un primo voto in Aula a Palazzo Madama prima del verdetto di secondo grado del processo Ruby che, salvo imprevisti, potrebbe arrivare già il 18 luglio. In caso di condanna di Berlusconi, infatti, la reazione di Forza Italia potrebbe essere quella di sempre: imprevedibile. L’importante, perciò, è giungere con un primo sì del Senato prima della pausa estiva. Per affrontare, si osserva, con un parziale, ma solido traguardo le incognite che, in autunno, potrebbe riservare la legislatura.

Infatti all’interno del Partito democratico c’è chi cerca di mettere Renzi sul chi va là. “Serve capire meglio l’atteggiamento di Forza Italia, dove il dibattito è meno trasparente ed esplicito che nel Pd. Allo stato, Fi costituisce un freno al processo delle riforme” dice Alfredo D’Attorre, deputato bersaniano, che da mesi è uno dei portabandiera della sinistra di partito in tema di riforme. Sarà anche come dice D’Attorre, ma certo rischia di rimanere un potere “ricattatorio” di Berlusconi e dei suoi nei confronti del Pd di governo: gli azzurri legano la riforma del Senato a quella elettorale, sulla quale vogliono garanzie (sui tempi e su aspetti tecnici). E’ un’altra sfida a ritmo sostenuto per via dell’apertura sulle preferenze concessa da Renzi ai Cinque Stelle nell’incontro streaming della scorsa settimana, il primo non finito a schifio. 

Riforma della giustizia? Meglio fra un po’
Tanto è complicata la partita delle riforme che il campo va tenuto sgombro da ogni altro ostacolo. Mettere in agenda in un momento del genere temi come il falso in bilancio, l’autoriciclaggio o la responsabilità civile dei magistrati, da parte del governo, con tanto di norme scritte e definite, potrebbe trasformarsi in un bel colpo di zappa sui piedi. Gli scontri si aprirebbero non solo con le destre, ma anche all’interno della maggioranza (purtroppo per Renzi in Parlamento il Pd non ha affatto il 40,8%). Questo vuol dire che slitterebbe l’ennesima scadenza del governo: la Boschi aveva assicurato che la riforma della giustizia avrebbe iniziato il suo percorso entro il 30 giugno, cioè oggi. Invece, nel consiglio dei ministri in programma oggi, non si dovrebbe andare oltre l’elencazione di una serie di “principi” o di cosiddette “linee guida” sui temi più caldi della giustizia. Ma niente testi. Molti, spiega l’Ansa, sono già pronti e hanno già passato il vaglio del pre-consiglio dei ministri. Ma ci sono aspetti che vanno ancora discussi perché un vero e proprio consiglio dei ministri dedicato ancora non c’è mai stato. In più su falso in bilancio e su autoriciclaggio tra Fi e Pd non c’è grande intesa. Quindi meglio rinviare il confronto almeno a dopo il primo voto sulle riforme.

Ma Nitto Palma potrebbe “fregare” il governo
Sul tema la dinamica è tutta da interpretare perché legata a intrecci di codicilli e regolamenti. Perché la presenza di un possibile testo del governo era stata il pretesto per bloccare il ddl anticorruzione presentato in prima battuta dal presidente del Senato Piero Grasso e che poi ha preso il nome (perché modificato) dal relatore Nico D’Ascola (Nuovo Centrodestra). Un testo che parla anche di falso in bilancio e autoriciclaggio che ha trovato nuova energia dopo gli scandali su Expo e Mose. Ma senza un testo dell’esecutivo il presidente della commissione Giustizia del Senato Francesco Nitto Palma potrebbe riprendere i lavori. Anche sul fronte della responsabilità civile dei magistrati. Palma su quest’ultimo tema tira dritto e annuncia di voler votare già da martedì 30 (domani) perché, nonostante la richiesta di rinvio avanzata la settimana scorsa dal viceministro alla Giustizia Enrico Costa (Ncd) per riuscire a dare pareri su emendamenti e subemendamenti, per martedì il parere dovrà essere dato e i primi voti potrebbero arrivare. E in questo caso sarà difficile per l’esecutivo intervenire in corsa perché, dopo il via libera definitivo della commissione, al massimo, potrà presentare sue proposte di modifica in Aula, ma non farsi più promotore in prima battuta di un provvedimento organico. Non solo:
 per il ddl anticorruzione di D’Ascola, che al momento sembra avere una diversa impostazione rispetto a quella che si vorrebbe dare da Via Arenula, potrebbe scattare la mannaia del regolamento del Senato che prevede che la sospensione, in caso di annuncio da parte del governo di voler presentare un testo, non possa superare i 30 giorni. Il che significa che dal 5 luglio i commissari potrebbero votare anche su falso in bilancio e autoriciclaggio visto che Palma ha disposto lo stop dell’esame del testo D’Ascola il 5 giugno scorso.

Jobs act, delega fiscale, Pubblica amministrazione: Camere a ritmo serrato
Fin qui “la madre di tutte le partite”, cioè le riforme istituzionali, legata a quella più difficile, la giustizia. Ma sempre al Senato si sta scaldando il clima attorno al Jobs act, il disegno di legge delega di riforma del mercato del Lavoro che i senatori si sono impegnati a chiudere con il voto in Aula sempre entro fine luglio (ma il governo punta a chiudere in via definitiva “entro il semestre italiano di presidenza europea”, come ha ribadito il ministro del Lavoro Giuliano Poletti). All’attenzione dei senatori intanto è arrivato anche il decreto per la competitività delle imprese, che inizia il suo iter parlamentare domani 1 luglio (è assegnato alle commissioni Industria e Ambiente che partono con un ciclo corposo di audizioni). Il timing non è ancora fissato ma è probabile che si cercherà lo “scambio” con la Camera cui invece è stato destinato in prima lettura il decreto sulla Pubblica amministrazione. Anche questo provvedimento avvia l’iter domani (assegnato alla commissione Affari costituzionali) con l’obiettivo di arrivare in Aula già il 14 luglio. Nonostante i due decreti scadano il 23 agosto l’intenzione sembra quella di andare a un esame sprint che consenta di convertirli in legge prima della pausa estiva. Pausa che negli ultimi anni, complice la crisi e il sentimento “anti-casta” sempre più diffuso nell’opinione pubblica, si è ridotta a poco più della settimana di Ferragosto.

A Montecitorio c’è l’ingorgo: oltre alla Pubblica amministrazione va votato anche il decreto cultura (in commissione si deve passare al vaglio degli emendamenti, scade a fine luglio), il decreto per l’indennizzo dei detenuti per il sovraffollamento delle carceri, atteso il 21 luglio insieme anche a una proposta di legge parlamentare (del Movimento Cinque Stelle) per l’abolizione di Equitalia. E già dal 2 luglio l’assemblea della Camera sarà impegnata con la proposta di legge per ampliare le tutele agli esodati. Ma c’è anche la proposta sul rientro dei capitali dall’estero che potrebbe arrivare in Aula prima di fine luglio, visto che nelle intenzioni della maggioranza il testo andrebbe approvato in via definitiva (quindi anche dal Senato) prima della pausa. Oltre alla riforma della Giustizia, entro luglio dovrebbe prendere forma anche lo “Sblocca-Italia“, il provvedimento fortemente voluto dal capo del governo per far ripartire i cantieri, così come dovrebbero arrivare altri decreti attuativi della delega fiscale, mentre le commissioni aspettano ancora di ricevere i due approvati dal governo sempre il 20 giugno per l’avvio della riforma del catasto (con le commissioni censuarie) e del 730 precompilato (hanno 30 giorni per esprimere i pareri).

 

domenica 29 giugno 2014

Video: Tav, stop a cantiere di Voltaggio: mancano requisiti antimafia a ditta




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 Il cantiere di Voltaggio, provincia di Alessandria, dove si sta scavando il tunnel per l’alta velocità Genova-Milano, denominata Terzovalico, è fermo. La ditta Lauro spa, che lavora in subappalto per il Cociv, è stata allontanata dai lavori. Secondo le prime indiscrezioni sembra siano venuti meno dei requisiti sull’antimafia. Altri due cantieri della Lauro, in Valle d’Aosta e Piemonte, erano stati chiusi nei giorni scorsi. “Venerdì gli operai si sono messi in sciopero – spiega Davide Bailo, NoTav del Terzovalico – dopo la notizia che 45, su 50, sarebbero stati licenziati, dopo che alla Lauro è stato revocato l’appalto per lo scavo di questo tunnel”. Il procedimento è partito dalla Prefettura di Torino e sembra riguardare un consulente esterno dell’azienda legato all‘ndrangheta. “Avevamo già denunciato la possibilità di infiltrazioni mafiose –dice un altro attivista NoTav- la ditta Lauro è coinvolta anche in altri processi, come è possibile che abbia lavorato indisturbata per un anno a una grande opera pubblica”  di Cosimo Caridi

 

Video #Pd, fuorionda Guerini: “Cosa è la SinistraDem? Che ca… ne so”




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Invitato al convegno organizzato da Gianni Cuperlo (deputato Pd) a Milano, il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini in un fuori-onda non nasconde la difficoltà di capire cosa sia la SinistraDem: “Che cazzo ne so”. All’uscita dal Palazzo delle Stelline, Guerini poi risponde ai cronisti, ma per un errore tecnico l’audio delle sue risposte fa interferenza con quello degli esponenti Pd che stanno intervenendo in sala. Per risolvere la situazione, esce direttamente Cuperlo, che lo invita ad andare un po più in là di Francesca Martelli

 

News: Guai in via Solferino Biglietti per Dell'Utri, l'Ordine apre indagine sul Corriere

Biglietti per Dell'Utri, l'Ordine apre indagine sul Corriere

(Fonte)

l'Organo di disciplina scrive a De Bortoli: ipotizzata l'apologia di reato

 

Aveva suscitato un misto di sorpresa e scalpore quella pagina sul Corriere della Sera, una pagina a pagamento acquistata da inserzionisti, nella quale si riportavano i messaggi di conforto, solidarietà e vicinanza inviati a Marcello Dell'Utri dagli amici dell'ex senatore di Forza Italia in carcere a Parma perchè condannato in via definitiva per associazione mafiosa. E oggi, in via Solferino, è arrivata una lettera che il Comitato di redazione del Corriere ha girato alla redazione.

A scrivere è Gabriele Dossena, presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Destinatario, il direttore Ferruccio De Bortoli. Scrive Dossena: "Caro direttore, solo per informarti che in merito alla pagina pubblicitaria pubblicata sul Corriere di oggi acquistata dagli amici di Marcello Dell'Utri, è mia intenzione portare l'accaduto al prossimo Consiglio dell'Ordine perché intervenga il Consiglio di disciplina territoriale per quanto di sua competenza. Sarà ovviamente il Consiglio stesso a valutare in che misura la libertà di manifestazione del pensiero cada in apologia di reato o modalità imbarazzanti per il prestigio e l'etica del giornale che dirigi. Ti chiedo anche se ritieni di spiegare a noi, ai lettori e ai colleghi i motivi di una simile decisione, non accompagnata da una presa di distanza che potesse ribadire la posizione del giornale". 

News: Strage di Viareggio, il libro nero: dalle donazioni dimenticate ai giudici pedinati


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A 5 anni dalla tragedia della Versilia non ci sono solo i 32 morti, gli ustionati a vita e i 33 imputati nel processo in corso a Lucca. Ma anche molti punti oscuri. Dai presunti conflitti d'interesse di un perito al licenziamento di un dipendente Fs consulente di parte civile, dai soldi raccolti ma non ancora destinati fino alle promozioni degli imputati Moretti (Finmeccanica) e Elia (ora capo di Ferrovie). Fino allo "spionaggio" dei magistrati del tribunale: "Con chi cenano? Con chi giocano a calcetto?"

 

I 32 morti e gli ustionati a vita sono solo il primo capitolo. Il “libro nero della strage di Viareggio” è molto più lungo e si è riempito di episodi oscuri e inquietanti mese dopo mese durante questi 5 anni: dal perito del giudice per le indagini preliminari pagato da una delle società indagate, Rfi, allo Stato che accetta il risarcimento e si tira fuori dalle parti civili; dal ferroviere licenziato con accuse infondate dopo che si è messo a disposizione come perito di una delle famiglie colpite, alle migliaia di euro che giacciono sui conti del Comune e della Misericordia di Viareggio senza essere destinate. Senza dimenticare pedinamenti e spionaggi che hanno coinvolto perfino i magistrati che compongono il collegio che dovrà giudicare i 33 imputatiIlfattoquotidiano.it ha seguito ciascuno di questi capitoli – e molti altri – e li ripropone qui in sequenza, come in un film dalle tinte fosche che fa capire perché il processo in corso per Viareggio è tanto delicato quanto importante anche per il resto del Paese. 

Capitolo zero – L’antefatto
Flashback. Siamo nel 2001 a Viareggio. Gli abitanti di via Ponchielli non sanno che di lì a 8 anni la loro strada si trasformerà in un teatro di guerra in piena notte, che le loro case saranno invase da nubi di fiamme mentre staranno dormendo coi bambini, giocando a carte con gli amici o guardando la tv sul divano. Non lo possono immaginare ma sono ugualmente preoccupati. Davanti alle loro case c’è la stazione di Viareggio. Anche in piena estate vedono parcheggiate sui binari, a pochi metri da casa, cisterne piene di materiale pericoloso: lo riconoscono dal segno del teschio. Non sono tranquilli. Rolando Pellegrini, allora 71 anni, ha l’idea di raccogliere le firme degli abitanti di via Ponchielli per chiedere alle Ferrovie un muro di protezione tra loro e le rotaie. In 76 firmano l’appello, che viene inoltrato per raccomandata alla direzione di Ferrovie dello Stato. Non ricevono risposta. 

Capitolo 1 – La notte della tragedia: 29 giugno 2009La strage. E’ il 29 giugno 2009 quando alle 23,50 un treno carico di gpl in ingresso alla stazione di Viareggio deraglia. Una cisterna si rovescia, un ostacolo la perfora. Il gas si diffonde lungo la ferrovia e le strade circostanti, che nel giro di due minuti vengono proiettate in un inferno di fuoco che priverà della vita 32 persone: tra loro anche 4 bambini. Altri due cittadini, anziani, muoiono nelle loro case per lo spavento del boato. Nel conto delle vittime ci sono anche tre dei 76 firmatari della lettera che chiedevano il muro. 

Capitolo 2 – Il perito delle indagini lavora per RfiRiccardo Licciardello accetta di fare il perito per il gip nella fase delle indagini del processo per la strage di Viareggio. E dopo non rifiuta l’incarico offerto da Rfi, indagata nello stesso processo, per una prestazione da 12mila euro. Il pm Salvatore Giannino denuncia il conflitto d’interessi. Ma per il gip Simone Silvestri non c’è “sudditanza psicologica”. 

Capitolo 3 – La raccolta fondi della Misericordia e la querela a ReportNovembre 2013: Report, il programma d’inchiesta di Milena Gabanelli e Sigfrido Ranucci, si sofferma sui soldi raccolti per il disastro ferroviario dalla Misericordia viareggina per oltre 2 anni. Chiede conto delle destinazioni e della cifra raccolta. Il giornalista Giuliano Marrucci viene querelato dal presidente della Confraternita Roberto Monciatti. Lo fa anche il Fatto.it, oggi, e il presidente perde le staffe.

Capitolo 4 – Accuse di pedinamentiDicembre 2013. In aula il pm Salvatore Giannino sbotta: “Sono state cercate notizie sulla vita privata del giudice. Con avvocati che andavano in giro a cercare di capire con chi mangiava il giudice e con chi giocava a calcetto!”. Il processo è iniziato da un mese ma è già caldissimo e la difesa tenta di contestare l’imparzialità del collegio giudicante.

Capitolo 5 – Lo Stato accetta i soldi e non si fa parte civile
E’ un colpo durissimo per i familiari: l’esecutivo guidato da Enrico Letta accetta la transazione economica e rinuncia a costituirsi parte civile nel processo accanto alle vittime. “Atto insulso e vigliacco” lo definisce Marco Piagentini, che nella strage ha perso i due bimbi Lorenzo e Luca, di 17 mesi e 4 anni, e la moglie Stefania, 40, rimanendo lui stesso gravemente ustionato. Piagentini chiede a Letta di ripensarci, ma il presidente del Consiglio risponde picche.

Capitolo 6 – L’ennesima promozione: Moretti alla guida di FinmeccanicaIl 14 aprile Mauro Moretti, imputato per omicidio plurimo, incendio colposo e violazione di norme sulla sicurezza sul lavoro, viene nominato nuovo amministratore delegato di Finmeccanica. “E’ l’ennesimo schiaffo che riceviamo. Pensavamo che il presidente del Consiglio Matteo Renzi non arrivasse a tanto” dice la presidente dei familiari delle vittime Daniela Rombi a ilfattoquotidiano.it. Mauro Moretti era stato confermato a.d. di Ferrovie dello Stato da indagato, sotto il governo Berlusconi, e poi anche da imputato, con l’esecutivo Letta.

Capitolo 7 – Licenziato il “ferroviere perito” dei familiari. Per una querela archiviataSe gli imputati vengono promossi, i ferrovieri che si schierano con le famiglie viareggine sono licenziati. Il 9 settembre 2011 il ferroviere viareggino Riccardo Antonini, consulente di parte civile di alcuni familiari, è accanto ai familiari delle vittime alla Festa del Pd a Genova. Come in molte occasioni, sono lì per tenere alta l’attenzione sulla sicurezza in ferrovie. E’ previsto l’intervento dell’ad di Fs Mauro Moretti. Ma non avverrà: contestato dai No Tav, l’ingegnere è costretto ad andarsene. Eppure querela Antonini: gli avrebbe urlato “assassino, buffone, vigliacco, bastardo e pezzo di merda” e gli avrebbe impedito di parlare. Il ferroviere Antonini rifiuta queste accuse fin dall’inizio. Dopo poche settimane da Genova, viene licenziato. Ma a maggio 2014 il gip di Genova gli dà ragione: le registrazioni della festa dimostrano che niente di ciò di cui è accusato è accaduto. Antonini attualmente è ancora senza lavoro.

Capitolo 8 – La Cgil invita Moretti e rifiuta l’intervento di Piagentini, che ha perso moglie e due figli
Maggio 2014. Alle “giornate di lavoro” di Rimini la Cgil, parte civile nel processo di Viareggio, invita come ospite Mauro Moretti. E rifiuta l’intervento che tempo prima, con una lettera scritta, Marco Piagentini, 45 anni, il papà che nella strage ha perso due bambini, Luca e Lorenzo, 4 anni e 17 mesi, e la moglie Stefania, 40 anni, aveva chiesto di poter fare. I familiari vanno fino a Rimini per contestare la presenza di Moretti all’appuntamento del principale sindacato italiano. E’ l’ennesimo scontro tra la Cgil e i familiari delle vittime. L’associazione dei familiari delle vittime Il Mondo che Vorrei chiede ufficialmente al sindacato di uscire dal processo. Ma questo non ha mai risposto. 

Capitolo 9 – Cambia l’ad di Ferrovie, arriva un altro imputato: EliaSono in riunione per decidere come celebrare il quinto anniversario della loro strage quando vengono a sapere che l’uomo scelto per essere il nuovo a.d. di Ferrovie è un altro imputato per il disastro ferroviario: Michele Mario Elia, già a capo di Rfi. I parenti delle vittime riuniti nell’associazione Il Mondo che Vorrei e i cittadini e ferrovieri di Assemblea 29 giugno sono senza parole. Ma devono trovarle se vogliono far sentire la loro voce. Nel giro di un quarto d’ora si danno appuntamento alla stazione di Viareggio. Occupano il binario 4, quello del deragliamento, mentre sopraggiunge un treno. Daniela Rombi parla al megafono, al fianco di Marco Piagentini. La sua condanna al governo Renzi è totale.

Capitolo 10 – “Spionaggi” sulla bacheca facebook del supertesteNon c’è dubbio, è stato il picchetto a forare la cisterna e non la zampa di lepre. Non fa in tempo a dirlo in aula Angelo Laurino, attesissimo superteste del processo e ispettore della Polfer che ha condotto le indagini, che la sua onestà, poche udienze dopo, viene messa in dubbio dagli avvocati degli imputati. Hanno controllato il suo profilo Facebook, dicono al collegio giudicante nel giugno 2014. E hanno scoperto che Laurino fa parte di un gruppo creato dai familiari delle vittime di Viareggio, del terremoto dell’Aquila e del disastro del Moby Prince. I giudici definiscono irrilevante il fatto.

 

ECCO LE CARTE DEL BLUFF DI MATTEO #RENZI


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sabato 28 giugno 2014

News: Missile di Brunetta Ue, “ #Renzi sconfitto su tutti i fronti, servirà manovra correttiva da 25 mld”

ELEZIONI: NELLA TANA DEL ROTTAMATORE ORA C'E' CAUTELA E RIFLESSIONE

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“Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, torna buggerato e felice dal Consiglio europeo. Una beffa per l’Italia, ma con promesse d’amore della Merkel, che lo preferisce a tutti gli altri premier europei. Risultati pratici? Neanche la capocchia di uno spillo. Renzi esulta ma non ha motivi per gioire, ha vinto nuovamente la Cancelliera tedesca. Malgrado l’accodo (chiamiamolo così) sulla flessibilità, le raccomandazioni del Consiglio europeo rigettano di fatto la richiesta del governo italiano di rinviare il pareggio di bilancio strutturale al 2016 e come se non bastasse sono più rigide di quelle di inizio giugno.

La verità è che gli spazi di flessibilità per l’Italia sono esauriti: il premier li ha già usati tutti per il suo imbroglio degli 80 euro, per vincere le elezioni. C’è poco da festeggiare quindi. Tanto più che l’Europa ha detto chiaramente al nostro governo che: 1) pur riconoscendo tutta la flessibilità possibile, il 3% deve essere rispettato, e per farlo occorrerà in autunno una manovra correttiva da almeno 25 miliardi di euro sul gobbo degli italiani; 2) per avere questa tanto sbandierata flessibilità, già utilizzata dall’Italia, non si può prescindere dalle 8 raccomandazioni del 2 giugno.

E per fortuna che il presidente del Consiglio avrebbe imposto agli atri partners il suo metodo: prima i contenuti e poi i nomi. Il nostro premier dice di aver avallato la nomina di Jean Claude Juncker a capo della Commissione europea perché ‘c’era un documento’. Ebbene, ricordiamo a Renzi, forse ancora ai suoi primi appuntamenti europei e per questo inesperto, che un documento (chiamato, appunto, ‘Conclusions’) si approva al termine di tutti i consigli europei. Banale routine, insomma. Soprattutto nel ‘testo pro-Juncker’ non c’è alcun provvedimento, neanche minimo, che dia all’Italia quanto le spetta. Peggio di così…. e allora perché ha detto sì? La Merkel è potente, e veste i colori della Fiorentina, suscitando entusiasmo in Renzi. In effetti ci fa viola, peggio che con Monti.

Per di più l’Italia deve subire l’umiliazione anche sul tema immigrazione. Tacendo e contraddicendo gli accordi del Consiglio europeo di fine 2013, non c’è nel documento pro-Juncker alcun cenno su un cambiamento di rotta europeo sulla immigrazione e sui profughi. Era stata prefigurata una modifica dei trattati di Dublino, per consentire finalmente, con regolare visto dai Paesi di primo approdo,  il trasferimento dei profughi nei Paesi delle loro aspirazioni. Arrivano tutti in Italia e non possono uscirne. Renzi non ottiene nulla, ma forse non l’ha nemmeno chiesto, tutto preso dalle moine con la Merkel.

Insomma, sconfitta su tutti i fronti. Situazione assurda. Situazione da statarello sudamericano col dittatorello che ammansisce le masse con la retorica e l’illusione di una grandezza di cartapesta. A noi sempre apparsa tale. L’Europa ha già concesso a Renzi una lunga luna di miele, per avere la legittimazione popolare che gli mancava. Ma ora bisogna passare dalle parole ai fatti. E se l’Europa, ce lo hanno dimostrato questi amari giorni, non accetta di essere sbeffeggiata, non lo accettano tantomeno gli italiani”.

NEWS: #M5S"Revoca della sanatoria vittoria per tutta la Sicilia"



Mimmo Fontana

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Il presidente regionale di Legambiente Sicilia: “La revoca della circolare con la quale il governo Crocetta faceva proprio il discutibilissimo parere espresso dal CGA, rappresenta una grande vittoria per la Sicilia”.

PALERMO -  “Siamo molto soddisfatti del risultato ottenuto dalla battaglia condotta dalla Legambiente, con le sue denunce e il suo ricorso straordinario, e dal M5S dentro al parlamento siciliano”. Così Mimmo Fontana, presidente regionale di Legambiente Sicilia.

“La revoca della circolare - continua Fontana -  con la quale il governo Crocetta faceva proprio il discutibilissimo parere espresso dal CGA, che rischiava di riaprire la sanatoria edilizia del 2003, rappresenta una grande vittoria non per noi ma per la Sicilia. Meritiamo una politica di gestione del territorio che punti a tutelarlo per valorizzarne le risorse. Per questo è necessario chiudere definitivamente la triste pagina che ha portato la distruzione di molte parti della Sicilia. Mai più una sanatoria o un suo surrogato. Diamo atto al governo – conclude Fontana - di averci ripensato e apprezziamo l'impegno dell'assessore Sgarlata nel facilitare tale inversione. Adesso tutti i comuni che avevano pensato di riaprire le pratiche di sanatoria già rigettate non hanno più alibi”.

VIDEO: GLI ITALIANI STANNO FINALMENTE APRENDO GLI OCCHI SU #RENZI @Beppe_Grillo




Centri sociali, Usb e movimenti di Lotta per la Casa scendono in piazza a Roma per contestare “l’Europa delle banche e della politiche di austerità“. La manifestazione “Costruiamo il contro semestre popolare” è la prima di una serie di iniziative che accompagneranno il semestre italiano di presidenza europea. “Siamo stanchi di questo tipo di Europa – dicono – che stritola le famiglie e gli individui”. “Non abbiamo alcuna speranza in Renzi, non segnerà un cambio di passo, lui e il Pd sono solo una pedina del sistema europeo”. “E’ tutto fumo – chiosa un manifestante – di concreto non ha fatto niente”  di Annalisa Ausilio e Mauro Episcopo

 

NEWS: #LETTA CHI?: ECCO COME IL #PD SCARICA L'EX PREMIER


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L'ex premier è l'unico a non esser salito sul carro del segretario Pd, che appena ha potuto lo ha scaricato. Ieri la conferma? "Mai fatto il suo nome non è stato mai fatto né negli incontri ufficiali, né nei pour parler"

E’ la virtù dell’uomo immobile. Enrico Letta fa più danni, se così si può dire, da fermo che in movimento. Fa più rumore da silente che da parlante. E’ l’unico che non ha strizzato l’occhio al nuovo padrone del Pd e perciò è come quelle zanzare di notte: innocue ma fastidiosissime. Enrico – da democristiano di eccelsa caratura – ha scelto la mimetizzazione, la riduzione a frate nella incipiente e debordante stagione renziana. Non si vede e non si sente. Chiusa la corrente, chiuso Vedrò, il festival delle amicizie trasversali, chiusa ogni comunicazione pubblica con l’esterno. Finite le strette di mano, contati i tradimenti patiti. Così è la politica, così va il mondo. E lui lo sa. Adesso attende fermo in stazione, come Romano Prodi rivisitato in quella meravigliosa caricatura di Corrado Guzzanti, che il treno lo raggiunga e lo raccolga. Ogni cosa ha il suo tempo, bisogna essere sottomarini. Invisibili ma in vita e in armi.

Così ieri, senza che muovesse un dito, è giunto in cima a una delle tre poltrone in palio all’Unione europea. Il suo nome è iniziato a circolare prima a Londra poi, sui giornali, atterrato in Italia. E Renzi, lasciato vacante il regno di Roma, si è trovato a dover fronteggiare il primo movimento di contrasto alla direzione da lui impressa. Pierluigi Bersani, il predecessore, ha preso il nome di Letta e l’ha scaraventato sulla faccia di Matteo: “Sarebbe un bel colpo per l’Italia se Enrico divenisse presidente del consiglio europeo”. Un bel colpo per chi? E perché? Nella simbologia bellica piddina aver reso questa ipotesi, dichiaratamente lontana dalle intenzioni del premier, come possibile e addirittura praticabile, anzi vicinissima alla realtà, è stato un atto di guerriglia. E infatti lui in persona, il segretario e leader assoluto, da Bruxelles ha confermato la natura molesta della proposta: “Il nome di Letta non è stato mai fatto né negli incontri ufficiali, né nei pour parler”.

Nessuno delle cancellerie europee ha avanzato quel nome. Da escludere che il governo italiano avesse mai avuto intenzione di proporlo. Quindi? Quindi la prova che Bersani, tirando in ballo Letta, abbia proseguito nell’ostruzionismo sordo di quelli alla Vannino Chiti, il senatore che contrasta la riforma costituzionale frutto dell’accordo tra il Pd e Forza Italia. “Bersani come Chiti”, è stata l’equivalenza renziana. E Renzi ha confermato: “E’ sorprendente che tutte le volte che c’è da fare una battaglia in Europa c’è una parte del partito, ancorché minoritaria, che apre discussioni che sembravano chiuse: mi riferisco alle riforme costituzionali”. Per la prima volta una punta di nervosismo, un segno di inquietudine, un alito di contrasto si è manifestato. E il merito è suo, di Enrico.

Da quando, era l’11 febbraio, il Quirinale lo scaricò, convocando Renzi a Palazzo per l’investitura invece che lui, come s’era detto e convenuto, è sparito. Liquido come l’acqua, e pure improvvisamente incolore, insapore, inodore. Una sola uscita pubblica polemica quando Enrico Mentana rilancia in tv la possibilità che si trasferisca nel partito di Angelino Alfano (“notizia inventata, come spesso capita a Mentana quando parla di me”) e poi il silenzio. Sa che i cambi di stagione in politica si sono fatti repentini, le successioni impetuose come pure improvvise le frenate. E la resistenza passa per il più antico dei modelli possibili: fermarsi in un angolo e attendere. Le amicizie non gli mancano, le relazioni europee restano solide e il suo nome, avanzato due giorni fa dal Financial Times, ha reti di protezione, stime acquisite e ricambiate.

Accadrà domani quel che non è accaduto oggi. Perciò calma. Enrico frequenta il Parlamento da deputato semplice ma per l’indispensabile. Non sbuca in tv, non raccoglie, non polemizza. Di clamoroso, davvero straordinario, è stato solo il passaggio di consegne. Quella campanella lasciata cadere nelle mani di Renzi senza uno sguardo, un cenno di cortesia. Un atto di freddezza, la misura dell’insolenza che ha raccolto e in quel momento ha voluto ricambiare. Oggi che persino Massimo D’Alema, il primo dei rottamati, tenta (con fatica) di godere di un po’ di riguardo, l’atto di ostilità che l’ex premier scaraventato a terra manifestò in tutta quella solennità, resta impresso non come un gesto di sconforto ma di dignità. Un modo per separare due mondi e due stili. Matteo oggi è ovunque, Enrico invece passeggia al Testaccio, si prende cura dei figli e sceglie il lessico familiare. Si prepara al prossimo giro, attende sulla riva del fiume. Forse qualcosa accadrà. Nel caso, lui è li.

 

M5S lancia una sottoscrizione online per Aiutare un Ragazzo disabile al 100% @Beppe_Grillo


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"Tramite il Nuovo Comitato il Nobel per i disabili siamo entrati in contatto con L. e M., della provincia di Perugia, genitori di Totò, un ragazzo di 18 anni disabile al 100% dalla nascita (usiamo nomi di fantasia per tutelare la privacy degli interessati). Ora che Totò è diventato grande hanno bisogno di un nuovo mezzo di trasporto, un furgoncino tipo un Fiat Doblò (per intendersi) opportunamente attrezzato per ospitare la carrozzina. Questi veicoli hanno il tetto rialzato, una rampa elettrica che permette l'accesso alla sedia e dietro una speciale struttura a cui assicurare la carrozzina durante la marcia. Hanno chiesto il nostro aiuto perché non sono in grado di sostenere la spesa, che è di circa 10.000 euro per un mezzo usato con più di 100mila km. I prezzi variano a seconda del tipo di rampa installata, del peso che deve sopportare più tutti i parametri di una normale auto. Lanciamo quindi una sottoscrizione online per finanziare questa operazione. Basta fare una donazione al Comitato specificando nella causale: Un Doblò per Totò.
Coordinate bancarie, postali e Paypal
BONIFICO BANCARIO intestato a Nuovo Comitato il Nobel per i Disabili Onlus
BANCA POPOLARE ETICA Iban IT15L0501803000000000137020
Codice Bic CCRTIT2T84A
VAGLIA POSTALE: Beneficiario Nuovo Comitato il Nobel per i Disabili
Indirizzo Località Santa Cristina, 53 - 06024 Gubbio (Perugia)
PAYPAL: clicca qui
Con una donazione di almeno 50,00 euro riceverete in regalo una stampa d'arte di Dario Fo!" Nuovo Comitato il Nobel per i disabili 

News: La denuncia del #Sap: "Cinque poliziotti con la tubercolosi dopo gli sbarchi" Sotto accusa il ministro Alfano

Il Sap denuncia: "Cinque poliziotti con la Tbc dopo gli sbarchi"

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"Cinque poliziotti in servizio a Catania sono risultati positivi al test di Mantoux che attesta la presenza di infezione tubercolare e quindi di Tbc: tutto questo perché il ministero dell’Interno e il dipartimento della Pubblica sicurezza hanno tenuto nascosto, per circa venti giorni, il fatto che durante
uno degli sbarchi di immigrati avvenuto i primi di giugno è stata riscontrata la presenza di infezione Tbc in uno degli stranieri".

È quanto denuncia il Sap, sindacato autonomo di Polizia, che sta valutando "azioni giudiziarie a tutela del personale in divisa e dei propri iscritti".
Spiega il segretario generale del Sap, Gianni Tonelli: «tra maggio e giugno sono sbarcati al porto di Catania circa 2.659 immigrati. Tutti i servizi sono stati effettuati dai poliziotti senza adeguata profilassi preventiva, senza protezione individuale e senza una cabina di regia da parte della prefettura, che nei fatti ha lasciato tutti allo sbando". E "in uno di questi sbarchi, esattamente quello avvenuto ai primi di giugno, è stata accertata la presenza di
un soggetto affetto da Tbc".

Il Sap accusa: "Per oltre venti giorni c’è stato silenzio assoluto da parte della nostra amministrazione; poi, tutto il personale impiegato in quei servizi è stato sottoposto al test di Mantoux, che ha riscontrato la presenza di una infezione tubercolare latente. La questura di Catania ha informato i colleghi interessati, 5 persone, che ci sarebbe voluto un mese per fare le analisi oppure avrebbero dovuto provvedere in proprio. Uno scandalo, una vergogna
senza fine», denuncia Tonielli che annuncia: "La prossima settimana incontrerò il ministro dell’Interno Alfano, al quale chiederò spiegazioni".

News: Obiettivo: ridimensionare #Ncd e #Alfano Renzi vuole il rimpasto. Ma il Colle frena


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L'operazione è sul tavolo, ma il Quirinale non vuole scossoni durante il semestre europeo. Alle infrastrutture potrebbe finire il braccio destro del presidente del Consiglio che sta cercando una poltrona alternativa per Alfano

 

L’operazione è sul tavolo da settimane, se non fosse che il Quirinale vuole che tutto avvenga nel modo più morbido possibile e, possibilmente, lontano da clamori internazionali che potrebbero essere interpretati come segnale di instabilità di governo. Ma, ormai, i giochi sembrano fatti: il rimpasto di governo ci sarà. L’idea è che tutto possa scattare nei primi giorni di luglio, quando il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, potrebbe essere indicata come “ministro degli Esteri” della Commissione europea. Una promozione, ufficialmente, di fatto un modo nobile per togliere l’esponente renziana dalla Farnesina dopo risultati che dire modesti è dire poco. Al suo posto, il candidato naturale sarebbe Sandro Gozi, oggi sottosegretario a Palazzo Chigi con delega alle Politiche Ue, ma come sempre i nodi delle alleanze non sono facili da sciogliere anche per chi, come Renzi, cavalca un 40,8% alle Europee che potrebbe consentirgli di fare di testa sua senza stare troppo a guardare la bilancia parlamentare. Però: che fare di Angelino Alfano? Il titolare del Viminale, è noto, dovrà lasciare quella poltrona, se non altro per la sequela di errori messi insieme dal caso Shalabayeva fino a quello del disvelamento via tweet della “soluzione” del caso di Yara Gambirasio, ma Renzi sta cercando per lui una soluzione davvero soft: magari proprio alla Farnesina al posto della Mogherini.

C’è stato chi, nei giorni scorsi, a sentir paventare questa ipotesi, ha sgranato gli occhi. Alfano, che non parla inglese se non per sbaglio, ambasciatore dell’Italia nel mondo: l’azzardo è forte, ma al leader del Nuovo Centrodestra, che si è sempre dimostrato alleato fedele, un posto di spessore va comunque trovato. E qualcuno ha rispolverato l’idea di rimetterlo alla Giustizia, posto che ha già vissuto i suoi fasti, ma Andrea Orlando – che sta cominciando a mettere mano alla riforma della giustizia – ha fatto capire di non essere disposto a mollare adesso che ha preso in mano le redini di via Arenula. L’idea, alla fine, sarebbe quella di una staffetta con Maurizio Lupi alle Infrastrutture. Perché l’attuale titolare del dicastero dovrebbe optare, entro il 30 giugno, per il seggio europeo, in questo modo decidendo di dedicarsi alla costruzione del partito sul territorio, come da tempo auspicato dalla base Ncd. E’ solo che Renzi, anche in vista dell’Expo, vorrebbe che il dicastero di via Nomentana andasse nelle mani del fidato Luca Lotti, oggi sottosegretario all’Editoria, ma con poca, pochissima dimestichezza nel settore; proverbiale, ormai, il suo ingresso nel dipartimento di palazzo Chigi, il giorno della nomina, quando disse, con candore “io non leggo i giornali”. Ecco, ora che si è fatto un po’ le ossa nella macchina burocratica del governo, per Lotti sarebbe venuto il momento della promozione a mi0nistro proprio alle Infrastrutture. E Alfano, allora?

Alla fine, la composizione della nuova scacchiera diventerà più complicata del previsto proprio per colpa del leader Ncd. D’altra parte, è noto che Renzi voglia con tutte le sue forze al Viminale l’austero, quanto competente, Marco Minniti, oggi sottosegretario con delega ai servizi. L’uomo, un calabrese dalla granitica riservatezza, è quanto di meglio offre l’esangue mercato della politica per un posto tanto delicato come l’Interno. Perché, dunque, privarsene per una mera questione di delicatezza nei confronti del leader Ncd? Qualcuno, a Palazzo Chigi, ha suggerito a Renzi di prendere il considerazione l’idea di inserire Alfano al fianco di Graziano Delrio alla residenza del Consiglio, con deleghe pesanti, ancora non evidenziate, in modo da costruire una poltrona che non venga vissuta da Alfano come una “diminutio”, bensì come una promozione. La questione, par di capire, è allo studio, anche perché, si diceva, il Quirinale frena. E vorrebbe che la questione del riequilibrio interno al governo diventasse un piatto di portata per l’autunno inoltrato, quando il semestre Ue sarà ormai in dirittura d’arrivo e si potranno tenere a bada contraccolpi mediatici (e politici) internazionali. Del resto, è anche vero che l’indicazione dei nuovi commissari europei scatterà a novembre, dunque c’è tutto il tempo per studiarla bene. Almeno la sostituzione di Alfano. Diversa la questione Lupi, decisamente più incombente, ma al massimo dovrà cambiare casacca Lotti. E, al massimo, si dovrà trovare in piena estate un nuovo sottosegretario all’Editoria, uno “strapuntino” che non infiamma gli animi davvero di nessuno.

 

NEWS: UN DOSSIER LANCIA L'ALLARME: TRA ENTRATE E USCITE C'È UN BUCO DI 20 MILIARDI

Popolari e socialisti, larghe intese in #Ue fronte comune contro gli #Euroscettici


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Con la nomina di Juncker alla presidenza della Commissione europea, destra e sinistra dovranno votare insieme al Parlamento europeo. Contrarie solo Regno Unito e Ungheria, la prima perché Juncker è un “federalista europeo” e la seconda per motivi nazionali. Passo in avanti per una più forte un'unione politica ma freno sulla lotta all'austerity


 

L’indicazione di Jean-Claude Juncker per la Presidenza della Commissione europea rappresenta il primo esperimento concreto di Grosse Koalition europea, ovvero di “larghe intese” tra popolari e socialisti. Ventisei leader europei, tra cui tutti quelli di centrosinistra, hanno appoggiato Juncker. Contrari solo Viktor Orban (popolare) e David Cameron (conservatore). Juncker raccoglie così i frutti dell’investitura fattagli direttamente dal suo concorrente principale, il tedesco socialista Martin Schulz, all’indomani delle elezioni europee, quando aveva riconosciuto il successo elettorale dell’avversario. Adesso l’indicazione del lussemburghese deve essere approvata dal Parlamento europeo nella plenaria di metà luglio a maggioranza assoluta. Anche in quell’occasione, popolari e socialisti dovranno votare insieme per superare l’opposizione di conservatori ed euroscettici.

Popolari e socialisti uniti su Juncker - Ufficialmente l’appoggio socialista al candidato del Ppe è arrivato solo dopo l’approvazione di un pacchetto di misure tra cui una maggiore flessibilità sul patto di bilancio, come sottolineato in più occasioni dal premier italiano Matteo Renzi. Ma la proposta del lussemburghese da parte del Consiglio europeo si iscrive anche in un più ampio valzer di nomine che dovranno essere rinnovate nei mesi prossimi: ai socialisti dovrebbe andare l’Alto Rappresentante per la politica estera Ueprobabilmente all’italiana Federica Mogherini – e la Presidenza del Consiglio europeo – in pole position la Premier danese Helle Thorning­ Schmidt, socialista ma non troppo. Sempre i socialisti inizieranno i primi due anni e mezzo alla Presidenza del Parlamento europeo con il confermato Martin Schulz, al quale seguirà, come da prassi, un popolare per la seconda parte del quinquennio di legislatura. I popolari, oltre alla Presidenza della Commissione europea, prenotano il Commissario agli Affari monetari con il finlandese Jyrki Katainen, e cercheranno di aggiudicarsi l’Eurogruppo con il ministro delle finanze spagnolo Luis de Guindos.

Prove di Grosse Koalition contro gli euroscettici - Il fronte comune di popolari e socialisti al Consiglio europeo, e verosimilmente anche al Parlamento europeo a metà luglio, rappresenta il primo esperimento di coalizione in chiave anti euroscettici. Inevitabile il no a Juncker al Parlamento da parte dei conservatori dell’Ecr e del gruppo Efd (formato da Ukip e M5S) nonché della Sinistra unita, non euroscettica ma che vede nel candidato popolare il simbolo dell’austerity. La stessa coalizione sarà indispensabile per la conferma di Martin Schulz alla testa dell’Europarlamento una settimana prima. L’indicazione di Juncker alla Commissione diventa in questo modo, non tanto la vittoria di destra o sinistra, quanto di un’Unione europea più forte e unita politicamente proprio contro le derive euroscettiche in aumento dopo le elezioni di maggio.

I contrari: Regno Unito e Ungheria - Solo Londra e Budapest si sono opposte a Juncker. Nonostante l’appartenenza alla stessa famiglia politica europea, il Ppe, Viktor Orban non ha rinunciato al suo voto contrario vista l’ostilità “nazionale” nei confronti del lussemburghese: quasi una sorta di ripicca nei confronti della sua connazionale, l’attuale Commissaria Ue alla Giustizia Viviane Reding, dura a condannare le violazioni alle libertà civili e l’attacco all’indipendenza della stampa e della banca centrale da parte del governo di Orban. Diverso il discorso per Londra. Cameron vede in Juncker un candidato troppo “federalista” in senso europeo, un ostacolo insormontabile per portare a casa quelle riforme promesse ai propri cittadini – ed elettori viste le imminenti elezioni nazionali del 2015 – in termini di rimpatrio di poteri e competenze da Bruxelles. Già nei giorni scorsi, invece, la Svezia e i Paesi Bassi avevano fatto un passo indietro nella loro contrarietà a Juncker, molto probabilmente per non mettersi di traverso all’amica Angela Merkel con la quale condividono molte posizioni, soprattutto sulla disciplina fiscale.

Si accelera sull’unità politica, si frena nella lotta all’austerity - Juncker non ha mai negato le sue simpatie per la “federazione europea” e, in qualità di presidente dell’Eurogruppo fino al gennaio 2013, ha più volte criticato alcuni i capi di Stato e di governo e bollato alcune pretese britanniche come “meschine e sordide”. La sua visione federalista gli è valsa nel 2006 il prestigioso premio Charlemagne per l’unificazione europea. Ma il suo spiccato slancio europeista non va alla pari con la lotta all’austerità chiesta da sempre più governi e politici anche a Bruxelles. In campagna elettorale ha più volte frenato di fronte alla possibilità di allentare le misure di bilancio e ribadito il no agli eurobond. Non a caso, al Ppe era il candidato di Angela Merkel.

Chi è Jean­ Claude Juncker – Nato a 60 anni fa, Juncker è cattolico e democristiano. È stato primo ministro del Lussemburgo dal 1995 al dicembre 2013 e primo presidente dell’Eurogruppo dal 2005 al gennaio 2013. A fine 2013 si è dimesso da Premier del Lussemburgo in seguito a uno scandalo sulle irregolarità dei servizi segreti sul quale non aveva vigilato abbastanza. Nella sua vita ha collezionato onorificenze e titoli, tra cui quello di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito da parte di Giorgio Napolitano (2007). Fumatore incallito e amante di vini, è stato recentemente attaccato dalla stampa britannica per supposti “problemi di alcol”.

@AlessioPisano

IL Fatto Quotidiano Sbugiarda #Renzi salva la #Boschi: “L’immunità l’ho decisa io”

Dopo l’intervista di Roberto Calderoli al Fatto, Palazzo Chigi conferma: lo scudo impunitario ai senatori non eletti l’ha concordato il presidente del Consiglio in una riunione a Palazzo Madama con la delegazione del Pd che lo invocava a gran voce. Due giorni dopo la ministra delle Riforme ha ratificato la decisione. Ma allora perché disse…

Renzi salva la Boschi: “L’immunità l’ho decisa io”

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