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venerdì 28 febbraio 2014

Video: NoTav, corteo in solidarietà agli imputati. Scontri con polizia al cantiere di Chiomonte




(Fonte il Fatto)

Sono 53 gli imputati del maxi processo No Tav che dopo aver lasciato l’aula bunker delle Vallette, si sono spostati a Giaglione dove insieme ad altre centinaia di attivisti hanno marciato verso le reti. Le forze dell’ordine disposte subito dopo il ponte della Clarea hanno bloccato la marcia fino ad allora pacifica e dopo qualche provocazione da parte dei manifestanti hanno caricato il corteo. Ma la tensione era già alta al mattino nell’aula bunker delle Vallette dove è stato letto un comunicato da parte degli imputati “che ufficializzava l’abbandono dell’aula, per denunciare un processo che procede a ritmo serrato in un clima assolutamente fuorviante e criminalizzante”. Così mentre due imputati chiedevano la revoca degli avvocati difensori, in mezzo ai cori scanditi dagli imputati e dal pubblico, i No Tav hanno abbandonato l’aula  di Simone Bauducco

 

 

News: Fiom, uova e tensione al congresso nel bergamasco. Ferito segretario Cgil

(Fonte il Fatto)


Durante l'appuntamento ad Albino il dirigente Luigi Bresciani è stato colpito al labbro da un uovo lanciato da un appartenente dell'organizzazione dei metalmeccanici. Alcuni presenti sono venuti alle mani ed è stato necessario l'intervento delle forze dell'ordine

Tensione alta al congresso del sindacato Fiom in provincia di Bergamo. Il segretario della Cgil di Bergamo, Luigi Bresciani, è rimasto ferito al labbro dopo essere stato colpito da un uovo lanciato da un delegato durante il congresso della Fiom Cgil in corso ad Albino.

Bresciani è stato colpito in pieno volto dall’uovo ed è rimasto ferito al labbro che ha cominciato a sanguinargli. Il delegato che ha lanciato l’uovo è stato insultato. E a quel punto è scoppiata una rissa tra alcuni presenti. Bresciani è rimasto comunque lasciato la sala, e poco dopo ha tenuto il suo intervento. Anche all’esterno del congresso la tensione è rimasta alta ed è stato necessario l’intervento delle forze dell’ordine.

Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, condanna duramente l’episodio: “La Cgil Lombardia e la Camera del Lavoro di Bergamo – sottolinea un comunicato – esprimono la loro più profonda preoccupazione per il crescendo, che rischia di diventare incontrollabile e di offuscare il valore democratico del confronto e del dibattito congressuale in corso, di episodi di vera e propria provocazione che vanno isolati, colpiti, banditi dalla vita della Cgil”.

Secondo il sindacato, infatti, nelle ultime settimane ci sono stati precedenti che hanno alimentato “un clima di odio e di intolleranza nel dibattito interno, con punte di violenza inaudita, verbale e non solo, completamente estranea alla storia e ai valori della Cgil”. “E’ intollerabile – conclude la Cgil – che si continui ad inquinare il nostro confronto congressuale con sospetti e accuse di ‘comportamenti antidemocratici o addirittura di ipotetici brogli”.

 

News; Vitalizi d’oro per la casta del Trentino Alto Adige, esplode la #rabbia

(Fonte il Fatto)

La pubblicazione delle liste con nomi e importi ha scatenato un'ondata di risentimento popolare. Ora la politica cerca un rimedio per ridurre il fiume di denaro pronto a entrare nelle tasche dei consiglieri regionali. M5S: “Basta con le leggi fatte a proprio uso e consumo”

La pubblicazione della lista con i vitalizi d’oro per i consiglieri regionali del Trentino Alto Adige ha provocato una vera e propria valanga all’ombra delle Dolomiti.

Mentre i partiti sono in subbuglio, con la base che contesta i propri ricchi rappresentanti, la petizione per la “riduzione di stipendi e pensioni ai politici altoatesini” su avaaz.org ha già collezionato 5000 firme.

Una bella grana per i presidenti delle due province autonome, Arno Kompatscher e Ugo Rossi che stanno cercando la via d’uscita per sedare un’indignazione popolare s’ingrossa giorno dopo giorno. “Le cifre diffuse provocano disagio”, ammette il presidente del Trentino scorrendo l’elenco delle generose liquidazioni concesse ai consiglieri (in carica ed ex) della regione a statuto speciale. E le cifre sono da capogiro: 90 milioni di euro per 130 rappresentanti premiati dalla sola anzianità e senza nessun criterio di merito: chi ha collezionato maggiori presenze prende di più arrivando a intascare fino a un milione e mezzo di euro. Un fiume di denaro che ha poco a vedere con le presenze in aula e l’attività politica dei singoli consiglieri, alcuni dei quali non hanno presentato nemmeno un’interrogazione. E così la rabbia popolare è pronta a confluire in una manifestazione davanti al Consiglio provinciale altoatesino in occasione della sua prima sessione di marzo, “per gridare vergogna, vergogna, vergogna, assieme ai cittadini che hanno perso il lavoro”, come dice Maurizio Albrigo della Cisl.

Gli unici che gongolano sono i grillini, protagonisti, in un’inedita alleanza con i giornali locali, della lotta per rendere pubblici nomi e somme. Una battaglia che, grazie a due interrogazioni in consiglio e una serie di articoli sulla stampa, ha spazzato via le resistenze dei palazzi che si trinceravano dietro la protezione della privacy. “Ma è una vittoria amara”, puntualizza il consigliere del Movimento 5 Stelle Paul Köllensperger che annuncia la fase due: “Restituire questo fiume di denaro pubblico ai cittadini e farla finita con le leggi fatte dalla casta solo a proprio uso e consumo”.

Il risultato è che ora tutti i partiti, nessuno escluso, fanno a gara a prendere le distanze da una normativa votata da loro stessi nel settembre 2012 e che, paradossalmente, aveva come scopo di tenere sotto controllo la spesa pubblica. Una delle poche voci fuori dal coro è quella di Mauro Minniti, consigliere provinciale per quattro legislature che si porterà a casa un tesoretto da più di un milione e 300mila euro: “Me li sono guadagnati”, dice al Corriere dell’Alto Adige e derubrica la proposta del Movimento 5 Stelle di destinare quel pentolone d’oro a un fondo per il microcredito come una ragazzata. Ma soprattutto non ci sta a essere giudicato “un parassita” perché chi stava nelle istituzioni per tanti anni “un tempo era visto come una persona rispettabile”.

Ma, con buona pace di Minniti, ora in Giunta regionale si cerca di correre ai ripari cercando di verificare se esistono strumenti normativi in grado di ridurre quanto liquidato. Si stanno valutando anche “leggi retroattive”, come annunciano i due presidenti provinciali Kompatscher e Rossi che, pur avendo ereditato la grana dal precedente governo regionale, sono finiti nella buriana dello sdegno dei loro cittadini. Ammesso però che costituzionalmente si possa fare perché si tratterebbe di una legge retroattiva e già Pierluigi Angeli, presidente dell’associazione che riunisce gli ex consiglieri ha già minacciato ricorsi alla Consulta.

Comunque sia la Südtiroler Volkspartei annuncia una legge entro un mese e il neo-presidente regionale, il trentino Rossi, promette che il caso verrà trattato alla prima riunione del parlamentino del Nord incassando il via libera anche dai partiti di opposizione.

Tutti consapevoli che anche nel territorio più settentrionale dello Stivale la misura è colma e i cittadini sono stufi di vedere la casta arricchirsi con i soldi della politica. La sintesi l’ha fatta il sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli: “E’ una vera schifezza”.

di Lorenzo Galeazzi ed Emiliano Liuzzi

 

News: Via al nuovo Salva Roma, aumenta Tasi Sottosegretari e vice: le nomine sono 44

(Fonte il Fatto)

Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera alla scelta della squadra dell'esecutivo che avrà in tutto 62 membri. All'ordine del giorno anche la discussione sugli enti locali: approvato il nuovo decreto Salva Roma e abolita la web tax

 

Ritardi, discussioni e vertici notturni. L’esecutivo di Matteo Renzi ha finalmente la sua squadra completa. Il Consiglio dei ministri ha approvato la nomina di 44 tra sottosegretari e viceministri. La spartizione manuale Cencelli alla mano ha avuto luogo e tra i nomi ci sono anche alcune nomine che certo non faranno dispiacere a Silvio Berlusconi. C’è Cosimo Ferri (confermato), magistrato prodigio più volte ritrovato in diverse intercettazioni telefoniche da P3 a Agcom-Annozero (senza mai essere indagato) e commissario della Figc che scelse le dimissioni dopo Calciopoli. Ma anche Enrico Costa, pasdaran di Berlusconi (ora fedelissimo di Alfano) già primo firmatario nel 2012 di un emendamento che prevedeva la drastica limitazione della divulgazione delle intercettazioni. Di lui si ricorda anche il volta faccia sulla legge Severino, prima entusiasta e poi sbottò: “E’ una legge contro Berlusconi”.  Alle Telecomunicazioni, l’altro settore da sempre nel cuore del Cavaliere, va come viceministro Antonello Giacomelli (areadem). Cosa che dovrebbe risolvere il possibile conflitto del ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, in buoni rapporti con Berlusconi. 

Nelle altre posizioni chiave, da segnalare il liberal Pd Morando come viceministro dell’Economia, mentre la new entry Ivan Scalfarotto è sottosegretario alle riforme. Sottosegretari alla presidenza del Consiglio il renziano Luca Lotti e Marco Minniti, anche lui Pd, a cui è stata confermata la delega ai servizi segreti. 

L’incontro è cominciato con un’ora di ritardo forse a causa di un vertice tra il Presidente del Consiglio e Angelino Alfano, anche se gli interessati hanno smentito sia mai avvenuto. All’ordine del giorno dell’incontro, c’erano anche un decreto e un ddl che recepiscono le norme del Salva Roma bis (approvato) e 16 decreti legislativi che attuano alcune direttive Ue. Il Governo Renzi avrà in tutto 62 membri: oltre ai 16 ministri ci saranno 35 sottosegretari (invece dei 47 del vecchio governo) e 9 viceministri (invece di 10). A comunicarlo è stato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio. Dopo la fiducia all’esecutivo del nuovo premier a inizio settimana, si aspettava da alcuni giorni l’approvazione della lista che, manuale Cencelli alla mano, avrebbe dovuto accontentare tutte le parti del governo delle larghe intese. Per tre volte il consiglio dei ministri è stato rinviato. Prima da martedì a mercoledì (dopo la visita di Renzi a Treviso) e poi a giovedì, e infine a venerdì mattina. Chi ha deciso subito di tirarsi fuori dalle dispute di spartizione posti è il deputato della minoranza Pd Giuseppe Civati che su Facebook ha scritto: “Prima che escano le liste con le nomine dei sottosegretari, ci teniamo a precisare che abbiamo scelto di non partecipare al solito walzer delle correnti e non abbiamo avuto alcun contatto con il Governo”. 

Lascia il ministero delle Infrastrutture e Trasporti Erasmo D’Angelis, dove era stato nominato sottosegretario da Enrico Letta. A quanto si apprende da fonti ministeriali, a D’Angelis è stato affidato il ruolo di capo segreteria di Matteo Renzi a palazzo Chigi.

 

News: Un troll pentito spiega come la Casta paga i provocatori online




Abbiamo un software che ci consente di monitorare le discussioni a cui partecipiamo e quando c’è una notifica abbiamo poco tempo per rispondere. Se lasciamo “andare” o ritardiamo, ci viene scalato dal compenso.Quanto guadagni per fare questa attività?Beh, dipende. Se sono efficiente anche 4-5mila euro al mese.Sono un sacco di soldi.Sì, ma è una vita tremenda. Devi leggere decine di blog, forum, account facebook, tweet. Giorno e notte. Alcuni di noi non reggono, dopo un po’ i loro nick “spariscono”, non c’è modo di sapere che fine abbiano fatto. Chi vi paga? Un grosso gruppo economico legato trasversalmente a tutti i partiti. Ma non posso dire altro.Ce ne sono molti come te? Siamo un centinaio in tutta Italia, ma siamo divisi per competenze.Nel senso che tu, per esempio, provochi e insulti solo specifici bersagli? No, nel senso che ci sono provocatori e contro-provocatori. Ti faccio un esempio. Metti che tu sia il portavoce di un partito X. Scrivi un post e io arrivo a ridicolizzarti. Ovviamente ne nasce una discussione nella quale chi è contro di te in maniera “naturale”, prende coraggio e viene allo scoperto. Aspetta.Lo smartphone ha una luce blu che lampeggia, vuol dire che c’è una notifica. Prende, legge velocemente e con uguale velocità posta una qualche risposta, chissà in quale post o in quale discussione.Una sorta di “effetto domino”.Esatto. Ovviamente ci sono quelli che sono a favore del Partito X e che ti difendono. Poi, non so se l’hai mai notato, salta fuori qualcuno che difende il Partito X, ma lo fa in modo idiota e scomposto, con una marea di punti di sospensione, maiuscole, punti esclamativi e via dicendo…Sì, che tu pensi: “Ma allora sono tutti idioti”.Perfetto. Quelli sono sempre nostri colleghi. Semplicemente agiscono con una psicologia inversa. Il loro scopo è proprio quello di far sembrare i tuoi sostenitori degli imbecilli.

Così come io faccio da “stura” a quelli che sono contro di te in maniera “genuina”, diciamo, allo stesso modo loro fanno da stura ai tuoi estremisti, e globalmente ne vieni fuori screditato. Basta un provocatore come me e un contro-provocatore che fanno finta di litigare, per sputtanarti una discussione o un post.Questa è troppo grossa, non posso crederci.Sei libero di non crederci. Comunque loro prendono molto di più di noi. Sono veri professionisti, copywriter di altissimo livello. Se ci pensi, hanno creato un linguaggio.Ma tu, politicamente, come hai votato?Ho votato contro la Ka$ta. Ma il lavoro è lavoro. Ci sono le cose da pagare, ho moglie e figli. Quei soldi mi fanno comodo.Cosa facevi prima?Correggevo bozze in una casa editrice. Ora le bozze le fanno correggere nei paesi dell’Est, sottocosto. Cosa dovrei fare?

Ci salutiamo, insiste per pagare lui il conto. Mette nella borsa il tablet e si incammina, guardando lo smartphone e continuando a digitare.

Fonte: ilfattoitaliano.it

LA SUPERBALLA DELLA RENZIENOMICS – IL RIMBORSO DEI DEBITI


(Fonte Dagospia)


Servirebbe un'emissione monstre di obbligazioni sul mercato. Lo Stato non ha mai riconosciuto ufficialmente tutti quei debiti, e farlo ora ci costerebbe tre punti di Pil sul debito pubblico. E il governo dovrebbe poi rimborsare entro 18 mesi la Cdp: come fare una finanziaria da 60 miliardi...

MATTEO RENZI ROBERTO GIACHETTI FOTO LAPRESSE 
MATTEO RENZI ROBERTO GIACHETTI FOTO LAPRESSE

Superbonus per Dagospia

Matteo Renzi ha deciso di autodistruggersi in pochissimo tempo. Dopo aver fatto promesse per 100 miliardi di euro al Senato, ieri ha sparato la superballa di 60 miliardi di debiti della Pubblica amministrazione pagabili dalla Cassa depositi e Prestiti in 15 giorni. Una favoletta che cozza contro almeno tre elementi di fatto:

Primo: la Cdp non ha 65 miliardi liquidi per saldare in due settimane tutti quei debiti. Per farlo dovrebbe indebitarsi per una cifra equivalente sul mercato, con una emissione "monstre" di obbligazioni. Le agenzie internazionali di rating passerebbero al setaccio l'operazione e rischierebbe un downgrading immediato.

MATTEO RENZI CON MOGLIE E BAMBINI SULLO SFONDO LUCA LOTTI 
MATTEO RENZI CON MOGLIE E BAMBINI SULLO SFONDO LUCA LOTTI

Secondo: la Cassa dovrebbe comprare crediti dai creditori della Pubblica amministrazione, ma questa dovrebbe prima riconoscere ufficialmente tutti i propri debiti. E dei 60 miliardi annunciati da Renzi, almeno 40 non sono mai stati contabilizzati all'interno del debito statale. Riconoscere immediatamente tali crediti farebbe aumentare automaticamente il debito pubblico di 3 punti di Pil. Anche ammesso che si possa fare rapidamente, ce lo possiamo permettere?

ANTONIO RIZZO 
ANTONIO RIZZO

Terzo: ammesso che i primi due punti siano risolti positivamente e la Cdp rimborsi i fornitori della Pa, il governo dovrebbe ripagare la Cassa depositi e prestiti entro 18 mesi, altrimenti (per le regole europee) i 60 miliardi verrebbero contabilizzati come debito pubblico e non come spesa corrente. Il che vuol dire che Renzi ha annunciato una manovra da 60 miliardi entro il prossimo anno, senza neppure rendersene conto.

Yoram Gutgeld 
Yoram Gutgeld

E' quindi evidente che ci troviamo di fronte a una palla clamorosa, sparata per dimostrare un dinamismo fatuo che si spegnerà non appena il ministro Padoan mostrerà i veri conti dello Stato all'ex sindaco di Firenze. Una palla che ricorda il campo da golf promesso a Berlusconi a Pantelleria, ma molto, molto, più grande. Almeno lo sa Renzi quanti campi da golf si potrebbero costruire con 60 miliardi?

RENZI E PADOAN 
RENZI E PADOAN

Cosa farà #renzi: Il ministro Lupi indagato per abuso d'ufficio

Il ministro Lupi indagato per abuso d'ufficio 

 (Fonte globalist.it)

 

Nell'inchiesta per la nomina dei commissario dell'Authority del porto di Olbia, figura anche l'attuale responsabile dell'autorità portuale Fedele Sanciu .

il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi è tra le persone indagate dalla Procura di Tempio Pausania, insieme all'attuale responsabile dell'autorità portuale Fedele Sanciu per concorso in abuso in atti d'ufficio. A far scattare l'indagine condotta dal pm Riccardo Rossi - ha riportato il quotidiano La Nuova Sardegna - è stata la nomina a commissario di Sanciu, ex senatore del Pdl. La procura vuol vedere chiaro su competente e titoli accademici necessari per ricoprire l'incarico, anche dopo aver ricevuto un esposto, da un consigliere provinciale, che ha chiesto alla magistratura inquirente di verificare la congruità dei requisiti in relazione all'incarico assegnato.

Un fatto analogo era accaduto alcuni mesi fa, con una inchiesta avviata dalla Procura di Cagliari, per la nomina dell'ex senatore del Pdl Piergiorgio Massidda, al vertice del porto del capoluogo. Dopo la sua decadenza per carenza di titoli era stato rinominato, ma come commissario straordinario del Porto, da Lupi dopo vari ricorsi al Tar da chi accampava maggiori diritti per quell'incarico. La parola finale il 29 gennaio l'ha posta il Consiglio di Stato respingendo la richiesta di sospensiva della sentenza che aveva estromesso Massidda dalla presidenza. Lupi lo aveva ricollocato commissario ed era scattata l'inchiesta del pm di Cagliari con l'accusa di abuso d'ufficio per il ministro verso il quale dovrebbe essere il tribunale dei ministri a procedere. 

 

News: Decreto Bankitalia, Ue chiede chiarimenti. ‘Aumento capitale possibile aiuto di Stato’

(Fonte il Fatto)


La lettera del Commissario europeo alla concorrenza è sul tavolo del ministero dell'Economia: "Stiamo valutando". Il decreto del governo Letta aveva scatenato la bagarre in Parlamento, sfociata ieri in duri provvedimenti disciplinari, soprattutto contro deputati M5S. La denuncia partita da Idv e Adusbef

Il decreto Bankitalia diventa un caso europeo. Il Commissario Ue per la concorrenza ha inviato al ministero dell’Economia una lettera con una richiesta di chiarimento, per capire se dietro la rivalutazione miliardaria del capitale sociale della Banca – il relativo decreto ha scatenato la bagarre in Parlamento per la quale ieri sono stati puniti in sede disciplinare 24 deputati, tra i quali 22 del’M5S – si celino aiuti di Stato, fortemente limitati dalle norme dell’Unione europea. L’arrivo della missiva è confermata da fonti del Tesoro: “Il ministero sta ora valutando”, spiegano.

IL Resto lo Puoi leggere------> qui

News: Dal Cdm in arrivo la Tasi #maggiorata. #Renzi tra Salva Roma e riforma del fisco

Dal Cdm in arrivo la Tasi maggiorata. Renzi tra Salva Roma e riforma del fisco

Dal Cdm in arrivo la Tasi maggiorata. Renzi tra Salva Roma e riforma del fisco 

 (Fonte repubblica.it)

Il Consiglio dei Ministri dovrà ratificare l'accordo preso da Letta con l'Anci, che permette ai sindaci di alzare la Tassa sui servizi fino dell'otto per mille. Dagli italiani maggior gettito per 1,8 miliardi, ma dovrà servire per le detrazioni. Delega fiscale, sottosegretari e salvataggio della Capitale gli altri temi sul tavolo




MILANO - Era stato uno degli ultimi provvedimenti lasciato in piedi dal governo Letta, accolto con un gran sorriso da Piero Fassino e dai sindaci perché portava risorse che mancavano ai Comuni. E' la ridefinizione della Tasi, che arriva in una versione maggiorata. Il provvedimento che attua l'accordo tra Anci ed esecutivo Letta dovrebbe essere oggi sul tavolo del Consiglio dei Ministri, guidato oggi da Matteo Renzi.

Ai sindaci la norma dà la possibilità di alzare le aliquote di un altro 0,8 per mille, che significa arrivare al 3,3 per mille per le prime case e all'11,4 per mille sugli altri immobili. L'accordo prevedeva che in questo modo, anche se bisogna vedere cosa faranno effettivamente i sindaci, si possano raccimolare tra 1,3 e 1,8 miliardi in più; a questi soldi si aggiunge mezzo miliardo già destinato alle detrazioni dalla Legge di Stabilità. Già, perché il gettito aggiuntivo della nuova tassa maggiorata deve andare interamente in sgravi per le fasce più deboli. Anzi, il provvedimento dovrebbe obbligare i sindaci a non generare rincari rispetto alla pressione che i cittadini subivano in presenza della vecchia Imu.

Cgia: Letta lascia in eredità 2,4 miliardi di tasse

Una precisazione tutta da confermare, perché secondo alcuni la nuova configurazione delle imposte sulla casa potrebbe essere addirittura più grave del passato. Secondo la Uil - Servizio politiche territoriali, per oltre 10,5 milioni di contribuenti (il 50% del totale), residenti negli oltre 5.600 Comuni che avevano l'aliquota Imu al 4%, la Tasi rischia di essere più pesante della stessa Imu. L'extra gettito equivarrebbe a soli 63 euro medi per le detrazioni. "Nelle nostre simulazioni - ha spiegato in passato Guglielmo Loy della Uil - per la prima casa, si parte da un gettito medio, senza addizionale aggiuntiva, di 135 euro (198 euro senza detrazioni), ai 198 euro (261 euro senza detrazioni), con l'aliquota massima al 3,3 per mille. Mentre, per le seconde case, si può arrivare ad aumenti del 7,6% (64 euro) nel caso si applicasse l'aliquota dell'11,4 per mille. Si passerebbe, dunque, dagli 837 euro dell'Imu del 2013 ai 901 euro del combinato disposto Imu più Tasi. L'addizionale aggiuntiva - conclude Loy - è soltanto l'antipasto di quello che può succedere nel 2015, quando l'aliquota massima della Tasi potrà arrivare al 6 per mille" (le simulazioni).


Il tema della Tasi non sarà l'unico sul tavolo del Cdm di oggi. E' infatti da risolvere il caso del Salva Roma, il provvedimento decaduto per la seconda volta che dovrebbe essere recuperato in due mosse: un decreto legge dovrebbe accogliere le misure più urgenti, che consentirebbero a Ignazio Marino di mettere in sicurezza il bilancio 2013 e il previsionale 2014. Quanto poi ai problemi più complessi e strutturali, si fa strada l'idea di avviare un rapido iter parlamentare con un ddl che potrebbe affrontarli in maniera più compiuta. In ogni caso, pare che il Mef e il governo saranno chiamati a un maggior controllo sui rapporti economici con la Capitale dal prossimo futuro. Oltre alla patata bollente di Roma, da risolvere alcuni aspetti che erano legati al decreto per la Capitale e sono con esso decaduti: i 25 milioni per Expo, ad esempio, o la proroga della sanatoria delle cartelle fino alla fine di marzo potrebbero trovare spazio in diversi provvedimenti. Spazio poi alle prime riflessioni sulla riforma del fisco, dopo l'approvazione della delega fiscale da parte del Parlamento, e alla nomina dei 45 sottosegretari.

News: Niente gay al Governo. La #minaccia degli #alfaniani: “Occhio #Renzi, così vai a casa”


Ncd minaccia la crisi su Scalfarotto

(Fonte liberoquotidiano.it)

 – Il numero dei sottosegretari sarà superiore a quello preventivato. Matteo Renzi aveva posto come condizione che fossero meno di quelli di Enrico Letta, ma gli appetiti dei “piccoli” e la necessità di blindare la maggioranza di governo, rischiano di impedirgli di centrare anche questo record. Questa mattina il consiglio dei ministri nominerà non meno di quarantacinque tra sottosegretari e viceministri. A rendere più complesse le trattative condotte da Lorenzo Guerrini e Luca Lotti con la minoranza Pd innanzitutto e poi con gli sherpa di Ncd, Scelta Civica, Popolari per l’Italia e Udc è stato il numero molto basso di donne indicate per ricoprire quei ruoli.

Il neo premier, infatti, avrebbe voluto anche il “sottogoverno” composto per la metà da donne, ma, evidentemente, in Parlamento non ce n’è ancora un numero sufficiente. Al centro di un fuoco di sbarramento preventivo – con annessa minaccia di crisi – è stato però un uomo. Da giorni, infatti, si rincorrevano le voci di una nomina di Ivan Scalfarotto come sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega alle Pari Opportunità. Deputato piddino e autore del testo contro l’omofobia, già presidente Pd e fondatore dell’associazione Parks che si batte contro le discriminazioni, sarebbe il primo uomo a ricoprire quell’incarico. Scalfarotto, ex manager e renziano della prima ora, è apprezzato anche da una fetta del centrodestra, e poteva essere il “colpo a sorpresa” della nuova tornata di nomine. Contro questa ipotesi, però, si è scagliato preventivamente Carlo Giovanardi. Ex sottosegretario alla Famiglia del governo di Silvio Berlusconi, eletto con il Popolo delle libertà ma passato al Ncd, ha posto il veto del suo partito: «Se dovesse avere le deleghe ai Diritti, alle Pari opportunità e alle Tossicodipendenze il governo finirebbe ancora prima di iniziare». Il destinatario dell’attacco, che potrebbe comunque diventare sottosegretario ed occuparsi di altro, non ha risposto. Ma il premier, nel corso della Direzione Pd, lo ha difeso senza risparmiarsi una battutina al senatore Ncd. «Un abbraccio a Ivan, che sospetto si sia messo d’accordo con Giovanardi. Inizio a sospettare che tra i due vi sia del tenero…», ha scherzato, alludendo all’omosessualità del primo e all’intransigenza sul tema del secondo.
Sul resto della squadra non ci saranno grosse novità. Venticinque saranno i sottosegretari piddini, venti quelli degli altri partiti. Innanzitutto la delega all’Editoria potrebbe essere tolta a Giovanni Legnini, che sarebbe spostato altrove, e attribuita al fedelissimo del sindaco Luca Lotti. All’Economia, invece, il premier confermerà il sottosegretario uscente Pier Paolo Baretta e il viceministro di Ncd, Luigi Casero.

Entreranno al governo l’ex governatore della Basilicata Filippo Bubbico all’Interno e Claudio De Vincenti allo Sviluppo Economico, e se la delega ai Servizi segreti dovesse rimanere come pare a Marco Minniti, potrebbe essere nominato sottosegretario al Viminale Emanuele Fiano. Per ricucire con la minoranza “lettiana” e “cuperliana” ed incrementare il numero di donne saranno recuperate Paola De Micheli e Cinzia Velo. L’Ncd incassa la promozione del capogruppo a Montecitorio Enrico Costa a viceministro della Giustizia, la nomina a sottosegretario di Giuseppe Castiglione e la conferma di Simona Vicari, Gioacchino Alfano e Sabrina De Camillis. Possibile la promozione di Barbara Saltamartini. Sc incassa la nomina a viceministro dell’Economia per Benedetto della Vedova, mentre restano malumori dentro Per l’Italia di Mario Mauro. L’ex ministro potrebbe ripiegare su un ruolo da viceministro agli Esteri. Resta il nodo della delega alle Comunicazioni, che interessa anche al Cavaliere. Renzi dovrebbe nominare un suo fedelissimo del Pd. Ancora ieri nessuno aveva avvisato Cecile Kyenge sul suo destino e l’interessata provava a resistere: «Non riproporre un ministero dell’Integrazione sarebbe un passo indietro davanti all’Europa e al mondo».

di Paolo Emilio Russo

Capitale in Fallimento il #Pacco di Roma #M5SRoma

News: Sottosegretari, guerriglia al #PD

(Fonte http://mentiinformatiche.com)

di Wanda Marra Ribadendo l’indisponibilità a morire socialdemocratici, auguro a voi tutti di vivere intensamente da democratici”. Così Beppe Fioroni mette agli atti nella direzione del Pd (rigorosamente in streaming ) il suo fermo dissenso all’entrata del partito nel Pse. Per un attimo sembra di assistere a una riunione dell’era pre-Renzi, con gli ex pezzi da novanta del partito, ormai rottamati, che si scontrano. Tanto è vero che a rispondere a Fioroni è Massimo D’Alema, che non intende perdere l’occasione di mettere la faccia (e il cappello) su quest’operazione. Perché se per lui c’è un futuro, è in Europa. “Noi facciamo una scelta politica e non ideologica, aderiamo ad un campo di forze progressiste molto variegato. Smettiamola quindi con i timori: c’è chi teme di morire democristiano, chi socialista… Io mi limiterei al desiderio di non morire”. In una direzione che per il resto va liscia come l’olio fa effetto la dichiarazione di astensione di Matteo Richetti, tra i renziani della prima ora uno dei più autonomi politicamente: “Quest’adesione rappresenta la fine di un’ambizione, quella di dare vita ad un grande campo dei democratici europei”, dice intervenendo il deputato emiliano. Ci va giù duro, mettendo insieme due critiche pesanti alla scelta che Renzi ha cominciato a cavalcare dal luglio scorso: l’”insufficiente profondità della riflessione” e “la contingenza” delle elezioni europee. La direzione approva con il voto contrario di Fioroni e due astenuti (oltre a Richetti, Simonetta Rubinato). Il segretario-premier chiude la diatriba nella replica finale: “Comprerò i pop corn per assistere all’epico scontro D’Alema-Fio – roni sul ruolo dei cattolici nella sinistra europea”. Il risiko delle poltrone rimaste nell’esecutivo La lista dei sottosegretari? Ancora non c’è. Hanno rimesso tutto in discussione. Poche donne e una non adeguata rappresentazione territoriale”. La racconta così, un deputato democratico, alle 20 e 30 della sera la trattativa per “chiudere” il governo. In effetti il nervosismo tra renziani e non è palpabile. Cdm per fare i sottosegretari annunciato in prima battuta per martedì. Poi progressivamente slittato. Sarà stamattina alle 10 e mezza. Perché Renzi si trova a dover combattere con i veti incrociati a cui non è abituato: le molteplici declinazioni della minoranza Pd chiedono rappresentanza. Lo stesso fanno i partiti della coalizione. Lui vuole tenersi entro un numero basso. Non più di 44-46. E non vuole venir meno alla parità di genere. Ma la costruzione finale è talmente complicata che per accontentare tutti rischia di trovarsi dentro più nemici che amici. Oltre a figure di dubbia opportunità. Ieri, per dire, girava anche il nome di Vincenzo De Luca. Perché, per vincere il congresso, l’allora sindaco di Firenze ha promesso molto a molti. E ora deve mantenere. Ma i problemi non sono solo nel Pd, a cui spetterebbero 22-25 poltrone (di cui almeno 8 per le minoranze). A Ncd erano stati destinati 8-9 posti. Loro ne vogliono di più e per di più sono divisi tra loro. Mario Mauro (Per l’Italia) sembra essere definitivamente fuori, invece. I nomi in ballo, dunque. Nel Pd, i Giovani Turchi Andrea De Maria e Silvia Velo, i bersaniani Giovanni Legnini (che dovrebbe passare dall’Editoria all’Economia), Teresa Bellanova, Mauro Guerra, Paolo Fadda, i dalemiani Sesa Amici e Umberto De Basso De Caro, per Cuperlo tra gli altri La Forgia e Giorgio Merlo. Per area Dem, Antonello Giacomelli e Emanuele Fiano (Interno). Conferme probabili, tutte delle minoranze: Pier Paolo Baretta (Economia), Filippo Bubbico (Interno) e Claudio De Vincenti (Sviluppo Economico) Tra i renziani in pole position, Luca Lotti (con delega ai Servizi segreti) e Ernesto Carbone (Agricoltura). E poi Simona Bonafè, Angelo Rughetti, Eugenio Giani, Paolo Coppola. Entrate in lista anche Alessandra Moretti e la lettiana Paola De Micheli. Scelta Civica è ferma su 4 nomi: Zanetti, Della Vedova, Borletti Buitoni e Calenda (vice Ministro allo Sviluppo). Per Ncd, il nome più pesante quello di Enrico Costa, destinato a fare il vice alla Giustizia e Luigi Casero al Mef. E poi Gioacchino Alfano (Difesa) e Sabrina De Camillis (Rapporti con il Parlamento). Le trenta firme di maggioranza sul cammino dell’Italicum Ma questa non sarà l’unica nottata da far passare: ieri il senatore lettiano Francesco Russo ha presentato un documento. Ufficialmente, una dichiarazione d’aiuto al governo. Ma basta leggere le note di accompagnamento: “Le riforme devono essere approvate contestualmente alla nuova legge elettorale”. Tradotto: i 30 firmatari (tra cui la “turca” Maturani e il renziano Fabbri) chiedono che l’approvazione dell’Italicum venga legata all’abolizione del Senato (l’emendamento Lauricella) per evitare che una volta avuta la legge, Berlusconi (e Renzi) portino l’Italia alle elezioni. Trenta voti in Senato non sono pochi

News: Scrisse a #Prodi per chiedergli di restare nel #Pd, segretaria circolo si dimette: “#Basta”

(Fonte il Fatto)

Cecilia Alessandrini, coordinatrice della sede Pd Joyce Lussu dove è iscritto anche l'ex premier, ha scritto una lettera per annunciare il suo ritiro: "Il Partito democratico di progressista non ha più nulla e non certo perché Renzi ne è il segretario. E' così da tempo". Era stata lei, dopo il tradimento dei 101, a cercare di convincere il candidato alla Presidenze della Repubblica a non andarsene

Solo qualche mese fa, prese carta e penna e scrisse a Romano Prodi per convincerlo a rinnovare la tessera, nonostante il tradimento dei 101 e lo stop della sua corsa al Colle. Il professore, alla fine, alla sede dei democratici si presentò parecchio tempo dopo, a dicembre, per votare alla primarie, ma sull’iscrizione glissò con un ironico “non esageriamo”. Oggi invece è lei a trovarsi dall’altra parte, nel drappello dei delusi. E così, questa volta, la lettera non le serve per dissuadere qualche militante fuggito, ma per annunciare il suo addio. Lei si chiama Cecilia Alessandrini, e non è una militante come altri ma è la coordinatrice del circolo Pd Joyce Lussu di via Orfeo, a Bologna, lo stesso dove era iscritto l’ex premier. A due giorni dal voto di fiducia della Camera al governo Renzi, Alessadrini ha deciso di inviare una email per “comunicare la decisione irrevocabile” di dimettersi dal ruolo di segreteria del circolo, ma anche “da membro della Direzione provinciale del Pd di Bologna e da membro dell’esecutivo della conferenza delle donne del Pd di Bologna”. E l’intenzione di “lasciare il partito e non militare più in esso”.

Trentaquattro anni, insegnante precaria, marchigiana di nascita ma bolognese d’adozione, negli ultimi tempi si era schierata accanto a Pippo Civati. Ora però in quasi due pagine di lettera, spiega i motivi che l’hanno spinta a chiudere per sempre l’esperienza nel partito. Una decisione sofferta, ammette. “È maturata dopo le ultime vicende che hanno portato, con la complicità del nostro partito, alla nomina da parte del presidente della Repubblica del terzo ( Monti, Letta, Renzi) presidente del Consiglio il cui progetto politico non è stato votato alle elezioni”. E non solo. La parola fine è arrivata anche dopo aver visto altri colleghi, tutti del circolo Galvani di via Orfeo, lasciare la militanza. “In questi giorni” racconta “ho ricevuto le dimissioni di quattro membri del direttivo del circolo, di cui tre membri anche della segreteria”. Li chiama per nome, Mario, Elisa, Umberto e Fabrizio: “Sono tutte persone con un’età compresa tra i 18 ai 36 anni, che non hanno cariche o ruoli da difendere nel partito e quindi sono sicura che il loro disagio è sincero”.

E se l’estate scorsa era stata lei stessa a tentare di riportare Prodi nella casa del Pd e a provare a convincere i tanti iscritti delusi che tempestavano il circolo di mail amare, oggi sembra che qualcosa si sia rotto definitivamente. L’analisi dello stato di salute del Pd è impietosa. “È un partito che di progressista non ha più nulla e non certo perché Renzi ne è il segretario. Il Pd è un partito che non è più progressista da tempo. I suoi dirigenti, sui diversi livelli, e anche parte della sua base mostrano una totale subalternità di idee e di azione al pensiero dominante”. E ancora: “Nessuna idea di rottura, nessun coraggio, nessuna capacità di prospettiva, nessuna volontà di buttare il cuore oltre l’ostacolo solo un dimenarsi infinito tra le idee preconfezionate e imposte attraverso i grandi media dall’establishment italiano sia esso universitario, imprenditoriale, politico”.

Nel testo anche un riferimento alla scelta dei civatiani di votare la fiducia, sotto la minaccia dell’espulsione dal partito. “Me ne vado oggi, perché nel Pd immaginare di costruire un mondo nuovo non è neanche possibile, solo a professare questa volontà si è malvisti”. Le conclusioni, quindi, sono durissime. “Credo che il Pd continuando a scegliere, ormai da anni, il male minore si dimentichi di scegliere comunque un male e stia facendo oggettivamente un danno all’Italia privandola in un momento storico, in cui crescono le disuguaglianze sociali, di un partito strutturato che difenda davvero gli interessi dei deboli, degli sfruttati. Poiché sono sicura che la storia non ci assolverà preferisco andarmene prima di iniziare a sentirmi troppo complice”.

Pubblicato anche su Facebook, l’intervento è stato commentato tra gli altri dal senatore bolognese Sergio Lo Giudice, esponente Pd sostenitore di Civati e indeciso fino all’ultimo sul sostegno al governo Renzi. “Provo rabbia per il fatto che il Pd che abbiamo costruito non sia più considerato la propria casa politica da una come te” le scrive. “Allora ti dico: non perdiamoci di vista. Facciamo in modo che le relazioni umane e politiche fra chi, dentro e fuori il Pd, ha lo stesso desiderio di rinnovamento e di buona politica aiutino a navigare nella stessa direzione e a dare un contributo di valori e di pratiche per rifondare il centrosinistra”.

 

Salva Roma, Marino furioso Ascolta #Audio: “I cittadini devono inseguire la politica coi forconi”




(Fonte il fatto)

“Roma deve poter spendere solo i soldi che ha. Io sono veramente arrabbiato e lo sono anche i romani, hanno ragione. Dovrebbero inseguire la politica con i forconi”. E’ furibondo il primo cittadino di Roma, Ignazio Marino, che, intervistato da Giovanni Minoli a “Mix24”, su Radio24, commenta duramente il ritiro del decreto Salva Roma a seguito dell’ostruzionismo del M5S e della Lega Nord. “Senza il decreto io da domenica blocco la città” – annuncia polemicamente – “Le persone dovranno attrezzarsi, fortunati i politici del Palazzo che hanno le auto blu, loro potranno continuare a girare, i romani invece non potranno girare fin quando la politica non si sveglierà. Si è mai sentito a Washington o a Parigi qualcuno che dice ‘speriamo venga Nerone a bruciare la Capitale’? Così direbbero i francesi o gli inglesi della loro Capitale? Lo sa” – continua – “che qui a Roma bisogna ancora pagare i terreni espropriati nel 1957 per costruire il villaggio Olimpico? Ma si può continuare a governare così la Capitale d’Italia? Non è più il periodo delle chiacchiere, è il periodo dei fatti“. E aggiunge: “Il governo deve darci gli strumenti legislativi per poter risanare una volta per tutte, io non chiedo soldi. Quello che la stampa chiama Salva Roma altro non è che i soldi dei romani che devono essere restituiti ai romani. Ce li devono ridare. Voglio governare responsabilmente questa città”

 

News: Corte dei Conti " Legge di stabilità non Risanerà il Bilancio dell'#inps"

(Fonte il Fatto)

I supremi giudici contabili, in un'audizione davanti alla commissione parlamentare, hanno parlato di un "alleggerimento del quadro", e prevedendo un buco di 4,5 miliardi

Per la Corte dei Conti i trasferimenti della legge di stabilità non basteranno per risanare il bilancio in rosso dell’Inps. La legge non sarà sufficiente per riportare il patrimonio 2014 in attivo (circa 25 miliardi). Le risorse previste, sostengono i supremi giudici contabili, “non appaiono in grado di incidere” sul deficit strutturale che l’Istituto ha sia nelle gestioni del lavoro pubblico sia in quelle del lavoro privato. Lo hanno sostenuto oggi i rappresentanti della Corte dei Conti in una audizione presso la commissione parlamentare di controllo sugli enti previdenziali spiegando che l’intervento costituisce un “alleggerimento del quadro” ma non una soluzione complessiva.

La situazione patrimoniale dell’Inps era in significativo peggioramento dopo l’incorporazione dell’Inpdap con una previsione per quest’anno di un rosso di 4,5 miliardi (a causa di un disavanzo economico di 12 miliardi nel 2014 dopo uno di 14,4 miliardi nel 2013). Nel 2011, prima dell’incorporazione dell’Istituto previdenziale dei dipendenti pubblici, il patrimonio Inps era in attivo per 41,2 miliardi.

La legge di stabilità ha deciso di considerare definitive le anticipazioni di bilancio disposte a favore dell’Inpdap fino al 31 dicembre 2011, con un miglioramento di oltre 25 miliardi di euro della situazione patrimoniale che sarà rilevato in occasione della prima nota di variazione al bilancio preventivo 2014 dell’Inps (riportando il patrimonio in attivo per circa 21 miliardi).

Con la legge di stabilità – ha spiegato la Corte dei Conti – “c’è stato un alleggerimento del quadro” ma non un “ripiano” che consenta di avere un pareggio tra contributi e prestazioni. “Si è aggiustata la situazione patrimoniale alleggerendo il passivo – hanno precisato i magistrati contabili parlando all’audizione alla commissione parlamentare di controllo sugli enti previdenziali – con una operazione di stock”. Nel frattempo la sostenibilità finanziaria del sistema “si fonda sui trasferimenti statali che superano i 100 miliardi l’anno”, trasferimenti che vanno “verificati nella qualità più che nella quantità”. Tutto ciò in attesa che vada a regime completamente il sistema contributivo nel 2050.

La Corte nei mesi scorsi aveva avvertito che erano “indilazionabili misure di risanamento” sui conti Inps ha poi invitato l’Istituto a rafforzare i controlli sulle prestazioni assistenziali aumentate nel 2012 del 2% (mentre si sono ridotte dell’1% quelle previdenziali). Bisogna “contrastare – hanno detto i magistrati contabili – il fenomeno non infrequente” di percepire assegni assistenziali, peraltro pagati attraverso la fiscalità generale e non dai contributi del lavoratore, da parte di “persone non averti titolo” al trattamento.

 

#Renzi promette miliardi finti. Quelli veri li lascia all’estero

Renzi promette miliardi finti. Quelli veri li lascia all’estero

(Fonte il Fatto)

Il Fmi plaude alle misure di Renzi (impegnato nell’abbuffata dei sottosegretari), ma nessuno ha capito dove troverà i soldi.  La tentazione è  saccheggiare i fondi europei, come fece B. La via maestra sarebbe introdurre il reato di auto-riciclaggio per confiscare i soldi espatriati degli evasori: l’emendamento Civati è pronto, che farà  il governo?

VIDEO: Camusso Spara Missile su #Renzi: “Solo #titoli di giornale. Ignora le parti #sociali”



(Fonte il Fatto)

I dati del tesseramento Cgil 2013, inizia così la conferenza stampa del segretario generale Susanna Camusso indetta oggi pomeriggio a Corso Italia. “Sono 5 milioni e 686mila iscritti al 31dicembre dell’anno scorso, il calo è del 0,46%, un dato irrilevante”. Lo fa per dare forse un messaggio al governo Renzi, il sindacato c’è, resiste, ed ancora una forza rappresentativa. “Da Renzi per adesso arrivano soltanto titoli, annunci, non è stata spiegata nessuna copertura finanziaria” afferma il segretario. Anche le ricette economiche del premier, dal taglio del cuneo fiscale all’abolizione dell’Irap, lasciano tiepida la Camusso: “Non gioverebbe ai lavoratori soltanto alle aziende”. Contraria alla riduzione dell’Irpef: “Potrebbe favorire gli evasori e non agevola i lavoratori dipendenti “. Il sindacato invece si mostra favorevole alla tassazione dei Bot anche se posseduti dalle pensionate, per trovare le coperture finanziarie: “L”importante è sapere il quantitativo, la platea coinvolta non è un dato secondario, si potrebbe però iniziare dai titoli di Stato posseduti dalle banche“. Per la Camusso il problema a monte è un altro, il nuovo premier non parla con le parti sociali, non le convoca, non vuole le loro proposte sul lavoro, tema centrale  di Irene Buscemi

 

#RENZI VINCERÀ LA GUERRA CON PALAZZO CHIGI? HO ANDRÀ A SBATTERE

(Fonte il Fatto)

Il premier pensa a uno staff di fedelissimi capitanati da Delrio e Bonaretti per dichiarare guerra alla tecnostruttura del Tesoro. Intanto i lettiani arrivano in via XX settembre sotto l’ala di Padoan. La prima mossa sarà far anticipare dalla Cassa depositi e prestiti i 60 miliardi a comuni e regioni per i debiti commerciali dello Stato

L’esatta portata della blitzkrieg che Matteo Renzi sta portando alla struttura del potere italiano e alle cordate che l’hanno occupato di recente si capirà solo tra qualche tempo, quando il suo governo inizierà a lavorare. Finora si può dire che l’esercito del premier pare volenteroso quanto raccogliticcio, vagli gli obiettivi, spiccioli i metodi. Poco importa. I grandi giornali lo cantano coi toni sincopati che si devono a un campione della velocità: Renzi prepara “una cabina di regia a Palazzo Chigi”, ma mica “quelle robe collegiali da prima Repubblica”, no una cosa snella, in cui si decide “senza perdersi in chiacchiere” e “lontano dai burocrati che rallentano il lavoro” (Corriere della Sera di ieri). Al netto del trasporto amoroso, significa una cosa sola: Renzi dichiara guerra alla tecnostruttura del Tesoro (Ragioneria generale in testa), che – silenziosa – s’attrezza per resistere. Quello che il presidente del Consiglio sta costruendo a Palazzo Chigi, peraltro, più che una “cabina di regia” sembra lo staff di un manager: il frontman girerà il paese due giorni a settimana per ristabilire la comunione spirituale tra governo e popolo, un manipolo di amici fidati a palazzo Chigi amministrerà il paese.

I primi due hanno già preso posizione: il sottosegretario Graziano Delrio, già autore di sontuosa gaffe sulla tassazione dei Bot, e il suo storico collaboratore Mauro Bonaretti, già city manager di Delrio a Reggio Emilia e poi capo di gabinetto agli Affari regionali, ora issato nientemeno che all’ambitissima poltrona di segretario generale di Palazzo Chigi dopo il sacrificio rituale del predecessore il consigliere di Stato Roberto Garofoli. Il curriculum del duo è quello che è, tanto è vero che, destinati al ministero dell’Economia, Delrio-Bonaretti sono stati fermati dal gioco di squadra tra Quirinale e Banca d’Italia per mancanza di titoli. Ora occupano palazzo Chigi e puntano a togliere al Tesoro un bel pezzo del suo potere. Il modo? In primo luogo riportando sotto la presidenza del Consiglio la spending review di Carlo Cottarelli, i cui compiti sono tali e tanti da non escludere sostanzialmente alcun aspetto dell’amministrazione dello Stato a partire dalla riforma della P.A. Il duo già citato potrebbe a breve (stamattina è prevista la nomina dei sottosegretari) essere arricchito dall’arrivo di Yoram Gutgeld, deputato Pd di fede renziana, destinato dai rumors di Transatlantico al dipartimento economico di Palazzo Chigi, struttura che in questi ultimi anni ha perso molta della sua forza. “È una scatola vuota”, è il commento definitivo di un ex dirigente. “Gutgeld? Non si governa mica facendo le presentazioni in power point”, colpisce una fonte democratica. Non è finita. Sembra che il fedelissimo renziano Luca Lotti sia pronto a occupare il Dipartimento editoria di palazzo Chigi.

Notevole è pure il movimento uguale e contrario iniziato a via XX settembre: lasciato il posto agli uomini nuovi del premier, i lettiani si dirigono al Tesoro sotto l’ala di Pier Carlo Padoan. Si è già trasferito al ministero dell’Economia Fabrizio Pagani, amico d’infanzia di Letta e suo braccio destro per le questioni economiche, mentre sarebbe in arrivo pure il defenestrato Roberto Garofoli, destinato alla poltrona di capo di gabinetto. Uno schieramento che riflette non solo due cordate politiche, ma due antropologie diverse: votato alla sbrigatività e refrattario ai rigidi vincoli della tecnica lo staff renziano, pensoso e con un rispetto quasi religioso dei parametri europei quello asserragliatosi nel ministero che fu di Fabrizio Saccomanni.

Il fatto è che la guerra tra Palazzo Chigi e Tesoro non è in preparazione, è già iniziata. Non è per le uscite spannometriche di Renzi che taglia Irap, Irpef e quant’altro ogni giorno un po’ senza preoccuparsi delle coperture. Il vero schiaffo alla tecnostruttura del ministero dell’Economia è già arrivato sulla vicenda dei debiti commerciali dello Stato: il governo Letta ha pagato finora 22 miliardi con una procedura concordata con Bruxelles (altri 20 miliardi sono stanziati per quest’anno) e gestita direttamente dal Tesoro; Renzi ora si prefigge invece di utilizzare il piano alternativo messo a punto dal presidente di Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini: in sostanza sarebbe Cdp ad anticipare a comuni e regioni i circa 60 miliardi che mancano. Oltre alla velocità, dicono i fautori, questa soluzione ha il vantaggio di tenere al riparo i conti pubblici da un aumento di deficit e debito visto che Cdp è fuori dalla P.A. Questo piano era già stato proposto a Mario Monti e a Letta, ma il Tesoro l’aveva fermato in entrambi i casi: secondo via XX Settembre, in questo modo Eurostat finirà per conteggiare l’intero bilancio di Cdp in quello dello Stato con relativa esplosione di debito e deficit. Altro punto di frizione è il ruolo della Ragioneria generale e del suo capo, Daniele Franco, ex Bankitalia voluto da Saccomanni: i renziani fanno sapere che dovrà “ammorbidirsi”. La linea l’ha data lo stesso Bassanini in tv: “Rimettere i burocrati al loro posto”. Non solo: farlo di corsa. Il punto d’arrivo non si sa, ma l’importante è dare l’impressione del movimento.

 

Video: Cartelle Equitalia, salta la proroga per la sanatoria. Domani la scadenza tra #caos e #file



 (Fonte il Fatto)

Con la decisione del governo di ritirare il decreto legge Salva Roma è venuta meno anche la proroga di un mese (fino al 31 marzo) per la sanatoria delle cartelle di Equitalia. E’, quindi, domani 28 febbraio l’ultimo giorno utile per aderire al condono delle cartelle esattoriali che consente di chiudere i conti con l’agente della riscossione con lo sconto degli interessi, ma pagando tutto il dovuto in un’unica soluzione. Insomma, una boccata d’ossigeno per i cittadini cancellata a meno di 48 ore dalla scadenza. Tanto che appena la notizia si è diffusa, i contribuenti hanno preso d’assalto le sedi di Equitalia dove si sono registrate file lunghissima. E chissà domani cosa accadrà. “Io – racconta un cittadino intervistato in una sede di Roma – sono entrato per pagare, ma ci sono oltre cento persone all’interno. Prendo 600 euro al mese, come faccio ad andare avanti?”. Un commercialista spiega: “Alcuni mie clienti hanno contratto un debito con le banche per saldare il dovuto. Ora saltando la proroga c’è il rischio che non riescano neanche a pagare. E’ una brutta situazione”. Intanto domani con il Consiglio dei Ministri alle prese con le norme per evitare il default della Capitale tornerà anche il decreto sugli enti locali in cui era contenutala proroga  di Nello Trocchia e Loredana Di Cesare

 

 

La Giustizia della #Boldrini massacrare i 5 stelle


(Fonte il Fatto)

Sono le sanzioni per i disordini in Aula del 28 e 29 gennaio quando la presidente Boldrini applicò la "tagliola" all'ostruzionismo del movimento. A Massimo De Rosa, che insultò le parlamentari Pd, 3 giorni di stop. 25 giorni ad Alessandro Di Battista: 10 per lo scontro con Speranza e 15 per l'occupazione della commissione Affari costituzionali

Punizioni esemplari a ventidue deputati del Movimento 5 stelle (più un esponente di Fratelli d’Italia) e a un questore di Montecitorio. La decisione dell’Ufficio di presidenza di Montecitorio è senza precedenti nella storia della Repubblica italiana. La protesta inscenata nelle commissioni Affari Costituzionali e Giustizia il 29 e 30 è costata 15 giorni di sospensione dai lavori dell’aula ai deputati grillini Ferdinando Alberti, Laura Castelli, Diego De Lorenzis, Ivan Della Valle, Alessandro Di Battista, Vittorio Ferraresi, Matteo Mantero, Giorgio Sorial e Simone Valente. Per Alberti, Di Battista, Ferraresi, Mantero e Simone Valente la sospensione sale a 25 giorni complessivi poiché a quella irrogata per la protesta in commissione, si aggiungono ulteriori dieci giorni decisi dall’ufficio di presidenza per i disordini in aula. Massimo De Rosa (M5S) è stato sospeso per tre giorni, a causa delle offese rivolte a un gruppo di deputate del Pd. 15 giorni invece per il questore Stefano Dambruoso (Scelta Civica) che registra il record non invidiabile di primo questore della Camera sottoposto a sanzioni (peraltro quella massima). Fabio Rampelli(Fratelli d’Italia) sospeso per 10 giorni per aver occupato i banchi del governo e aver sventolato il tricolore. Le sanzioni saranno “scontate” dai destinatari solo dopo il 10 marzo, quando sarà esaurito l’esame in Aula della legge elettorale, e a gruppi al massimo di 13 deputati. Lo ha deciso l’Ufficio di presidenza di Montecitorio in considerazione dell’elevato numero di deputati puniti appartenenti ad un unico gruppo parlamentare, quello del M5S. Per il primo gruppo, dunque, le sospensioni partiranno dal 10 marzo, dal 31 marzo per il secondo e dal 14 aprile per il terzo.

Sono queste le pene inflitte dall’ufficio di presidenza di Montecitorio nei confronti dei deputati che si sono resi protagonisti dei disordini in Aula e nelle commissioni della Camera subito dopo e all’indomani del voto sul decreto Imu-Bankitalia arrivato il 29 gennaio. L’origine della protesta dei deputati grillini fu la “ghigliottina” (cioè l’interruzione del dibattito) decisa dalla presidente della Camera Laura Boldrini davanti al persistere dell’ostruzionismo del Movimento Cinque Stelle che non avrebbe permesso di convertire il decreto in legge. Mentre i Cinque Stelle si riversavano sui banchi del governo Dambruoso si era messo a suo dire a scudo della Boldrini, nonostante il banco della presidenza fosse lontano. Il risultato fu un colpo con il gomito in pieno volto ai danni della deputata Loredana Lupo. Dambruoso per questo è stato sanzionato con il massimo della pena: 15 giorni. Secondo quanto riporta l’Ansa è la prima volta che a subire una sanzione dell’Ufficio di presidenza sia un deputato questore, che in base al regolamento ha la competenza di proporre le sanzioni per i deputati indisciplinati. E’ stato anche invitato insistentemente a dimettersi prima della sanzione per non creare un precedente (l’auspicio era arrivato anche dal vicepresidente della Camera Roberto Giachetti), ma Dambruoso non ha fatto passi indietro. Tra l’altro la stessa Lupo ha ricevuto una pena di 10 giorni di sospensione dai lavori di Montecitorio.

Nella stessa bagarre un’altra parlamentare grillina, Silvia Benedetti, aveva dato un morso a un commesso di Montecitorio. Oltre a Lupo e Benedetti sono state comminate “squalifiche” a Dino Fernando AlbertiMassimo ArtiniMassimo BaroniSergio BattelliFrancesco CarinelliAndrea CecconiClaudio CominardiDavide Crippa, Ivan Della Valle, Massimo De RosaVittorio FerraresiLuigi GalloMirella LiuzziLoredana LupoMatteo ManteroPaolo ParentelaDaniele PescoPaolo Nicolò Romano, Simone ValenteStefano Vignaroli e Alessio Villarosa.

All’indomani, poi, secondo la ricostruzione dell’ufficio di presidenza, i Cinque Stelle bloccarono le commissioni che avevano in calendario i loro lavori (la commissione Giustizia e la commissione Affari costituzionali che doveva discutere della legge elettorale). Per questo ecco le ulteriori sanzioni per 8 giorni nei confronti di Alberti, Laura Castelli, Diego De Lorenzis, Della Valle, Di Battista, Matteo Mantero, Giorgio Sorial e Valente. Come si vede, dunque, alcuni deputati cumulano diverse pene: Alberti, Della Valle, Mantero, Valente e Di Battista dovranno così scontare 18 giorni complessivi di astensione dai lavori parlamentari. Tra i vari episodi contestati ce n’è uno allo stesso Di Battista che impedì al capogruppo del Pd Roberto Speranza di rilasciare un’intervista a una tv.

Infine Massimo De Rosa, che si è reso protagonista (suo malgrado) degli insulti alle deputate del Pd (“Siete qui solo perché siete brave a fare i p…”). Per questa uscita De Rosa, oltre ai 10 giorni di sanzione ottenuti per il comportamento in Aula, ha ricevuto un’ulteriore sospensione di 3 giorni più una lettera di biasimo.

 

giovedì 27 febbraio 2014

SEMPRE VIGILE IL MOVIMENTO 5 STELLE


Smascherata la finta opposizione di Forza Italia dal #M5S. Ecco il conflitto di interesse della ministro #Guidi!


I Verdi sono i 5 stelle


quelli con l'indicazione della freccia sono quelli di Forza Italia, li abbiamo smascherati

M5S Pulizie di Primavera!!!!


(Fonte il Fatto)

Il senatore espulso conferma le sue dimissioni. Lasciano spontaneamente il Movimento altri cinque senatori: Romani, Bignami, Casaletto, Mussini, Bencini. Alla Camera passano al gruppo misto Ivan Catalano e Alessio Tacconi alla Camera. Nella notte è stato hackerato il profilo Twitter di Casaleggio

 

Il giorno dopo la cacciata dei quattro senatori dissidenti, il Movimento 5 stelle continua a perdere pezzi. Sono sei le lettere di dimissioni sul tavolo del presidente del Senato Pietro Grasso. Tra gli espulsi, al momento, figura solo la lettera di Luis Alberto Orellana. A formalizzare il passo indietro, inoltre, i senatori Maria Mussini, Monica Casaletto, Maurizio Romani, Alessandra Bencini e Laura Bignami. A Montecitorio invece passano al gruppo misto Ivan Catalano e Alessio Tacconi. Francesco Campanella, uno dei quattro cacciati, ha invece fatto sapere che non si dimetterà: “I miei motivi per essere in Parlamento restano validi”. Una decisione che i più ortodossi salutano come benefica per il gruppo: “Finalmente, zavorra che va via, persone che da questo momento diventeranno parassiti, dovrebbero dimettersi, non cambiare gruppo”. Sono le parole scritte e sottoscritte da un gruppo di otto deputati M5s: tra di loro i leader “ortodossi” Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Chi si sente “a disagio”, dicono, “colga il momento, segua l’esempio di questi individui”. Nel frattempo, il leader a 5 Stelle ha fatto sapere che qualcuno nella notte ha hackerato il profilo Twitter di Casaleggio, mentre sul blog oggi si può votare per scegliere la soglia di sbarramento al sistema di voto (sesto sondaggio sulla legge elettorale).

Luis Alberto Orellana è il primo a parlare all’indomani dell’espulsione decisa dagli iscritti del Movimento Cinque Stelle. “Confermo che lascerò il seggio – dice quello che un anno fa fu il candidato alla presidenza del Senato dei Cinque Stelle – Torno a fare il mio lavoro dopo questo anno di aspettativa”. Orellana a SkyTg24 parla di “processo sommario”, di “stupidaggini” dette da Beppe Grillo nel video, di “scelte politiche calate dall’alto” come quella della messa in stato di accusa al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano “che poi si è visto come si è sciolta come neve al sole”. Al Corriere della Sera e alla Stampa parla invece Lorenzo Battista, un altro senatore espulso, che denuncia di essere stato “oggetto di accuse spregevoli e denigratorie”. “Non abbiamo mai violato nessun regolamento – aggiunge – e non abbiamo mai votato la fiducia a nessun governo. Ma se anche avessimo detto una stupidaggine – si domanda Battista – è possibile essere espulsi per il reato di stupidaggine?”. 

Il rischio ora è soprattutto che prosegua lo smottamento dai gruppi parlamentari, anche se Grillo ha già detto che gliene frega il giusto (“Siamo un po’ meno, ma più coesi”). Polemiche alla Camera: Alessio Tacconi che ha comunicato al capogruppo Federico D’Incà di voler lasciare il gruppo, chiedendo di smentire sue presunte irregolarità nella restituzione dello stipendio, altrimenti sarà vero “che anche il M5S usa la macchina del fango contro chi esprime opinioni sgradite”. Il riferimento è all’intervento di ieri del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio che si domandava: “Sarà che oggi il nostro capogruppo D’Incà gli aveva chiesto conto dei 7000 euro di ‘varie’ non rendicontati e mai restituiti al fondo per le Pmi?”. “Ti pregherei di procedere a una smentita – scrive Tacconi a D’Incà – visto che si tratta di un vergognoso insieme di inesattezze e falsità. Io e te non abbiamo avuto ieri modo di parlarci né tanto meno ho mai ricevuto da te una richiesta di restituzione di qualsivoglia somma di denaro indebitamente trattenuta. Come sai ho sempre rendicontato e restituito quanto dovuto, tanto che mai alcuna procedura di infrazione è partita a mio carico per questa né per altre ragioni”. “In assenza di tale precisa presa di posizione da parte tua – conclude Tacconi nella mail inviata al suo capogruppo – dovrò concludere (e questa volta con assoluta certezza) che anche il Movimento 5 Stelle fa uso della cosiddetta ‘macchina del fango’ contro chi esprime opinioni o attua scelte sgradite allo stesso Movimento”.

Intanto gli espulsi insistono. “Sostanzialmente il motivo per cui ci hanno espulso è il fatto di aver criticato Grillo” ha detto Francesco Campanella ad Agorà, su Rai Tre. E resta il giudizio su cosa sia – o su cosa sia diventato – il Movimento Cinque Stelle per il senatore: “Non c’è più il sogno di un movimento di pari, perché ormai è diventato chiarissimo chi comanda e chi in qualche modo ‘obbedisce’, senza, con questa definizione, voler fare un torto ai miei colleghi rimasti nel movimento. La minuteria, quello che non interessa a Grillo e Casaleggio, e cioè emendamenti e disegni di legge che non toccano la politica del movimento, la lasciano a noi. Ma quando si tratta di assumere scelte importanti come la proposta di impeachment per il presidente della Repubblica o di valutare la situazione politica nel complesso, si presentano Grillo e Casaleggio che decidono senza prima consultare senatori e deputati”. Certo, non se ne sono accorti da un giorno a un altro: “Le prime avvisaglie di un approccio strano si sono avute alla votazione del presidente del Senato”. Alcuni senatori M5s (soprattutto della “pattuglia” siciliana) votarono Piero Grasso in dissenso dalle indicazioni del gruppo che avevano indicato – dirlo oggi è un paradosso – proprio Luis Alberto Orellana. “In quella fase abbiamo avuto problemi – continua Campanella – ma in quel caso la discussione fu con alcuni colleghi che avevano un approccio di tipo ideologico. La consapevolezza di qual era il nostro ruolo all’interno del Parlamento si è andata concretizzando nel tempo: ovviamente, uno in prima battuta non ci crede, poi inizia ad averne sempre più consapevolezza e ad un certo punto i conti con la realtà li devi pur fare”. 

La questione che si apre è subito quella di una eventuale e finora presunta collaborazione dei fuoriusciti del Movimento Cinque Stelle con i gruppi di centrosinistra, in modo da poter cambiare maggioranza come spiega anche Pippo Civati. Battista si schermisce: “Con Civati – chiarisce al Corriere – non ho mai parlato, fatemelo conoscere almeno”. Esclude la possibilità Nicola Latorre (ex dalemiano diventato renziano): “Quello che sta accadendo nel Movimento 5 Stelle è molto grave perché nei confronti di senatori che non hanno fatto nulla contro il loro gruppo viene applicato il reato di lesa maestà per Grillo. Tuttavia parlare di nuova maggioranza non ha senso perché il governo ha un suo programma e una sua coalizione per realizzare le sfide che si è preposto”. C’è però chi insiste nell’impegno per trovare un dialogo con i Cinque Stelle: “Li considero interlocutori politici – dice Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera – anche se stanno all’opposizione”. Ed esclude di essere un “tramite” tra Pd e Cinque Stelle; in merito al suo rapporto con i deputati M5S sottolinea: “credo che loro apprezzino che mai una volta ho cercato di fare scouting. Mi è capitato di difenderli come di attaccarli – continua Giachetti – ma non ho mai l’atteggiamento del professore con gli scolari che hanno un po’ tutti”. Alla domanda se esistano temi di dialogo tra Pd e M5S risponde che “in linea teorica ci sono” ma avverte come possano venire ostacolati da quello che Giachetti definisce un “bullismo parlamentare”. “Non è una questione di temi – insiste l’ onorevole pd – ma di metodo”. Il deputato sottolinea infine di essere stato colpito dalla decisione di Di Maio di pubblicare i messaggi scritti scambiati con Renzi: “Mi pare – sottolinea il vicepresidente della Camera Pd – una cosa triste, segno di grande diffidenza”.