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mercoledì 30 aprile 2014

SONDAGGI: #STAISERENO #RENZI LO VEDREMO DO IL 25 MAGGIO COME FINIRÀ.


(Fonte il fatto-Quotidiano)

E’ quanto emerge dall’ultima rilevazione di Datamedia Ricerche per Il Tempo. Gli unici a superare lo sbarramento del 4% sono Lega Nord al 5,1% (-0,1) e Nuovo Centrodestra-Udc è al 5,5% (-0,2)

 

Lieve calo per il Pd, mentre salgono M5s e Forza Italia, che sfiora il 20%. E’ quanto emerge dall’ultimo sondaggio di Datamedia Ricerche, istituto diretto da Natascia Turato, per Il Tempo. Nel dettaglio troviamo il Partito Democratico al 31,5% (-0,5% in due settimane), il Movimento 5Stelle è invece al 25,5% (+0,4), Forza Italia è al 20% (+1%). Gli unici a superare lo sbarramento del 4% sono Lega Nord al 5,1% (-0,1) e Nuovo Centrodestra-Udc è al 5,5% (-0,2). Per quanto riguarda gli altri partiti vediamo L’Altra Europa con Tsipras al 3,7% (-0,2) Fratelli d’Italia-An al 3,7% (+0,2), Scelta Europea è stabile al 2,2%, la somma degli altri partiti è al 2,8% (-0,6). Indecisi, astensione, schede bianche o nulle, sommati arrivano ad una percentuale del 52,1% (+0,2). In calo di due punti (in due settimane) la fiducia in Matteo Renzi che è al 56%.*

I sondaggi che danno il Movimento 5 Stelle in ascesa, però, non preoccupano Matteo Renzi: “Penso che ci sia molto training autogeno nei 5 stelle che dicono ‘vinciamo noi’”, dice il premier a Radio Montecarlo. “Ho tanti amici -ha aggiunto – che l’anno scorso hanno votato M5S per dare un segnale. Ma quali proposte ha realizzato? Bisogna mandare in Europa gente che va sul tetto del Parlamento e non cambia l’Europa? Noi abbiamo bisogno di gente competente, non di gente che fa gli show. Rispetto chi vuole votare per Grillo ma votare per Grillo è abbaiare alla luna”. E aggiunge: “Nelle ultime elezioni, a febbraio 2013, Grillo aveva preso il 25,6, Bersani il 25,3 e Berlusconi il 21. Parlo di partiti: M5S, Pd e Forza Italia. Io scommetto che i risultati saranno diversi”.

*La rilevazione è stata effettuata da Datamedia Ricerche per Il Tempo il 28 Aprile 2014 tramite 800 interviste complete con metodologia Cati su un campione rappresentativo della popolazione maggiorenne residente in Italia. Margine di errore +/- 3,1%.

M5s rispondono a Travaglio: “Anticorruzione, esame ddl entro maggio”


(Fonte ilfattoquotidiano.it)

Il senatore Mario Giarrusso dal blog di Grillo replica all'editoriale del vicedirettore del Fatto, che il 22 aprile aveva invitato gli eletti del Movimento a "farsi avanti" e a sostenere "nuove norme" per combattere mafia e corruzione

 

Nel suo editoriale del 22 aprile Marco Travaglio aveva invitato i 5 Stelle in Parlamento, “finora piuttosto evasivi”, a farsi avanti e a sfidare Matteo Renzi, garantendo il loro sostegno a due leggi. “Nuove norme” per realizzare, come ha dichiarato il pm Francesco Greco, “una spending review che riduca i costi della criminalità economica, anche con tagli lineari”. “La prima è sull’autoriciclaggio, per punire finalmente chi reinveste in proprio il bottino dei suoi delitti e per garantire che il prossimo decreto sul rientro dei capitali dall’estero non diventi l’ennesimo scudo-condono. La seconda è sulla prescrizione, che garantisce l’impunità a qualunque colletto bianco che derubi la collettività”. Tuttavia, per “approvarle – sottolinea Travaglio – ci vuole una maggioranza diversa da quelle del governo (avete presente l’Ncd?) e delle riforme istituzionali (col partito dell’evasore e dell’evaso)”. Quindi si rende necessario il sostegno del Movimento di Beppe Grillo. Il senatore M5S Mario Giarrusso risponde al vicedirettore de il Fatto Quotidiano dal blog di Grillo in un post dal titolo: “La riforma dell’anticorruzione del M5S entro maggio”. Riportiamo il suo messaggio:

“Caro Marco,

rispondo in merito al tuo articolo del 22 Aprile 2014. In materia di lotta alla corruzione ed alla mafia, il MoVimento 5 Stelle non è stato mai evasivo, né distratto. Noi portavoce dei cittadini invece, sia alla Camera che al Senato, ci siamo impegnati sin dal primo giorno contro queste piaghe terribili che stanno distruggendo il nostro Paese. Lo abbiamo fatto depositando i disegni di legge 846 (sul riciclaggio e autoriciclaggio), 851 (corruzione settore privato), 847 (concussione, corruzione e abuso d’ufficio), ddl 868 (Disposizioni in materia di falso in bilancio), ddl 848 (traffico influenze illecite), sia con gli emendamenti al 416ter volto a rafforzarlo e non ad indebolirlo (come invece è stato fatto), sia chiedendo che venisse messo in discussione il disegno di legge n°19 depositato al Senato dal Pd (che riguarda proprio la corruzione e la lotta al riciclaggio).

E’ però del tutto evidente che le priorità della maggioranza Pd-Pdl erano, e sono ancora adesso, ben altre: prima tra tutte liberare anzitempo, con un cospicuo ed assurdo sconto di pena, migliaia di condannati (con le due cosiddette leggi svuota carceri), oppure sanzionare la responsabilità disciplinare dei magistrati (con il ddl 116), ovvero ancora modificare le misure cautelari in modo da rendere quasi impossibile la custodia cautelare in carcere.

Il MoVimento 5 stelle inoltre, ha appoggiato (con entusiasmo) la nomina del dott. Cantone all’autorità anticorruzione, anche se pensiamo che non sarà messo in grado di svolgere il lavoro che i cittadini si aspettano da questa istituzione. Il Movimento 5 Stelle pensa che per far funzionare l’Autorità Anticorruzione (ANAC), oltre a dotarla di uomini e mezzi adeguati, sia necessario:
1) l’attribuzione all’Anac della gran parte dei poteri in materia di anticorruzione oggi in capo alla Funzione Pubblica, cui sarebbe comunque lasciato un compito di vigilanza e di indirizzo soprattutto con riferimento ai piani anticorruzione;
2) Lo scorporo dei poteri in materia di valutazioni dei dirigenti ed attribuzione degli stessi ad altra entità, eventualmente allo stesso Ministero della Funzione pubblica;
3) L’attribuzione all’Anac di poteri sanzionatori amministrativi per il mancato rispetto degli obblighi previsti dalle amministrazioni in materia di prevenzione della corruzione e rispetto degli obblighi di trasparenza;
4) L’attribuzione del potere di iniziare l’azione disciplinare nei confronti dei dirigenti e/o dipendenti che siano responsabili delle violazioni degli obblighi previsti dalla legge;
5) Il riconoscimento in capo all’Anac della possibilità di ricevere notizie e segnalazioni di illeciti ai sensi dell’art. 54 bis del TU imp. Stato
6) I poteri di richiedere atti e documenti alle amministrazioni pubbliche o ai privati, compreso il potere di ottenere gli atti dell’autorità giudiziaria non coperti da segreto.
7) L’obbligatorietà del parere dell’Anac sui ddl in materia di corruzione e trasparenza. In Senato inoltre, è stata depositata dal capogruppo del Pd una proposta di legge di aggravamento delle pene per l’associazione a delinquere di stampo mafioso, che condividiamo e che sottoscriviamo.

Abbiamo già in cantiere di cancellare il vergognoso regalo fatto con la riduzione delle pene per il voto di scambio, riportandole ad un livello che sia dissuasivo e penalizzante, così come richiesto da chi combatte la mafia. E’ quindi su queste materie che il MoVimento 5 Stelle, raccogliendo la proposta di Marco Travaglio, dimostra la sua volontà di combattere la mafia e la corruzione. Siamo disponibili ad impegnarci a terminare l’esame dei ddl sopra citati entro la metà del mese di maggio, dando loro priorità nel calendario della Commissione giustizia e poi in aula al Senato, così che tutto possa poi passare alla Camera per essere approvato e realizzato in tempi rapidi e certi. Noi siamo pronti a votare da subito tutte queste norme per dare al paese la possibilità di difendersi da ladri, corruttori, mafiosi e politici collusi. Questa è la vera riforma. Il MoVimento 5 Stelle non ha paura, a differenza di altri, di norme severe sulla corruzione, sul voto di scambio e sulla mafia”.

Mario Giarrusso, cittadino portavoce M5S al Senato

 

News: Alitalia, Etihad conferma 3mila esuberi e alza asticella: taglio di 500 milioni di debiti

Alitalia

(Fonte ilfattoquotidiano.it)

A conti fatti, gli arabi chiedono una sorta di ennesima bad company. E ai soci, visto l'esaurimento dei fondi entrati con le Poste, domandano nuove risorse

La missiva c’è, ma non la lettera d’intenti attesa da oltre un mese a Roma per avviare la trattativa esclusiva fra Alitalia e Etihad e archiviare così il salvataggio della compagnia italiana. E’ solo un foglio in cui si induriscono condizioni poste dal vettore mediorientale per investire circa 500 milioni per il 40% di Alitalia. La compagnia guidata da James Hogan chiede innanzitutto che le perdite generate dal piano dell’ad Gabriele Del Torchio (si stima 300 milioni nel 2013) ricadano esclusivamente sugli attuali soci, cioè “i patrioti”, le Poste Italiane e il gruppo Percassi. In più domanda il taglio di 500 milioni di debiti (in precedenza si parlava di 400 milioni) su un totale di 1 miliardo attraverso la conversione in azioni dei crediti vantati dalle banche-azioniste. Intesa e Unicredit in primis. In alternativa chiede agli istituti di credito di investire altri 300 milioni. Il vettore mediorientale pretende poi la garanzia contro le responsabilità e le pendenze legali relative ai primi cinque anni di Alitalia-Cai (dal contenzioso con WindJet a eventuali multe del fisco per gli aerei ex Air One o noleggiati della Ap Fleet di Carlo Toto e immatricolati nel paradiso fiscale irlandese), oltre ai 3mila esuberi che il ministro Lupi aveva vigorosamente smentito nei giorni scorsi. Infine Hogan vuole anche un impegno concreto da parte del governo di Matteo Renzi sull’alta velocità ferroviaria per Fiumicino e sulla liberalizzazione dello scalo di Linate.

L’arrivo della lettera, che scongiura l’ipotesi drammatica della fine delle trattative, nella serata di martedì era stato comunque sufficiente a metter di buon umore il ministro dei Trasporti che aveva immediatamente evidenziato come l’alleanza con Etihad sia “la migliore risposta al presidente Berlusconi, che non so se si è dimenticato di essere un imprenditore quando oggi ha proposto di licenziare 9mila persone in Alitalia”. Ipotesi che Lupi ha definito “impensabile”. Certo, comunque vadano le cose, la compagnia chiederà nuovi sacrifici ai dipendenti: nell’ultimo incontro con i sindacati, aggiornati a venerdì 2 maggio, l’ad Del Torchio ha già comunicato che, indipendentemente dalle trattative con Etihad, sarà necessario realizzare un centinaio di milioni di risparmi in più rispetto ai 300 attesi per l’anno in corso. 

Nonostante l’apertura del potenziale partner, la trattativa resta quindi in salita. E al momento, oltre al nodo sindacale e premessa la disponibilità delle banche a valutare la riduzione del debito, i punti più spinosi sono sostanzialmente due. Il primo è relativo ai contenziosi sulla ex gestione Cai, che secondo Il Sole24Ore, potrebbero far parte dell’ennesima bad company separata da una nuova e più snella Alitalia in cui arriverà la nuova liquidità di Etihad. Un modello che ricalcherebbe quello seguito nel 2008 dall’allora premier Silvio Berlusconi e costato agli italiani circa 5 miliardi di euro. Il secondo punto è la questione degli scali milanesi con Malpensa che occupa circa 12mila persone.

D’altro canto, come ha spiegato Lupi, che ha in tasca il decreto per aumentare il traffico a Linate per l’Expo 2015, è arrivato il momento in cui ognuno deve prendersi le proprie responsabilità. “Se dopo 5 anni (dal salvataggio della cordata dei patrioti, ndr) siamo qui a dover discutere e affrontare il rilancio della nostra compagnia di bandiera – ha sottolineato il ministro – forse non tutto è andato bene nel passato. Magari se la smettiamo di dire che tutto va bene e ognuno inizia a prendersi le proprie responsabilità il Paese finalmente inizierà a cambiare nel centrodestra come nel centrosinistra”. Responsabilità per il secondo salvataggio Alitalia con cui dovrà fare i conti, politicamente parlando, sia lo stesso Lupi che insieme all’ex premier Enrico Letta, ha sostenuto l’ingresso dell’azienda pubblica Poste Italiane nel capitale di Alitalia a fine dicembre, sia lo stesso Renzi quando, in caso di esito positivo della trattativa con Etihad, si delineeranno i costi reali della seconda operazione di salvataggio Alitalia per le casse dello Stato.

 

News: Sicilia, Europee 2014: Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo il 6 maggio a Palermo


(Fonte canicattiweb.com)

Cinque donne, tre uomini, (sei siciliani e due sardi) tutti laureati e che parlano le lingue straniere. Sono i candidati del Movimento 5 Stelle che correranno per un posto al Parlamento europeo per il collegio Sicilia e Sardegna, oggi presentati alla stampa a Palermo, alla presenza dei deputati regionali 5 Stelle, Giampiero Trizzino e Giorgio Ciaccio. È stato confermato l’arrivo di Beppe Grillo in Sicilia per sostenere le candidature. Palermo sarà l’unica tappa siciliana, il 6 maggio, ancora da confermare la piazza che lo ospiterà. «È la pattuglia dei perfetti sconosciuti – ha definito i candidati Ciaccio – Sono i cittadini della porta accanto, che non rappresentano alcuna lobby e non portano avanti nessun interesse che non sia quello dei cittadini». I candidati sono: Ignazio Corrao, consulente legislativo parlamentare, 30 anni, di Alcamo (Tp), Simona Suriano, avvocato, Consulente legislativo parlamentare, 35 anni, di San Giovanni La Punta (Ct), Antonio Zanotto, ricercatore, 34 anni, di Messina, Antonella Di Prima, ingegnere, 34 anni, di Sciacca (Ag),  Paola Sobbrio, avvocato, 41 anni, di Marsala (Tp),  Maria Saija, libera professionista, 34 anni, di Messina, Nicola Marini, libero professionista, 40 anni, di Cagliari, Giulia Moi, ricercatrice, 42 anni, di Cagliari.

RENZI TIRA IL FRENO A MANO PER L'EUROPEE


(Fonte iltempo.it)

Lo chiameremo «Matteo il temporeggiatore». Dice un senatore pd: «Siamo nella fase di massimo ecumenismo, dopo le Europee si vedrà»
Renzi in difesa: non sono un tassatore 

Il punto è questo: Matteo Renzi è assai preoccupato dal risultato delle elezioni del 25 maggio. E lo hanno capito proprio i senatori democratici che ieri hanno avuto una riunione di gruppo ieri con il loro segretario-premier. Il quale, per buona metà del discorso, si è soffermato proprio sulla campagna elettorale con inviti pressanti a non sottovalutare Beppe Grillo e tantomeno la remuntada di Silvio Berlusconi. Poi, come al solito, le due facce: all’esterno Renzi ci tiene a presentarsi come colui che mette in riga il suo partito, che minaccia, che fa sapere che o si votano le riforme o lui è pronto ad andare a casa; all’interno, massima aperture e cedimento strutturale su tutte le richieste di modifiche.

Renzi è così. Tanto attento a voler apparire colui che corre, che fa, che agisce e che mette ordine. Tanto accorto a non scontentare nessuno, a rinviare qualunque decisione più difficile.

È successo così con il job act, il decreto lavoro. Inviso alla parte sinistra del Pd e al sindacato, prevedeva otto proroghe possibili per i contratti a tempo determinato. Nel dibattio parlamentare si è scesi a 5, praticamente cambia poco o nulla rispetto ai 3 attuali.

Sugli 80 euro, nelle coperture sono saltate tutte le scelte più problematiche o che avrebbero creato maggiori problemi o che avrebbero potuto scontentare qualcuno e far perdere voti. Una sintesi mirabile l’ha fatta il sito lavoce.info: «Il governo Renzi ha deciso di finanziare lo sgravio Irpef per i redditi più bassi accogliendo solo in parte i suggerimenti provenienti dalla Spending review di Carlo Cottarelli: nella fattispecie è stata compiuta la scelta politico-elettorale di togliere tutta la parte relativa alle pensioni, e di demandare alle regioni eventuali tagli alla spesa sanitaria. L’abilità comunicativa del presidente del Consiglio Renzi è notevole, ma non riesce ancora ad allungare le coperte corte che sono tipiche dell’economia».

Vuol dire che per ora sono state messe delle coperture provvisorie, il grosso dei tagli sono solo rinviati: nel Def c’è scritto che sono in arrivo ben 17 miliardi di miliardi di tagli per l’anno prossimo, che salgono a oltre 30 per il 2016.

Per ora meglio rinviare tutte le decisioni più problematiche. A quando? A dopo le elezioni, nella manovra d’autunno o nella legge di stabilità 2015. Dipende molto da come andranno le prossime votazioni. Da quel risultato si comprenderà se il premier avrà intenzione di accelerare sulla strada verso il voto delle Politiche. Fino a fine maggio non bisogna scontentare nessuno. Meglio dire e non fare.

Adesso arriva l’annuncio fatto decreto. Non più un rinvio ma un annuncio che vale come un decreto. L’apparenza fatta sostanza. Il sembrare senza l’essere. Non importa cambiare verso, conta la sensazione di averlo fatto. Dice il premier a Porta a Porta parlando della riforma della Pubblica amministrazione che sarebbe dovuta essere approvata entro la fine di aprile: «Domani (oggi, ndr) non ci sarà il decreto, ma ci sarà una conferenza stampa simile a quella definita "della televendita". Siamo indecisi se ci saranno le slide. Ma non capisco le polemiche, come quelle sugli 80 euro, come se un impegno del presidente del Consiglio non valesse».

Sì, avete capito bene. Adesso beccatevi la televendita, ma quello che comprate non esiste. Ci sarà, fidatevi, lo dice il presidente del Consiglio. E non è una libera interpretazione del suo pensiero, sono proprio le sue parole: «La riforma si compone di due atti, ma domani raccontiamo la riforma», dice Matteo. Che spiega poi: «Domani lanciamo una sfida, la riforma non si fa contro ma coinvolgendo le persone, sfidandole. Il metodo è una sorpresa, non è un sondaggio ma un modo di coinvolgere i cittadini e dipendenti».

Anche il crono-programma delle riforme sta venendo meno. Niente riforma della pubblica amministrazione, come detto. Niente legge elettorale. Doveva essere approvato entro gennaio, poi entro febbraio, poi entro marzo. Poi si è deciso di fare prima la riforma del Senato e poi quelle elettorale e nel Piano nazionale delle riforma è settembre.

Prima andava di corsa, ora lento pede.

Luigi Frasca

 

 

 

L'EUROPA TREMA SONDAGGIO CHOC INGLESE SUGLI ANTI-EURO


(Fonte liberoquotidiano.it)

Un partito trasversale sta risalendo i sondaggi in questi 25 giorni che mancano alle Europee. Si tratta del blocco delle formazioni anti-euro di destra e di sinistra che, secondo il sondaggio del think tank inglese Open Europe pubblicato dal giornale britannico The Guardian, raggiungerebbe il 30% dei consensi, ovvero prenderebbero almeno 218 dei 751 seggi di Strasburgo.
Secondo i calcoli di Open Europe che si basano su dati raccolti dall’organizzazione indipendente Vote Watch, resi noti oggi da Repubblica, i "partiti populisti" otteranno circa 4 punti in più del 24,9% ottenuto nel 2009 e potrebbero portare a casa 60 seggi in più dei 164 conquistati cinque anni fa, quando i posti a Strasburgo erano 766. Open Europe precisa che il gruppo delle opposizioni ai partiti più moderati rispetto all’Ue è assai disomogeneo perché rappresentato sia da partiti tradizionali che da movimenti di estrema destra come il Front National di Marie Le Pen in Francia, oltre che da partiti come il Movimento 5 Stelle, i populisti di Gert Wilders in Olanda, gli indipendentisti dell’Ukip nel Regno Unito e la loro crescita in termini di voti provocherà inevitabilmente un calo delle formazioni che favoriscono lo status quo e chiedono ulteriore integrazione, ovvero il blocco Pse-Ppe.
I sondaggi di Open Europe danno in calo anche la piccola quota dei cosiddetti riformatori critici, gli antieuropeisti moderati, come i conservatori inglesi di David Cameron, stimati in flessione da 53 a 39 seggi, e, inoltre, l’effetto anti-Ue potrebbe essere molto più influente di quel che appare dalle cifre dei risultati elettorali. Il think tank ci tiene a sottolineare che l’affluenza alle urne nel caso di elezioni europee supera di poco il 40% e che il sentimento antieuropeo potrebbe essere rappresentato anche nell’area del non voto. Di conseguenza solo il 25% degli aventi diritto al voto esprimerebbe una posizione moderata rispetto all’Europa.

News: Ferrovie dello Stato, l’eredità di Moretti: oltre 2 miliardi di contestazione Ue

Ferrovie dello Stato, l’eredità di Moretti: oltre 2 miliardi di contestazione Ue

(Fonte il Fatto-Quotidiano)

Bruxelles ha aperto un'indagine sui presunti aiuti di Stato che Trenitalia e Fs logistica avrebbero ricevuto dall'Italia dal 2000 al 2013. La parola al governo di Matteo Renzi

 

Due miliardi e 214 milioni di euro di presunti aiuti di Stato. A tanto ammonta la contestazione della Commissione europea a Trenitalia e FS Logistica . Bruxelles, come riporta Il Sole 24 Ore, ha aperto un’indagine a fine marzo. Se verrà pronunciato un verdetto di incompatibilità con le norme europee, le due società controllate da Fs, il gruppo guidato da Mauro Moretti dal 2006 e ora promosso alla guida Finmeccanica, potrebbero doverli restituire allo Stato.

Il commissario Joaquin Almunia, responsabile per la Concorrenza e gli aiuti di Stato, ha avviato a fine marzo l’indagine dopo le denunce di altri operatori e gli insufficienti chiarimenti del governo italiano.  In particolare Trenitalia ha ricevuto 1,17 miliardi di euro fra il 2000 e il 2010, come compensazione degli “oneri di servizio pubblico”. Gli importi sono stati erogati sulla base di tre contratti di servizio firmati nel 2002, nel 2007 e nel 2012, che impegnavano l’azienda, controllata al 100 per cento da Fs e, a cascata, dallo Stato, a garantire servizi di trasporto merci su alcune tratte ferroviarie italiane e internazionali.

Per i primi 5 anni Trenitalia ha ricevuto quasi 119 milioni l’anno. Nel quinquennio seguente fra i 92 ed i 139,5 milioni di euro. Con il trasferimento tra il 2007 e il 2010 delle infrastrutture ferroviarie dalla società di gestione della rete Rfi, controllata al 100 per cento da Fs, alla divisione Cargo di Trenitalia e a FS Logistica, per 621 e 423 milioni, si arriva alla cifra di 2,2 miliardiSe si aggiungono poi al conto i 106 milioni di euro l’anno erogati tra 2011 e 2013, che formalmente non sono stati conteggiati da Bruxelles, il conto supera i 2,53 miliardi di euro.

La Commissione nota innanzitutto che i trasferimenti di beni sono avvenuti senza che fosse effettuata una valutazione di mercato e, poi, che le compensazioni per i servizi di interesse pubblico sono state affidate alle due società del gruppo Ferrovie dello Stato senza aver verificato, attraverso delle garese sul mercato vi fossero operatori disponibili a garantire gli stessi servizi a prezzi concorrenzialiAltro punto sotto la lente di Bruxelles, è il fatto che Rfi sia controllata totalmente da Fs che è al 100 per cento dello Stato. “Le decisioni del board di Rfi, dunque, sono direttamente imputabili allo Stato”.

Vi sono poi alcune presunte irregolarità nei rapporti tra Trenitalia e il ministero dei Trasporti che interessano a Bruxelles. Nel 2010 il ministero dei Trasporti avrebbe riconosciuto indirettamente che la crisi stava riducendo il servizio di Trenitalia, senza però ridimensionare l’ammontare della compensazione. Questo secondo Almunia avrebbe portato Trenitalia ad assumere una condizione di “vantaggio ingiustificato e illegale nei confronti dei concorrenti”. Nel decennio in questione inoltre, secondo la Commissione, i trasferimenti di risorse sono avvenuti più volte in assenza di un contratto. Solo successivamente sono stati “regolarizzati”: come avvenne nel 2012, quando con l’accordo siglato a dicembre si coprirono gli anni tra il 2009 e il 2014. La Dg Concorrenza sottolinea anche che non ci sono evidenze che i trasferimenti di infrastrutture siano stati decisi tra il 2000 e il 2001, quando avvenne il riassetto del settore. La questione per ora riguarda solo il trasporto merci, ma potrebbe estendersi anche alle altre attività del gruppo.

 

Altro che #Renzi anti-casta gli sconti ai partiti restano

Prima di Pasqua il premier aveva annunciato: “Via subito le agevolazioni postali per la propaganda elettorale”. Ma il suo decreto le lascia in vigore fino al 1° giugno e così consente di utilizzarle per le elezioni del 25 maggio. I candidati ringraziano

Altro che Renzi anti-casta gli sconti ai partiti restano  

(Fonte)

Video: L'ABITACOLO- Lombardi (#M5S): #Renzi più pericoloso di #Berlusconi




"Io credo che Matteo Renzi sia peggio di Silvio Berlusconi, che non ha mai goduto dell'agiografia dell'attuale premier. Berlusconi aveva almeno come contraltare il gruppo De Benedetti. Uno si faceva una idea della verità facendo la tara alle tv Mediaset e ai media di De Benedetti. Ora è più pericoloso". Lo sostiene l'ex capogruppo del Movimento 5 stelle alla Camera dei deputati. Roberta Lombardi, partecipando alla web trasmissione L'Abitacolo (in onda sul sito di Libero). Secondo la Lombardi "Renzi usa in maniera demagogica e populista temi che sono dei cittadini più ancora dei 5 stelle, ma fa finta di risolvere, come è accaduto con il finanziamento pubblico dei partiti e con il riordino delle province". La portavoce dei 5 stelle è sicura dell'esito delle prossime europee: "le vinciamo, dopodiché andiamo da Giorgio Napolitano, che si spera abbia questa volta le orecchie bene aperte per sentire il clamoroso boom, e gli chiederemo elezioni secondo la legge proporzionale della consulta, perchè altrimenti il Quirinale non garantirà più i cittadini". La Lombardi racconta di avere avuto un buon rapporto con l'ex ministro della Funzione Pubblica, Giampiero D'Alia, "con cui siamo riusciti a trattare, ci è stato a sentire ed ha accolto anche alcune proposte del movimento", e invece di non avere una grande opinione di Maria Elena Boschi: "ce l'aveva con me in commissione e non ha mai aperto bocca. Poi è diventata ministro e ha sfoderato quelle 12 paginette di programma che evidentemente le ha scritto qualcuno". La Lombardi dice di non apprezzare "da donna questa storia delle quote rosa: non ci servono le riserve panda, ma condizioni di pari opportunità che ci facciano gareggiare con gli uomini, come è accaduto con le parlamentarie a 5 stelle". Infine l'ex capogruppo M5s racconta anche la trasformazione della sua vita personale e la libertà conquistata dopo avere lasciato l'incarico: "ero in un frullatore mediatico che ti raffigura spesso diversa da come sei. Mi capita ancora adesso di andare a parlare in piazza con la gente che mi dice: ma sei simpatica, non quella stronza che ti avevano dipinto... Devo dire che la politica distrugge il lato personale. Uno non pensa che magari quando va a fare determinate considerazioni o apprezzamenti su una persona magari dietro c'è anche una famiglia..."

 

di Franco Bechis

martedì 29 aprile 2014

News: Gasparri vs Scanzi: 'Sei un pagliaccio' Maionchi: 'Senatore mi fa girare le balle'




(Fonte il Fatto-Quotidiano)

Reazione furibonda di Maurizio Gasparri che, ospite telefonico della trasmissione “Benvenuti nella giungla”, condotta da Gianluigi Paragone e da Mara Maionchi su Radio 105, si adira con Andrea Scanzi e sbatte il telefono. La miccia della gazzarra è Silvio Berlusconi, sul quale il giornalista de Il Fatto Quotidiano ironizza, menzionando la gaffe del “Romolo e Remolo” e soffermandosi sulle roventi dichiarazioni polemiche dell’ex premier su Giorgio Napolitano. Maurizio Gasparri insorge: “Respingo le qualificazioni di ‘delirio’ di ciò che dice Berlusconi, facendolo passare per matto ignorante, che non è. Ridurre Berlusconi a un delirio e a un ignorante è una cosa infame e stupida per chi la fa“. Il senatore di Forza Italia poi parla della nascita del governo Monti, appoggiando le parole al vetriolo del Cavaliere sul capo dello Stato e sul suo intervento in merito. E alla domanda di Paragone sui motivi per cui il Pdl avesse sostenuto quel governo, risponde: “C’è stata una situazione di ‘pistola alla tempia’“. Scanzi commenta: “Questa ricostruzione della ‘pistola alla tempia’ non mi convince per niente. Tra l’altro, non sono riuscito a capire se parlava Maurizio Gasparri o Neri Marcorè“. “Beh, arrivederci, buonasera” – sbotta Gasparri – “Scanzi, se lei fa il pagliaccio di mestiere, faccia il pagliaccio, si accontenti. Se vuole parlare di cose serie, parli di cose serie”. “Se voglio parlare di cose serie, non parlo con lei“, ribatte il giornalista. “Lei è un pagliaccio, un pagliaccio ridicolo. Arrivederci“, si congeda il parlamentare, interrompendo la comunicazione telefonica. Sbigottita la reazione di Mara Maionchi, che, dopo l’analisi di Scanzi sulla polemica Napolitano-Berlusconi, s’inalbera: “Un politico di mestiere non può fare una cosa del genere, non è serio. E’ una roba da matti, ragazzi. E noi dovremo votare questa gente? Questo mi fa proprio girare le balle” – continua – “uno che chiude il telefono come un innamorato pazzo. Diamoci una regolata, signori italiani, perché è inaccettabile. E’ una roba che mi fa bollire il cervello” di Gisella Ruccia


News Video: Fuorionda di #Renzi: "Non mi fanno fare la partita del cuore. Sono incazzato nero"



(Fonte il Fatto_Quotidiano) 

Arrivando al Senato per partecipare alla riunione con i senatori del Pd, il presidente del Consiglio Matteo Renzi, parlando con un agente di scorta nei pressi di Palazzo Chigi a Roma, si lascia scappare una frase che sintetizza tutta la sua amarezza per non poter prendere parte alla ‘Partita del Cuore‘: “Non mi lasciano giocare, sono incazzato nero”  di Manolo Lanaro


GAME OVER PER BERLUSCONI: DOPO IL 25 MAGGIO VIA ALLA PROCEDURA D’ESPULSIONE DI FI DAL PPE!


(Fonte dagospia.com)

PERCHE’ SOLO DOPO DUE GIORNI SONO ARRIVATE LE PROTESTE DI BERLINO PER IL CAV – IL PRESIDENTE DEL PPE DAUL VOLEVA LASCIAR PERDERE: FI È DETERMINANTE – MA DOPO IL 25 MAGGIO VIA ALLA PROCEDURA D’ESPULSIONE DI FI DAL PPE - DECISIVO IL PRESSING DELLA MERKEL

L’incredulità per la sparata sui tedeschi è riassunta da Volker Kauder, capogruppo della Cdu alla Bundestag: ‘Le parole di Berlusconi? Semplicemente inaccettabili’ – A Berlino rimandano il regolamento di conti col Cav al dopo elezioni: in questo momento il Ppe (in leggero vantaggio sul Pse) non può rinunciare ai voti dei berlusconiani…

 

1. IL FRONTE ANTI-SILVIO NEL PPE "DOPO IL 25 MAGGIO PROCEDURA D'ESPULSIONE"

Alberto D'Argenio per "la Repubblica"

«Di Berlusconi ne parlerò con i colleghi del Partito popolare europeo, le sue parole sono semplicemente inaccettabili». L'incredulità per la sparata sui tedeschi che, a dire di Berlusconi, non riconoscono l'esistenza dei lager nazisti, con il passare delle ore si tramuta in rabbia. E la frase che apre il dossier Forza Italia in seno al Ppe - la prima forza nell'Europarlamento nei sondaggi in vista delle elezioni del 25 maggio - è di Volker Kauder, potente capogruppo al Bundestag della Cdu, il partito di Angela Merkel. Un percorso che nei prossimi mesi per gli azzurri potrebbe tramutarsi in un naufragio a Strasburgo.

SARKOZY E MERKEL RIDONO DI BERLUSCONI 

SARKOZY E MERKEL RIDONO DI BERLUSCONI

«Non ora, in questo momento non possiamo rinunciare ai voti dei berlusconiani, ma dopo le elezioni tutto potrà essere regolato con grande precisione», spiega un deputato tedesco vicino alla Cancelliera. A Berlino sono letteralmente infuriati per un insulto giudicato inaudito. E come a Berlino in molte altre capitali, specialmente del Nord Europa, i leader del Ppe vorrebbero farla finita una volta per tutte con Berlusconi. La voglia di dire basta all'ex premier italiano non è certo nuova.

MERKEL BERLUSCONI NAPOLITANO 

MERKEL BERLUSCONI NAPOLITANO

Di una sua espulsione del Ppe si era già parlato quando uscirono gli insulti alla Merkel pronunciati al telefono dall'allora presidente del Consiglio, poi in coincidenza della deriva euroscettica e populista presa nella campagna elettorale del 2013 e infine dopo la condanna definitiva nel processo Mediaset. Ma a frenare i bollenti spiriti erano stati il pragmatismo, la consapevolezza di avere bisogno dei voti di Fi per vincere le europee e il sollievo per una condanna che ha tenuto Berlusconi lontano dai summit dei leader popolari come Merkel, Barroso e Juncker.

La tesi, spiegava qualche mese fa un premier a margine di un vertice Ue, era: «Ci prendiamo i suoi voti senza doverci far vedere in campagna elettorale al suo fianco, circostanza che per ognuno di noi sarebbe imbarazzante e dannosa dal punto di vista elettorale».

Ma poi è successo l'inaspettato, Berlusconi che torna sulla scena, almeno in Italia, e le sue frasi sull'Olocausto. E questa volta ci saranno conseguenze. Una fonte qualificata della Cdu molto vicina alla Merkel a condizione di rimanere anonima la spiega così: «È arrivato il momento di chiarire che dopo queste parole la situazione non è più come prima, quelle di Berlusconi sono frasi che attaccano e diffamano non un singolo Paese o una singola famiglia politica, ma i valori costitutivi europei che tutti insieme abbiamo deciso di condividere.

Questa volta non si può proprio far finta di niente». La situazione dunque è seria e imbarazza i leader popolari: i sondaggi al momento danno il Ppe in vantaggio sul Pse di soli nove seggi a Strasburgo e chi vince prende anche la presidenza della Commissione europea, posto chiave per guidare l'Unione. Andrà a Schulz se a spuntarla saranno i socialdemocratici, a Juncker se arriveranno primi i popolari.

BERLUSCONI CON ALLE SPALLE MERKEL E CAMERON AL G VENTI DI CANNES jpeg 

BERLUSCONI CON ALLE SPALLE MERKEL E CAMERON AL G VENTI DI CANNES jpeg

E questi ultimi non possono tacere di fronte alle affermazioni «nauseanti » di un loro affiliato, se non altro per non esporsi agli attacchi degli avversari e per non perdere voti in patria dove, specialmente nei paesi del Nord, la connivenza con Berlusconi è vista male. Da qui la reazione di Juncker, sollecitata anche dalla Cancelleria di Berlino, che ingiunge a Berlusconi di scusarsi. Ma al momento, anche se in molti vorrebbero regolare i conti subito, i popolari non possono rinunciare ai seggi (15-20) di Forza Italia, determinanti per l'esito delle elezioni.

Conferma il quarantenne eurodeputato Cdu Andreas Schwab: «Ci sono state diverse incomprensioni tra Italia e Germania che in campagna elettorale non possono essere risolte, ma le parole di Berlusconi sono quanto meno inadeguate». Corollario, si risolverà la questione dopo il voto e dopo la spartizione delle presidenze tra Ppe e Pse (Commissione, Consiglio, Parlamento).

Allora, come spiega il luogotenente della Cancelliera a Strasburgo Elmar Brock, si deciderà «se espellere o meno Forza Italia dal Ppe: dipenderà anche da cosa diranno i suoi nuovi eurodeputati che quanto meno dovranno condannare le posizioni di Berlusconi». Ma l'abiuro potrebbe non bastare a salvare Fi dalla cacciata e dal definitivo isolamento in Europa.

RENZI VAN ROMPUY 

RENZI VAN ROMPUY

«Perché ormai troppa porcellana è stata rotta», afferma un alto dirigente del Ppe. Mentre a Roma i forzisti si schierano con Berlusconi, a Bruxelles è il commissario Ue Tajani a fiutare la tempesta e a cercare di limitare i danni spiegando che Fi è amica della Germania. Ma potrebbe non bastare: in autunno potrebbe scattare la procedura di espulsione su richiesta di tre partiti di tre paesi diversi. Toccherebbe poi all'ufficio politico del Ppe esprimersi definitivamente.

2. DUE GIORNI DI IMBARAZZO NEL PPE - DECISIVO IL PRESSING DELLA MERKEL - IL PRESIDENTE DAUL VOLEVA LASCIAR PERDERE: FI È DETERMINANTE
Marco Zatterin per ‘La Stampa'

RENZI E BARROSO 

RENZI E BARROSO

La prima reazione è stato il pesante imbarazzo per un alleato di rilievo che aveva appena detto «cose improponibili». Per tutta la domenica fra i vertici del Partito popolare europeo, la famiglia centrista e cattolica che ospita anche Forza Italia, si sono rincorse le telefonate imbevute di malumore. C'era irritazione tangibile, questo sì, ma anche la volontà di evitare per quanto possibile un caso. Sino a un certo punto è prevalsa la linea del «lasciar correre». Poi la polemica è scoppiata pure in Germania, dove i socialisti hanno contestato lo «scandaloso» silenzio della Merkel. Allora la cancelliera ha rotto gli indugi e ha chiesto a Juncker, candidato Ppe alla guida della Commissione, di condannare senza termini le «nauseanti» parole di Berlusconi, al quale veniva chiesto apertamente di scusarsi.

NAPOLITANO A STRASBURGO 

NAPOLITANO A STRASBURGO

Un passo indietro. Lette le notizie nel giorno del Signore, il presidente del Ppe, Joseph Daul - un uomo che ha dimostrato gran talento nel riuscire a non dire pubblicamente quello che pensa dell'ex Cavaliere - è sobbalzato sulla poltrona. Risulta che abbia chiamato l'amico e collega Antonio Tajani, candidato di punta di Forza Italia, vicepresidente popolare dall'europeismo sincero. Il francese voleva capire la portata delle dichiarazioni del suo capo, cercava una ragione per non essere sbigottito. I due si sono spiegati, e forse la cosa sarebbe rientrata se non fosse stato per l'ira della cancelliera, colpita nell'orgoglio e pressata a sinistra dalla sua colazione, che ha portato al comunicato furibondo di ieri mattina.

strasburgo-europarlamento 

strasburgo-europarlamento

Di Daul si può dire tutto, ma non che sia imprudente. L'alsaziano è parlamentare da una vita e, come imprenditore agricolo, conosce l'uso della matematica ai fini pratici. Gli ultimi sondaggi attribuiscono allo schieramento popolare un margine di vantaggio di 10-15 seggi sui rivali socialisti nella lotta per la conquista della maggioranza relativa nell'emiciclo di Strasburgo. È una forbice che appare essere di grandezza inferiore al numero di scranni che le rilevazioni attribuiscono a Forza Italia. In altre parole, il Ppe è consapevole che senza gli uomini e le donne di Berlusconi rischia di perdere la corsa europea sul filo di lana.

Antonio Tajani 

Antonio Tajani

Non è una questione di poco conto, visto che chi primo arriva ha la possibilità di essere il mossiere nel palio delle nomine europee. C'è già un accordo piuttosto controverso fra popolari, socialisti e liberaldemocratici che attribuisce al vincitore relativo delle elezioni la prerogativa di stabilire il colore politico del nuovo presidente della Commissione Ue che prenderà il posto del portoghese Barroso. I due big sono Juncker e Martin Schulz, con Verhofstadt a fare il terzo incomodo. Possibile che nessuno dei tre arrivi a destinazione, però sul metodo per la scelta della casacca politica pochi ostentano dubbi. Chi vince, sceglie. Ecco perché persino il «nauseato» lussemburghese ha un maledetto bisogno di Berlusconi per avere delle chance personali.

Joseph Daul 

Joseph Daul

A sinistra si invoca l'espulsione del magnate di Arcore dal Ppe. Difficile che accada, l'unità fra il leader e il partito è tale non rendere impraticabili anche i possibili provvedimenti ad personam. Nello staff di Daul si ricorda che, per tutta la passata legislatura, gli eurodeputati sono stati «leali» con gli orientamenti di famiglia e che - in fine dei conti - «queste sono solo stranezze di un leader in campagna elettorale».
Ieri pomeriggio, è stato ancora Tajani a mediare coi popolari tedeschi che, in buon numero, hanno chiamato inorriditi Roma. In serata l'assenza di scuse di Berlusconi ha ancora agitato le acque. L'offesa ai tedeschi - non certo la prima - ha lasciato un palese solco nelle anime del Ppe. Profondo, certo, ma non abbastanza da far dimenticare che Forza Italia serve per vincere. E che, a 27 giorni di un voto parecchio incerto, non resta che turarsi il naso, tenersi Silvio e rinviare la resa dei conti al futuro. Semmai.

schulz martin official portrait 

schulz martin official portrait

 


 

ASCOLTI TV DI LUNEDI 28 APRILE 2014: Guardate gli ascolti di PIazza Pulita

             MEGA FLOP GALATTICO


(Fonte)


BERLUSCONI PARAGONA #GRILLO A #HITLER: “GLI ITALIANI DEVONO AVERE PAURA DI LUI”


(Fonte dagospia.com)

CAMPAGNA ELETTORALE – PER NON FINIRE TERZO ALLE SPALLE DI GRILLO, L’EX CAV LE PROVA TUTTE: E DOPO AVER INSULTATO I TEDESCHI CON I LAGER, PARAGONA BEPPE A HITLER: “GLI ITALIANI DEVONO AVERE PAURA DI LUI E DELLA SUA SETTA”

“Se Napolitano è stato super partes, lo dirà la storia. Io ho scoperto che lui spingeva Fini per mandarmi a casa, siamo venuti a scoprire che già in giugno riceveva Monti per fare un nuovo governo. Non so chi mi possa contraddire”…

 

 

Da "Corriere.it"

MERKEL BERLUSCONI NAPOLITANO 

MERKEL BERLUSCONI NAPOLITANO

«La sentenza Mediaset è stata un altro colpo, utilizzato per cacciarmi dal Senato e rendermi incandidabile per sei anni, e ha tolto il leader del centrodestra e l'unico che riusciva a tenere insieme i moderati". Lo afferma Silvio Berlusconi a Mattino Cinque. «L'attuale situazione in Italia è lontana da tutte le regole della democrazia. Da 20 anni ad oggi sono stati messi in atto 4 colpi di Stato».

NAPOLITANO E TESTA BERLUSCONI 

NAPOLITANO E TESTA BERLUSCONI

Lo ha ribadito Silvio Berlusconi a Mattino 5. «Colpi di Stato senza carrarmati per le strade - ha aggiunto l'ex premier - ma quando si ha un governo senza passare per il voto questo è un colpo di Stato». Berlusconi ripercorre quindi le varie fasi politiche dalla sua discesa in campo nel ‘94 ad oggi. In particolare, Berlusconi si sofferma sul 2011, «quando ci è stato scatenato contro di tutto, anche la magistratura».

BEPPE GRILLO DAL TRENO 

BEPPE GRILLO DAL TRENO

«GRILLO È COME HITLER»
«Gli italiani devono imparare ad avere paura perché Grillo lo si vede anche dal modo in cui organizza la sua setta mi fa ricordare personaggi come Robespierre oppure Marx e Lenin. Grillo è il prototipo di questi signori Hitler compreso». Lo afferma Silvio Berlusconi a Mattino Cinque.

GRILLO A ROMA 

GRILLO A ROMA

«NAPOLITANO? LO GIUDICHERÀ LA STORIA»
Alla domanda dell'intervistatore, «Napolitano super partes?» l'ex cavaliere ha risposto : «Lo dirà la storia, io dico la realtà delle cose: ho scoperto che lui spingeva Fini per mandarmi a casa, siamo venuti a scoprire che già in giugno riceveva Monti per fare un nuovo governo. Non so chi mi possa contraddire». Così Berlusconi alla domanda se Napolitano sia super partes.

 

L'analisi di Gianluigi Paragone


(Fonte liberoquotidiano.it)


Poiché era da un po’ di tempo che si limitava a fare il presidente della Repubblica «normale» - a parte l’impuntatura sulla conferma di De Gennaro alla presidenza di Finmeccanica - in quest’ultima settimana Napolitano si è rimesso la corona politica e ha alzato la voce. Non ce la faceva proprio a vedere quel diavolo di Renzi agitarsi tra promesse economiche, jobs act e manovre; così, di punto in bianco (apparentemente, come spiegheremo a breve), ha voluto sapere di più sulle coperture del decreto Irpef e ha convocato al Colle Pier Carlo Padoan. E solo dopo - cioè ieri - ha incontrato il premier per avere informazioni sulle riforme. In un Paese normale, un Capo dello Stato normale avrebbe normalmente chiamato o convocato il premier per entrambe le questioni. Con Monti e Letta funzionava così. Cos’è accaduto stavolta?

L’uno-due non ha sollevato osservazioni particolari: purtroppo siamo abituati al presidenzialismo de facto di Napolitano. In questi anni quirinalizi dove addirittura si sono visti governi formati e telecomandati dall’alto e dove s’è visto un insolito bis glorificato con la panzana dell’emergenza nazionale, la doppietta Padoan-Renzi appare poca roba. Invece così non è. Spieghiamo.

Da quanto ci risulta, Napolitano sarebbe andato su tutte le furie per la lettera del governo italiano all'Europa sul mancato raggiungimento del pareggio di bilancio nei tempi previsti e concordati da Letta (garante lo stesso capo dello Stato). Una lettera firmata da Padoan ma «sotto dettatura» politica di Renzi, il quale sta cercando disperatamente soldi per le coperture dei decreti in corso e prossimi. Di quella decisione, Re Giorgio non ne sapeva nulla. Se non a cose fatte. Napolitano si sarebbe rivolto direttamente a Padoan, col quale ha rapporti di vecchia data (tanto che si era scritto che il ministro dell'Economia fosse una scelta personale del Capo dello Stato non potendo contare sulla conferma di Saccomanni) dandosi appuntamento nei giorni successivi per un’attenta esamina del decreto. Il tono con Padoan sarebbe stato fermo e duro: State dando un brutto segnale alla vigilia del voto europeo - avrebbe commentato - Così non si fa.

In tempi normali questi scambi di informazione accadevano per lo più attraverso staffette: quante volte in passato Napolitano aveva ritardato la firma a un decreto sottoponendo il testo a continue navette Palazzo Chigi-Quirinale. In questo caso no. Napolitano ha voluto vedere di persona Padoan, lo ha convocato perché si sapesse e si vedesse, come già fece quando (eravamo nelle ultime fasi di quel governo) Berlusconi era premier e all’Economia c’era Tremonti. Chiamando Padoan, Napolitano ha voluto dividere il governo e avvisare Renzi sulle politiche economiche. Non solo. Pure sulle riforme Re Giorgio ha bacchettato Renzi, come a dirgli: Ti sei fidato di Berlusconi? Bene, adesso ti trovi nella palude.

Mai come in questi giorni la tensione tra capo dello Stato e presidente del Consiglio è alta. «Da solo non vai da nessuna parte», è il sottinteso di questo doppio faccia a faccia. Napolitano è andato a colpire Renzi nel suo lato debole, cioè l’arrivo a Palazzo Chigi senza il passaggio elettorale. Renzi non può dimenticare che deve condividere tutto, in nome della politica larga.

E se il premier rompesse tutto e andasse al voto anticipato in autunno? Difficile. Per due motivi. Primo, la legge elettorale è in alto mare adesso, figuriamoci dopo le Europee. Secondo, in estate il governo dovrà mettere in cantiere una manovra economica correttiva per sanare i buchi degli spot renziani. Questo, infatti, sarebbe stato il succo dell'incontro tra Napolitano e Padoan cominciato dalla lettera all’Europa sul pareggio di bilancio. Al ministro dell'Economia è stato ordinato di accelerare con il risanamento del debito pubblico.

Il Colle sarà l’avversario più ostico per la Renzinomics. Chi conosce il Capo dello Stato riferisce ragionamenti sulla «similitudine pericolosa» tra il berlusconismo e il renzismo, e sull’Italia che non può disallinearsi rispetto all’Europa «facendo di testa propria». Proprio per questo Napolitano non si dimetterà facilmente: finché avrà le forze, userà il «suo» presidenzialismo per piegare i politici italiani alle ragioni di Bruxelles. «Per il bene degli italiani è meglio che l’Europa venga prima dell’Italia» è solito ripetere Napolitano nei suoi discorsi politici.

di Gianluigi Paragone

News: Marcegaglia, lavoratori Sesto #bocciano piano: "Licenziamenti #mascherati"


(Fonte il Fatto-Quotidiano)

Gli operai dello stabilimento lombardo, riuniti in assemblea, dicono no all'idea di portare la produzione nell'impianto di Pozzolo Formigaro, in provincia di Alessandria. I sindacati, intanto, parlano dell'intento di fare cassa vendendo l'area

I lavoratori di Sesto San Giovanni bocciano il “pianino industriale” del gruppo Marcegaglia. Agli operai dello stabilimento lombardo, riuniti in assemblea, proprio non va giù l’idea di chiudere l’impianto e trasferire la produzione in quello di Pozzolo Formigaro, in provincia di Alessandria, come proposto dall’azienda del futuro presidente di Eni, Emma Marcegaglia.

“Il progetto del trasferimento non convince”, spiega Mirco Rota, responsabile per la Fiom Cgil del gruppo siderurgico. “Solo 15 persone su circa cento presenti hanno dato la disponibilità a spostarsi”. I sindacati sono in attesa di una convocazione da parte del ministero dello Sviluppo Economico e, nel frattempo, fanno sapere che chiederanno all’azienda un piano più dettagliato di quello presentato il 23 aprile.

In quell’occasione, il gruppo aveva spiegato come intende affrontare il trasferimento della produzione dal punto di vista occupazionale. Ai dipendenti che decideranno di rinunciare al posto di lavoro, Marcegaglia offrirà, secondo quanto riferiscono le sigle sindacali, un incentivo di 26mila euro più l’utilizzo di cassa integrazione o mobilità. Chi invece accetterà il trasferimento a Pozzolo, potrà usufruire di un servizio bus che lo porti a lavoro più un’indennità di 100 euro al mese, che diventeranno 200 euro se il dipendente sceglierà di muoversi in autonomia. L’azienda non avrebbe però precisato per quanto tempo sarà corrisposta questa somma.

L’idea di Marcegaglia, riferiscono i sindacati, è di concentrare a Pozzolo Formigaro le due linee produttive di Sesto, pannelli e lamiere grecate, più quella di Taranto (sempre pannelli), che il gruppo aveva deciso di chiudere già a fine 2013. I primi ad essere smontati saranno i macchinari dello stabilimento pugliese, il prossimo ottobre: il trasferimento, nei piani di Marcegaglia, sarà completato nel febbraio 2015.

Nel complesso, riportano i sindacalisti, l’azienda è pronta a fare un investimento di 5 milioni di euro al massimo. Il piano industriale era stato bollato, proprio da Mirco Rota, come un “pianino” che “l’azienda ha presentato come un piano sociale, ma che di sociale non ha nulla”. Anzi, secondo i sindacati, dietro il progetto di trasferimento della produzione si nascondono “licenziamenti mascherati“.

“Sesto e Pozzolo distano più di cento chilometri. Molti lavoratori non potrebbero accettare il trasferimento”, spiega Gianluca Tartaglia, sindacalista Fim Cisl. E, di conseguenza, sarebbero costretti a rinunciare al posto di lavoro. Resta inoltre il nodo degli esuberi, che la società ha individuato in 75 unità tra Sesto e Pozzolo, e che i nuovi interventi non andrebbero a ridurre. Come non andrebbero a ridurre, secondo i sindacati, il costo della produzione. “Il 90% delle spese è rappresentato dai costi del lavoro e della materia prima, cioè dell’acciaio”, aggiunge Mirco Rota. “Per Marcegaglia, produrre a Sesto San Giovanni o a Reggio Calabria non cambia nulla”.

Il sospetto, più che ventilato da parte delle sigle sindacali, è che l’azienda punti a fare cassa grazie alla speculazione immobiliare. “Lo stabilimento di Sesto San Giovanni è l’unica fabbrica rimasta nella zona”, argomenta Gianluca Tartaglia. “L’area è molto appetibile dal punto di vista immobiliare: ci sono palazzine residenziali, un multisala, un centro commerciale, un albergo in costruzione”.

 

 

IL POPOLO SOVRANO NON CONTA NULLA PER IL #PD E #PDL


(Fonte il Fatto-Quotidiano)

Le province non saranno abolite ma resteranno "non elettive", la legge elettorale non avrà preferenze e in dirittura d'arrivo c'è il Senato dei "nominati". Così le riforme frutto dell'accordo tra Renzi, Berlusconi e Alfano fanno carta straccia della possibilità di indicare col voto chi mandare nelle istituzioni e nelle assemblee elettive. Eppure gli affossatori della volontà popolare fino a ieri volevano le preferenze, a partire da Renzi e Berlusconi. Oggi nel Pd altro braccio di ferro su Palazzo Madama

 

Benvenuti nella Terza Repubblica, l’era politica della democrazia sospesa e della dittatura dei nominati. Sembra un secolo fa quando politici di ogni ordine grado e colore inveivano contro se stessi, additando come il male assoluto il “parlamento dei nominati”, quello che allontana i cittadini dalle istituzioni e produce scollamento tra il palazzo e il territorio. Invece era solo ieri. Inneggiavano tutti insieme alla reintroduzione delle preferenze come antidoto al vento dell’antipolitica che spazzava il Paese e gonfiava le urne di voti di protesta e vuoti da astensione. E poi succede qualcosa di diverso rispetto a quegli auspici: anziché un avvicinamento, è iniziato un attacco concentrico e sistematico al voto popolare e alla possibilità per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti nelle istituzioni, a tutti i livelli di governo. Per stabilire chi debba guidare il Paese l’opzione stessa di andare alle urne è sospesa causa “larghe intese”. E quando anche fosse, sarà sempre a favor di nominati. Perché l’Italicum, presto nuova legge elettorale della Repubblica, consentirà ancora alle segreterie di scegliere la classe dirigente al posto degli elettori: anziché le preferenze dirette prevede listini “corti” dei partiti, cioè brevi liste bloccate in piccole circoscrizioni per l’elezione di 3-6 deputati.

Nel frattempo le province sono state derubricate a enti di secondo livello accuratamente “non elettivi”. E pure il Senato 2.0, a quanto pare, sarà un organo di nominati. Ecco, se un italiano fosse partito un anno fa e tornasse oggi, avrebbe qualche difficoltà a capire cosa è successo, perché mai le sole riforme in cantiere puntino nella stessa direzione. Di fatto, il Paese che voleva tornare a scegliere i suoi governanti non potrà farlo, perché il partito trasversale dei nominati, oggi a trazione municipale, ha vinto e conquistato tutto. Saranno sempre più i sindaci a scegliere chi comanda in provincia, nelle città metropolitane e pure in Senato. Così l’unica cosa che sembrava chiara, la volontà degli italiani di tornare a selezionare direttamente chi li governa, per il combinato disposto delle riforme fatte e in arrivo, rischia di restare per sempre fuori dal Parlamento, dalle assemblee e  dalle istituzioni. Ormai votate, per legge, alla sola prassi della nomina.

L’accordo elettorale che salva i governi e tumula le preferenzeOra che si stanno avvitando gli ultimi bulloni alla legge elettorale si può tornare all’inizio. Al  27 ottobre del 2010, ad esempio, quando la presidente del gruppo Pd al Senato, Anna Finocchiaro, si scagliava frontalmente contro il “parlamento dei nominati e non di eletti, funzionale a votare la fiducia ai provvedimenti del governo e a mettere il bollo a quel che viene da Palazzo Chigi”. Correva il IV governo Berlusconi e soffiare sul fuoco dei nominati, al tempo, era uno sport facile. Lo è molto meno oggi, da quando Renzi e Berlusconi hanno stretto un patto di legislatura sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale che esclude espressamente il ritorno alle preferenze, come invece ha pur richiamato a fare la Corte Costituzionale impallinando il Porcellum.

Un mese dopo, a onor del vero, lo stesso (ex) premier Enrico Letta aveva tentato di raddrizzare la piega della strana intesa che subordinava la scelta del sistema elettorale alla contingenza di un patto per evitare le urne e instradare le riforme costituzionali. “Sostengo Renzi e la sua decisione di intervenire su legge elettorale e bicameralismo, ma se c’è un accordo largo tra i partiti alcuni aspetti possono essere modificati. Io, ad esempio, credo che i cittadini debbano essere resi partecipi nella scelta dei candidati”. Era il 23 gennaio 2014 e 30 giorni dopo esatti Renzi lo avrebbe disarcionato, mandando in soffitta ogni proposito di reintrodurre le preferenze. Inutili, finora, i tentativi di Alfano di incunearsi tra i due usando vari argomenti: la preferenza, per volontà dei principali partiti italiani, è morta.

Restano agli atti tante uscite figlie dei tempi: “Occorre ridare agli elettori il diritto di scegliere con le preferenze”, spiegava qualcuno dal palco della Leopolda a novembre 2011. Era Matteo Renzi che ha pure firmato il referendum per rottamare il Porcellum e reintrodurre le preferenze. “Alla luce del milione e duecentomila cittadini che hanno firmato il referendum dobbiamo introdurre una variante nella legge che consenta di scegliere candidato per candidato con preferenze”. Era, Silvio Berlusconi (21 ottobre 2011), un mese prima di essere disarcionato dallo spread e da Monti. L’afflato per l’espressione popolare è rimasto lì. Un anno dopo, nel libro di Vespa, Berlusconi confesserà il suo pensiero più autentico sul tema: “le preferenze? Sono un’anomalia”.

Svuotate, ridotte ma sempre per nominati. Le nuove ProvinceAbolizione farsa, risparmi effimeri. Tutto s’è detto della riforma delle Province approvata il 3 aprile scorso. Poco si è insistito, forse, sul fatto che i nuovi “enti di secondo livello” che le sostituiscono non saranno elettivi. La composizione delle Province 2.0 vuole nel ruolo di presidente il sindaco del capoluogo, dunque un politico eletto ma designato in quel ruolo non per il voto popolare. L’assemblea dei sindaci raggrupperà tutti i primi cittadini del circondario mentre il consiglio provinciale sarà formato da 10 a 16 membri scelti tra gli amministratori municipali del territorio. Dove “scelti”, ancora una volta, non significa eletti. Rimarranno al loro posto, almeno fino al 30 giugno, i 21 commissari che (insieme ai 52 presidenti) sarebbero scaduti a primavera.

Tanti hanno denunciato che la riforma ha in realtà minato un altro tempio della sovranità popolare. “Si cancella il voto popolare”, accusa a muso duro il presidente della Provincia di Lecco, Daniela Nava che almeno era stato messo lì dopo un passaggio alle urne: “E’ una truffa ai danni del popolo italiano – insiste – perché le Province continuano a esistere ma gli amministratori saranno scelti dai sindacati, quindi dai partiti”. Sulla stessa linea il presidente dell’Unione delle Province. Ma le loro rimostranze non hanno fatto breccia nel governo. E all’operazione, passata sotto la parola d’ordine del risparmio benché tutto da dimostrare, non è seguita una sollevazione popolare. Anche di fronte al rischio che il decantato risparmio sia annullato dai costi che si imbarcano per la crescita esponenziale di 25mila consiglieri e 5mila assessori in più nei Comuni. 

Caos per il nuovo Senato. Unica certezza: non sarà elettivoIl terzo scacco alla possibilità di indicare un nome o crociare un candidato per gli italiani arriva dalla riforma del Senato in Camera delle autonomie. L’architrave, per quanti scossoni possa ancora subire nelle prossime ore, resta saldamente ancorato all’accordo originario stretto tra Renzi e Berlusconi, e dunque al testo del governo che dovrebbe essere pronto domani o lunedì al massimo: sarà una camera non elettiva, non darà la fiducia al governo, non ci saranno indennità per i senatori, non voterà il bilancio. Ma chi li sceglierà?  A comporre il nuovo Senato dovrebbero essere: 108 sindaci dei comuni capoluogo, 21 presidenti di regione e 21 esponenti della società civile nominati dal Presidente della Repubblica. Tutti rigorosamente senza stipendio e che restano in carica per un solo mandato. 

Proprio sull’eleggibilità o meno dei nuovi membri si è consumato negli ultimi giorni uno scontro durissimo, tutto interno al partito del premier, che ha fatto perno sulla proposta di Vannino Chiti di reintrodurre l’elezione diretta. Su quel testo e le spaccature che ha provocato si è acceso il lampeggiante del Pd e ieri c’è stato un vertice tra Renzi, la presidente della commissione Affari costituzionali Anna Finocchiaro, il ministro Maria Elena Boschi e il capogruppo dei dem a Palazzo Madama Luigi Zanda. Ma non risolutivo rispetto al tema con Renzi che ha aperto a modifiche ma non a uno stravolgimento. Comunque vada a finire si tratta di “limature”, perché il principio base non cambia e lo spiegherà oggi anche ai senatori Pd: la non eleggibilità dei membri del Senato delle Autonomie è fuori discussione.

Limature significa allora mixare diversamente le provenienze delle 148 caselle che comporranno la nuova assemblea. Riducendo ad esempio da 21 a una decina quelli in conto Quirinale. Magari ridisegnare la proporzionalità nella rappresentanza delle Regioni in base alla demografia. Un’ipotesi sul tavolo, ma ancora a livello di indiscrezione, accredita la possibilità di mediazione intorno a un metodo di elezione non diretta nell’ambito dei Consigli regionali. Sulla formula precisa della loro indicazione (se scelti dai colleghi consiglieri o da scegliere da listino separato, al momento delle elezioni regionali) si continua a lavorare.  In ogni caso non si parla di elezione diretta ma di un’elezione all’interno del consesso dei consiglieri o in un listino separato (e bloccato) a momento del rinnovo delle regioni. 

(ha collaborato Sara Nicoli)

Scoop di Libero


(Fonte liberoquotidiano.it)


La confessione del finanziere

"Apriamo le pagine di Libero a chi vorrà segnalarci la sua storia, raccontando i soprusi di cui si sente vittima", ha scritto il direttore Maurizio Belpietro. "Forse, denunciare l’aggressione di uno Stato che manda i suoi uomini a fare i gabellieri così come facevano nel passato i castellani del Medioevo contribuirà a farci sentire un po’ meno sudditi". Di seguito alcune delle lettere già arrivate. Raccontateci la vostra storia scrivendo a tangentiallostato@liberoquotidiano.it.


Quelle norme introdotte ad hoc
Egregio Direttore, sono un abbonato, da anni, a Libero e faccio il commercialista (specializzato in diritto tributario) da oltre trent’anni a Lecco. Ciò che dice l’anonimo finanziere è vero e questo identico discorso lo può estendere, pari pari, all’operato dell’Agenzia delle Entrate. Bisogna, inoltre, aggiungere che il potere accertativo di cui dispongono e che può comportare la distruzione economica di aziende e di persone è abnorme ed illimitato ed è stato ulteriormente aggravato da norme introdotte ad hoc da loro e per loro (anche dall’ex ministro Tremonti!), tipo: l’inversione dell’onere della prova, la riduzione delle soglie di punibilità penale o il “sequestro per equivalente finalizzato alla confisca” sui beni personali dell’imprenditore, che scatta quando il sospetto (dico il sospetto) di evasione supera i 50.000 euro, cioè ancora prima che siano emessi gli avvisi di accertamento. Con queste procedure espropriative, le banche, per prima cosa, chiudono i conti correnti agli imprenditori, condannandoli a morte economica certa.
Felice Tavola
Lecco

Il ricatto fiscale
Caro direttore, il suo articolo di fondo su Libero rispecchia le opinioni di tutti gli operatori del settore fiscale (commercialisti, avvocati, associazioni di categoria,ecc.) e sarebbe utile che la voce di questi tecnici fiscali potesse emergere per far capire che non esiste solo il problema dell’evasione, ma anche quello del ricatto fiscale all’ombra della presunta lotta contro chi non paga le imposte dovute. Con la pletora di norme spesso complicate e poco chiare può accadere che il contribuente commetta errori formali che non cambiano l’entità delle imposte dovute, quindi senza danno per l’erario.
Se un errore formale viene fatto apparire come indice di intenzione di evadere ne può seguire un fantasioso accertamento, contro il quale ci si può opporre in tre gradi di giudizio. Ma, mentre gli uffici non sostengono spese per gli accertamenti, i contribuenti vessati debbono servirsi di un esperto che, nel terzo grado di giudizio (Cassazione) potrebbe costare non meno qualche migliaio di euro. Infine, cito una frase di un imprenditore colpito in sede di verifica solo per errori formali: «Se avessi immaginato che mi avreste spremuto così per errori formali, mi sarei premurato di evadere, accantonando in un apposito fondo le risorse per pagare quanto ingiustamente richiesto da voi».
Mario Binazzi Zattoni
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Siamo onesti ma paghiamo
Sono amministratore delegato nell’azienda di famiglia, fondata oltre 100 anni fa. Posso testimoniare che ogni parola del maresciallo della Finanza raccolta da Libero è assolutamente veritiera in ogni particolare che ho potuto vivere personalmente. I militari che fanno gli accertamenti sono spesso contriti per doversi comportare forzatamente in quella maniera così lucidamente descritta. Noi ci siamo comportati come descritto nell’articolo. I primi verbali li abbiamo contestati e regolarmente vinti dopo lunghissime trafile costate quasi come i verbali stessi. Ma a distanza di anni (anche oltre i dieci) c’è stato sempre un appiglio legale per non restituirci i soldi che lo Stato, per permetterci di difendere la nostra buona fede, iscriveva a ruolo e quindi pretendeva pagassimo immediatemente. Poi abbiamo capito anche noi come dovevamo fare e, pur essendo innocenti e come le altre volte sicuri di esserci comportati onestamente, abbiamo infine aderito al pagamento di un terzo del verbale (centinaia di migliaia di euro) Pur nella evidente vessazione, una vera "pacchia" in confronto alle estenuanti opposizioni legali! Vengono ogni due, massimo tre anni i militari, occupano uno o più uffici e rimangono mesi. Poiché hanno per legge un limite di giorni lavorativi per chiudere il verbale, vanno e vengono facendo lunghe pause, incuranti del fatto che i nostri coscienziosi impiegati hanno il doppio impegno di accontentare le esigenze della azienda e dei finanzieri.
Paolo Fabbri
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Le stesse storie di 60 anni fa
Caro Direttore, che «viviamo in uno stato di polizia fiscale» non è una novità. Da decenni la Guardia di Finanza (o almeno alcuni dei suoi membri) si comporta in modo a dir poco “scorretto”. Ho 76 anni ma ricordo bene quando ne 1955 vennero a fare una ispezione nella ditta in cui lavoravo. Stettero un mese negli uffici, facendoci rallentare ogni attività, perché i proprietari, in perfetto ordine sotto ogni aspetto fiscale, si rifiutarono di versare “l’obolo”. Nella ditta in cui lavorava mia sorella, non trovando nulla, la multarono per non aver messo la marca da bollo su 3 (dico 3) distinte di acquisto francobolli. Ad un mio amico, che vendeva articoli sportivi, prima ancora di iniziare il controllo chiesero 2 completi sportivi da sci in cambio di non procedere all’ispezione. E così via, in tutti questi anni ne ho sentite di tutti i colori. Non sarebbe ora di fare un bel repulisti anche nella Guardia di Finanza?
Anna Lucia Volpi Milano