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lunedì 31 marzo 2014

Video: Ruocco (#M5S) a Bechis: #Renzi restituisca il miliardo preso dal #Pd


“Per ridurre i costi della politica Matteo Renzi ha una cosa semplicissima da fare: tiri fuori un miliardo di euro che il Pd ha preso agli italiani grazie alla legge sui rimborsi elettorali”. Lo sostiene partecipando alla web trasmissione L'Abitacolo Carla Ruocco, deputata portavoce del Movimento 5 stelle e vicepresidente della commissione Finanze della Camera.

“Il punto”, spiega la Ruocco, “ è uno solo: vogliamo parlare del dire o vogliamo parlare del fare? Perché se parliamo del dire, parliamo di Renzi. Se parliamo del fare, parliamo del Movimento cinque stelle. I partiti italiani si sono portati via dai cittadini 2,7 miliardi di euro. Di quelli 1 miliardo lo dovrebbe restituire il Pd. Il movimento cinque stelle quei soldi non li ha mai presi. Ha detto in campagna elettorale che non li avrebbe presi, e sono lì nelle casse dello Stato a disposizione dei bisogni degli italiani”. La Ruocco critica la riforma costituzionale proposta dal premier: “Il Senato costa 500 milioni di euro l'anno. Non capisco come Renzi possa tagliarne 1 miliardo. Non so se a casa sua lui è in grado di sparigliare così con i numeri. Altrimenti dovrebbe tornare a far di conto come nella prima elementare”. La parlamentare a 5 stelle spiega: “ Più che per giocare con la riforma del Senato, noi siamo per una drastica riduzione del numero dei parlamentari e dei costi del palazzo e della burocrazia”. Nella chiacchierata la Ruocco affronta anche il tema del decreto salva-Roma spiegando che “il sindaco Ignazio Marino in commissione ci ha rivelato che per coprire i buchi fatti in questi anni da tutti i sindaci i cittadini dovranno pagare per sempre una addizionale Irpef. Ho due figli, e sono preoccupata per loro, perché non si può lasciare alle prossime generazioni questo peso sulle spalle. Se governeremo Roma noi, questa tassa odiosa sarà sicuramente tolta”.

 

Beccato il #Pizzino diretto a #Renzi ecco cosa dice!!


(Fonte liberoquotidiano.it)

La riforma del Senato scuote il governo. Matteo Renzi gioca al rialzo e così la sua poltrona di palazzo Chigi comincia a scricchiolare. Come se non bastassero già gli avvertimenti di Pietro Grasso e di mezza sinistra, ora anche nella squadra di ministri si apre il fronte anti-Matteo per salvare il Senato. A dire no all'abolizione di palazzo Madama è il ministro dell'Istruzione Stefania Giannini che entra a gamba tesa nel dibattito sulle riforme: "È un po’ inconsueto che sia il governo a presentare una proposta di legge su questo tema - puntualizza Giannini in un’intervista a Radio Città Futura - . Serve che il Parlamento ne discuta per ritoccare e migliorare alcuni aspetti".

Un'altra grana per Matteo - L’esponente di Scelta Civica invita il premier a non avere fretta e sottolinea: "Non credo che il verbo aspettare appartenga al vocabolario del presidente del Consiglio". Poi aggiunge: "C'è la necessità di avere qualche momento di riflessione e maturazione in più". Insomma, meglio "non farne una questione di calendario" e "non confondere l’irrinunciabile dibattito parlamentare con la manfrina di chi non vuole cambiare le cose". Insomma adesso la spina nel fianco di Renzi è a palazzo Chigi. E se il partito della Giannini, seguendo anche le indicazioni di Mario Monti dovesse dire no alla riforma quando approderà in Aula, davvero il premier rischia di non avere i numeri per farla digerire a palazzo Madama.

Il Cav tiene d'occhio Matteo - Anche Silvio Berlusconi con una nota ha ribadito la sua posizione: "Noi rispetteremo fino in fondo gli accordi che abbiamo sottoscritto - dice il leader di Forza Italia - e siamo pronti a discutere tutto nel dettaglio, senza accettare testi preconfezionati, ma lavorando insieme per costruire le riforme migliori per il Paese. Abbiamo dimostrato la nostra serietà approvando alla Camera la legge elettorale, che ora vorremmo vedere in aula al Senato quanto prima. Speriamo che le divisioni emerse nel Partito Democratico non affossino il tentativo di modernizzare le nostre istituzioni. La sinistra non scarichi ancora una volta sugli Italiani i propri problemi".

News: Sentenza Porto Tolle: tre anni di carcere a Tatò e Scaroni, assolto Conti


(Fonte il Fatto)

Sentenza storica nel processo a Rovigo sul disastro ambientale della Centrale Enel di Porto Tolle. Dopo diverse ore in camera di consiglio la corte ha condannato a tre anni di reclusione gli ex ad Paolo Scaroni (oggi al vertice di Eni) e Franco Tatò con interdizione di cinque anni dai pubblici uffici. Assolto, per mancanza di elemento soggettivo, l’attuale amministratore e direttore generale Fulvio Conti. Assolti gli altri dirigenti. La corte ha dunque accolto la tesi del pm Manuela Fasolato che chiesto il riconoscimento del nesso causale tra le emissioni in eccesso della centrale e i danni alla salute e all’ambiente. Danni che una perizia Ispra valuta in 3,6 miliardi. Il pm aveva chiesto la condanna per tutti gli ex vertici e l’attuale ad di Enel, accusati di disastro ambientale per l’omessa installazione di apparecchi al fine di prevenire il deterioramento dell’ambiente circostante la centrale e l’aumento delle malattie respiratorie nei bambini, evidenziato anche dall’Istituto tumori Veneto. Scaroni e Tatò sono stati condannati anche al pagamento di provvisionali alle parti civili per circa 430 mila euro.“Sono completamente estraneo alla vicenda e farò immediatamente ricorso – è stata la reazione di Paolo Scaroni – Sono stupefatto da questa decisione, come dimostrato dalle difese la centrale Enel di Porto Tolle ha sempre rispettato gli standard in vigore, anche all’epoca dei fatti contestati”.

Stangata sulla casa


(Fonte liberoquotidiano.it)



Tasi, tutti gli aumenti sulle seconde case

Il fatto che tra Italicum, riforma del Senato e "80 euro in busta paga" non se ne parli più non significa che l'incubo della tassa sulla casa sia sparito. Anzi. Non è più l'Imu, ma la Tasi, e con tutta probabilità sarà peggio della stangata sul mattone a suo tempo reintrodotta da Mario Monti. Per sapere quanto dovremo pagare, comunque, nella maggior parte dei casi si dovrà attendere fino all'ultimo momento, e magari anche oltre. Già, perché la Tasi - il tributo sui servizi indivisibili che però, nella sostanza, va a rimpiazzare l'Imu - con tutta probabilità verrà delineata a luglio, in ritardo rispetto al teorico termine della fine di aprile 2014. Già in passato abbiamo assistito ad estenuanti balletti sulle aliquote e a continui slittamenti, dunque è lecito attendersi che accadrà lo stesso, e inoltre a fine maggio ci saranno anche 4mila comuni chiamati a votare alle amministrative: difficile che le giunte in scadenza, in piena campagna elettorale, si azzardino a definire la mazzata-Tasi. Meglio attendere l'esito del voto e, nel caso, scaricare la "patata bollente".

I due capoluoghi - Così, ad oggi, i capoluoghi che hanno già approntato le delibere sono pochissime (tra questi Aosta, Pordenone, Novara e Modena). Ma ci sono le due principali città italiane, Milano e Roma, che sarebbero già in dirittura d'arrivo. Due esempi che danno la cifra di quanto la tassa potrà essere salata. Come ricorda il Corriere della Sera, a Milano, la giunta di Giuliano Pisapia avrebbe già deciso le aliquote, e anche a Roma l'assessore al Bilancio, Daniela Morgante, ha preannunciato le intenzioni di Ignazio Marino. Così si scopre che il capoluogo meneghino è più "generoso" nei confronti di chi ha immobili di scarso valore, mentre la Capitale tende a "favorire" i possessori delle case di pregio. A Milano l'aliquota Tasi sull'abitazione principale sarà al 2,5 per mille, esenti gli immobili con rendita catastale originaria fino a 350 euro; per i valori da 351 a 700 euro sono previste detrazioni decrescenti solo per chi ha un imponibile inferiore ai 21mila euro. A Roma, Marino dovrebbe scegliere per un'aliquota indifferenziata del 2 per mille.

Il confronto - In soldoni, nel capoluogo lombardo, una piccola casa non pagherà, mentre per un casa equivalente, con rendita catastale di 300 euro, a Roma si pagheranno 101 euro. Rapporti invertiti per immobili di maggior valore: per una casa con rendita catastale da mille euro a Milano si pagheranno 420 euro mentre a Roma ne bastano 336. Ora qualche confronto con l'Imu. A Milano, chi ha un reddito inferiore a 21mila euro, non paga mai più di quanto ha versato con l'Imu, mentre chi ha redditi superiori e una casa con rendita tra 400 e 800 euro spenderà più per la Tasi che per l'Imu (per esempio, per una casa con rendita di 700 euro e reddito superiore ai 21mila, si pagheranno 294 euro contro i 270 precedenti; per una casa con rendita di 600 euro, si pagheranno 252 euro contro i precedenti 203). Invece a Roma, per case con una rendita fino a 400 euro, la Tasi risulta meno conveniente dell'Imu. Per esempio per una casa con rendita di 200 euro si pagheranno 67 euro contro gli zero dell'Imu; per una casa con rendita catastale di 300 euro si pagheranno 101 euro contro i 52 dell'Imu. I calcoli, come ovvio, non tengono conto delle eventuali detrazioni di 50 euro per ogni figlio a carico che, nel caso, devono ancora essere stabilite.

La Minaccia di #Renzi al Partito


(Fonte tgcom24.mediaset.it)

Il giorno dopo la polemica con il presidente di Palazzo Madama, Pietro Grasso: "Abbiamo preso un impegno con i cittadini, che hanno diritto al cambiamento. Basta con i professoroni. Adesso mi gioco tutto"

  - Matteo Renzi accelera sulle riforme: si facciano o me ne vado. Dopo la polemica con il presidente del Senato, Pietro Grasso, e nel giorno in cui il ddl sul Senato arriva a Palazzo Chigi, il premier non accetta compromessi e dice: "O facciamo le riforme o non ha senso che gente come me sia al governo. Gli italiani vogliono che la politica agisca per la gente e non per la Casta".

 "Non mollo di mezzo centimetro" - A Rtl 102.5, il presidente del Consiglio torna a parlare della questione Senato e avverte: "Non ci sto a fare le riforme a metà, non sto a Roma perché mi sono innamorato dei palazzi: se la classe politica dice che non bisogna cambiare, faranno a meno di me e magari saranno anche più contenti". E ancora: "Su questa cosa non mollo di mezzo centimetro, andiamo diritto. Voglio che anche chi non ci crede ed è sfiduciato possa vedere che stavolta il risultato lo otteniamo".

"Nessun bluff, i parlamentari vanno ridotti" - "Per ridurre i parlamentari - riprende -, evitare il ping pong delle leggi, semplificare il quadro, facciamo del Senato, come in tanti Paesi, il luogo dove siedono, senza indennità, sindaci e presidenti di Regione. Si tratta di vedere se questa volta si bluffa o si fa sul serio, perché si chiede ai senatori di superare il Senato. Non è mica facile, lo so. Ma è una questione di dignità" verso i cittadini. "Basta con i professoroni. Sono trent'anni che ci sono commissioni e superprofessoroni che discutono di riforma del bicameralismo". E Pietro Grasso non crede si possa riuscire? "No, non è proprio d'accordo" con la riforma, replica Renzi.

"I senatori del Pd contro? Voglio proprio vedere" - Il premier lancia anche un avvertimento chiaro e forte ai suoi: "Provo curiosità: voglio vedere se davvero non votano. I parlamentari del mio partito che non vogliono votare" il ddl costituzionale sul Senato "dovrebbero ricordare che" quella proposta "l'ho portato alle primarie" ed è stata "votata dai nostri elettori". E che è stata vagliata "due volte dalla direzione" del Pd.

"Camere? Ci vogliono i paletti" - "Non è che il Parlamento sia un passacarte - continua Renzi -. Può ragionare, discutere" il ddl costituzionale del governo. "Ma i paletti fondamentali sono che i senatori non prendano indennità, che siano perciò presidenti di Regione e sindaci che fanno altre cose, e che non votino più la fiducia e il bilancio. Che il Senato non sia eletto, perché in Italia abbiamo il numero di politici più alto d'Europa" e "l'America, che è l'America, ha la metà dei parlamentari italiani".

"Riforme per creare lavoro" - "Paradossalmente per creare lavoro bisogna rimettere innanzitutto a posto le regole istituzionali: superare il Senato, eliminare i politici dalle province e l'autentica vergogna delle rimborsopoli delle Regioni cui metteremo un freno per sempre", continua, sottolineando che le riforme istituzionali non servono "solo agli addetti ai lavori ma sono anche il presupposto per poter chiedere agli imprenditori internazionali di tornare a investire in Italia, con un sistema Paese che è più capace di creare lavoro".

"Mai più il bicameralismo perfetto" - Fondamentale insomma chiudere il capitolo Senato, secondo il premier. Che, dopo l'appello di Grasso per "salvare" Palazzo Madama, ribadisce il suo "mai più al bicameralismo perfetto" e "al mantenimento dello status quo". "Capisco le resistenze di tutti, ma la musica deve cambiare. I politici devono capire che ora i sacrifici li devono fare loro", spiega. E il ministro Angelino Alfano si schiera con lui: "No ai conservatori dell'esistente".

Al Corriere della Sera: "Mi gioco tutto" - In un'intervista al Corriere della Sera, il premier illustra i quattro punti irrinunciabili della riforma del Senato e rispedisce al mittente le proposte di Pietro Grasso. "Il Senato non vota la fiducia. Non vota le leggi di bilancio. Non è eletto. E non ha indennità: i rappresentati delle Regioni e dei Comuni sono già pagati per le loro altre funzioni" il pensiero in sintesi di Matteo Renzi.

Il segretario del Pd lega il futuro del governo alla riforma di Palazzo Madama. "Sono molto colpito da questo atteggiamento del presidente Grasso - ha proseguito Renzi -. Io su questa riforma ho messo tutta la mia credibilità; se non va in porto, non posso che trarne le conseguenze. Mi colpisce che la seconda carica dello Stato, cui la Costituzione assegna un ruolo di terzietà, intervenga su un dibattito non con una riflessione politica e culturale, ma con una sorta di avvertimento: 'Occhio che non ci sono i numeri'".

Sulla riforma del Senato, avverte il premier, "mi gioco tutto"; "non solo il governo. Io mi gioco tutta la mia storia politica. Non puoi pensare di dire agli italiani: guardate, facciamo tutte le riforma di questo mondo, ma quella della politica la facciamo solo a metà".

Renzi risponde anche alle critiche ricevute da Rodotà e Zagrebelsky. "Non è che una cosa è sbagliata se non la dice Rodotà. Si può essere in disaccordo con i professoroni o presunti tali, con i professionisti dell'appello, senza diventare anticostituzionali". Perché "io ho giurato sulla Costituzione, non su Rodotà o Zagrebelsky".

"No a presa in giro degli italiani" -
"Palazzo Madama non sia più elettivo, altrimenti sarebbe una presa in giro nei confronti degli italiani", ha proseguito il presidente del Consiglio, che risponde così al presidente del Senato che aveva chiesto nella riforma di lasciare la Camera Alta, i cui rappresentanti "sono eletti dai cittadini", per le sue "funzioni di inchiesta e controllo sul lavoro svolto da Montecitorio".

"E' l'ora di voltare pagina" - "Rispetto Grasso ma abbiamo preso un impegno con i cittadini", ha rincarato Renzi. "Hanno diritto al cambiamento, è l'ora di voltare pagine", ha aggiunto. "Ecco perché diciamo via le province, ecco perché la nuova riforma elettorale, ecco perché domani il governo presenterà il ddl costituzionale che dice basta al Senato che conosciamo adesso. E quindi riduzione del numero dei parlamentari, il più alto d' Europa, semplificazione del processo legislativo e dei poteri tra le Regioni e lo Stato", ha ribadito. Infine, bisogna "abbassare l'indennità dei consigliere regionali e mai più rimborsopoli", il premier elenca così gli obiettivi delle riforme: "Dire che si cambia è dare un messaggio di semplicità ed efficienza", ha concluso.

"Troppa gente vive di politica" - "Oggi in Italia tra i circa mille parlamentari ed enti di tutti livelli, c'è un sacco di gente che vive di politica". Lo ha detto Renzi in un'intervista al Tg2 durante la quale ha ribadito la necessità di riformare il Senato: "Avrà competenza sulle leggi europee, sulle riforme costituzionali, sulle norme degli enti locali ma non si riunirà tutti i giorni con mega strutture. Sarà più snello come in altri stati europei. Questa volta si cambia davvero: possono cercare di frenare in tanti ma noi ci abbiamo messo la faccia".

"A maggio arriveranno gli 80 euro" - "Da maggio 80 euro in più in busta paga a chi guadagna meno di 25mila euro l'anno, da maggio 10% di riduzione Irap alle aziende e -10% del costo dell'energia elettrica per le pmi, e qualche segnale arriverà da subito alla famiglie con una piccola riduzione sulle bollette". Renzi torna sulle promesse fatte nelle ultime settimane: "Di solito si facevano le manovre finanziarie per spendere di più, ora stiamo cercando di restituire ai cittadini un po' di soldi",ha aggiunto.

IL BRACCINO CORTO DEGLI ELETTI DEL #PD


(Fonte il Fatto)

Come stabiliscono le regole interne, ogni esponente democratico uscito vincitore dalle urne deve versare un contributo nella casse del Nazareno. Ma non tutti lo fanno: tra loro nomi importanti come Roberto Zaccaria e Tiziano Treu

“Qualche parlamentare non ha pagato. Abbiamo fatto dei piani di rientro in occasione delle elezioni del 2013. Chiami il mio successore”. E’ l’invito dell’ex tesoriere del Pd Antonio Misiani. E il successore Francesco Bonifazi, fedelissimo di Renzi, taglia corto: “Un sacco pagano meno, pagano male. Sentiamoci più tardi, ora sono impegnato”. Ma tra altri impegni, una “febbre alta” e diversi squilli a vuoto non riusciamo più ad avere spiegazioni. Del resto i contributi che gli eletti del Pd dovrebbero versare al partito come da statuto sono un tema delicato. Imbarazzante. Nel bilancio nazionale del 2012 mancano quasi 600mila euro, sui 5,4 milioni previsti. Tra chi ha pagato in ritardo c’è anche l’attuale sindaco di Roma ed ex senatore Ignazio Marino.

La fonte di finanziamento, che deriva dai soldi pubblici incassati dai parlamentari, è importante. Ma nei quattro anni dal 2009 al 2012 le ‘morosità’ superano gli 1,6 milioni. E nelle sezioni locali le cose non vanno meglio. Qui alle inadempienze di deputati e senatori si aggiungono quelle degli amministratori locali. A Milano, per esempio, nelle casse del Pd provinciale negli ultimi anni sono mancati almeno 300mila euro. Alcuni eletti sono volati a Roma grazie ai voti presi qui, ma poi non si sono fatti più sentire per i contributi. Tra di loro figure di rilievo della scorsa legislatura, come l’ex presidente della Rai Roberto Zaccaria e l’ex ministro Tiziano Treu. E ora vallo a dire agli elettori: con l’abolizione del finanziamento pubblico, a loro verrà chiesto su base volontaria di donare alla politica il 2 per mille del reddito.

Ma se i primi a non contribuire alla vita del loro partito come dovrebbero sono proprio gli iscritti al Pd? Il fatto è questo. Ogni iscritto al Partito democratico che sia stato eletto in qualsiasi istituzione versa mensilmente al partito un contributo proporzionale all’indennità che percepisce grazie a quella carica. Una regola ribadita in più di un documento: nello statuto nazionale e nei vari statuti regionali, nel regolamento finanziario nazionale e a cascata in quelli redatti a livello locale, nel regolamento per il tesseramento e nel codice etico. Per gli inadempienti scatta l’incandidabilità e il rischio di espulsione dal partito. Ma nella struttura federale del Pd vige l’anarchia: ogni sezione locale ha le sue regole. E non a tutti piace rispettarle.

In base agli accordi in fase di candidatura, i parlamentari dovrebbero versare 1.500 euro al mese al Pd nazionale. E poi un contributo al Pd regionale e provinciale di provenienza che varia a seconda del regolamento finanziario locale. Ma i conti non tornano. Nel bilancio nazionale del 2012, l’ultimo disponibile, “i contributi provenienti da parlamentari” sono contabilizzati per 4.836.518 euro. Ma i 200 deputati e 100 senatori democratici in carica nel 2012 avrebbero dovuto essere ben più generosi e fare arrivare in cassa 5,4 milioni di euro. Una mancanza di attenzione che stupisce: i loro versamenti sono infatti una voce importante dei 37,5 milioni di euro entrati nel 2012, che nei prossimi anni, dopo l’abolizione del finanziamento pubblico voluta dal governo Letta, non potranno più contare su 29,2 milioni di rimborsi elettorali. Nella lista di chi ha contribuito con più di 5mila euro, allegata al bilancio, mancano ben 20 parlamentari. L’unico big assente è Ignazio Marino, che contattato da ilfattoquotidiano.it comunica di aver versato tutto a gennaio 2013, appena due mesi prima di candidarsi alle primarie del Pd per correre alla poltrona di sindaco. Il motivo? “Solo un ritardo ‘burocratico’”, assicura via sms. Tra ritardi e inadempienze, in ogni caso, nei quattro anni dal 2009 al 2012 l’ammanco totale è stimabile in 1,6 milioni di euro.

Con le dovute proporzioni, alle federazioni locali del Pd va ancora peggio. E la questione, si scopre ora, è al centro del dibattito interno sin dall’anno scorso. Il 7 giugno 2013 Antonio Misiani e Luigi Berlinguer, in quel momento tesoriere e presidente della commissione nazionale di garanzia, hanno inviato a tutti i segretari e tesorieri locali una circolare in cui parlano di “diverse segnalazioni pervenute dal territorio in merito al mancato o irregolare versamento dei contributi previsti dalle norme statutarie e regolamentari da parte degli eletti e designati dal Pd”. Un problema ancora più rilevante a causa “della notevole riduzione dei finanziamenti pubblici ai partiti”. Per questo Misiani e Berlinguer chiedono alle strutture locali di fare rispettare le regole e di segnalare “gli eventuali inadempienti”. Un concetto ribadito poco più di un mese dopo, quando una missiva analoga viene inviata il 29 luglio a firma di Misiani, Berlinguer e questa volta anche dell’allora responsabile dell’organizzazione nazionale Davide Zoggia.

I tre danno tempo fino al 15 settembre per raccogliere i nomi di tutti gli inadempienti. Parole chiare, definitive, quelle di Misiani, Berlinguer e Zoggia. Ma anche inascoltate, secondo i documenti che ilfattoquotidiano.it ha potuto visionare. In provincia di Milano la questione è stata insabbiata, per non correre il rischio di smuovere qualche granello che avrebbe rischiato di trasformarsi in una frana di espulsioni di massa. Eppure l’ammanco nei bilanci dal 2008 in poi è di almeno 300mila euro. Causato dai ritardi di consiglieri comunali e assessori di Milano, ma soprattutto dai versamenti non pervenuti di alcuni parlamentari eletti nella provincia: Roberto Zaccaria, Tiziano Treu, Lino Duilio, Francesco Monaco, Linda Lanzillotta e Pierluigi Mantini, questi ultimi due usciti dal gruppo democratico nel corso della scorsa legislatura.

Diverso il discorso per Umberto Veronesi e l’editorialista del Fatto Quotidiano Furio Colombo: anche loro non hanno effettuato i versamenti mensili al Pd milanese, ma non avevano obblighi in quanto non iscritti al partito. Nonostante la criticità della situazione denunciata da Berlinguer, Misiani e Zoggia, alle loro lettere non sono arrivati riscontri precisi. Né da Milano, né dalle altre zone d’Italia. “Le informazioni raccolte sono risultate frammentarie e non complete”, ammettono dalla commissione nazionale di garanzia. Ogni decisione è stata così rimessa alla nuova commissione, quella in carica dopo l’inizio dell’era renziana, con presidente il vice ministro dell’Economia Enrico Morando. Per ora nessun passo avanti è stato fatto. Nemmeno per quanto riguarda i parlamentari ‘morosi’ col Pd nazionale. Motivazione? “La tesoreria non ha mai inviato alcun prospetto sui deputati e senatori che non hanno versato”, sostengono dalla commissione. Eppure basta andare sul sito del partito. E iniziare a spulciare la lista inserita nel bilancio 2012.

Twitter: @gigi_gno

 

IL FALLIMENTO PALESE DI #CROCETTA?


(Fonte http://livesicilia.it)

La provocazione di Pietrangelo Buttafuoco: "Se il governatore crede veramente in quello che dice, chiami Renzi e gli proponga di sciogliere la giunta. Per il premier sarebbe un'occasione d'oro per sbarazzarsi del vero spreco, le Regioni".

 

PALERMO - “L'unica fatica che Crocetta conosce è prendere le carte, non capirle e mandarle in Procura. Nel frattempo la Sicilia va a rotoli. Se fosse responsabile dovrebbe chiedere il commissariamento lui stesso”. Pietrangelo Buttafuoco si dice un autonomista convinto, ma è pronto ad ammettere una sconfitta: “Ho davanti agli occhi il fallimento – spiega – Una cosa sono gli U2 e Bobby Sands, una cosa le pagliacciate della Sicilia”. La proposta, quindi, è chiara: commissariamento, qualche mese per rimettere in sesto i conti e poi, fra un po', fra un bel po', le elezioni. “Matteo Renzi ha un'occasione d'oro”, assicura.

Sarà un'occasione d'oro, ma non è un rischio? Commissariamento significherebbe default.

“È una chiamata di responsabilità per l'opinione pubblica siciliana e per la politica. Il caso Sicilia è dieci volte più problematico del caso Roma. Ignazio Marino, che è molto peggio di Crocetta, non ha davanti agli occhi un disastro di proporzioni simili a quello in cui versa la Sicilia. E questo disastro è stato creato dallo Statuto”.

Un caposaldo, dicono tutti.

“L'autonomia ha creato sacche di competenze fuori dal controllo dell'autorità dello Stato. Pensi a quello che succede ogni giorno nella sanità siciliana. Siamo quello che si definisce uno stato di eccezione, e quindi l'unico rimedio è quello drastico. Andare a una crisi di governo per ripetere le elezioni determinerebbe un danno peggiore”.

E rinunciare allo Statuto risolverebbe il problema?

“Lo Statuto è stato determinato dalle condizioni della stagione separatista, in cui si intrecciavano interessi stranieri, mafia e altro. Da lì incomincia tutto il resto”.

Ma secondo lei perché Renzi dovrebbe accettare di commissariare la Sicilia? A Palazzo d'Orléans c'è un esponente del suo partito.

“Dal punto di vista politico Renzi farebbe un figurone. Andrebbe alla radice del problema: l'autonomia è l'uovo che fa nascere la gallina mafia. E poi, soprattutto, le apparenti riforme sono acqua fresca rispetto al disastro delle Regioni. Le Regioni sono un pozzo senza fondo di corruzioni e privilegi. Renzi ha la possibilità di ottenere un risparmio e generare una svolta politico-istituzionale definitiva. Le cancelli tutte, le Regioni”.

Le Regioni? Lo spreco, l'ultima volta che ho controllato la vulgata politica, si annidava nelle Province.

“L'ente inutile per eccellenza è la Regione, molto più delle Province. È una furbata da quattro soldi eliminare le Province. La vera sostanza è altrove”.

Ah, quindi non ce l'ha con il presidente attuale.

“Ma no, la polemica non riguarda 'sto poveretto, come si chiama?”.

Crocetta.

“Non riguarda lui”.

L'avevo fraintesa.

“Lui è il peggiore, e se vuole le spiego il perché, ma la storia è antica”.

Mi spieghi il perché.

“Lui è il peggiore perché essendo di sinistra sa perfettamente di potere usufruire della complicità affettuosa dei mezzi di comunicazione e dell'opinione pubblica. Fa cose che non avrebbe fatto nessuno”.

Ad esempio?

“Ad esempio sacrificare il cognome Borsellino per coprire lo sfacelo che si sta compiendo nella sanità. Oppure mettere la propria segretaria al posto di Franco Battiato. O fare annunci che nessuno verifica. Se l'avessero fatto i suoi predecessori Obama avrebbe fatto sbarcare i marines in Sicilia”.

A proposito di Obama: a questo punto, se cessione di sovranità ci dev'essere, non sarebbe stato meglio se giovedì Renzi avesse offerto agli Usa la cinquantunesima stella, tanto per fare le cose in grande?

“Se vogliamo essere crudeli con noi stessi l'Italia non ha una vera sovranità. Siamo costretti da un'emergenza. Una comunità come quella siciliana ha una società unica, importantissima nell'area del Mediterraneo, e non possiamo rassegnarci al fallimento. Le giovani generazioni crescono con la prospettiva di andare via. Lo possiamo riconoscere anche noi. E mi creda: io stesso per la mia formazione personale ho sempre accarezzato l'idea dell'autonomismo. Sono cresciuto a pane e Bobby Sands”.

Quindi è una sconfitta.

“Una sconfitta che ci trasciniamo da sempre. Io ho scritto articoli di fuoco, ferocissimi, contro Totò Cuffaro, ma col senno di poi mi fermo e pretendo di riflettere e capire cosa è successo nel frattempo”.

Lo faccia capire anche a me.

“Nel frattempo c'è stata un'impostura. Ci sono stati i proclami di un narciso irresponsabile. Mi rendo conto che perdiamo tempo. Se veramente, nell'intimo della sua coscienza, crede a ciò che dice, dovrebbe avere l'onestà intellettuale di dire basta e di chiedere lui stesso di chiudere la Sicilia. Le ripeto: anche in funzione antimafia”.

Proprio sull'antimafia vuole dare bacchettate a Crocetta?

“In termini di antimafia mi fido più di Leoluca Orlando”.

Crocetta vive sotto scorta.

“Io appartengo alla schiatta degli ápoti (“coloro che non se la bevono”, ndr). Se devo capire di mafia e antimafia mi fido più di Orlando che di lui”.

Sì, ma almeno mi spieghi perché.

“Non analizzo il mondo attraverso la cronaca, ma attraverso la storia. E la storia dice che la stagione di Leoluca Orlando a Palermo fu una vera e propria èra di rinascita”.

Non starà facendo un endorsement a Orlando per il dopo-Crocetta?

“Io sto parlando del passato, di quando abitavo in Sicilia. Di quando ho conosciuto la Palermo di Leoluca Orlando e la Catania di Enzo Bianco”.

Che poi sono i sindaci che ci sono oggi.

“Oggi non è la stagione di ieri”.

Non è un problema anche questo? Non abbiamo un difetto di ricambio in politica?

“È fondamentale, questo. Bisogna svelare l'impostura. Nel governo di oggi non c'è altro che la prosecuzione del governo di ieri. Gli stessi registi, gli stessi uomini, gli stessi protagonisti”.

Chi sarebbero?

“Sbaglio o è sempre Lumia colui che accompagnò al trionfo e alla caduta il predecessore di Crocetta? Non è lui che regge gli attuali equilibri della Regione? Se non ci fosse stata LiveSicilia non avremmo scoperto ad esempio quello che stava succedendo sull'Humanitas. Non è piaggeria”.

Tanto non riporterò i suoi elogi alla mia testata. Preferiamo che parlino male di noi.

“E invece li scriva”.

Mi convinca.

“Abbiamo la necessità di smontare la sudditanza psicologica nei confronti di questo fenomeno mediatico. Lui si fa forte dell'essere famoso. Di essere più personaggio che personalità. A poco a poco ha costruito attraverso meccanismi televisivi una potenza di fuoco, un immaginario che non ha permesso un'analisi serena del suo operato. Questa strategia è servita per superare l'handicap della sua stagione, quello di non aver avuto un bagaglio elettorale robusto. A quelli del Continente bisogna far sapere che Crocetta è stato eletto grazie a un giochetto fatto da Micciché col placet di Berlusconi. Ma Crocetta non accetta critiche”.

Beh, a nessuno piacciono le critiche. A lei sì?

“Crocetta scatena immediatamente la criminalizzazione della critica. Chiunque osi criticarlo è omofobo o mafioso. Non sapendo risolvere i problemi li criminalizza. L'unica fatica che conosce è prendere le carte, non capirle e mandarle in Procura. Nel frattempo la Sicilia va a rotoli. Ogni volta che torno trovo case con le luci spente, saracinesche abbassate, abbandono. La gente se ne va. Serve una svolta. Anche dolorosa”.

 

Video: Eletti #M5S: “Condividiamo adesione Grillo e Casaleggio ad appello di Zagrebelsky




Nessun scelta dettata dall’alto dai due fondatori del Movimento 5 Stelle Grillo e Casaleggio ma un’idea condivisa dalla base. Si esprimono in maniera unanime i deputati impegnati nel “Non ci fermate tour”. Al centro del dibattito la sottoscrizione, fatta tramite un post nel blog di Grillo in tarda mattinata, dell’appello di Zagrebelsky e Rodotà, contro la riforma costituzionale legata all’allargamento dei poteri del Presidente del Consiglio. Per Alessandro Di Battista, l’obiettivo sarebbe quello di “portare avanti le riforma della P2 con un presidenzialismo di fatto con una sola Camera, violando la Costituzione per riscriverla con pregiudicati”. I contenuti del messaggio dei fondatori per Giorgio Sorial è lo stesso che il “M5S porta avanti da sempre”. I deputati, insomma, non sarebbero rimasti spiazzati. “Vogliono – spiega – arrivare al presidenzialismo, prima con Berlusconi adesso con il Pd e Matteo Renzi”. “Ci sono i soliti padroni che vogliono stuprare la Costituzione – aggiunge la deputata Laura Castelli, da sempre vicina a Casaleggio – modificandola nelle segrete stanze, senza confrontarsi con i cittadini”  di Saul Caia e Dario De Luca

 

Sono solo Promesse da premier


(Fonte liberoquotidiano.it)

«Le risorse (per i bonus, ndr) ci sono». Giura il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta. Che giusto ieri, ai giornalisti che gli domandavano delle coperture per il taglio dell’Irpef ai lavoratori promesso dal premier Matteo Renzi, assicurava l’esistenza dei fondi necessari. I famosi 80 euro in più al mese per chi guadagna meno di 25mila euro lordi l’anno, valgono circa 10 miliardi di impegno. Per una platea flottante di 10/11 milioni di lavoratori (dipende se si considerano i dati di Palazzo Chigi o quelli statistici del Mef). «Il ministro Padoan ha fatto un’intervista e vale quello che ha detto», taglia corto Baretta, che poi puntualizza che il ministero (del Tesoro, ndr), sta predisponendo il Def con la definizione delle risorse: «Rispetteremo la data del 10 aprile, da lì si parte».

(Fonte)

Peccato che in mattinata Il Sole 24 Ore abbia messo una pulce nell’orecchio: la platea interessata dal bonus da 84 euro potrebbe essere non più quella intorno ai 25mila euro, ma solo quelli che incassa meno di 20mila. Baretta conferma che «le coperture ci sono, in parte verranno dalla spending review ma non necessariamente tutto l’importo». E poi nega che si stia valutando di ridurre la platea degli interessati per mancanza di risorse (10 miliardi sono difficili da trovare, più semplice reperirne 5, massimo 6): «Qualcuno», ribatte il sottosegretario all’Economia, riferendosi proprio al quotidiano di Confindustria, «ha ventilato l’eventualità che si possa ridurre la platea dei beneficiari ma a noi non risulta niente del genere, stiamo lavorando su quanto preannunciato da Renzi».

E ieri, nel corso della Direzione del Pd, Renzi ha ribadito l’intenzione di intervenire sui redditi più bassi: «Taglieremo il cuneo fiscale», ha garantito Renzi, «non con un’operazione burocratese ma tagliando (le tasse, ndr) ai meno abbienti, che in realtà prima erano ceto medio, che prendono 1300 euro. Daremo una quattordicesima a 10 milioni di italiani».

Peccato che tra i dati sventolati da Renzi, e quelli più burocratici del ministero dell’Economia (statisticamente più attendibili), ci sia una differenza di circa 1 milione e mezzo di persone, che potrebbero aver diritto all’annunciato bonus.

In attesa del 10 aprile e del Def (e di scoprire a quanto ammontino le risorse reperite e la platea dei beneficiari), non resta che provare a far di conto.
Con l’aiuto della Fondazione Consulenti del Lavoro, Libero ha provato ad elaborare delle simulazioni di impatto. Vale a dire quanto incasserebbero i lavoratori che oggi guadagnano tra i 10mila e i 20mila euro lordi l’anno, se poi - per una evidente mancanza di risorse - l’ipotesi di contenere il bonus entro questa fascia diventasse realtà. Sempre che non si voglia dare il bonus e tagliare le detrazioni (per i familiari a carico). «Abbiamo sviluppato alcune proiezioni», spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione, «ipotizzando varie ipotesi. Vedremo il dato definitivo. L’importante è che questi bonus fiscali non vengano finanziati togliendo ai contribuenti somme attualmente godute. Come sembra poter avvenire con l’intervento sulla detrazione per coniuge a carico, prevista nel ddl in discussione. Sarebbe una vera beffa».

Tra le varie ipotesi sta prendendo piede anche quella di grattare via qualcosa dalla contribuzione previdenziale. Vale a dire dalla contribuzione dell’impresa (circa il 20% del salario lordo), e da quella del lavoratore (tra il 6 e il 9%). Limandone una parte, si potrebbero far saltare fuori il fantomatico bonus. Ma così si rischia di destabilizzare le entrate degli enti previdenziali (pubblici e privati). Il SuperInps (270 miliardi di budget), continuerebbe ad avere un buco in bilancio (che lo Stato ogni anno ripiana), ma casse ed enti privati potrebbero non risultare più nei conti “sostenibili”. Ridurre i versamenti per destinarli a reddito, del resto, renderebbe un po’ più povero il “montante contributivo” di ogni singolo lavoratore. Un tesoretto che - con l’adozione del sistema contributivo - è la dote pensionistica del singolo.

Ma questa, al momento, è solo un’ipotesi anche se mercoledì scorso il direttore generale dell’Inps, Mauro Nori si è detto «pronto a scendere in campo nell’operazione di aumento delle buste paga». Davanti alla commissione Lavoro della Camera, il manager ha garantito che l’Inps sarebbe «disponibile, se chiamato», ma precisa come la richiesta «non è ancora arrivata». Forse arriverà, forse no.

Di certo per rimpinguare le buste paga si provano un po’ tutte le strade. L’ex ministro Corrado Passera da tempo va proponendo di versare in busta paga ai lavoratori anche il Trattamento di fine rapporto (Tfr o Tfs per gli statali). Un “salario differito” che potrebbe diventare denaro sonante. Anche se oggi le imprese spesso si autofinanzino anche con queste risorse.

di Antonio Castro

CONTINUANO I GUAI DI #RENZI


Fonte liberoquotidiano.it

Non solo Carrai. Matteo Renzi, di amici, a Firenze ne ha avuti tanti. Nobili, altolocati e influenti. Da presidente della Provincia prima e da sindaco poi, l'attuale premier ha spesso incrociato la propria strada con le famiglie patrizie fiorentine più in vista, addirittura coinvolgendole nella vita della sinistra, dai circoli Arci alle case del popolo, dalle giunte dei suoi governi alle grandi iniziative culturali di città e provincia.

Davide Vecchi sul Fatto quotidiano disegna la mappa dei rapporti tra Renzi e i nobili fiorentini, "tra case, vini e donazioni". In principio fu, nel 2004, la marchesa Giovanna Folonari Cornaro, nominata a sorpresa assessore al Turismo e alla Cultura della Provincia di Firenze nella giunta di cui Renzi era presidente. Una scelta discussa e condannata anche dalla Corte dei conti nel 2011: 2 milioni di euro di danno erariale per aver assunto persone non qualificate. Un merito per Renzi la Folonari però l'ha avuto: nel 2004 fu lei a presentarlo al marchese Luigi Malenchini, proprietario dell'abitazione nell'omonima via, una mansarda da 900 euro al mese a 300 metri da Ponte Vecchio, in cui Renzi ha trasferito la sua residenza dal 13 novembre 2009 al 13 marzo 2011 (una tappa del suo itinerare cittadino).

Moglie del marchese Malenchini è Livia Frescobaldi, azionista della Compagnia Frescobaldi Spa, tra le aziende leader internazionali nella produzione di vini di eccellenza. Nel 2008, il Renzi presidente della Provincia organizza il Genio Fiorentino, che tra le sue attività cura la promozione dei vini fiorentini. Spesa: 881mila euro, di cui 141mila dedicati solo all'enologia con eventi e attività incentrati proprio sul Castello di Nipozzano-Marchesi de' Frescobaldi. Su quell'operazione, ricorda il Fatto, ora indaga ancora la Corte dei Conti per presunto danno erariale da 9 milioni di euro. Nel frattempo, tutti i protagonisti citati fin qui si avvicinano al politico Renzi, diventato candidato sindaco. Altra coincidenza: nel 2010 il Comune di Firenze affida alla Frescobaldi la cura della mostra Il Risorgimento della maiolica italiana, sostenuta anche dall'Ente Cassa di Risparmio di Firenze di... Marco Carrai. Nel 2011 la nobildonna viene nominata dal Comune nel Gabinetto scientifico letterario Vieusseux, mentre parallelamente la Frescobaldi versa 250 euro alla Fondazione Big Bang. Quella che cura la raccolta fondi per Renzi candidato alle primarie del Pd.

News: Ecco cosa pensa Berlusconi di : "#Renzi non mantiene le #promesse"


Fonte liberoquotidiano.it

Silvio Berlusconi ha capito l'aria che tira e così mette in guardia Matteo Renzi: "Lo scontro istituzionale in atto sul Senato e i dissapori nel Pd fanno sospettare che Renzi fatichi a mantenere le promesse, e questo potrebbe alimentare le delusioni di tanti e l’antipolitica". Intervenendo telefonicamente con il teatro di Sassuolo, dove il primo cittadino Luca Caselli ha presentato la ricandidatura alle amministrative per il centrodestra, Silvio Berlusconi non nasconde le proprie preoccupazioni per la frammentazione del Partito democratico. Una divisione interna che lievita di ora in ora, tanto da mettere in forse i numeri di Renzi al Senato. "Sulle riforme istituzionali noi ci siamo, ma solo se sono una cosa seria - avverte il leader di Forza Italia - non accetteremo testi blindati".

Cosa fare - Poi Berlusconi riporta al centro del dibattito politico le riforme e di fatto detta l'agenda a Renzi: "Serve una legge elettorale al più presto perché presto potremmo essere chiamati a votare". Ma non basta. Sul tavolo mette anche l'elezione diretta del capo dello Stato e il premierato forte. "Dobbiamo garantire al presidente del Consiglio la facoltà di sostituire i propri ministri", spiega Berlusconi rilanciando una proposta condivisa anche da Renzi. "In Italia oggi non c’è democrazia - continua il leader di Forza Italia - la nostra missione è convincere il 50% dei votanti a premiare il nostro progetto per restituirla al Paese".

L'Europa e #Renzi Tremano agli Euro-scettici


Fonte il Fatto

I dati del ministero dell'interno segnalano un aumento dell'astensionismo rispetto al primo turno di domenica 23 marzo. Marine Le Pen: "Da oggi siamo il terzo grande partito nel Paese". A Parigi vincono i socialisti con Anne Hidalgo, la prima donna a guidare la capitale

 

“Da oggi siamo il terzo grande partito nel Paese”. Marine Le Pen,  leader del Fronte nazionale, esulta per i risultati – ancora parziali – dei ballottaggi alle amministrative francesi, e spiega di avere conquistato sei città e “forse 1.200 consiglieri municipali”. Ma il vero vincitore delle amministrative è l’Ump, che strappa decine e decine di città alla sinistra, ridisegna la cartina dei municipi del Paese e, proprio con il suo presidente Jean-Francois Copé, rivendica di essere da stasera “il primo partito di Francia, come numero di voti e come numero di candidati eletti”. Una sconfitta dura per il partito di Hollande, che per il primo ministro Jean-Marc Ayrault è anche “una sconfitta per il governo” e la responsabilità è “collettiva”. L’esito delle urne, inoltre, è “una punizione severissima da prendere molto sul serio” per la dirigente socialista Segolene Royal. E che ha già prodotto il primo risultato: il ministro delegato all’Economia sociale e solidale, Benoit Hamon, ha dichiarato alla radio Rtl che domani ci sarà un rimpasto di governo. Una decisione che arriva a meno di due mesi dalle elezioni europee di maggio, dato il timore di una nuova batosta per il partito socialista e ad un’affermazione del Front National che, ai temi nazionalisti e anti immigrati, affianca quelli dell’antieuropeismo

Il secondo turno delle amministrative francesi in 6.455 comuni ha registrato una bassa affluenza. L’astensione è stata fortissima, come domenica scorsa, attorno al 38%. Nel secondo turno delle elezioni locali del 2008 alla stessa ora l’affluenza era stata maggiore, registrata al 54,45%.  Alla prima tornata del 23 marzo gli elettori hanno punito il partito socialista del presidente Francois Hollande, segnato un’avanzata della destra tradizionale dell’Ump e una forte affermazione dell’estrema destra del Front National, partito più votato in 18 municipalità. Il voto riguarda complessivamente 36mila municipalità per la scelta dei sindaci e i consiglieri comunali. 

La netta vittoria di Anne Hidalgo, da stasera la prima sindaco donna di Parigi, ai danni dell’agguerrita avversaria Ump Nathalie Kosciusko-Morizet, le conferme a Strasburgo, Lille (con Martine Aubry, e Digione) non cancellano la sconfitta di dimensioni storiche del Partito socialista e dei suoi alleati. La gauche subisce una vera e propria disfatta e deve abbandonare storici bastioni come Roubaix, Angers, La Roche-sur-Yon, Nevers, Quimper, Bastia, addirittura Limoges, che aveva un sindaco di sinistra da oltre un secolo, dal 1912. Il Front National era stato il vincente del primo turno domenica scorsa, il suo grande risultato regge – con la conquista di almeno dieci municipi – ma il volto di Marine Le Pen negli studi delle tv denunciava un pò di delusione: il Front non ha sfondato ad Avignone, dove il mondo della cultura si era sollevato all’ipotesi di una sua vittoria. Non ce l’ha fatta nemmeno a Forbach, in Mosella, dove era in corsa il mediatico vicepresidente Florian Philippot, né a Perpignan, nel sud, dove sperava di vincere Louis Aliot, vicepresidente e compagno della Le Pen. Fra le città perse dai socialisti, Roubaix, Reims, Saint-Etienne, Limoges, Angers e Quimper. Il Front national prende il controllo di diverse città, dieci secondo il conteggio di Liberation: Fréjus, Béziers, il ‘septième secteur’ di Marsiglia, Le Luc, Le Pontet, Beaucaire, Villers-Cotterets, Hayange e Cogolin, oltre a Hénin-Beaumont già ottenuto al primo turno.

Il sindaco uscente di centrodestra Jean-Claude Gaudin conserva il posto di primo cittadino di Marsiglia, con il 42,6% dei voti, oltre 12 punti in più dello sfidante socialista Patrick Mennucci, secondo proiezioni di Csa/Ricoh per BfmTv. Per Gaudin si tratta del quarto mandato consecutivo. Il candidato nazionalista Gilles Simeoni conquista con il 55,8% la poltrona di sindaco di Bastia, seconda città della Corsica, secondo le proiezioni di France 3. Sconfitto il candidato socialista Jean Zuccarelli, figlio del sindaco uscente Emile Zuccarelli.  Nella conferma degli ottimi risultati, il Front National deve incassare la sconfitta dei suoi due vicepresidenti: a Forbach, in Mosella, Florian Philippot ha perso il ballottaggio con il sindaco socialista uscente.

L’esito dei ballottaggi in Francia è solo l’ultima conferma della tendenza che è in atto in molti Paesi dell’Unione. I movimenti della destra euroscettica ed estrema, ma anche quelli della sinistra più radicale, si preparano a raccogliere i voti con cui i cittadini dei 28 Paesi membri più colpiti dalla crisi intendono esprimere la loro protesta verso una politica europea dominata, secondo la percezione popolare, da due sole parole d’ordine: austerità e rigore. E che ha visto il numero dei disoccupati crescere costantemente, specialmente tra i più giovani.


domenica 30 marzo 2014

News: #Grillo distrugge #Renzi in TV lo dice lui #Mentana.


(Fonte liberoquotidiano)

"In tv meglio Grillo che Renzi". Enrico Mentana racconta i due leader che ha ospitato nello spazio di sette giorni nel suo Bersaglio Mobile, in onda il venerdì in seconda serata su La7. Il direttore di Tg La7 analizza in un'intervista al Fatto Quotidiano le capacità mediatiche e comunicative di Beppe e Matteo. E marca le differenze: "Grillo tornava in tv dopo una vita, con lui è stata una finale di Champions. Per Renzi invece Bersaglio Mobile è stata una partita di campionato. Grillo sta all'opposizione, può andare all'attacco. Il premier invece dice cose di cui dovrà rendere conto, nell'azione di governo". Insomma secondo Mentana in tv, al di là del dato politico, Grillo funziona più di Renzi: "Astraendoci da ogni considerazione politica e parlando solo della prestazione tecnica Grillo fa meglio in tv rispetto a Renzi". Infine "Mitraglietta" riconosce a Renzi un alibi per la sua performance sottotono: "E' stanco, veniva da una serie di viaggi senza sosta. Ma il suo stile in tv è unico".

News: #Pd alla frutta , si spacca la sinistra del partito democratico


(Fonte liberoquotidiano.it)

Il Pd è in frantumi. Rischia l'implosione. La minoranza della sinistra dem mal digerisce la leadership di Matteo Renzi e così adesso prova ad andare per conto proprio. Ma i rossi del Nzareno non riescono a restare uniti. Così anche il blocco anti-Renzi guidato da Gianni Cuperlo si frantuma. Una nota dell'ex presidente del Pd certifica la fine della minoranza. Insomma le anime comuniste del Pd si disperderanno in mille correnti che assicurano una battaglia interna contro Renzi ma che con la frantumazione si epongo al rischio dell'estinzione. A far saltare il banco è il decreto sul lavoro.  Le varie anime dell'opposizione interna, dai bersaniani a Pippo Civati, non sono spaccati. Qualcuno, spiega Cuperlo a Repubblica "vuole rinchiudersi dentro fortini a protezione dello status quo. Quando la sinistra si chiude e si divide perde. È un peccato rassegnarsi a correnti piccole, medie o grandi che non comunicano". 

La diaspora - Bersaniani e un po' di lettiani si separano, vanno da un'altra parte, non riconoscono più la leadership dello sfidante di Renzi, si affidano semmai alla guida di Roberto Speranza e Guglielmo Epifani. Ma Cuperlo li attacca, accusandoli di saper fare solo campagne anti-Renzi: "Il congresso è alle spalle. Siamo entrati in un ciclo nuovo". Che non significa schierarsi con il premier. Semmai, dice Cuperlo, evitare di fargli il regalo più grande: un'opposizione frammentata e quindi invisibile. Ma la divisione accompagna de sempre la sinistra e se c'è un cavallo vincente l'obiettivo è sempre lo stesso: azzopparlo. E Renzi lo sa...

NEWS: #RENZI SA DI POTER FALLIRE NON HA I NUMERI AL #SENATO


(Fonte liberoquotidiano.it)

Matteo Renzi rischia grosso. La sua riforma del Senato rischia di trasformarsi in una pesante Caporetto. Solo qualche giorno fa, mentre era in visita in una scuola di Cosenza, il premier aveva detto: "Se non passa la riforma di palazzo Madama smetto di fare politica". Un'affermazione forte che potrebbe presto rivelarsi fatale. Dopo le parole chiare di Pietro Grasso che non accetta la chiusura definitiva del Senato, il premier rincara la dose e annuncia per lunedì un ddl in Consiglio dei Ministri.

La guerriglia di Forza Italia - La guerra è solo all'inizio. Contrari alla riforma del Senato sono diversi senatori del Pd, soprattutto quelli della sinistra cupoerliana e berasaniana, ma anche buona parte di Forza Italia che chiede un Senato elettivo. E dare l'idea della tensione che comincia ad avvolgere il premier sono le parole di Augusto Minzolini che in una delle ultime riunioni con gli altri senatori avrebbe detto: "La Riforma del Senato di Renzi è una c... pazzesca". Poi ha rincarato la dose, come racconta il Giornale: "I numeri per approvare la riforma di Renzi non ci sono. Serve la maggioranza qualificata, i due terzi del Senato e basta vedere come è finito il voto sul decreto delle Province, soltanto 160 sì per capire che la strada per Renzi è tutta in salita". Insomma a preoccupare il premier sono proprio i numeri.

L'avvertimento - E lo stesso Pietro Grasso, fedayn di palazzo Madama, intervistato a In Mezz'Ora da Lucia Annunziata afferma: "Voglio aiutare Renzi a non incontrare quegli ostacoli che potrebbero esserci se riforme non sono appoggiate dal numero dei senatori" perché, se così rimangono le cose, "i numeri non ci saranno". Un avvertimento chiaro che fa capire come sul Senato la maggioranza possa esplodere portandosi via anche il premier di Pontassieve. Renzi sul Senato, come sul bonus in busta paga e sull'Italicum si gioca la faccia. Le promesse prima o poi possono trasformarsi in un boomerang che rischia di tornare indietro e travolgere Matteo e tutto il suo governo .

Video: Strage sulla Palermo-Messina: le immagini della tragedia


Quattro persone sono morte in un incidente stradale avvenuto all'interno di una galleria dell'autostrada A20 Palermo-Messina, tra Castebuono e Cefalù. Le vittime sono l'autista di un autocompattore, e altre tre persone, tra cui una bambina e i suoi due genitori. Una famiglia è stata completamente distrutta. Oltre alla piccola e ai due genitori, morti nell'impatto, è rimasto gravemente ferito anche il fratellino che è stato trasferito d'urgenza all'ospedale Civico di Palermo in elisoccorso. Altri due anziani sono ricoverati in gravissime condizioni all'ospedale di Cefalù. L'incidente è avvenuto all'interno della galleria «Battaglia», tra Castelbuono e Cefalù, al chilometro 166. Secondo una prima ricostruzione l'autista dell'autocompattatore ha perso il controllo del mezzo all'interno della galleria, ostruendo la carreggiata. Due auto non sono riuscite ad evitare l'impatto e sono finite contro il mezzo della nettezza urbana. Nel frattempo sopraggiungeva un pullman che si è schiantato a sua volta contro le auto e l'autocompattatore. All'interno della galleria stanno operando in questo momento gli agenti della polizia stradale, carabinieri, vigili del fuoco e operatori del 118. 

 

(Fonte Gds.it)

GAME OVER: Santanchè


(Fonte liberoquotidiano.it)

Tempi cupi, per Silvio Berlusconi, sul quale incombe il verdetto dei giudici: si decide della sua libertà. Servizi sociali o arresti domiciliari? Comunque vada, per il Cav, sarà una decisione difficilissima da accettare. Ma a turbare i pensieri del leader di Forza Italia non c'è soltanto l'assedio togato, a cui volente o nolente dopo un ventennio ci ha fatto il callo, ma anche - e forse soprattutto - ci sono le beghe interne al suo partito. La guerriglia sulle liste per le Europee ha lasciato il segno, come è grande la delusione per la freddissima accoglienza riservata da parte del partito a Giovanni Toti, il suo nuovo pupillo nonché teorico delfino.

Nomine - In un contesto azzurro burrascoso, non sfugge la peculiare parabala di Daniela Santanchè, che nel giro di dodici mesi malcontati è passata dall'essere la consigliera più fidata del Cavaliere fino alla sostanziale estromissione da quello che la sintesi giornalistica definisce il "cerchio magico" di Berlusconi. La pitonessa, infatti, nel neo-nominato Ufficio di presidenza di Forza Italia, è stata relegata nella seconda fascia, quella degli uditori senza diritto di voto. Non granchè. Ma perché? Le ragioni sono molteplici, e vanno dalle resistenze contro Toti, a un attivismo non sempre gradito dal Cavaliere e fino all'iniziativa della raccolta firme per far candidare il leader, iniziativa che ha lasciato perplesso il leader stesso.

Pecunia - C'è poi un altro motivo che avrebbe fatto calare sensibilmente le "quotazioni" della pitonessa nel personalissimo borsino dell'uomo di Arcore. Di questa ragione ce ne da conto Marcello Sorgi su La Stampa, secondo il quale la Santanchè sarebbe finita "in cima alla lista delle delusioni" per "un motivo molto pratico": alla pitonessa era stata affidata la raccolta fondi di Forza Italia, che però negli ultimi sei mesi, complici gli altri fronti interni e i problemi di un partito ancora in cerca di identità, è andata a rilento. Il punto è che ora, con la (quasi) abolizione del finanziamento pubblico, gli azzurri hanno bisogno di soldi, e questi soldi, per ora, la Santanchè non li ha ancora trovati. Il partito, da anni, campa anche grazie maxi-assegni staccati da Berlusconi, che però - dopo, tra le altre, la sentenza sul lodo Mondadori - oggi di staccare un maxi-assegno non ha affatto voglia. Ne segue che la stella della pitonessa si è ofuscata...

 Qui Potete vedere il Video della Santanchè

PATTI VIOLATI UN NUOVO INCONTRO : TRA #BERLUSCONI E #RENZI


Fonte liberoquotidiano

Tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi cala il gelo. Da un pò di tempo l'asse Cav-rottamatore rischia di saltare. I motivi sono chiari: le riforme promesse da Renzi su legge elettorale e sul Senato non coincidono con quanto deciso nel vertice del Nazareno lo scorso febbraio. Forza Italia senza usare giri di parole parla di "patti violati" da parte di Renzi. E così il capogruppo al Senato, Paolo Romani lancia l'idea di un nuovo incontro Renzi-Silvio per decidere le nuove mosse e soprattutto per richiamare all'ordine il rottamatore. "Invertire Italicum e ddl sul bicameralismo non era nei patti. Penso che ci potrebbe essere un altro incontro tra Renzi e Berlusconi", ha affermato Romani in un'intervista a Repubblica. Matteo Renzi dopo l'incontro al Nazareno col Cav è stato letteralmente fucilato a sinistra salvo poi avere il semaforo verde per andare a palazzo Chigi.

Un nuovo incontro - Un secondo incontro potrebbe scatenare una guerra interna al Pd che minerebbe abbastanza anche la tenuta dell'esecutivo. Ma Renzi non ha scelta. Le riforme vanno fatte col Cav. Il nodo da sciogliere riguarda la riforma del Senato. "Abbiamo riunito alcuni dei nostri senatori ed elaborato una proposta, che completeremo entro martedì. Il principale problema che abbiamo identificato riguarda l'elezione del Senato", spiega Romani. "Nel gruppo è emersa, a larga maggioranza, la volontà che sia diretta, a suffragio universale e con metodo proporzionale. Ogni Regione che va al voto per i consigli, vota anche i suoi rappresentanti per il Senato".

Le condizioni - Il Senato, prosegue Romani, "avrà alcune competenze esclusive: i ddl sulla perequazione delle risorse finanziarie e la legislazione concorrente residua. Quanto alle competenze collettive con la Camera, immaginiamo la revisione della Costituzione, la ratifica dei trattati internazionali, la legge elettorale, l'approvazione dei bilanci dello Stato. Può riguardare anche la legge di stabilità". Tuttavia "la fiducia la vota solo la Camera". Insomma se Renzi non dovesse accettare un nuovo vertice con Silvio, o se dovesse andare avanti nelle riforme senza tenere in considerazione le proposte di Berlusconi il governo rischia di arrivare al capolinea ben prima del 2018.

L'avvertimento di Toti - Intanto Giovanni Toti avvisa Renzi: "Aspettiamo di vedere il testo di Renzi, ci siamo impegnati a fare tre riforme: legge elettorale, Senato e Titolo V e continuiamo a essere convinti che queste siano le riforme che servono al Paese. Non accetteremo un testo a scatola chiusa ovviamente. Sulle riforme non abbiamo nulla da imparare da Renzi, le abbiamo chieste prima di lui e fatte prima di lui. Siamo pronti a continuare a collaborare per le riforme su cui si è impegnato il presidente Berlusconi, ma non su un testo preconfezionato dalla direzione del Pd", continua, "Renzi mi sembra abbia preso il vizio della democrazia sovietica o post sovietica di decidere nella direzione del suo partito di dire cosa deve fare il cdm dopo aver dato le indicazioni in una sede di partito e di portare i testi alle Camere 'prendere-o-lasciarè: su questo non ci staremo mai".

sabato 29 marzo 2014

News: #Berlusconi il Ritorno del Figliol Prodigo #Alfano!!


(Fonte liberoquotidiano.it)

Il consigliere politico di Silvio Berlusconi, il delfino Giovanni Toti, ha un filo diretto con Angelino Alfano. I due si stimano, si parlano, le telefonate sarebbero quotidiane. E proprio l'ex direttore Mediaset potrebbe essere l'uomo chiave per un riavvicinamento tra Silvio e Angelino. Ieri, venerdì 28 febbraio, in una lettera inviata a Francesco Storace in occasione della riunione del comitato centrale della Destra, il Cavaliere ha lanciato il suo appello all'unità, "senza rinunciare alle nostre specificità ma in nome di quel che ci accomuna". L'appello, si sono chiesti i più, potrebbe essere esteso anche al leader di Nuovo centrodestra? La domanda è stata girata a Toti in persona, che ha risposto, più che possibilista: "La strada è quella di unire i moderati quando sarà il momento". Su Alfano, aggiunge: "In questo momento sono loro che si sono tirati fuori dall'asse dei moderati appoggiando un governo di centrosinistra". Eppure, continua il consigliere del Cav, "provenendo dallo stesso partito e facendo parte dello stesso gruppo europeo non sarà difficile, non solo con Alfano, ma anche con la Lega e i cattolici" trovare un'intesa. 

Aperture - Parole, quelle di Toti, che assomigliano a un'effettiva apertura. L'ex direttore insiste su un concetto: "Quando sarà il momento". E quando sarà? Di sicuro non alle prossime elezioni Europee, più che altro per un problema "tecnico": si vota con il proporzionale, niente coalizioni, dunque l'alleanza servirebbe a poco (e, per giunta, costringerebbe Ncd e Forza Italia a trovare la sintesi in un simbolo comune). Ma il "momento" potrebbe arrivare in contemporanea alle Europee, alle amministrative: a fine maggio si andrà al voto in 4.096 comuni, e Alfano e Berlusconi potrebbero allearsi pressoché ovunque. Il riavvicinamento, dunque, è in atto. Un ruolo di rilievo lo ha anche Pier Ferdinando Casini, il cui atteggiamento ondivago (prima il riavvicinamento a Forza Italia, poi l'incontro segreto - ma non troppo - con Alfano e le voci su una possibile intesa) dimostra come i rapporti tra i due leader, Silvio e Angelino, stiano riprendendo piede. Segnali chiari sono arrivati anche da Renato Schifani, elemento di spicco di Ncd: "No al partito unico, ma siamo nel centrodestra e credo che per battere il centrosinistra dovremo allearci con Forza Italia". Un concetto, quello del "partito inclusivo", che Berlusconi in persona, prima della lettera a Storace, avrebbe ripetuto ai suoi, sia alla delegazione di Forza Italia delle Marche, sia all'Ufficio di presidenza a Palazzo Grazioli.

Trattative - Il fatto che tra il Cavaliere e l'ex delfino Alfano sia in corso un trattativa, la conferma alle voci secondo le quali le tensioni potrebbero essere superate, arriva anche da Il Giornale, che scrive di una "corposa fronda" che, all'interno di Forza Italia, sarebbe al lavoro per il ricongiungimento. A spingere per la "pax" sarebbe un gruppo di big che ricoprono ruoli chiave sia in Parlamento sia in Europa. Tra gli argomenti utilizzati dai mediatori, l'appello al "superiore interesse" del Ppe, quel Partito popolare europeo che, chissà, potrebbe anche spendere una buona parola per il Cavaliere alla Corte di Strasburgo, in attesa che si esprima sui suoi ricorsi dopo la condanna nel processo Mediaset. La trattativa è in corso. Una nuova intesa tra Berlusconi e Alfano, magari con il contributo di Casini e, perché no, quello di Storace, potrebbe dare una spinta decisiva al centrodestra, che superando la frammentazione avrebbe tutte le carte in regola per puntare in alto.

di Andrea Tempestini@antempestini

 

L’Italia avrà gli #F35 anche a costo di dissanguare le casse pubbliche.


(Fonte la Notizia)

di Angelo Perfetti

È andata nella tana del lupo. In un certo senso sapeva di avere puntati contro tutti i missili di cui l’Aeronautica dispone, viste le discussioni di questi ultimi tempi sulla necessità di ridurre le spese militari, le polemiche sugli F-35 e quell’improvvida uscita televisiva dove ragionava su quanto fosse oggi importante la stessa Aeronautica militare. La voce del ministro Roberta Pinotti, invitata alla festa dell’arma, era attesa come una sentenza; ma alla fine i militari hanno tirato un sospiro di sollievo: Dell’aeronautica militare – ha detto Pinotti – oggi si parla per via di un certo sistema d’arma, ma io vi dico state sereni perché il governo, e lo ha detto Renzi anche al presidente Obama, quando parla delle forze armate e della necessità che l’Italia continui a svolgere nel mondo il ruolo che ha svolto non può fare nessun passo indietro”.

I cacciabombardieri
Riguardo specificamente alle polemiche sul programma di acquisto degli F35, il ministro della Difesa ha sottolineato la necessità di “coinvolgere l’opinione pubblica perché si capisca come una forza armata bilanciata possa rispondere al meglio alle esigenze di sicurezza”: “No a un sistema d’arma o a un aereo che diventa cattivo”, ha detto il ministro. Virata di 180 gradi rispetto alle dichiarazioni di qualche settimana fa e ai discorsi sulla spending review. Evidentemente l’azimut del governo è stato rivisto secondo le indicazioni del presidente degli Stati Uniti, che è stato chiaro: se l’Italia si dimostra affidabile (cioè mantiene gli impegni, cioè resta protagonista nelle missioni internazionale e conferma gli ordini alla Lockheed Martin) potrebbe aspirare al vertice della Nato. A fare da eco alle parole del ministro ci ha pensato il capogruppo Pd alla Camera, Roberto Speranza: “L’Italia non può permettersi di non avere un sistema di sicurezza efficace. Gli F-35 non sono inutili”. Sortita che ha mostrato ancora una volta le lacerazioni interne al Pd: “Basta una visita di Obama in Italia per farci cambiare opinione sugli F35? – si chiede il deputato del Pd Edoardo Patriarca, componente della Commissione Affari Sociali -. Avevamo capito che il ministro Pinotti avesse altre intenzioni”.

Le critiche
“Il tempo delle giravolte è giunto al termine. All’ordine del generale Obama tutto il Pd scatta sull’attenti. L’Italia avrà gli F-35 anche a costo di dissanguare le casse pubbliche tagliando scuola, sanità e pensioni. Una scelta di guerra contro il popolo italiano”. Lo affermano i deputati della Commissione Difesa alla Camera del Movimento 5 Stelle. Che a proposito delle dichiarazioni del presidente dei deputati Pd Speranza, che ha definito “non inutili gli F35”, ironizzano: “Inutile è il Pd che chiede in campagna elettorale voti contro gli F35 per poi fare esattamente l’opposto”. “Nell’annunciare la presentazione di una nostra relazione a conclusione dell’indagine conoscitiva sui sistemi d’arma – concludono – sfidiamo i deputati del Pd a fare, per una volta, la cosa giusta, e ad unirsi a noi nel richiedere la cancellazione definitiva del programma F35”.

 

NON FARTI FREGARE!!!! MAX #CONDIVISIONE


(Fonte liberoquotidiano.it)

Dal prossimo giugno, quando cliccheremo per fare un acquisto su internet, potremo farlo con maggiore tranquillità: truffe, inganni e costi aggiuntivi avranno vita più dura. Questo grazie alla direttiva europea denominata “consumer rights”, recepita dal decreto legislativo numero 21 dello scorso febbraio, che scatterà dal primo di giugno. Una legge che tutela i consumatori sugli acquisti fatti al di fuori dei locali commerciali, ovvero per tutto quello che si compra non in negozio: on line, ma anche al telefono o in tv. (...)

Su Libero di sabato 29 marzo, Gianluca Roselli ci spiega quali sono le nuove regole anti-fregatura per fare shopping sul web e in tv. E' stata infatti recepita la direttiva europea: il diritto di recesso viene aumentato di 14 giorni, e se il venditore non lo dichiara sale fino a un anno. Inoltre, l'eventuale rimborso deve arrivare entro due settimane.

Leggi l'approfondimento di Gianluca Roselli su Libero di sabato 29 marzo

 

NEWS: OCCHIO AL RICALCOLO DELLE PENSIONI GUARDA I NUMERI.


Fonte liberoquotidiano.it

Sedici milioni di pensionati italiani tremano. Come scrive Libero in edicola oggi, venerdì 28 marzo, il governo starebbe pensando a un ricalcolo degli assegni, con tagli fino al 34 per cento. Il direttore generale dell'Inps Mauro Nori, in audizione alla Commissione Lavoro della Camera, lo ha confermato: "Far passare al contributivo i vecchi assegni è possibile". Risultato: chi riceve 1.800 euro si potrebbe veder ridotta la pensione a 1.300 euro. 

 

Leggi l'approfondimento di Antonio Castro
su Libero in edicola oggi, venerdì 28 marzo


Lo squilibrio - L'obiettivo dell'esecutivo e dell'Inps è quello di riequilibrare gli squilibri tra sistema retributivo (pre-riforma Fornero) e contributivo. Si tratta di ricostruire la carriera previdenziale di milioni di italiani, anche se per gli ex dipendenti pubblici manca una banca dati vera e propria. Di sicuro, il confronto tra quanto versato e quanto incassato da chi è andato in pensione di anzianità tra 2008 e 2012 (lo studio è degli esperti Fabrizio e Stefano Patriarca su lavoce.info) parla chiaro. In sostanza, i contributi versati coprono solo in parte la pensione erogata dall'Inps, con punte di squilibrio fino al 34%: in altre parole, chi oggi incassa una pensione oltre i 3.000 euro è come se ricevesse un terzo dell'assegno "regalato", senza copertura economica. Un guaio.

Chi prende più di quanto versato - Più sale di assegno, più quel differenziale cresce. Per esempio, chi percepisce fino a 499 euro, ha versato in realtà 381 euro: 44 euro "in più" nell'assegno. Fino a 749 euro, invece, si sono versati contributi per 564 euro ottenendone in cambio 660 euro: uno squilibrio di 96 euro. Che sale a 156 euro nel caso di chi percepisce fino a 999 euro avendo versato contributi reali per 734 euro. Sono 238 gli euro "regalati" per chi riceve una pensione fino a 1.249 euro avendo versato 900 euro. E' del 23,6%, pari a 324 euro, lo squilibrio per le pensioni fino a 1.499 euro: 1.053 euro di contributi contro 1.377 euro di pensione retributiva erogata. Come detto, lo squilibrio sale di pari passo con l'ingrassare dell'assegno. Fino ai 1.749 euro, si sono versati contributi per 1.205 euro ricevendo in cambio 1.621 euro, 416 euro in più. Fino a 1.999 euro, a fronte di 1.363 euro di contributi, si percepiscono 508 euro in più. Che salgono a 599 nel caso delle pensioni fino a 2.249 euro (con 1.520 euro di contributi). Per le pensioni fino a 2.499 euro, invece, a fronte di 1.680 euro di contributi si incassano 691 euro in più. I più fortunati, come detto, sono coloro che percepiscono pensioni fino a 2.999 euro e gli oltre 3.000: rispettivamente, 834 e addirittura 1.414 euro "regalati". Un lusso che governo e Inps non vogliono più concedere.