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sabato 31 maggio 2014

Siete Contenti di avere votato il #PD, Dopo la Fornero, spunta Padoan: vuole alzare l'età Pensionabile


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La Fornero (intesa come la disgraziata riforma) è viva e lotta insieme a noi. La rivoluzione sulle pensioni dell'ex ministro del governo Monti - nel mirino di una proposta di referendum abrogativo della Lega Nord appoggiato anche da Forza Italia - ha trovato un degno erede nell'attuale titolare del dicastero all'Economia del governo Renzi, Pier Carlo Padoan. "Non sono a favore di una diminuzione dell'età pensionabile - ha scandito il titolare di via XX Settembre al Festival dell'Economia di Trento - ma di un graduale aumento. Mi chiedo cosa succederà in Germania - ha aggiunto - dove sono andati nella direzione opposta". Padoan, dunque, vuole mandare gli italiani in pensione ancora più tardi. Poi un commento che non sarà particolarmente piaciuto ai più giovani. Sul ricambio generazionale nella Pubblica amministrazione, infatti, si dice "scettico". Commentando la staffetta generazionale su cui lavora la neomamma Marianna Madia, afferma: "Non ho mai creduto che gli anziani rubassero il lavoro ai giovani. Non mi piace ragionare così".

I compiti a casa - Successivamente il ministro Padoan prova a rassicurare sulle coperture al bonus di 80 euro: "I soldi li troveremo e stiamo cominciando a lavorare sulla legge di stabilità 2015". L'obiettivo per l'economista è creare posti di lavoro per agganciare una vera ripresa: "L’Europa ha affrontato la crisi mettendo in agenda, dal 2007, il consolidamento fiscale, il riacquisto di competitività nei paesi periferici e la riforma bancaria ma -  ha aggiunto - manca ancora in agenda la crescita e l’occupazione". Punti su cui Padoan vorrà farsi sentire ai tavoli Ue, ma senza strappi o furbizie: "Se vengono messi sul tavolo nuovi argomenti non è per svicolare, ma per essere seri su crescita e occupazione, e questo è l’intento del governo italiano". L'attesa è per il prossimo lunedì, 2 giugno, quando saranno note le raccomandazioni dell'Ue per gli Stati membri: "Chi chiede modifiche - ha ribadito - non è che non fa i compiti a casa".

Cuneo fiscale - Il ministro insiste sulla bontà della scelta del governo Renzi di ridurre il cuneo fiscale, provando a tagliare il costo del lavoro: "Questo è un aiuto per recuperare competitività". Ma le preoccupazioni di Padoan rimangono sul calo di produttività che è "il vero dramma dell'economia italiana". Infine una battuta: "Voglio rassicurare tutti, il commissario Carlo Cottarelli è vivo e sta bene". Negli ultimi tempi si sono fatte sempre più rarefatte le notizie sul lavoro di "mister spending review", l'uomo incaricato di tagliare le spese superflue in tutto l'apparato pubblico italiano. Padoan butta acqua sul fuoco: "Il lavoro di Cottarelli è arrivato in una fase delicatissima ma meno visibile".

LA PROVA CHE INCHIODA #RENZI

C'È LA TUTTI CON #RENZI


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La proposta di riforma presentata da Matteo Renzi, che approderà in Consiglio dei ministri il 27 giugno, prevede un servizio civile universale per 100mila giovani ogni anno. Oggi riescono a farlo solo 15mila ragazzi perché mancano le risorse. Per il governo la soluzione è che enti e associazioni che organizzano i progetti partecipino alla spesa. Ma loro non ci stanno: "Diventerebbe un contratto di lavoro tra privati

Ben venga il servizio civile per 100mila giovani ogni anno. Ma solo se a finanziarlo interamente sarà lo Stato. Anche perché, in caso contrario, non si tratterebbe più di un’esperienza di impegno solidaristico bensì di puro e semplice lavoro sottopagato. E’ questa la reazione dell’universo degli enti accreditati alla proposta di riforma del terzo settore annunciata da Matteo Renzi a metà maggio e destinata ad approdare in Consiglio dei ministri il 27 giugno (fino al 13 si possono esprimere opinioni, critiche e proposte scrivendo a terzosettorelavoltabuona@lavoro.gov.it). Proposta in base alla quale l’esperienza di servizio civile dovrebbe essere “universale”, quindi non più limitata a 15-20mila ragazzi come avviene oggi per mere questioni di budget. Sulla carta è un’ottima idea, considerato anche il picco della disoccupazione giovanile e i 3,7 milioni di under 30 che non studiano né lavorano. Ma si scontra con un particolare non trascurabile: i soldi. Avviare a quest’esperienza 100mila giovani ogni anno costerebbe oltre 400 milioni di euro e oggi il fondo nazionale per il servizio civile è fermo a poco più di 100. Il governo vorrebbe risolvere il problema chiedendo alle associazioni che hanno bisogno di volontari di partecipare all’esborso, magari mettendo a loro carico la diaria di 433,8 euro al mese e accollandosi solo contributi e costi burocratici. Questa soluzione, però, non piace per niente ai diretti interessati. Perché rischia di creare disparità tra enti più ricchi, per esempio Comuni e Regioni in cui è possibile fare il servizio civile, e piccole associazioni con poca capacità di spesa. E c’è qualche dubbio anche sugli altri punti della riforma, a partire dalla riduzione da 12 a otto mesi del periodo di servizio

Il presidente della Consulta servizio civile: “Finanziarlo è compito del pubblico” – “Le organizzazioni investono già nella gestione dei progetti e nella preparazione delle figure professionali che affiancano i ragazzi. Immaginare che possano metterci ulteriori risorse mi sembra molto difficile”, commenta Giovanni Bastianini, presidente della Consulta nazionale per il servizio civile, in cui siedono rappresentanti degli enti, dell’Anci, della Protezione civile e dei volontari. “Penso, ed è un’opinione condivisa, che le risorse debbano essere pubbliche. D’altronde, Renzi ha parlato di “una leva di giovani per la difesa della Patria”. E la difesa, che sia fatta con le armi o con strumenti pacifici, è compito pubblico. Non si sembra che il bilancio della Folgore sia cofinanziato dai privati”.

Gli enti: “Se pagassimo noi sarebbe un contratto di lavoro tra privati” – D’accordo Licio Palazzini, presidente di Arci servizio civile e della Conferenza nazionale enti servizio civile (Cnesc): “L’assegno mensile oggi sta dentro un rapporto contrattuale tra Stato e singolo giovane. Se fosse pagato dagli enti non si tratterebbe più di servizio pubblico ma di un contratto di lavoro tra privati”. E proprio questo è uno dei principali rilievi alla proposta di riforma: il rischio è quello di istituzionalizzare la trasformazione di quella che dovrebbe essere un’esperienza di “impegno solidaristico” in lavoro sottopagato. Cosa che in alcune realtà già succede, ammette Palazzini, che al governo chiede: “Se vuol davvero “separare il grano dal loglio” nel terzo settore, per prima cosa inviti gli enti locali a fare più controlli sugli enti accreditati per verificare come utilizzano i giovani in servizio civile”. Anche perché, in base alla proposta di riforma, in futuro a chi partecipa dovrebbero essere riconosciuti crediti formativi per l’università o la possibilità di inserire l’esperienza in curriculum come se si trattasse di un periodo di tirocinio.

“Le fondazioni bancarie diano una mano” – Quanto all’idea di far partecipare al finanziamento gli enti, per Palazzini “a fare uno sforzo economico, caso mai, dovrebbero essere gli enti locali, attingendo alle risorse della fiscalità generale, e soggetti privati come le fondazioni bancarie“. Anche perché, dicono i numeri, le associazioni già fanno la loro parte: “Abbiamo fatto stimare da un istituto di ricerca il valore dell’investimento fatto nella gestione delle attività, nella progettazione e selezione e nel monitoraggio: si tratta di 5.500 euro per ogni giovane in servizio civile. Più di quanto lo Stato spende per il suo compenso annuale”.

Se otto mesi posson bastare – Più di un dubbio anche sulla durata dell’esperienza: se per Bastianini otto mesi possono bastare, almeno per una parte dei progetti, Palazzini – che sulla questione ha uno sguardo più operativo – sostiene che è troppo poco, soprattutto alla luce della possibilità (prevista nella bozza) che un paio di mesi siano svolti “in regime di reciprocità” in un altro Paese Ue, quindi togliendo il giovane dal progetto in cui è impegnato in Italia.  

“Dalla Legge di Stabilità si capirà serietà dell’impegno” – Il presidente della Consulta dubita anche della fattibilità di quel numero tondo, 100mila: “Può essere un obiettivo di medio periodo, ammesso che ci siano i fondi, ma raggiungerlo subito è improbabile: molti degli oltre 3.850 enti iscritti negli appositi albi (nazionale e regionale, ndr) non hanno avuto, negli ultimi anni, alcun progetto approvato, per cui è probabile che non siano immediatamente pronti ad accogliere dei volontari”. Per Palazzini, invece, ben venga quel traguardo ambizioso, ma visto che per una nuova legge e relativi decreti attuativi ci vorrà tempo il governo deve intanto dimostrare il proprio impegno sul tema “investendo fin dalla prossima legge di Stabilità molte più risorse sul servizio civile: per il 2015 abbiamo bisogno di almeno 150 milioni”. Il momento della verità, dunque, arriverà a fine anno. 

Come funziona oggi – Oggi il Servizio civile nazionale, nato nel 2001 e totalmente volontario dal 2005, consiste in 12 mesi di impegno nei settori dell’assistenza (che assorbe in media il 60% dei volontari), della protezione civile, dell’ambiente, del patrimonio artistico e culturale o dell’educazione. E’ riservato ai giovani dai 18 ai 28 anni con cittadinanza italiana o in un Paese Ue, oltre che, dall’anno scorso, agli stranieri titolari di permesso di soggiorno. Può essere svolto presso amministrazioni pubbliche, ong e associazioni non profit che abbiano dimostrato di avere i requisiti, le competenze e “risorse specificatamente destinate”. Gli enti in regola possono presentare alle strutture ad hoc della Regione progetti di servizio civile e chiedere l’assegnazione di volontari, anche per le proprie sedi estere. I ragazzi interessati a svolgere il Servizio civile volontario partecipano ai bandi di selezione presentando domanda. Quelli selezionati vengono inclusi in una graduatoria provvisoria che diventa definitiva dopo la verifica dei requisiti. E’ l’Ufficio per il servizio civile nazionale, struttura della presidenza del Consiglio guidata da Calogero Mauceri, a gestire l’intero sistema, assegnare i giovani agli enti, stipulare le convenzioni e verificarne il rispetto. La Consulta nazionale ha invece, appunto, funzioni consultive.

I numeri del collasso – Il sistema, però, è al collasso per i continui tagli ai fondi. Complice la crisi e un tasso di disoccupazione giovanile che ha toccato il 42,7%, le domande aumentano di anno in anno e ormai sono oltre quattro volte più dei volontari richiesti. Nel 2012 hanno presentato domanda 87.635 ragazzi (il 55% dei quali residenti nel Sud o nelle isole) contro i 75.864 del 2011 e i 54.318 del 2010, ma solo 19.705 hanno potuto effettivamente prestare servizio civile. E quelli partiti quest’anno (su bando del 2013) sono solo 15.500. Metà degli oltre 30mila del 2009 e lontanissimo dal picco toccato nel 2006, quando sono stati 45.890 i giovani “in servizio”.

Il motivo del crollo è presto detto: le risorse che lo Stato italiano è riuscito a dedicare all’istituto erede dell’obiezione di coscienza sono diminuite sempre più. Dai 210 milioni del 2009 ai 69,9 del 2012, anno in cui, per la prima volta nella storia, il bando non è stato pubblicato perché, raschiando il fondo del barile, l’intera somma disponibile è stata utilizzata per pagare i compensi dei volontari selezionati nel 2011. Nel 2013 c’è stata una lieve risalita a 75 milioni, mentre lo stanziamento per il 2014 è di 106.

Molto sentito dagli addetti ai lavori anche il problema degli abbandoni: nel biennio 2011-2012 circa il 17% dei giovani selezionati ha lasciato il servizio prima della conclusione. La motivazione principale è la difficoltà a conciliare l’impegno con lo studio o il lavoro. Morale: come attesta anche l’ultima relazione al Parlamento sul servizio civile, soprattutto nelle aree del Paese in cui la disoccupazione giovanile tocca picchi drammatici l’esperienza è considerata da molti un’opportunità di guadagno da cogliere al volo fino a quando non si trova un’occupazione “vera”.

 


OPS #Renzi nel mirino #RAI, i dipendenti in piazza contro i tagli del governo

Rai, i dipendenti in piazza contro i tagli del governo

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Il governo ha deciso che la spending review colpirà anche la Rai, per un taglio di almeno 10 milioni di euro in quattro mesi. La notizia - annunciata già qualche giorno fa dal premier Matteo Renzi - è stata confermata, e i dipendenti dell'azienda hanno deciso di scendere in piazza, sostenuti dalle Segreterie Nazionali Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil, Ugl Telecomunicazioni, Snater, Libersind Conf Sal e Usigrai, che hanno indetto "una giornata di sciopero con manifestazione a Roma per tutti i dipendenti del gruppo RAI per il giorno 11 giugno 2014". La manifestazione è nata per dimostrare il proprio dissenso sul taglio di 150 milioni previsto dal Decreto legge proposto dal governo Renzi.

La replica - "Un taglio drastico - così lo definiscono i sindacati - che non colpisce gli sprechi ma i posti di lavoro, creando le condizioni per lo smantellamento delle sedi regionali". Secondo i rappresentanti dei sindacati, questi tagli non sono stati pensati nel modo corretto e porterebbero solamente problemi ai lavoratori: "Il dibattito sul fatto che in tempi di crisi anche la RAI deve contribuire al risanamento del paese - continuano - risulta affascinante quanto fuorviante, perché nasconde, dietro un’affermazione condivisibile, un'operazione poco trasparente, che rischia di mettere in ginocchio il servizio pubblico e la tenuta occupazionale nella più grande azienda culturale del paese". 

News: Agenda digitale: Italia alla deriva in Europa

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di Guido Scorza Docente, avvocato e giornalista

 

Sono carichi di soddisfazione ed ottimismo i toni con i quali la Commissione europea, nei giorni scorsi ha presentato i dati sull’attuazione dell’agenda digitale nel “vecchio” continente che è sulla buona strada per diventare sempre più moderno, digitale e competitivo, centrando gli obiettivi che ci si è dati in vista della scadenza del 2015. Novantacinque dei 101 obiettivi dell’Agenda digitale europea sono destinati ad essere raggiunti puntualmente, scrive la Commissione, in un comunicato stampa dello scorso 28 maggio.

“I cittadini e le imprese dell’UE si collegano di più a internet, fanno più acquisti online e si sentono più sicuri e preparati in rete”, continua il comunicato. Parole rassicuranti senza nascondere qualche preoccupazione dovuta al fatto che i cittadini europei “spesso fanno fatica a soddisfare il loro appetito digitale – soprattutto nelle zone rurali – per mancanza di accesso alla banda larga ad alta velocità” e alla circostanza che, purtroppo, continuano a mancare adeguate competenze digitali in un mondo nel quale la più parte delle opportunità di lavoro, ormai, le richiede.

“Oggi la maggior parte degli europei è entrata nell’era digitale e intende approfittarne pienamente. Abbiamo risolto il problema dell’accesso a Internet, ma il divario digitale non si è colmato. Senza l’impegno di tutti a fare di più, rischiano di emergere in Europa sacche di analfabetismo digitale”. Sono queste le parole con le quali Neelie Kroes, Vice Presidente della Commissione Europea ha salutato la presentazione dei nuovi dati. Una ventata di ottimismo che in una stagione di crisi e pessimismo forzato non guasta, specie per i più giovani.

Peccato però che se si lasciano i dati di sintesi sulla situazione dei 28 Paesi e si guarda a quelli relativi al nostro Paese si è costretti a prendere atto che noi rischiamo di non essere in quella “maggior parte dei cittadini europei” che, secondo la Kroes, “è entrata nell’era digitale” e potrà approfittarne mentre sembriamo destinati a rotolare in una di quelle “sacche di analfabetismo digitale” che preoccupano la Vice Presidente della Commissione Europea.

Si tratta, purtroppo, di considerazioni fondate sulla lettura di numeri che lasciano poco spazio a interpretazioni e letture diverse. Basta consultare i dati relativi all’utilizzo di Internet da parte degli italiani per prendere della situazione. Il nostro unico primato, al riguardo, è rappresentato dal numero di cittadini che non ha mai usato Internet: si tratta del 34% della popolazione contro una media europea del 20%. Ad usare regolarmente Internet in Italia, invece, è solo il 56% della popolazione contro una media europea del 72%.

Basterebbe questo per dire che è davvero arrivato il momento di correre ai ripari ed assumere ogni possibile contromisura per evitare una deriva analogica in un mondo digitale che appare altrimenti ineluttabile. I dati sull’utilizzo di Internet, infatti, valgono da soli ad evidenziare in modo allarmante che le politiche di innovazione e digitalizzazione del Paese sin qui adottate non sono state capaci, nel loro complesso, di garantire al nostro Paese di mantenere il passo tenuto dagli altri Paesi europei.

Ma, d’altra parte, a scorrere gli altri dati sullo stato di attuazione, in Italia, dell’agenda digitale europea ci si avvede che la scarsa diffusione di Internet nel Paese non è figlia del caso ma di una lunga serie di cause oggettive, legate ad altrettanti obiettivi mancati. Tanto per cominciare non è vero – o, almeno, è solo parzialmente vero – che il problema della diffusione della banda larga sul territorio italiano è risolto.

Se è vero, infatti, che il 99% della popolazione può, ormai, accedere a risorse di connettività tecnicamente definibili di “banda larga”, occorre tener presente che si tratta di risorse straordinariamente inferiori in termini di velocità e capacità di trasporti dati rispetto a quelle disponibili a percentuali ben maggiori di cittadini europei. Solo il 21% dei cittadini italiani, tanto per fare un esempio, può disporre di accesso alle reti di nuova generazione che, invece, nel resto d’Europa sono a disposizione del 62% della popolazione.

Inutile ed ipocrita prendersi in giro: da qui ad una manciata di anni – se saremo fortunati e non si tratterà addirittura di mesi – con le risorse di connettività delle quali disponiamo, i nostri cittadini si ritroveranno “digital divisi” dal resto d’Europa perché impossibilità a beneficiare davvero delle straordinarie opportunità in termini di accesso ai contenuti ed ai servizi che verranno diffusi e sviluppati e che richiederanno, certamente, maggiori performance in termini di connettività.

Tanta preoccupazione, però – specie in una stagione di crisi come questa – devono suscitare anche i dati relativi alla diffusione del commercio elettronico nel nostro Paese. Non c’è, infatti, un solo indicatore – tra quelli identificati dalla Commissione europea per misurare l’attuazione dell’agenda digitale – in relazione al quale l’Italia sia in linea con il resto d’Europa. Solo il 20% dei cittadini italiani compra online contro il 47% della media europea e solo il 16% delle grandi imprese (più di 250 dipendenti) italiane vende online, contro una media delle concorrenti europee pari al 35%. Se non si inverte questo trend, siamo condannati a comprare sempre di più dall’estero ed a vendere sempre meno all’estero con conseguenze economiche catastrofiche che non richiedono grandi competenze economiche per essere prognosticate.

Ma non è solo l’uso di Internet e del digitale nei mercati a preoccupare. Purtroppo, infatti, i dati che rimbalzano da Bruxelles propongono una fotografia impietosa anche dell’utilizzo delle nuove tecnologie nel rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini. A dispetto di tanti annunci, proclami solenni e promesse pre-elettorali, infatti, la tanto decantata “PA Digitale”, non trova nessuna conferma nei numeri relativi allo stato di attuazione dell’agenda digitale europea, nel nostro Paese. Solo il 21% dei cittadini italiani, nel 2013, ha utilizzato servizi di eGov contro una media europea pari al doppio.

Siamo qui e, in difetto, di interventi rivoluzionari, immediati ed efficaci, siamo condannati a veder aumentare sempre di più la distanza che ci separa dal resto dell’Europa digitale. E’ un lusso che non ci possiamo permettere. E’ arrivata davvero l’ora di porre trasformare l’attuazione dell’agenda digitale europea in una priorità per il Paese e di fare della digitalizzazione e dell’innovazione materia per una riforma strutturale dello Stato.

 

 

Ncd alla Canna del Gas, un nuovo gruppo per mollare Angelino Alfano

Angelino Alfano

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La diversità di vedute tra Maurizio Lupi e Angelino Alfano, il malumore di alcuni esponenti di spicco come l’ex governatore calabrese Giuseppe Scopelliti, le voci sui possibili movimenti dei senatori, che potrebbero dar vita insieme ad alcuni colleghi del Gal, gli autonomisti del centrodestra, ad un nuovo gruppo a Palazzo Madama.

Acque agitate nel Ncd dopo il risultato delle Europee. Il 4,3% uscito dalle urne, sufficiente a superare la soglia di sbarramento, non ha però sopito i malumori nel partito. Anzi, il risultato inferiore alle attese ha dato il via al confronto interno sulla strategia da seguire nei prossimi mesi. L’esito del voto ha evidenziato le fibrillazioni tra Lupi e Alfano. «Il ministro delle Infrastrutture è in piena sindrome da Tanassi», ironizza un senatore che conosce bene i due. Il riferimento è a Mario, il segretario del Psdi degli anni Settanta «che con pochi punti percentuali restava attaccato al carro del governo. Lupi rischia di diventare il Tanassi di Renzi». Una prospettiva che invece Alfano, seppur tormentato dai dubbi, vorrebbe scongiurare cercando un riavvicinamento al centrodestra.

In questo clima si collocano le voci su un possibile cambio della geografia al Senato. Protagonisti della manovra sarebbero i senatori del Ncd meno accondiscendenti con il governo, pronti a unirsi ai fuoriusciti dal Gal - una costola di Forza Italia - per creare un nuovo gruppo a Palazzo Madama. Obiettivo: aumentare il peso contrattuale, grazie ai numeri che al Senato rendono determinante il sostegno del centrodestra, nei confronti di Renzi.

Il senatore Ncd Luigi Compagna ostenta tranquillità: «Non ho sentore di movimenti di senatori. Nella riunione di giovedì, nel gruppo il clima era da scampato pericolo. Abbiamo convenuto di accelerare sulla strada dell’allargamento all’area popolare di Mario Mauro e Lorenzo Cesa». Con Pier Ferdinando Casini defilato. Resta in salita, invece, la ripresa del dialogo con Forza Italia e Lega. «In un’alleanza in cui il perno è Matteo Salvini che guarda a Marine Le Pen, non possiamo starci», taglia corto Compagna. E infatti il capogruppo, Maurizio Sacconi, avverte: «Nulla è scontato: lepenisti e moderati hanno poco in comune». (T.M.)

Voto di scambio: pena ridotta. Incostituzionale? Parla Cordova Magistrato

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 Poco tempo fa si scriveva di voto di scambio e del contrasto tra 416 bis e 416 ter, argomento ripreso poi anche sulle pagine cartacee de il Fatto Quotidiano con un articolo di Agostino Cordova, il magistrato che fu a capo della procura di Palmi e dal cui lavoro prese il via la prima formulazione del 416 ter. Ora il dottor Cordova torna sull’argomento parlando di “incostituzionalità della pena ridotta” e si tratta di considerazioni interessanti per procedere con l’approfondimento della questione. Ecco cosa scrive il giudice (AB).

“Voto di scambio, incostituzionalità della pena ridotta”

Avevo recentemente illustrato su il Fatto Quotidiano l’enorme discrepanza tra l’avere riscoperto dopo 21 anni dall’introduzione del 416 ter C.p. (voto di scambio politico-mafioso) che la mafia procaccia voti non solo dietro erogazione di denaro, ma anche di qualsiasi altra utilità, e l’avere nonostante tale tardiva e più grave integrazione abbassato la relativa pena. Infatti, quella originaria era stata due volte aumentata, e per ultimo a 7-12 anni di reclusione, mentre essa è stata ora ridotta a 4-10 anni: e solo per tale reato, e non anche per il 416 bis C.p. (bssociazione di tipo mafioso).

Orbene, sussistono ben tre eclatanti discrasie:

  • a) l’art. 416 bis sanziona con la reclusione da 7 a 12 anni il procurare sic et simpliciter voti a sé o ad altri;

  • b) detto articolo comprende tra le attività mafiose la gestione o comunque il controllo di attività economiche, concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici, o la realizzazione di profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri;

  • c) aggiungendo il procurare detti voti non solo per denaro (fattispecie quando mai riscontrata?) ma per qualsiasi altra utilità (quel che sistematicamente avviene) ne deriva l’aggravamento del reato, in quanto comporta l’inquinamento della Pubblica Amministrazione.

Avevo auspicato la mancata promulgazione della nuova legge da patte del Presidente della Repubblica o, comunque, un referendum abrogativo della riduzione della pena.

Avevo tuttavia taciuto un altro aspetto, attendendo le altrui considerazioni al riguardo per smentire tassativamente le opinioni contrarie, ma essendo stranamente calato l’assoluto silenzio sull’argomento, che evidentemente non interessa i censori di turno sotto l’aspetto giuridico, devo ora affrontarlo: quello dell’incostituzionalità della pena ridotta, e ciò per evitare che essa venga “scoperta” dopo altri 21 anni.

Devo cioè rappresentare che con decisione n. 341 del 25.7.1994 la Consulta ha ritenuto incostituzionale l’allora vigente art. 341 C.p. (oltraggio a pubblico ufficiale) nella parte in cui irrogava nel minimo la pena di sei mesi di reclusione, minimo che fu eliminato in quanto fu ritenuto che esisteva una vistosa irrazionalità ed una violazione degli art. 3 (diritti dei cittadini) e 27 c. III (adeguatezza delle pene) della Costituzione, quale frutto di un bilanciamento ormai manifestamente irragionevole tra la tutela dell’amministrazione e del pubblico ufficiale e il valore della libertà personale.

Orbene, pur concernendo l’attuale revisione del 416 ter un caso inverso, il principio è identico, in quanto sussistono le eclatanti discrasie con le pene del 416 bis e con quella originaria del 416 ter sopra evidenziate: donde l’incostituzionalità del 416 ter sotto tale aspetto. Quindi, nel silenzio dei Maestri del Diritto, si resta in attesa che alla prima occasione la magistratura penale eccepisca detta incostituzionalità, essendo in contrasto con la razionalità del diritto punire con una pena minore un reato della maggiore o ddla stessa gravità di altro reato dell’identica specie.

Agostino Cordova

News: Laura Boldrini, scontro con Maria Teresa Meli sulla scorta alla figlia


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Succede che su Io Donna (il settimanale femminile del Corriere della Sera) del 24 maggio, Maria Teresa Meli scrive di Laura Boldrini, e dice che Laura "ha 'regalato' la scorta a tutta la famiglia". Il riferimento è al fatto che anche la figlia e il compagno di Lady Montecitorio dispongono dei bodyguards, una circostanza che aveva fatto discutere. Una frase, quella della Meli, che non è piaciuta affatto a Laura Boldrini, che ha delegato al suo portavoce, Roberto Natale, una replica. Nella missiva Natale riporta un passo di una delle lettere anonime ricevute dalla presidentessa della Camera: "Non si preoccupi, non colpiremo lei ma i suoi cari. Colpire lei comporterebbe troppi rischi, ma soffrirà molto di più così". Dunque il portavoce aggiunge che "è per questo che le autorità di pubblica sicurezza hanno deciso - loro, non la presidente Boldrini - di estendere la scorta anche a due suoi familiari". Dunque il portavoce stigmatizza la frase della Meli, che farebbe passare la questione della scorta come "il capriccio di una sovrana". Poi un'altra bordata alla giornalista di via Solferino: "Evidentemente non sa di cosa parla. Di simili 'regali' ognuno di noi farebbe molto volentieri a meno". Pronta la controreplica della Meli, che premette: "Sono solidale con la presidente Boldrini". Poi aggiunge polemica: "E, mi creda, comprendo bene che ricevere certe lettere sia tremendo, come le potranno testimoniare tutti i deputati dell'Assemblea presieduta dall'onorevole Boldrini che nella loro vita ne hanno ricevuta almeno una. Pensi - conclude - che ne sono arrivate diverse persino a me che non ho nessun ruolo pubblico".

Video: #M5S Euro Alleanze deciderà come sempre la ,#RETE




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Alleanze? “le deciderà la rete, oggi non ne abbiamo parlato, ci siamo conosciuti e basta, è la base di ogni gruppo coeso”. Gli eurodeputati del Movimento 5 Stelle, all’uscita della riunione che si è tenuta alla Casaleggio Associati, non hanno svelato l’ordine del giorno, limitandosi ad assicurare che “al più presto si farà una conferenza stampa”. i più sono usciti senza proferire parola. Il responsabile della comunicazione Claudio Messora ha parlato del documento divulgato nella  giornata di ieri, puntualizzando che “Non rappresenta la posizione del movimento”  di Alessandro Madron


venerdì 30 maggio 2014

LA FREGATURA DI #RENZI PER COPRIRE GLI 80 EURO UNA TASSA SULLE #PENSIONI


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Coperture certe, ma un po’ ballerine. Il bonus Irpef ridisegna i confini della tassazione. Sposta, diluisce, rialloca. Ma alla fine.. tassa. E se prima erano i professionisti a pagare pegno, adesso con una geniale trovata i relatori Cecilia Guerra (Pd) e Antonio D’Alì (Ncd), in commissioni Bilancio e Finanze del Senato, hanno spostato una tassa dalle casse previdenziali private ai fondi di previdenza integrativa. (...)

Come spiega Antonio Castro su Libero di venerdì 30 maggio, il bonus Irpef nasconde una (grande) beffa: per coprire gli 80 euro ci tassano le pensioni: balzello dello 0,50% sui rendimenti dei fondi pensione.

Leggi l'approfondimento di Antonio Castro su Libero di venerdì 30 maggio

La mia Analisi sull'Europee 2014, le ‘affinità elettive’ tra #M5S e #Verdi


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Beppe Grillo ha incontrato Nigel Farage a Bruxelles per “sondare” una possibile alleanza. Ma c’è un gruppo che presenta molti più punti in comune con il movimento.

L’incontro a Bruxelles tra Beppe Grillo e il leader dell’Ukip Nigel Farage lascia intravedere all’orizzonte una possibile alleanza euroscettica al Parlamento europeo. Il condizionale è d’obbligo, in quanto si tratta di una delle normali consultazioni che i leader politici nazionali compiono dopo le elezioni europee per vagliare la possibilità di una collaborazione.

Tuttavia, come ho già avuto modo di sottolineare in tempi non sospetti, le affinità concrete tra il M5S e l’Ukip sono davvero poche, per non dire quasi inesistenti. Al contrario al Parlamento europeo esiste già un gruppo formato con posizioni politiche molto vicine a quelle dei pentastellati: i Verdi, vediamone alcune.

Critica alle misure di austerità in Europa – I verdi sono tra i principali critici – insieme alla sinistra unità e a parte dei socialisti – delle misure di austerity imposte ai Paesi in crisi che hanno ricevuto aiuti internazionali.

Adozione degli eurobond – La condivisione del debito costituisce un punto molto forte della ripresa economica e del principio di solidarietà sostenuto dal gruppo al parlamento.

Regolazione dei mercati finanziari - I verdi sono fortemente a favore di una legislazione più severa dei mercati finanziari europei al fine di evitare future crisi e bolle speculative. Alcuni di loro sono all’origine dell’associazione Finance Watch che monitora le evoluzioni legislative a questo riguardo a livello europeo.

Tobin Tax - Sono fortemente a favore dell’introduzione di una tassazione sulle transazioni finanziarie anche maggiore di quella che 11 Paesi Ue (tra cui l’Italia) hanno avviato tramite il procedimento di cooperazione rafforzata.

Energie rinnovabili e nucleare - È quasi inutile dirlo, ma per i verdi le rinnovabili e l’opposizione alla fusione dell’atomo sono pane quotidiano.

Sì biologico, No Ogm – Indovinate da che parte stanno? Lotta al cambiamento climatico e uso sostenibile delle risorse naturali. Idem.

Trattato di libero scambio tra Ue-Usa – I verdi sono i principali oppositori di questo partenariato si cui si sta negoziando proprio in questi mesi. Sotto accusa la scarsa trasparenza e i temuti danni agli standard ambientali e di protezione dei consumatori europei.

L’elenco potrebbe continuare. Al di là dei giudizi di merito sui singoli punti – che vi risparmio in questa sede e sui quali ognuno ha un’opinione personale – sembra evidente che il M5S ha molti più punti in comune con i Verdi piuttosto che con l’Ukip, che presenta invece posizioni diametralmente opposte (liberalismo finanziario, pro Ogm, pro nucleare, e così via). Grillo ha detto che sta solo “sondando” una possibile alleanza. Sacrosanto. Che sia il caso di “sondare” anche con i verdi?

Twitter: @AlessioPisano

www.alessiopisano.com

News: #Renzi, 80 euro ai pensionati? Parola di boyscout


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Dalla primavera del 2014 San Paganino potrebbe essere ribattezzato “Bonus Day”: il 27 maggio la maggior parte dei beneficiari del cosiddetto “Bonus Irpef” ha visto comparire in busta paga i primi 80 euro. I contribuenti interessati da questo intervento sono i titolari di reddito di lavoro dipendente e di alcuni redditi assimilati (art. 1, comma 1, d.l. n. 66 del 2014, in corso di conversione). Rimangono esclusi – tra gli altri – i soggetti che percepiscono pensioni e assegni ad esse equiparati.

Sotto il profilo strettamente giuridico, il mancato riconoscimento del “Bonus Irpef” ai pensionati è criticato perché ritenuto contrastante con i principi di solidarietà uguaglianza e ragionevolezza (artt. 2 e 3 Cost.), coordinati con quello di capacità contributiva (art. 53, comma 1, Cost.). Le pensioni sono reddito di lavoro dipendente non soltanto perché così dispone la legge (cfr. art. 49, comma 2, lett. a), Tuir), ma anche per ragioni per così dire ontologiche: il trattamento pensionistico ordinario costituisce infatti una retribuzione differita. A identica natura dovrebbe corrispondere identico trattamento tributario. Così non è in questo caso. L’arbitrarietà di una agevolazione settoriale è ancor più evidente qualora si consideri che il “Bonus Irpef” è riconosciuto anche alle forme pensionistiche complementari.

La fondatezza di questa critica trova conferma nella giurisprudenza della Corte Costituzionale relativa ad un provvedimento legislativo simmetrico al “Bonus Irpef”, vale a dire l’introduzione del cosiddetto “contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro” (art. 18, comma 22 bis, d.l. n. 98 del 2011). Anche il “Bonus Irpef” sembra infatti tradursi in “un intervento […] irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini [i pensionati], senza garantire il rispetto dei principi fondamentali di uguaglianza a parità di reddito, attraverso una irragionevole limitazione della platea dei soggetti. […] I redditi derivanti dai trattamenti pensionistici non hanno, per questa loro origine, una natura diversa e minoris generis rispetto agli altri redditi presi a riferimento, ai fini dell’osservanza dell’art. 53 Cost., il quale non consente trattamenti in pejus di determinate categorie di redditi da lavoro. […] A fronte di un analogo fondamento impositivo, […] il Legislatore ha scelto di trattare diversamente i redditi dei titolari di trattamenti pensionistici. […] La Costituzione non impone affatto una tassazione fiscale uniforme, con criteri assolutamente identici e proporzionali per tutte le tipologie di imposizione tributaria; ma esige invece un indefettibile raccordo con la capacità contributiva, in un quadro di sistema informato a criteri di progressività, come svolgimento ulteriore, nello specifico campo tributario, del principio di eguaglianza, collegato al compito di rimozione degli ostacoli economico-sociali esistenti di fatto alla libertà ed eguaglianza dei cittadini-persone umane, in spirito di solidarietà politica, economica e sociale” (sentenza n. 116 del 2013, nonché, in termini, sentenze nn. 111 del 1997, 341 del 2000 e 142 del 2014, tutte reperibili sul sito della Consulta).

Matteo Renzi sembra aver colto la necessità di allargare la platea dei contribuenti beneficiari del “Bonus Irpef”: durante la conferenza stampa sui primi #80giorni della sua attività, il Presidente del Consiglio dei ministri ha dichiarato che il “Bonus Irpef” rappresenta “l’inizio di una riduzione fiscale” della quale beneficeranno anche i pensionati.

Se nel diritto romano i rescritti dell’imperatore erano fonti del diritto, lo stesso non può dirsi oggi per i comunicati stampa e le slide. De iure condito il “Bonus Irpef” rimane una misura transitoria, valevole cioè soltanto da maggio a dicembre del 2014. Questa situazione legislativa corrisponde alla volontà cristallizzata dal Governo Renzi nell’incipit del provvedimento, dove si rinvia l’attuazione di un “intervento normativo strutturale” alla Legge di Stabilità per il 2015 (cfr. art. 1, comma 1, d.l. n. 66 del 2014, in corso di conversione). Se ne riparlerà (forse) a fine anno, a meno che la modifica non sia attuata in sede di conversione del d.l. n. 66 del 2014.

Quale che sia la sua tempistica, l’allargamento di quello che è anche noto come “Bonus Renzi” è sì un atto dovuto di “giustizia sociale” ma richiede anche di a) calcolare il “costo” dell’agevolazione e b) individuare ulteriori coperture.

Si tratta di problemi che al momento non paiono risolti neppure per il “Bonus Irpef” da erogare ai dipendenti nel 2014. Nella relazione tecnica governativa si stima un costo per il 2014 di circa 6.655,3 milioni di euro con pari effetti sull’indebitamento netto. L’operazione è interamente imputata nella voce “minori entrate tributarie” ma si rileva che “non si può escludere che una parte degli sgravi possa essere contabilizzata dal lato della spesa (trasferimenti alle famiglie) alla stregua di altri crediti di imposta”. Com’è già accaduto per il Piano Casa , il Servizio del Bilancio del Senato ha formulato le proprie osservazioni sul “Bonus Irpef” nella nota di lettura n. 45.

Quanto al “costo” dell’agevolazione, il Servizio del Bilancio, dopo aver rilevato che “la quantificazione operata dalla [relazione tecnica governativa] non è verificabile in modo puntuale” e che “i dati assunti a riferimento sono quelli relativi all’esercizio d’imposta dell’anno 2011” pur essendo disponibili quelli relativi al periodo di imposta 2012, chiede “qualche elemento informativo aggiuntivo che consenta di verificare le ipotesi ed i parametri posti a base della ‘estrapolazione’ all’anno in corso” e “un chiarimento circa il mancato utilizzo dei pertinenti dati rivenienti dalle dichiarazioni 2013”. Secondo il Servizio del Bilancio, è probabile che almeno una parte degli effetti finanziari del “Bonus Irpef” sia contabilizzata “dal lato della spesa (trasferimenti alle famiglie) […] in relazione al fatto che una parte dei crediti d’imposta in esame siano ‘pagabili’, cioè comportino un effettivo esborso al beneficiario nella misura in cui il credito superi il debito d’imposta”. Tradotto: il credito di imposta può dar luogo (non soltanto ad minori entrate ma anche) a maggiori uscite per l’Erario. Visto il silenzio della relazione tecnica governativa, il Servizio del Bilancio chiede informazioni sul punto, anche in considerazione degli effetti che tale maggior spesa potrebbe produrre “sulla individuazione dell’indicatore della pressione fiscale e sul livello della spesa pubblica, nonché sui corrispondenti rapporti rispetto al Pil”.

Quanto alle coperture del “Bonus Irpef”, è stato istituito un fondo ad hoc (art. 50, comma 6, d.l. n. 66 del 2014) alimentato da “tutti gli effetti positivi sui saldi di finanza pubblica derivanti dalle disposizioni” del decreto (così la relazione tecnica governativa). Facciamo un esempio di “effetto positivo”. L’art. 47, d.l. n. 66 del 2014 impone a province e comuni di “assicurare un contributo alla finanza pubblica” (per le prime 444,5 milioni di euro, per i secondi 375,6 milioni di euro) mediante il contenimento della spesa per beni e servizi, autovetture e per incarichi di consulenza, studio e ricerca e per i contratti di collaborazione coordinata e continuativa; in alternativa, gli enti locali hanno “la facoltà di rimodulare o adottare misure […] di contenimento della spesa corrente”. In caso di mancato tempestivo versamento di tale “contributo”, l’Agenzia delle Entrate recupererà le somme dovute da province e comuni attingendo dal gettito delle imposte di loro competenza (Imposta RCA – imposta provinciale sulle assicurazioni contro la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e Imu – imposta municipale propria). Un lettore malizioso potrebbe osservare che il cerino è stato lasciato in mano a province e comuni: gli enti locali o ridurranno la propria spesa o incasseranno un minor gettito dai tributi locali. Quello che appare come un incentivo alla revisione della spesa si potrebbe tradurre nella contrazione dei servizi pubblici locali (scuole, trasporto, manutenzione stradale, ecc.). Se questi sono i prodromi della “operazione keynesiana straordinaria” annunciata da Matteo Renzi, gli #amicigufi potrebbero contraccambiare i saluti.

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Europee 2014, Renzi e il piano segreto di Schulz


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Il giorno dopo il vertice dei capi di Stato e di governo a Bruxelles si rimette in moto la diplomazia dei corridoi con due certezze in più: le elezioni sono archiviate e ora si può smettere di fingere che la volontà popolare conti qualcosa. Seconda certezza: tutto ruota intorno all’Italia di Matteo Renzi, il suo Pd è il gruppo più grosso dentro il gruppo parlamentare socialista S&D e il premier è l’unico leader in carica ad aver non solo arginato ma respinto gli euroscettici.

Mentre gli altri Paesi devono lavorare di diplomazia, da oggi al prossimo Consiglio europeo di fine giugno, Renzi può fare subito la sua mossa. Il commissario italiano, Antonio Tajani, con delega all’Industria, deve dimettersi subito perché eletto all’Europarlamento con Forza Italia. Lui lascia, ma la Commissione resterà in carica fino all’insediamento di quella nuova, tra novembre e inizio 2015. Renzi deve quindi indicare subito un italiano per sostituire Tajani, sapendo che chi arriva ora poi ha ottime possibilità di rimanere anche nel prossimo esecutivo comunitario, con il vantaggio di sottoporsi all’esame del Parlamento in un momento relativamente più tranquillo. A Renzi piacerebbe, come ovvio, prendersi una casella economica importante, ma è difficile visto che c’è già un italiano alla Bce, Mario Draghi, e che l’unico nome forte che il premier può spendere è Pier Carlo Padoan, che però serve al Tesoro.

A Bruxelles si parla molto di Lorenzo Bini Smaghi, economista fiorentino che è stato membro del board della Bce fino al 2011 e che ha una reputazione internazionale (ha anche insegnato ad Harvard). Ma Bini Smaghi ha rapporti gelidi con il Quirinale: tre anni fa Giorgio Napolitano si è molto irritato perché Bini Smaghi tardava a dimettersi dalla Bce per lasciare spazio a Draghi (per difendere l’autonomia della banca centrale, diceva l’economista, che era anche in corsa per fare il governatore della Banca d’Italia). Mario Monti, l’italiano piu rispettato in Europa assieme a Draghi, è uomo di un’altra stagione politica. Che fare dunque? Sottotraccia è partito un complesso gioco diplomatico con Martin Schulz: il leader dei socialisti sa di non avere chance di diventare il prossimo presidente della Commissione (i conservatori del Ppe sono arrivati primi e il favorito ora è quindi il loro candidato, Jean Claude Juncker) e quindi scatta il piano B.

Nei prossimi giorni Schulz si dimetterà da presidente dell’Europarlamento, si farà nominare capogruppo dei socialisti cosi condurrà lui le trattative con i governi nazionali sulle nomine, anche con la sua diretta rivale politica in Germania, Angela Merkel. Obiettivo (considerato raggiungibile): essere nominato commissario in quota tedesca agli Affari economici, al posto del glaciale Olli Rehn. Così Renzi e i socialisti potrebbero dimostrare ai propri elettori di aver davvero “cambiato verso” all’Europa, via i falchi dell’austerità, avanti con i tifosi dello sviluppo. Per la Merkel sarebbe uno smacco, ma potrebbe accettarlo se in cambio ottenesse quello che vuole sulla presidenza della Commissione e del Consiglio (il coordinamento dei governi).

Nell’asse con Schulz Renzi ha un altro nome da giocare: Federica Mogherini, ministro degli Esteri che Schulz conosce bene perché ha collaborato all’evoluzione del Pse in S&D, Socialisti e democratici, così da accogliere tutto il Pd. La Mogherini, molto renziana, preziosa in quanto donna in un’epoca di quote rosa, potrebbe ereditare il portafoglio all’immigrazione di Cecilia Malmström, subito o nella nuova Commissione. Con Schulz agli Affari economici, un commissario italiano già piazzato e magari Gianni Pittella pronto a diventare presidente del Parlamento (ora è vice), magari pure con il deputato Roberto Gualtieri in una posizione di primo piano nel gruppo socialista, a Renzi resterà un’ultima partita. Quella della presidenza della Commissione: se a fine giugno i governi non avranno un nome in grado di trovare la maggioranza in Parlamento, dopo aver scartato l’ipotesi Juncker, il premier potrebbe spingere Enrico Letta. Non per compiacere l’antico avversario, ma per offrire all’Europa la soluzione di un problema complesso. Così da conquistare quello status di leader imprescindibile che solo Monti, tra gli ultimi premier italiani, è riuscito ad avere per pochi mesi, vero contropotere rispetto all’egemonia tedesca.

News: Expo 2015, Maltauro mantiene i lavori. Sala: “Per escluderlo serve un decreto”


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Nonostante l'arresto nell'indagine sulla cupola, per il commissario unico "cacciare" l'azienda dell'imprenditore vicentino comporterebbe ulteriori ritardi

Maltauro per ora non perde nessuno dei suoi appalti legati a Expo. Nei cantieri resta tutto come prima. Nessuna conseguenza per gli affari del costruttore vicentino dopo il suo arresto e quello dei membri della presunta cupola che per la procura di Milano era in grado di pilotare l’assegnazione dei lavori sul sito dell’esposizione universale. Escludere la società di Enrico Maltauro senza che ci sia un provvedimento del governo per accelerare l’esecuzione delle opere porterebbe ulteriori ritardi. E metterebbe così a rischio il già difficile obiettivo di arrivare pronti all’appuntamento del 2015.

E’ questa la sostanza di quanto detto dal commissario unico di Expo Giuseppe Sala. Parole, le sue, che non assecondano quelle di una settimana fa del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che aveva auspicato la revoca degli appalti di Maltauro sulla base del Protocollo di legalità sottoscritto da tutte le aziende al lavoro per Expo. “Oggi, io non posso prendere la società Maltauro e dire: ‘sei fuori’ – ha spiegato Sala -. Ho bisogno di un atto che mi legittimi a farlo. Non si possono fermare i lavori che Maltauro sta eseguendo in rete con altre aziende, occorre capire come salvaguardare l’operatività per arrivare alla fine dei lavori”.

La società, dunque, per il momento andrà avanti con i lavori che si è aggiudicata, ovvero la realizzazione delle architetture di servizio e la costruzione del tratto sud delle Vie d’acqua, quello che ha già subito prima uno stop per le proteste dei No Canal e di altri comitati e dopo una revisione del progetto. Secondo Sala, per escludere Maltauro, serve prima che il governo approvi il decreto legge dedicato all’esposizione che potrebbe essere discusso in consiglio dei ministri settimana prossima.

Il decreto dovrebbe contenere alcune norme per velocizzare i lavori in preparazione all’Expo e l’affidamento di nuovi poteri di controllo a Raffaele Cantone, attuale presidente dell’Autorità nazionale anti corruzione. Prima di prendere una decisione finale sul caso Maltauro, “mi consulterò con Cantone. Io sono disponibile a fare tutto ma ogni aiuto per me è prezioso. Ben venga, quindi Cantone, ma serve una copertura normativa”, ha precisato Sala, che oggi ha anche rivelato come sui registri degli uffici di Expo a Molino Dorino, vicino al sito espositivo, sia stato segnato almeno un ingresso di Primo Greganti, l’ex esponente del Pci finito in carcere nel periodo di Tangentopoli e oggi di nuovo agli arresti con l’accusa di avere fatto parte della cupola in affari sull’esposizione e sulla sanità lombarda.

La questione degli appalti di Maltauro non è l’unica a rimanere aperta. E’ infatti ancora irrisolto il nodo dei 60 milioni di euro per Expo che il governo si è impegnato a garantire al posto della provincia di Milano, senza che però dall’esecutivo sia ancora arrivato alcun provvedimento ufficiale. E rimangono al palo anche i 130 milioni chiesti a Roma dal comune di Milano per la ‘riorganizzazione’ della città in vista dei 20 milioni di visitatori attesi, che rendono necessari, tra l’altro, interventi sulla mobilità e sulla sicurezza. Percorso a ostacoli anche quello relativo all’ultimazione dei lavori sul sito a cavallo tra Milano e Rho, dove la rimozione delle interferenze, secondo le comunicazioni ufficiali, è all’83%, mentre la realizzazione della piastra è al 49%, lo stato di avanzamento dei lavori della Cascina Triulza è al 15%, quello della Passerella Expo-Fiera all’11% ed è stato da poco avviato il cantiere della Passerella Expo-Cascina Merlata.

In forte ritardo anche le infrastrutture esterne al sito. Resta da capire quale sarà e se ci sarà il finanziamento di alcune opere, tra cui la Rho-Monza, per la quale i due lotti in carico alla Serravalle (da Paderno Dugnano a Novate/Bollate) sono ancora in alto mare. Simile il discorso per la Pedemontana, l’opera da 5 miliardi per la quale le banche non intenderebbero garantire ulteriori prestiti-ponte, dopo l’ultimo finanziato dei primi di aprile. Situazione che non consentirebbe di completare il lotto B1 (Lomazzo-Lentate sul Seveso) in tempo per l’evento del 2015.

Twitter: @gigi_gno

 

giovedì 29 maggio 2014

La fregatura del Governo #Renzi: Tasi, ecco il bollettino per il pagamento: ma non è precompilato

Tasi, ecco il bollettino per il pagamento: ma non è precompilato

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Tra rinvii, aliquote latitanti e dubbi sulle tempistiche resta una certezza: prima o poi la Tasi si pagherà. E sarà una stangata. Ora fa capolino anche il bollettino postale per pagare la gabella. Ma non si tratta del bollettino precompilato inviato dal Comune di riferimento, ma di un modello in bianco, uguale per tutti quanti e utilizzabile in ogni Comune. Dunque si tratta di uno strumento che farà tutto, tranne che semplificare la vita del contribuente. Il bollettino è una possibilità alternativa al modello F24, ma non per questo si rivela meno ostico. Il facsimile del documento è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, e ora dovrà essere stampato e reso disponibile da Poste Italiane presso tutti gli sportelli.

Le voci - Nel dettaglio, il bollettino riporta il numero di conto corrente (1017381649) valido per tutti i Comuni, quindi la dicitura "Pagamento Tasi". Ci sono due sezioni, identiche, nelle quali vanno ripetute le stesse informazioni: si deve compilare le caselle con i dati anagrafici e specificare il codice del comune destinatario del pagamento. Nella parte inferiore del bollettino sono presenti le caselle per indicare il numero degli immobili posseduti e la tipologia (abitazione principale, immobili rurali, aree fabbricabili, altri fabbricati). Su ogni riga va indicato l'importo dovuto per gli immobili posseduti e appartenenti alla stessa categoria. E' poi prevista anche una sezione per indicare le eventuali detrazioni per l'abitazione principale. Va infine specificato se il pagamento è in acconto o a saldo.

Pagamento telematico - Tra le modalità di pagamento anche quello telematico, con cui evitare la fila ed effettuare il pagamento online sul sito di Poste Italiane. Scegliendo questa strada si riceve la conferma dell'avvenuta operazione in base alle modalità previste per il servizio. Contestualmente si riceve anche l'immagine virtuale del bollettino conforme al modello (oppure una comunicazione testuale che contiene tutti i dati identificativi del bollettino e del bollo virtuale di accettazione). L'immagine virtuale del bollettino o la comunicazione testuale costituiscono la prova del pagamento e del giorno in cui è stato eseguito.

Le critiche - Contro il bollettino precompilato si scaglia Confedilizia. Per il presidente, Corrado Sforza Fogliani, la "legge di Stabilità prevede per la Tasi l'invio ai contribuenti interessati di modelli preventivamente compilati da parte degli enti solo subordinandolo all'emanazione di un decreto del direttore generale del Dipartimento delle Finanze del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Il fatto che nel decreto per i bollettini di conto corrente postale, appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale, la precompilazione sia invece lasciata alla facoltà dei Comuni preoccupa e non deve assolutamente significare un illegittimo superamento della legge".

Gli svantaggi - Come detto, il ricorso al bollettino non pare vantaggioso rispetto al modello F24. Nel bollettino, infatti, la necessità di riportare per due volte gli stessi dati sulle due sezioni aumenta il rischio di errore, oltre ad essere una perdita di tempo. Inoltre col bollettino non è possibile ricorrere alla compensazione, ossia al pagamento della Tasi con eventuali crediti d'imposta. Senza contare, poi, che il modello F24 viene messo a disposizione online da tutte le banche con procedure di compilazione semplificate.

NEWS: EUROPEE, L’AUTOANALISI DELLO STAFF #M5S DA ORA SI CAMBIA #STRATEGIA POLITICA


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Dossier dell'ufficio comunicazione: "L'hashtag vinciamo noi scelta paradossale con effetto perverso". E ancora: "Parlamentari percepiti come saccenti. Bisogna riconquistare le università e i posti di lavoro, basta con le agorà. Bisogna prendersi le piazze mediatiche degli altri". A partire - viene detto esplicitamente - dal messaggio da veicolare in televisione. Sotto accusa, a proposito dei candidati, c'è anche "il non-lavoro sulle preferenze"

“Abbiamo trasmesso energia sì, ma ansiosa e fatta percepire dai media e dagli altri competitor come distruttiva“. E’ il passaggio più duro, quello che riassume il senso del documento “di autoanalisi” prodotto dallo staff comunicazione del Movimento 5 Stelle dopo il risultato elettorale. ”Intro”, “Fuori”, “Dentro” e “Possibili soluzioni” sono i titoli dei quattro capitoli del dossier. Un testo molto duro e sorprendente, che prova sostanzialmente a rispondere a due quesiti: dove abbiamo sbagliato e come possiamo rimediare”. Il testo mette in discussione scelte di comunicazione, a partire dall’hashtag #vinciamonoi: “E’ stata una scelta paradossale che ha prodotto un effetto perverso”. Ma sotto la lente di ingrandimento c’è anche l’immagine dei parlamentari stessi: “Ciò che i parlamentari hanno percepito – si legge – è stato l’atteggiamento di sfiducia nei loro confronti. Seppur elogiati per il loro impegno, i parlamentari M5s non sono ancora percepiti come affidabili. Mancano di umiltà e a volte sono percepiti come saccenti”. Un altro elemento critico interno – scrive lo staff – riguarda il “non-lavoro sulle preferenze“. I candidati degli altri partiti “hanno agito coi metodi della vecchia politica raccogliendo consensi personali anche col porta a porta. I nostri candidati erano sconosciuti e non averli esposti mediaticamente ha fatto sì di creare un’onta di incertezza (quando non di sospetto) su di loro”. Non solo, lo staff consiglia “di rafforzare quantitativamente e qualitativamente l’attività legislativa” con l’assunzione di “consulenti preparati” per rafforzare gli uffici.

Il Movimento, comunque, “non è crollato” –  si legge nel documento pubblicato da Public Policy -, ma Matteo Renzi ha stravinto, con percentuali senza precedenti”. Tra le criticità esterne che hanno portato i 5 stelle al 21% secondo il documento ci sono i mercati finanziari, le cancellerie europee, la comunicazione e i sondaggi dopati. “Una spia sempre importante da tenere sott’occhio sono i mercati finanziari“. Con la “preannunciata avanzata del M5s nei sondaggi, è scattata la fuga dai mercati e l’innalzamento dello spread. Oggi, i ben informati, parlano di speculazione“. Inoltre, secondo lo staff “i leader europei” avrebbero fatto “pressione nei confronti di Renzi” in vista di una possibile vittoria dei 5 stelle. Infine, “l’elemento che più salta agli occhi è la voluta polarizzazione emotiva dell’elettorato”. Gli italiani “hanno dimostrato di aver bisogno di affidarsi a un uomo forte e hanno ancora bisogno di serenità. Renzi ha saputo trasmettere serenità costruttiva.

Il dossier parte proprio dalla strategia. “Perché l’hashtag #vinciamonoi – secondo lo staff guidato Nicola Biondo – ha avuto un effetto perverso. Si è creduto così tanto alla vittoria da aver spinto gli altri partiti a crederci e quindi a reagire con la chiamata alle armi. Generalmente le elezioni europee non hanno avuto un’importanza primaria. Sostenendo che si trattasse di un voto politico, sono stati spinti a dare il massimo”. Inoltre, “una vittoria percepita come sicura potrebbe aver demotivato qualcuno dei nostri che non è andato a votare”.

L’ufficio comunicazione M5s, nella sua analisi, propone anche una serie di soluzioni. “Uscire fuori” è il primo obiettivo: “Organizzare stati generali tematici, entrare nelle università, nei luoghi di lavoro e lasciar perdere le agorà“. Parole che arrivano nel giorno in cui il deputato Alessandro Di Battista rivendica proprio il ruolo delle agorà per l’impegno nella controinformazione. “Andare a presentare denunce – continua il documento – e proposte direttamente ai destinatari. Aprirsi, prendersi le piazze mediatiche degli altri”. Secondo lo staff comunicazione per far percepire l’affidabilità del gruppo “non si possono più fare solo denunce senza affiancare proposte e soluzioni”.

I parlamentari quindi “devono tornare a confrontarsi sui temi pratici e concreti” e farlo “in streaming” con gli elettori. Non solo, lo staff consiglia “di rafforzare quantitativamente e qualitativamente l’attività legislativa” con l’assunzione di “consulenti preparati” per rafforzare gli uffici. Lo stesso vale per la comunicazione. Il gruppo parlamentare della Camera – ricordano – “non ha speso ancora circa 1 milioni e 700 mila euro del budget destinato per il primo anno. Sarebbe il caso di impegnarlo proficuamente”. Se il Movimento punta al 51% “allora bisogna adeguare il messaggio” facendo ricorso “a strumenti appropriati (tv in prima istanza) e declinare il messaggio”. Infine, secondo l’ufficio comunicazione, “abbiamo dato un numero eccessivo di input, soffrendo la mancanza di coordinamento fra i vari produttori di notizie, ovvero la comunicazione della Camera, quella del Senato, il blog e Beppe Grillo. Paghiamo il fatto che spesso i compartimenti restano isolati l’uno dall’altro”.

 

 

News: Piano casa, luci e ombre della riforma: dai bonus alla lotta all’abusivismo

Piano casa, luci e ombre della riforma: dai bonus alla lotta all’abusivismo

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Diverse le novità previste per combattere l’emergenza abitativa. Ma non tutte le misure partiranno con effetto immediato: molte attendono i decreti di attuazione come l'affitto con riscatto e il maxi piano di recupero e risanamento dell'edilizia residenziale pubblica

 

 

Il Piano Casa, che porta la firma di Maurizio Lupi e interviene anche sull’Expo (stanziando anche 25 milioni al comune di Milano), è legge entrando ufficialmente in vigore con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei suoi 20 articoli. Ma solo alcune delle novità del pacchetto pensato dal governo per combattere l’emergenza abitativa partiranno con effetto immediato. Tra queste compaiono il nuovo bonus mobili, le variazioni alla disciplina della cedolare secca al 10% e la lotta all’abusivismo. Molte misure, invece, attendono i decreti di attuazione: si tratta, ad esempio dell’affitto con riscatto e del maxi piano di recupero e risanamento dell’edilizia residenziale pubblica.

Queste le novità più importanti previste dal Piano che in tutto vale circa un miliardo e 800 milioni di euro con tre obiettivi: il sostegno all’affitto a canone concordato, l’ampliamento dell’offerta di alloggi popolari e lo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale.

Così, diversamente da quanto accaduto in passato quando con il Piano casa del 2009, targato Berlusconi, si offrì ai cittadini la sola possibilità di “effettuare interventi di ampliamento e/o ricostruzione della propria abitazione e di semplificare le procedure burocratiche inerenti i lavori di edilizia”, ora la politica si è concentrata invece sull’aspetto sociale, dando una risposta a una delle emergenze più forti in Italia: la mancanza di alloggi per inquilini a basso reddito. Sono 700 mila le famiglie aventi diritto che sono in attesa di un alloggio popolare che non esiste.

Ma se questa decisione di aumentare il numero delle case popolari, grazie alla ristrutturazione di quelli fatiscenti e perciò attualmente inutilizzabili (l’operazione dovrebbe riguardare nell’immediato almeno 12.000 alloggi), ha portato apprezzamenti bipartisan, lo stesso Piano mostra anche il pugno duro contro il fenomeno delle occupazione degli alloggi pubblici. Quanti occupano un immobile senza averne titolo non potranno, infatti, richiedere gli allacciamenti per le forniture di luce, acqua, gas e telefono. E sempre a questi “delinquenti”, così come li ha definiti il ministro Lupi, è fatto divieto di richiedere un altro alloggio sociale per almeno cinque anni.

Decisione fortemente contestata dai movimenti per la casa che criticano anche gli stanziamenti del plafond: 100 milioni di euro per incrementare il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione e altri 226 milioni da destinare agli inquilini morosi incolpevoli.

“Non sono numeri reali: si ottengono – spiega Walter De Cesaris, segretario nazionale dell’Unione Inquilini – sommando gli stanziamenti dal 2014 al 2020. Anno per anno, quindi, sono meno di 40 milioni di euro in media. Peccato che – prosegue De Cesaris – solo quindici anni fa, con la crisi ancora lontana, il solo fondo sociale per gli affitti era di 600 miliardi di lire all’anno, ovvero più di 300 milioni di euro. Così nel 2014, con un numero di sfratti per morosità tre volte superiore a quello di 15 anni fa, ci sono risorse per le famiglie meno abbienti tre volte inferiori”.
Il fondo stanziato potrà anche essere usate dai Comuni per stipulare nuove convenzioni per ulteriori alloggi a canone concordato. “Ma la somma – sottolineano dall’associazione – non riesce a rispondere all’entità della domanda, vale a dire a 650 mila famiglie che attendono nelle graduatorie comunali”.

L’Unione Inquilini contesta anche l’articolo 3 sull’offerta di acquisto degli alloggi ex Iacp (Istituti autonomi case popolari) agli inquilini. “Non si prevede di aumentare le case popolari, ma – dicono – si tratta di una delega al governo per varare un decreto che, anche in deroga alle leggi vigenti di tutela degli assegnatari, acceleri il processo di dismissione del patrimonio dell’edilizia residenziale pubblica”.

A fare il punto sull’articolo 10, che per ridurre il disagio abitativo e aumentare l’offerta di alloggi sociali promuove il processo di integrazione delle aree già urbanizzate, è l’urbanista Paolo Berdini. “In altre parole si permette di assimilare gli alloggi recenti invenduti dai costruttori in alloggi sociali, che vuol dire ottenere tutte le agevolazioni di legge ed economiche per destinarli a famiglie in grado di pagarsi un mutuo immobiliare”.

Altro punto critico è l’impossibilità di utilizzare immeritatamente 500 milioni di euro per recuperare le decine di migliaia di immobili di residenza pubblica disponibili, ma non utilizzabili perché bisognosi di interventi di ristrutturazione. Sarà, infatti, compito delle Regioni comunicare l’elenco degli immobili, di proprietà comunale o degli enti, che possono tornare a disposizione con interventi meno impegnativi.

Tra le altre novità previste dal Piano, vanno ricordate l’introduzione della cedolare secca al 10% per i contratti a canone concordato stipulati nei Comuni in emergenza abitativa e in quelli colpiti da eventi calamitosi e la sanatoria fino al 31 dicembre 2015 per gli affittuari che, in base alla legge in vigore dall’aprile 2011, per usufruire del maxi-sconto sul canone annuo che diventava equivalente al triplo della rendita catastale e quindi in molti casi inferiore anche dell’80% al valore di mercato, hanno prima denunciato di pagare l’affitto in nero per usufruire e poi hanno scoperto che questa norma è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta nel marzo scorso.

Infine, le detrazioni Irpef del 50% per le ristrutturazioni edilizie e l’acquisto di mobili. Il bonus (con un tetto massimo di spesa di 10.000 euro) è stato svincolato dalla ristrutturazione e si potrà portare in detrazione anche quando la spesa per i mobili è superiore a quelle sostenute per i lavori.

 

News: Soru, al via il processo per evasione fiscale dopo la vittoria a Bruxelles

Soru, al via il processo per evasione fiscale dopo la vittoria a Bruxelles

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Prima udienza a Cagliari, con rinvio al 6 novembre, del processo sui 10 milioni di euro che secondo l'accusa sono stati sottratti all'erario in una transazione internazionale tra due società del gruppo Tiscali. Il neo eurodeputato Pd eletto con 182mila preferenze ha accettato di pagare 7 milioni all'Agenzia delle entrate, ma rivendica la propria buona fede

Il neo eurodeputato Pd non era presente in aula, a Cagliari, ma in ogni caso il processo non si è nemmeno aperto. Tutto rinviato al 6 novembre per Renato Soru, ex presidente della Regione Sardegna, patron di Tiscali, uno dei più votati d’Italia alle recenti europee, forte delle sue 182.752 preferenze. Deve rispondere di evasione fiscale stimata in 10 milioni di euro, legata a un presunto mancato versamento delle tasse su un’operazione tra Italia e Inghilterra. Un giro di credito e debito tra società con la stessa proprietà, un flusso di denaro che non sarebbe stato dichiarato né al fisco italiano né a quello inglese.

La vicenda riguarda appunto un passaggio di denaro, esattamente 27,5 milioni di euro, tra la società Andalas Ltd (al 100 per cento di Soru – come da lui dichiarato alla Consob) con sede a Londra, e Tiscali Finance, società del gruppo con sede a Lussemburgo. Tutto succede nel 2004, secondo le indagini della Guardia di finanza, coordinate dal pm Andrea Massidda a partire dal 2010, poi i soldi sarebbero stati restituiti nei successivi cinque anni con tanto di interessi maturati. Indagini partite anche grazie a un servizio andato in onda su “Anno Zero”, in una puntata in cui Michele Santoro che si occupava delle attività di operatori italiani all’estero.

Per l’ex governatore, difeso dai legali Giorgio Macciotta e Carlo Pilia, si è trattato di una operazione “per la quale mi era stata assicurata l’assoluta neutralità fiscale”. Ma per gli inquirenti Andalas Ltd è una scatola vuota, una società inattiva con capitale due sterline, a sua volta controllata da Mediacom ltd – sempre di proprietà di Soru – con sede nelle Isole Vergini Britanniche, paradiso fiscale inserito nella black list europea. Secondo la relazione della Guardia di Finanza, riportata dal quotidiano l’Unione Sarda, rientra nel novero “delle società esterovestite mediante il ricorso a professionisti specializzati del settore, che forniscono fittizie domiciliazioni mediante il ricorso a meri prestanome”. Una ricostruzione dettagliata,quella delle Fiamme Gialle, confermata anche da Luciano Quattrocchi, consulente incaricato dalla Procura di Cagliari di esaminare il Gruppo Tiscali.

In ogni caso nel dossier della Finanza si precisa che nei bilanci di Andalas tra il 2005 e il 2009 non c’è traccia del prestito a Tiscali Finance, né degli interessi attivi. E, sempre secondo quanto riporta il quotidiano sardo, la società aveva al momento lo stesso indirizzo a Londra, 27 di Holywell Row – della Ashroft Cameron, company che si occupa della creazione di altre società nate apposta per ricevere capitali all’estero.

Del caso Tiscali-Andalas si è occupata anche l’Agenzia delle entrate e Soru, pur ribadendo la sua assoluta buona fede, ha trattato. La partita in questo senso è già chiusa. L’accordo prevede il pagamento di 7 milioni di euro in tre anni, a settembre 2012 la firma dell’adesione alla contestazione. Anche se l’ex governatore, in una lunga nota su Facebook, ha comunque reso pubblica la sua versione dei fatti. Così aveva scritto: “Pago ingiustamente. Per un’operazione societaria effettuata nell’esclusivo interesse della società e del suo futuro, attraverso la quale ho di fatto rinunciato alla piena tutela dei miei interessi, e per la quale mi era stata assicurata l’assoluta neutralità fiscale. Errata interpretazione non certo volontà, da parte mia, di non adempiere ai miei doveri fiscali. E soprattutto in un periodo in cui avevo messo tutto me stesso al servizio della Sardegna e dello Stato”. Il periodo era appunto quello del suo mandato da governatore della Regione Sardegna.

Ora l’appuntamento con il processo è spostato di circa sei mesi, così ha deciso il giudice del Tribunale di Cagliari, Francesco Alterio, nell’udienza di “smistamento” di oggi, decisione dovuta al grande carico di fascicoli da assegnare finiti sul tavolo del giudice. E a novembre Soru avrà già consumato il suo esordio nell’Europarlamento.