venerdì 31 gennaio 2014

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News: Ecco il “salva-Vendola”, la clausola che potrebbe recuperare #Sel (e non solo)

Ecco il “salva-Vendola”, la clausola che potrebbe recuperare Sel (e non solo)

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Spunta l'ipotesi di una norma che consentirebbe al primo partito coalizzato che non raggiunge la soglia di sbarramento di entrare comunque in parlamento 

L’emendamento l’ha presentato Sinistra ecologia e libertà ieri alla camera: una norma per consentire al primo partito coalizzato che non raggiunge la soglia di sbarramento di essere rappresentato ugualmente in parlamento (norma che non ha niente a che fare con il salva-Lega, che viaggia su un binario del tutto diverso). L’ipotesi ha già ricevuto il consenso di Gianni Cuperlo che, in un’intervista all’Unità, ha detto che «si può prevedere una norma di tutela per la prima forza che risulti sotto la soglia». Una clausola, questa, che nel caso di un’alleanza tra Pd e Sel – nell’ipotesi in cui il partito di Vendola non dovesse superare la soglia – consentirebbe a quel partito di entrare in parlamento (e sul fronte del centrodestra dovrebbe consentirlo anche a Fratelli d’Italia o al Nuovo centro destra qualora non superasse lo sbarramento del 4,5).

La convergenza si dovrebbe trovare nel corso del dibattito. Anche se i modi e i tempi sono ancora tutti da definire. I parlamentari di Sel non si fidano dei cuperliani, con i quali non hanno mai stretto accordi, e pensano che l’opposizione interna del Pd si muova solo in una logica tutta di partito. Però sanno che i loro voti sono importanti per il Pd, in una corsa elettorale per raggiungere il premio di maggioranza. E su questo cercheranno di fare leva. Tanto è vero che la mossa che hanno in mente Vendola e i suoi è quella di condurre una battaglia sulle preferenze per poi mediare – abbandonando questo terreno – costringendo gli interlocutori a trovare un accordo sul recupero del primo partito che non superi la soglia.
Ieri il capo dei deputati sellini, Gennaro Migliore, ha parlato con la responsabile delle riforme della segreteria democratica, Maria Elena Boschi, ribadendo la posizione di Sel, contraria a soglie di sbarramento considerate talmente alte da essere definite antidemocratiche e l’assenza di qualsiasi riferimento al conflitto d’interesse.

La lotta di principio non deve però ingannare: questa serve a marcare un posizionamento e ad avviare una trattativa (che comprende anche una discussione implicita sull’alleanza politica ed elettorale), che potrebbe trovare un punto di caduta proprio su questa posizione, sulla quale anche altre personalità del Pd convergono.
Certo, a complicare le cose c’è la virata verso sinistra del congresso di Sel, con la scelta di sostenere la candidatura di Tsipras alle europee, nonché la mancata presenza del segretario Matteo Renzi alle assise di Riccione, che ha indispettito e preoccupato i delegati di Sel.

Tuttavia, Vendola si è sempre guardato, abilmente, dall’alzare troppo il tiro nei confronti di Renzi, curandosi di far rimanere le critiche sempre entro un recinto di compatibilità e indicando l’orizzonte del centrosinistra come l’unico possibile per la sua forza politica, rischiando anche di fare confusione sul suo posizionamento politico, oscillante tra radicalismo e riformismo.

@nicolamirenzi

 

VIDEO: Insulti, De Rosa (#M5S): “Detto quello che pensano tutti. Lunedì controdenuncia”




“Io non ho accusato le deputate del Pd: ho generalizzato. Ho detto che in Parlamento si entra così. Ed è quello che pensano tutti gli italiani”. Massimo De Rosa, il deputato del Movimento 5 Stelle si difende così dalle accuse ricevute per le sue frasi volgari rivolte alle colleghe democratiche in Commisione Giustizia (“Voi donne del Pd siete qui perché siete brave solo a fare i pompini). E lo fa arrivando all’Hotel Forum, a Roma,  dove è in corso un incontro con Beppe Grillo che ha depistato cronisti e telecamere che lo attendevano al Senato. “Ho visto – ha spiegato De Rosaper due giorni andare in tv queste deputate del Pd e mentire. La stessa denuncia contiene menzogne. Non c’era nessun commesso in commissione. Stiamo facendo una contro-denuncia che verrà presentata lunedì”  di Manolo Lanaro

 

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News: Debiti dello Stato, Italia ancora maglia nera in Ue. “Rischio multa pari a un anno di Imu”

Debiti dello Stato, Italia ancora maglia nera in Ue. “Rischio multa pari a un anno di Imu”

 

La pubblica amministrazione italiana è la più lenta a pagare le aziende: la media è di 170 giorni. E i ritardi sono costati alle imprese 2,1 miliardi di euro di maggiori oneri finanziari. Il vicepresidente della Commissione Ue: "Pronti ad avviare procedura d'infrazione"

L’Italia si tiene stretto un triste primato: nonostante tre anni di proclami del politico di turno, è il Paese europeo dove la pubblica amministrazione è più lenta a pagare i debiti nei confronti delle aziende. La media di 170 giorni, secondo quanto rileva Confartigianato, è infatti lontana da quella Ue (61 giorni) e sfora di ben 140 il limite di 30 giorni imposto dal decreto sui tempi di pagamento che recepisce la direttiva Ue. Situazione da cui consegue un altro pessimo primato della Penisola: il maggior debito commerciale della pubblica amministrazione verso le imprese, pari al 4% del Pil. I ritardi di pagamento degli enti pubblici, aggiunge Confartigianato, sono costati alle imprese italiane 2,1 miliardi di euro di maggiori oneri finanziari.

Gli imprenditori sono infatti costretti a chiedere prestiti in banca per finanziare la carenza di liquidità derivante dalle fatture non saldate. E ai ritardi nei pagamenti si aggiungono i ritardi nell’applicazione dei decreti sblocca-debiti: finora risultano pagati soltanto 21,623 miliardi, pari al 79,4% dei 27,219 miliardi stanziati per il 2013. Il vicepresidente della Commissione Ue, Antonio Tajani, è quindi “pronto da lunedì prossimo ad avviare la pratica per l’apertura della procedura di infrazione per l’Italia”. Se la procedura di infrazione andrà in porto, l’Italia rischia una sanzione “pari a un anno di Imu”, ha aggiunto, sottolineando che Roma “è il peggior pagatore di tutta Europa nei confronti delle imprese”. Peccato, però, che questa minaccia Tajani l’abbia fatta già nel novembre 2011 senza che molto sia cambiato.

Il rapporto sull’applicazione da parte della pubblica amministrazione della direttiva contro i ritardi di pagamento è stato intanto presentato venerdì 31 a Roma dal presidente di Confartigianato, Giorgio Merletti. “Il nostro rapporto dimostra che in Italia il malcostume dei ritardi di pagamento è duro a morire”, afferma Merletti. “I cattivi pagatori tengono in ostaggio le imprese e rappresentano uno dei principali ostacoli alla ripresa economica. Chiediamo l’intervento della Commissione europea e del governo italiano perché i ritardi di pagamento sono un cappio al collo degli imprenditori, ne soffocano le capacità competitive e compromettono le opportunità di rilancio dello sviluppo per il nostro Paese”.

Le percentuali delle somme effettivamente erogate alle imprese rispetto alle risorse stanziate sono del 94,2% per i debiti dello Stato, ma scendono all’81,5% per i debiti di Regioni e Province autonome e al 70,2% per quelli di Province e Comuni. La quota dei pagamenti effettuati cala poi drasticamente per i debiti accumulati dal Servizio sanitario nazionale (Asl, Aziende Ospedaliere, Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico, Gestione Sanitaria accentrata). Secondo il rapporto di Confartigianato, al 22 gennaio 2014 sono stati pagati 6,690 miliardi, pari al 18,1% dei 36.988 milioni di debiti accumulati dal Servizio sanitario nazionale nei confronti delle imprese fornitrici di beni e servizi.

In media, i piccoli imprenditori devono aspettare 143 giorni per riscuotere i crediti dalla pubblica amministrazione nel suo complesso, vale a dire 113 giorni in più rispetto al termine previsto dalla legge. Tra i settori più penalizzati vi è quello delle costruzioni: soltanto il 7% delle imprese viene pagato entro il limite di 30 giorni. I ritardi dei pagamenti hanno avuto pesanti conseguenze sul 37% degli artigiani e delle piccole aziende. In assenza delle risorse dovute dalla pubblica amministrazione, il 10% dei piccoli imprenditori ha dovuto rinunciare ad effettuare investimenti per lo sviluppo dell’impresa, l’8% è stato costretto a ritardare a sua volta i pagamenti ai propri fornitori, il 7% ha dovuto chiedere un finanziamento bancario, un altro 7% ha ridotto le riserve di liquidità d’impresa, il 6% ha ritardato il pagamento di imposte e contributi e un altro 6% ha ritardato il pagamento dello stipendio ai dipendenti.

I pagamenti in 30 giorni imposti dalla legge rimangono quindi un miraggio per le imprese italiane. Per le piccole e medie imprese in sostanza poco è cambiato. La conferma arriva anche da un sondaggio Ispo/Confartigianato, condotto tra il 9 e il 15 gennaio 2014 su un campione di artigiani e piccoli imprenditori per misurare sul campo il rispetto della legge sui tempi di pagamento in vigore in Italia dall’1 gennaio 2013. Complessivamente, nel 2013, emerge che l’83% dei piccoli imprenditori che hanno risposto al sondaggio non ha rilevato alcuna accelerazione nei tempi di pagamento degli enti pubblici. Addirittura, il 12% delle imprese segnala comportamenti anomali da parte della pubblica amministrazione debitrice per aggirare la legge sui tempi di pagamento: ad esempio, richieste di ritardare o di riemettere le fatture, oppure la contestazione pretestuosa su beni e servizi forniti dalle imprese.

 

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Mastrapasqua #Silurato

Mastrapasqua, Letta: presidenza Inps sarà esclusiva, presto governance

 

 

ROMA, 31 gennaio (Reuters) - Il governo presenterà oggi un disegno di legge, con procedura di urgenza, che fissa l'esclusività dell'incarico per i presidenti degli enti pubblici nazionali, tra cui l'Inps.
Lo ha detto il presidente del Consiglio Enrico Letta nel corso di una conferenza stampa, annunciando anche che il governo presenterà la nuova governance dell'Inps prima di marzo.
"L'intervento che facciamo è un disegno di legge con procedura di urgenza che presentiamo oggi stesso alle Camere. E' semplicissimo, indica la decisione che per il governo l'incarico di presidente di un ente pubblico nazionale deve essere fatto in esclusiva", ha detto Letta dopo il Consiglio dei ministri, parlando del caso che riguarda il presidente dell'istituto di previdenza pubblica, Antonio Mastrapasqua.
Dall'esame della situazione è emerso "un buco normativo a nostro avviso assolutamente clamoroso, che va coperto", ha detto Letta, precisando che l'esecutivo non si sovrapporrà all'azione della magistratura.
"Abbiamo deciso di accelerare il percorso che [il ministro del Welfare Enrico] Giovannini aveva iniziato legato alla nuova governance dell'istituto dopo la fusione Inps-Inpdap. Ci eravamo dati mese come termine marzo, accelereremo, avviando subito la consultazione coi sindacati e le forze politiche per coprire il vuoto normativo".
Mastrapasqua è finito al centro delle polemiche per una storia di incarichi multipli e di conflitti di interesse a iniziare dalla posizione di direttore generale dell'Ospedale israelitico di Roma oggetto di una inchiesta della procura della capitale per presunte fatture gonfiate e cartelle truccate.


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News: Bonus bebè, manca ancora il decreto sui prestiti agevolati per i neogenitori

Bonus bebè, manca ancora il decreto sui prestiti agevolati per i neogenitori

Nonostante i proclami, i 30 milioni stanziati dalla legge di Stabilità che saranno gestiti direttamente dalla presidenza del Consiglio esistono solo sulla carta

Tra le maglie della Legge di Stabilità 2014 ha trovato posto anche il bonus bebè, il consueto “aiuto” per tutti i neo genitori italiani che dal 2006 – anno in cui venne lanciato per la prima volta – sono costretti a subire beffe e contraddizioni per le sue modalità di attuazione. Eppure, proprio questo sostegno dovrebbe al contrario aiutare chi è alle prese con l’arrivo di un bimbo.

La novità di questa sospirata agevolazione statale è che non si tratta dell’una tantum in contanti prevista al suo varo di otto anni fa, ma dovrebbe essere un’evoluzione del prestito agevolato concesso dal 2011 al 2013. Il condizionale è d’obbligo visto che, oltre alla norma presente nel testo approvato dalla Stabilità, non si conosce ancora null’altro. Il nuovo fondo è infatti attivo solo su carta in attesa che venga emanato il decreto che ne stabilirà e chiarirà i criteri di erogazione. Ad oggi si sa che il governo ha stanziato 30 milioni di euro a sostegno delle giovani famiglie a basso reddito, siglando un accordo con l’Associazione bancaria italiana, affinché vengano erogati prestiti con tassi d’interesse agevolati. Un tesoretto che verrebbe gestito direttamente dalla presidenza del Consiglio dei ministri che andrebbe così a sostituirsi al Dipartimento per le politiche della famiglia che, fino ad oggi, aveva coordinato fondi e pratiche.

Il cambiamento sembra aver colto di sorpresa anche la stessa presidenza del Consiglio, tant’è che sul sito del governo dedicato all’iniziativa sono ancora presenti le vecchie modalità di richiesta, con una nota che specifica: “Le informazioni contenute nelle pagine si riferiscono alla precedente Legge che cessa di offrire i suoi benefici al 31 dicembre 2013”. Meglio, tuttavia, ricordare che le richieste già presentate alle banche entro la fine dello scorso anno saranno comunque vagliate con le vecchie procedure. Unica certezza: per stilare la graduatoria dei beneficiari si utilizzerà sempre l’Isee, vale a dire l’indicatore della situazione economica equivalente che consentirà di appurare quali famiglia abbiano più bisogno del prestito. Fermo restando che ai neogenitori possa essere veramente d’aiuto un finanziamento, anche se a tassi agevolati, in un momento di crisi in cui le rate della casa, dell’auto o quelle del dentista assorbono già buona parte dello stipendio mensile.

Del resto la storia del bonus bebè è ricca di colpi di scena e stravolgimenti. Tutto parte nel 2006, quando l’allora presidente del Consiglio Berlusconi invia a casa dei neogenitori migliaia di lettere personalizzate per pubblicizzare un piccolo aiuto economico di mille euro. Iniziativa lodevole e affettuosa, così come apostrofato dal finale della lettera che riportava: “Un grosso bacio” da parte del Cavaliere. Quell’inaspettato contributo, però, si trasforma di lì a poco in una pantomima: del bonus bebè possono beneficiare solo i cittadini italiani con reddito non superiore a 50.000 euro. In altre parole sono esclusi gli extracomunitari regolarmente residenti che hanno comunque ricevuto la lettera a casa. Inoltre, non era stato specificato se il reddito era al netto o al lordo. Tanto che a distanza di anni almeno ottomila famiglie furono riconosciute colpevoli di aver riscosso illecitamente il bonus. Passano un paio di anni e nel 2009 viene istituito il Fondo per i prestiti alle famiglie con nuovi nati che diventa operativo solo nel 2010, rinnovato con la Legge di Stabilità del 2012.

Il Fondo garantisce per il 50% dell’importo prestiti fino a 5mila euro, con tasso fisso agevolato, a famiglie nelle quali nasce o viene adottato un bambino tra il 2009 e il 2014. Per i nuclei con indicatore Isee inferiore a 15.000 euro la garanzia del Fondo aumenta fino al 75% entro il limite del 20% della dotazione del Fondo. Condizione: i prestiti non devono avere una durata superiore a 5 anni. Risultato? Dal 2009 a metà 2012 sono stati concessi finanziamenti solo a 25.986 famiglie con un impegno del fondo di poco più di 10 milioni di euro contro la dotazione di 75 milioni. Tanto che, ad esempio, per i nati nel 2009 presenta la domanda solo l’1% degli aventi diritto. A decidere a chi erogare il prestito sono le banche aderenti all’iniziativa che, nonostante lo Stato si faccia garante, possono riservarsi la possibilità di erogare o meno il prestito. In particolare, gli istituti si sono impegnati ad applicare un tasso globale fisso (Taeg) che non superi il 50% del tasso effettivo globale medio (Tegm) in vigore nel momento in cui il prestito viene concesso. Ma gli istituti possono richiedere anche l’apertura di un conto corrente e negare l’accesso al credito ai genitori protestati o “cattivi pagatori”, visto che il finanziamento non è un diritto. Per il presente, intanto, resta la confusione. E, per scoprire in che modo i genitori potranno beneficiare del fondo, bisogna aspettare il decreto che dovrebbe arrivare prima dell’estate.

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News: Fisco, spunta la norma salva-funzionari.

Fisco, spunta la norma salva-funzionari Il caso degli accertamenti fasulli e lo spettro del danno erariale 

 

di Stefano Sansonetti

C’è chi la chiama norma “salva-funzionari del Fisco”. E c’è chi si spinge fino a ribattezzarla norma “salva-Befera”. Di sicuro all’interno dell’Agenzia delle entrate c’è un problema di non poco conto. Così delicato che si è tentato di metterci una pezza, per ora senza successo, all’interno del decreto legge sul rientro dei capitali detenuti all’estero, predisposto dal ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni e pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale. Il punto è che all’interno della nostra macchina fiscale ci sono centinaia di funzionari che, sebbene non siano mai divenuti dirigenti a seguito di concorso, firmano atti di accertamento come se lo fossero. Atti che, proprio in virtù di tale vizio, sono da qualche anno entrati nel mirino delle commissioni tributarie, che spesso li annullano. Il tutto creando non pochi problemi alla tenuta delle entrate erariali. Ebbene, in una delle prime versioni del decreto sul rientro dei capitali era spuntata una norma, per la precisione l’ex art.3, intitolata “funzionari di fatto”. In essa si stabiliva che, proprio “ai fini del consolidamento e della salvaguardia delle entrate erariali, è fatta salva in ogni caso l’efficacia della sottoscrizione degli atti di accertamento emessi dagli uffici dell’amministrazione finanziaria”, purché “sottoscritti dai dipendenti che, per volontà comunque dell’amministrazione, esercitino l’attività di direzione dell’ufficio”.

Cosa c’è dietro
Era poi la relazione tecnica a svelare nel dettaglio la ratio nella norma. L’assunto è “che vadano comunque mantenuti fermi gli effetti degli atti compiuti da funzionari la cui nomina, successivamente all’adozione degli atti stessi, possa essere risultata viziata sotto il profilo procedurale”. Ovvero esattamente quello che è accaduto ai funzionari di fatto delle Entrate. Di più, perché la stessa relazione tecnica della prima versione del provvedimento ribadiva “la necessità di salvaguardare le entrate erariali a fronte di eventuali controversie di legittimità formale della preposizione agli uffici dell’amministrazione finanziaria dei relativi dipendenti”. Alla fine, però, nella versione definitiva del decreto legge 4 del 2014, pubblicato ieri in Gazzetta, questa norma è scomparsa. E quindi è venuta meno la sanatoria per gli atti di accertamento fiscale firmati da funzionari non direttori. Ma vista la posta in gioco, fanno notare gli osservatori più attenti, la questione verrà riproposta appena possibile. Del resto la vicenda affonda le radici almeno al 2011. In quell’anno il Tar del Lazio ha dato ragione a un ricorso della Dirpubblica (Federazione del pubblico impiego), che ha portato a individuare ben 767 dirigenti nominati senza concorso su 1.143 attivi alle Entrate. Una decisione che ha aperto una voragine all’interno della quale si sono infilate le commissioni tributarie. Anche il governo Monti, con il decreto legge 44 del 2012, ha cercato di sanare la situazione, salvaguardando in un passaggio la qualifica dirigenziale dei funzionari che di fatto non ne avevano il titolo. Norma che, dopo tutta una serie di ricorsi e controricorsi, adesso è addirittura finita all’esame della Corte costituzionale. Insomma, un autentico ginepraio. Che risale almeno al 2000, anno di partenza delle Agenzie, quando molti “funzionari di fatto” venivano usati come dirigenti senza concorso.

I timori
Il problema, quindi, risale anche ad epoche in cui i vertici dell’Agenzia delle entrate erano diversi, ma poi si è sviluppato e adesso la patata bollente è in mano ad Attilio Befera. Con un rischio che mette paura ai vertici del Fisco, ossia quello del danno erariale. Perché un atto di accertamento illegittimo non solo mette a rischio le entrate, ma è illegittimo proprio per una disfunzione del vertice amministrativo che ha nominato dirigenti dei funzionari senza concorso. “Il tentativo di sanare la situazione”, ha detto ieri a La Notizia Giancarlo Barra, segretario generale di Dirpubblica, “è una chiara ammissione di colpevolezza. Certo, ora come ora la soluzione che era stata proposta dal decreto sarebbe la cosa più logica da fare. Ma l’amministrazione dovrebbe cambiare registro una volta per tutte”.

Twitter: @SSansonetti

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VIDEO : GIULIA GRILLO SPARA MISSILE AL #PD di #RENZI


Renzi acchiappa sto missile da parte della Grillina Giulia Grillo!!!


DI ANDREA SCANZI: L’Italicum è un Troiaium. Ed ecco perché

    L’Italicum è un Troiaium. Ed ecco perché


Di Andrea Scanzi


Questa nuova legge elettorale è così brutta che, se la vedesse Giacomo Acerbo, in confronto si sentirebbe quasi democratico. L’Italicum, anzi Troiaium, sancisce con orgoglio una palese stortura: una forza minoritaria avrà la maggioranza. A questo allegro abominio non era arrivato neanche Mussolini con la legge elettorale del ’24.
Perché il Troiaium fa schifo? Potrei rispondere: “Perché ne sono entusiasti Boschi e Faraone“, e già questo basterebbe, ma voglio andare oltre. Purtroppo fa schifo per motivi molto più seri.

1) Perché è stata scritta da Verdini, noto giglio di campo. Siamo passati da Calderoli a Verdini: un po’ come uscire dal morbillo ed esultare perché adesso abbiamo solo la varicella.

2) Perché è stata scritta per fare felice un condannatopregiudicatodecadutoeccetera, e in effetti se Berlusconi se la fosse scritta da solo non gli sarebbe venuta così bene.

3) Perché è stata varata non con l’idea di essere giusta, ma con l’idea di “essere”. E basta. Renzi, pardon Matteo Peppo Pig, ne ha bisogno per poter dire: “Visto? Io sono l’uomo del fare”. Che poi lui faccia bischerate e non riforme, è dato secondario. Per lui e per i media, che – quasi tutti – lo stanno esaltando come se fosse non il nuovo Mister Bean ma il nuovo Blair (e comunque, se lo chiedete oggi a un inglese, anche Blair da quelle parti non è che sia ritenuto ‘sto gran complimento).

4) Perché l’unico obiettivo dichiarato è violentare la natura degli italiani, politicamente frammentati più di un pensiero di Giovanardi, e dunque mai e poi mai riducibili al bipolarismo (o meglio: gli italiani sono spesso bipolari, ma in senso psichiatrico. Non politico). Questo è un paese come minimo a ripartizione tripolare e il Ministro Mauro si è lasciato sfuggire che l’unico obiettivo è uccidere i 5 Stelle. Un obiettivo che non può riuscire, perché una forza ampiamente sopra il 20 percento non puoi distruggerla: ma limitarla sì (A margine. Più la cosiddetta “casta” agisce così, più porta voti al M5S. Questi qua sono tanto miopi quanto arroganti).

5) Perché mantiene tutte, ma proprio tutte, le storture del Porcellum: il premio di maggioranza, che scatta al 37% ma pur sempre scatta (e regala un premio abnorme); lo sbarramento, con cifre esose e spietate (ma con eccezioni mirate, e poi ci arrivo); e la mancanza delle preferenze, più volte promesse da Matteo Peppo Pig. In compenso ci sono ancora le liste bloccate, anzi i listini bloccatini: toh, che miglioramento.

6) Perché questa legge uccide tutte le forze che stanno sotto l’8% e non accettano di coalizzarsi. L’unico “merito” del Troiaium è quello di garantire governabilità. Se però garantisci governabilità, hai bisogno come il pane di forze minori di opposizione che fungano da guardia della democrazia. Se le isoli, queste forze diventano extraparlamentari. E l’Italia sa quanto siano pericolosi i tempi in cui la protesta esce dall’alveo istituzionale e diviene pressoché interamente extraparlamentare (mi rendo conto che sia un passaggio troppo difficile per Renzi, che ha impiegato 8 giorni per capire i testi di Jo Squillo. Qualcuno glielo spieghi, forse ci arriva).

7) Perché questa legge costringe le frattaglie destrorse (Fratelli d’Italia, Alfaniani, Storaciani, Salviniani, Pizzettari) a riunirsi col Condannato, che magari si farà rappresentare dalla figlia ma comunque starà sempre lì. E se tutti tornano da lui, lui può rivincere. Cosa che, ovviamente, renderebbe molto felice Renzi, che di fronte al suo Maestro suole abbandonarsi come un’adolescente davanti a Vaporidis.

8 ) Perché questa legge vorrebbe essere spietata con le forze minori, ma non lo è. Infatti esistono già il salva-Lega (si entra in Parlamento se si raggiunge il 9% in almeno tre regioni), il salva-Vendola-Comefosseantani (si viene recuperati in qualità di prima forza sotto lo sbarramento ma alleati con Renzi), il salva-Meloni (idem come sopra). Dunque il bipolarismo continuerà ad essere finto, e poltronisti di centro, destra e sinistra saranno sempre lì. Casini compreso, che uno scranno lo troverà senz’altro, magari tra gli alfaniani.

9) Perché mantiene in vita la porcata più grande di tutte: le multicandidature. Un regalo agli alfaniani, ma più in generale a tutti i gattopardi della politica italiana. Questo aspetto, e purtroppo non è l’unico, rende il Troiaium non solo orripilante ma pure palesemente incostituzionale.

10) Perché i cittadini continueranno a non poter scegliere, ma dovranno – bene che vada – avallare e ingoiare un altro Parlamento di nominati. Concludendo: fa piacere che questo Troiaium piaccia così tanto alle Boschi e ai Faraone, ma in tutta onestà esistono perversioni migliori. Molto migliori.

Concludendo: fa piacere che questo Troiaium piaccia così tanto alle Boschi e ai Faraone, ma in tutta onestà esistono perversioni migliori. Molto migliori.

 

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Ultimi Sondaggi Freschi: del 29 gennaio: sfida Renzi - Berlusconi, sale il #M5S, Letta a picco

Ultimi Sondaggi Freschi: del 29 gennaio: sfida Renzi - Berlusconi, sale il #M5S, Letta a picco

Ultimi sondaggi freschi freschi del 29 gennaio 2014, sono stati pubblicati i risultati dei sondaggi politici e elettorali di Datamedia, l'istituto di ricerca che lavora per il quotidiano Il Tempo. Possiamo già annunciare che la rincorsa del centrodestra guidato da FI e Silvio Berlusconi è quasi terminata: il centrosinistra guidato dal Partito Democratico è stato quasi raggiunto. Una prima riflessione che possiamo fare è che l'accordo per la riforma elettorale tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi ha favorito prevalentemente quest'ultimo. Intanto, il M5S continua a crescere. Ma passiamo ai dati dei sondaggi politici elettorali di Datamedia di oggi 29 gennaio.

Sondaggi politici elettorali oggi 29 gennaio: stabile il centrosinistra

Per quanto riguarda il centrosinistra, possiamo cominciare a parlare del primo partito dell'ipotetica coalizione, il Partito Democratico. La situazione del partito di Matteo Renzi è praticamente immutata rispetto alla settimana scorsa, la perdita è stata appena dello 0,3% e così il PD si attesta su un 32%. Una leggera crescita si può notare per quanto riguarda SEL che passa dal 2,6% al 2,9%. Il centrosinistra, complessivamente, perde uno 0,1% fermandosi al 36%.

Sondaggi politici elettorali oggi 29 gennaio: in crescita il centrodestra

Il centrodestra guidato da FI e da Silvio Berlusconi fa segnare, in una settimana, una crescita dello 0,6%, attestandosi su un 34,4%, a soltanto l'1,6% di distanza dal centrosinistra. La crescita è dovuta soprattutto a FI che passa dal 22% al 22,3%, ma in leggera crescita in generale sono tutti i partiti che appartengono all'area, tra cui Fratelli d'Italia che guadagna uno 0,2% passando al 2,2%. Insomma, come abbiamo già accennato, è possibile che l'accordo per la riforma elettorale e forse ancor di più la possibilità che si vada al voto presto ha attivato l'elettorato del centrodestra. Mai come in una situazione del genere, se si andasse alle elezioni, il risultato sarebbe imprevedibile.

Sondaggi politici elettorali oggi 29 gennaio: cresce il M5S, stabile l'area di centro

Il Movimento 5 Stelle continua a crescere: dopo un periodo di stasi e di decrescita, il movimento di Beppe Grillo riprende quota. In una settimana, secondo i sondaggi politici elettorali di Datamedia, il M5S avrebbe guadagnato uno 0,7% attestandosi su un tondo e netto 20%. Certo si è ancora lontani dal 25% del febbraio 2013 ma il M5S mostra di reggere la sfida. Il centro invece resta costante anche se il suo elettorato può essere considerato oramai residuale, l'Unione di Centro guadagna uno 0,2% e si attesta sul 2,6%, mentre Scelta Civica, perdendo uno 0,2%, si ferma all'1%.

Sondaggi politici elettorali oggi 29 gennaio: a picco la fiducia in Letta

Secondo i sondaggi politici elettorali di Datamedia di oggi, la fiducia in Letta è al 35%. Il dato non sembra poi troppo allarmante, dati i tempi, ma se lo confrontiamo con quello di appena due mesi fa scopriamo che la fiducia è calata del 5%. Insomma, anche questo dato fa pensare che le elezioni possano essere vicine. A questo poi si aggiunge il dato della fiducia nell'operato del governo, e lì la percentuale si ferma al 28%, in trend negativo del 2% rispetto al novembre 2013.

Sondaggi politici elettorali oggi 29 gennaio: fiducia nei leader, Renzi e Berlusconi si sfidano

I sondaggi politici elettorali di Datamedia presentano anche i dati per quanto riguarda la fiducia nei leader dei partiti. A guidare questa particolare "classifica" è Matteo Renzi, la fiducia nel suo operato è ancora alta, al 57%, e si può parlare di trend positivo dal momento che è in crescita del 4% dal novembre 2013. In crescita è anche la fiducia in Silvio Berlusconi, l'unico interlocutore accreditato dal PD di Renzi, che si ferma sì al 26% ma è in crescita del 2% rispetto al novembre 2013. In leggera crescita anche Beppe Grillo che guadagna un 1% rispetto a dicembre e torna a livello di novembre, con il suo 21%.

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IL FALLIMENTO DEL GOVERNO CROCETTA E DEL #PD

"Costretti a pubblicare
una manovra che uccide l'Isola"

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Domani in Gazzetta. Scrive il presidente della Regione: "Per me domani sarà un giorno di grande tristezza, che trascorrerò pregando per la Sicilia e per il popolo siciliano, perché non debba più subire violenze cieche e irrazionali. La Sicilia non chiede elemosine, ma un trattamento uguale a quello di tutte le altre regioni".

PALERMO- Il comunicato di Crocetta. Il presidente annuncia un evento che tanti aspettavano. Eccolo: “Domani sarò costretto a pubblicare una Finanziaria che non mi appartiene, che ripudio, che canta il de profundis al posto di lavoro di migliaia di lavoratori, che uccide la diversabilità e impedisce ai non vedenti di studiare, che butta sul lastrico migliaia di famiglie e impone alla Sicilia una manovra depressiva senza precedenti, che potrà influire sulla tenuta sociale della Regione, che affossa le imprese e influirà negativamente sul rating nazionale e regionale. Faccio appello al Capo dello Stato, affinchè intervenga in questa situazione terribile, perchè si possa trovare una soluzione rapida che permetta alla Sicilia di rilanciare le politiche di sviluppo, di crescita e di solidarietà. Per me domani sarà un giorno di grande tristezza, che trascorrerò pregando per la Sicilia e per il popolo siciliano, perchè non debba più subire violenze cieche e irrazionali. Sono pronto al confronto istituzionale, ma con fermezza, sapendo che in ballo non ci sono i giochetti della politica politicante, ma gli interessi di un intero popolo che ha già subito tante violenze e che oggi viene massacrato".

"Usciremo dal guado, - scrive Crocetta - perché la verità e la giustizia trionfano sempre. Faccio appello ai siciliani di stringersi in questa civile e democratica lotta per la Sicilia, con uno stile quasi gandhiano, quello di un popolo assediato che sa che soltanto attraverso la mobilitazione democratica e non violenta, potrà ottenere quella comprensione istituzionale che è necessaria per risorgere. Nell'ultimo anno abbiamo tagliato sprechi e corruzione, non possiamo pagare in una sola finanziaria un passato di sprechi e di irresponsabilità che ci inseguono. E' venuto il momento della responsabilità e della coesione regionale, sapendo che ce la faremo. Non ho dubbi”.

Il governatore, intervistato dall'ANSA, va poi all'attacco: "In Piemonte c'è un buco di 10 miliardi di euro ma nessuno chiede alla Regione di recuperare in una sola manovra finanziaria queste risorse. Alla Sicilia, invece, viene chiesto di farlo. Sulla questione dei residui attivi pregressi chiediamo di essere trattati esattamente come tutte le altre Regioni, spalmando il debito su più esercizi finanziari evitando così il massacro sociale e la politica depressiva che distruggerebbe l'economia della Sicilia, con ripercussioni a livello nazionale - prosegue -. Chiediamo la possibilità di portare avanti una politica rigorosa di spending review senza causare problemi sociali spaventosi che determinerebbero la fine del patto di coesione sociale che ci deve essere tra istituzioni e cittadini - aggiunge Crocetta -. Il mio governo si è insediato da un anno, vogliamo la possibilità di potere continuare l'opera di risanamento necessario per l'intero mandato. Questa è la partita, spero che tutti se ne rendano conto". Secondo Crocetta "la Sicilia non chiede fondi, elemosine o privilegi allo Stato ma chiede di essere trattata esattamente come tutte le altre Regioni, in un momento in cui sta facendo il più grande sforzo della sua storia nella lotta alla corruzione, tagliando sprechi e risanando i conti: uno sforzo che non ha emuli in Italia".

"Molti non hanno capito nulla e continuano a sparare sentenze contro la Regione siciliana con gli stessi pregiudizi del passato - aggiunge Crocetta - I soliti critici si studino la finanziaria e i tagli che avevamo apportato e poi parlino. E poi ci dicano se dobbiamo chiudere le scuole per i disabili, le aree industriali con la conseguente eliminazione di 2.400 imprese e i teatri che nelle altre Regioni vengono sostenuti dallo Stato. Sono pronto a un confronto pubblico con chiunque". Per il governatore il caso Sicilia "sta in norme dello Stato che non vengono applicate nelle altre Regioni perché la decisione non è riservata a organismi tecnici". 

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#ALFANO e #LETTA ALLA CANNA DEL GAS.

CAMERA CON SOVIET

Come reagirà Berlusconi alla Notizia.

Berlusconi e il Milan via da San Siro? Lo prescrive il nuovo Codice etico del Comune


 

La bozza prevede che chi ha subìto condanne a più di due anni o presenta motivi di ineleggibilità alle cariche pubbliche non possa gestire strutture sportive comunali. Pisapia in cerca di soluzioni. Dopo la diffusione della notizia, l'assessore allo Sport rassicura i tifosi: "I rossoneri potranno continuare a giocare al Meazza"

 

Se non fosse bastata l’esclusione dal Senato, ora Silvio Berlusconi ne rischia un’altra: l’esclusione da San Siro, insieme a tutta la squadra rossonera. Già, il Milan rischia di non poter più calpestare l’erba dello storico stadio milanese. Per colpa del nuovo ‘Codice etico dello sport’ che Palazzo Marino sta mettendo a punto. La bozza prevede infatti che chi ha subìto condanne a più di due anni o presenta motivi di ineleggibilità alle cariche pubbliche non possa gestire strutture sportive comunali. Berlusconi? Colpito e affondato: è presidente onorario del Milan e al processo Mediaset è stato condannato a quattro anni per frode fiscale. Il caso sta suscitando un certo imbarazzo in comune.

Secondo il Corriere della sera, che riporta la notizia nelle pagine locali, la bozza è stata per il momento fermata per sottoporla a ulteriori valutazioni. Perché qui il rischio di incidente è grosso. E mezza città, quella di fede rossonera, potrebbe giurare vendetta al sindaco Giuliano Pisapia. Se il documento verrà approvato così com’è, i rossoneri saranno costretti ad abbandonare Milano, e non per farsi un nuovo stadio, come vorrebbe Barbara Berlusconi, nell’area Expo o a Sesto San Giovanni nelle ex aree Falck. Al codice stanno lavorando il presidente della commissione Antimafia David Gentili, la presidente della commissione Sport Anna De Censi, entrambi del Pd, e l’avvocato Guido Pisapia, fratello di Giuliano. Il testo è nato con la collaborazione delle associazioni Transparency International e Avviso Pubblico per evitare le infiltrazioni criminali nelle società che gestiscono strutture pubbliche e per valorizzare gli aspetti sociali dello sport.

Le ipotesi al vaglio di Palazzo Marino sono due. La prima, richiamando la legge 267 del 2000 del Testo unico degli enti locali, escluderebbe dalla gestione di impianti comunali chi ha condanne superiori a due anni. La seconda, ancora più severa, andrebbe a colpire chi ha condanne anche di primo grado o è stato interdetto dai pubblici uffici. Il Cavaliere, dunque, non avrebbe nessuno scampo. Certo, potrebbe dimettersi dalla squadra che ha elevato sul tetto d’Italia e d’Europa. Un bello smacco, però. Una soluzione potrebbe pertanto arrivare dall’amministrazione comunale che, di certo, non gli è politicamente amica. La scappatoia va trovata in fretta. Magari – ipotizza il quotidiano di via Solferino – l’applicazione del codice etico verrà resa facoltativa anziché obbligatoria, qualora la società sportiva ne motivi la mancata applicazione in un atto formale. Il Milan continuerebbe così a giocare a San Siro, col presidente a tifare dagli spalti. Ma qualcuno potrebbe prendersela con Pisapia. E accusarlo di una cosa: aver fatto inserire un bel comma ad personam.

Dopo la diffusione della notizia è intervenuto l’assessore allo Sport Chiara Bisconti, che in una nota rassicura tifosi e dirigenza rossonera: “Il lavoro del consiglio comunale su questa carta dei diritti e dei doveri dello sport è prezioso e andrà avanti nelle prossime settimane. Ma questo non ha nulla a che vedere con il diritto di una squadra gloriosa come il Milan nell’avere San Siro come sua casa naturale, perlomeno fino a quando lo stesso Milan non prenderà decisioni diverse”.

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IL FATTO TITOLA COSI

Boom: Per #Strasburgo Berlusconi non è un’urgenza Niente via #privilegiata

Per Strasburgo Berlusconi non è un’urgenza Niente via privilegiata


dalla Redazione

La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha stabilito che  il ricorso presentato da Silvio Berlusconi contro la  Legge Severino non seguirà una procedura “prioritaria”. Lo  ha indicato la stessa Corte ai giornalisti. Il ricorso era  stato presentato a ottobre. Inoltre la Corte di Strasburgo ha
registrato agli atti un secondo ricorso dei legali di Berlusconi riguardante la sentenza Mediaset. Si tratta della  semplice numerazione del ‘dossier’ sul quale non c’e’ ancora  un pronunciamento, ha spiegato la Corte. La decisione con la quale la Corte ha rifiutato di esaminare con procedura d’urgenza il ricorso di Berlusconi – si sottolinea a Strasburgo – non ha alcun impatto sulla valutazione di ammissibilità dello stesso ricorso. Ora i giudici andranno quindi avanti nell’esaminare l’azione legale berlusconiana per valutarne la ricevibilità ed entrare eventualmente nel merito.

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Video: Ghigliottina, Di Maio (#M5S): “Boldrini in malafede. La pace non dipende da noi”




“E’ chiaro che ci troviamo di fronte ad un bivio: noi ci aspettiamo che vengano ripristinati adeguati livelli democratici. Altrimenti il nostro comportamento che avete visto in questi giorni continuerà. Vediamo se loro vogliono la pace”. Così il deputato M5s e vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, in una conferenza stampa nella quale il Movimento ha presentato la richiesta di messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica. “La presidente della Camera, Laura Boldrini, e le altre forze politiche – continua Di Maio – devono decidere se sono disposti ad accettare che anche noi sediamo qui in Parlamento”. Poi sulla decisione della Boldrini di applicare la ghigliottina sul dl Imu-Bankitalia (“Ieri mi sono assunta una responsabilità derivante da comportamenti altrui, da rigidità contrapposte di diverso segno“), Di Maio dice: “E’ in malafafede, perché poteva scegliere altre strade da seguire”. Di Maio ha poi puntalizzato: “Mi sono giunte voci sulle mie dimissioni, ma non sono vere. Ho sempre dimostrato di essere imparziale, quelli che ho espulso dall’Aula sono per la maggior parte del mio gruppo. Non posso dire lo stesso rispetto a quello che ha fatto ieri la presidente Laura Boldrini”  di Manolo Lanaro

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Video: Lupo (#M5s): “Boldrini ha problemi di strabismo? No a donne di serie A e B”





Lupo (M5s): “Boldrini ha problemi di strabismo? No a donne di serie A e B”

“Chiediamo l’allontanamento del picchiatore dalla Camera: il questore Stefano Dambruoso“. Lo ha detto la deputata del M5S, Loredana Lupo, ieri al centro dello scontro con il rappresentante di Scelta Civica che si è scusato. “La presidente è una donna nota per le sue battaglie verso le donne, ma – ha aggiunto Lupo – non ha detto nulla su Dambruoso. Esistono donne di serie A e di serie B? Se è così, essendo di serie B, mi sento orgogliosa di esserlo” di Manolo Lanaro

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Video: Italicum, Toninelli (#M5S): “Consulta annulli voto Commissione. Pd teleguidato”




Italicum, Toninelli (M5S): “Consulta annulli voto Commissione. Pd teleguidato”

Questa mattina in commissione Affari costituzionale è stata commessa una violazione procedurale senza precedenti. Andremo davanti alla Corte Costituzionale con l’obiettivo di ottenere l’annullamento di quanto è successo”. Così, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio, il deputato M5S Danilo Toninelli ha fatto il punto sull’iter dell’approvazione della legge elettorale.”Ci sarà – ha spiegato – un ricorso diretto alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione e violazione del regolamento con l’obiettivo di annullare il mandato al relatore sulla legge elettorale e tornare a lavorare in commissione”. Il deputato del M5S ha poi aggiunto: “Ci accusano di essere teleguidati, ma poi i deputati del Pd sono i primi ad essere stati telecomandati: nella notte è arrivato un ordine e loro hanno ritirato 50 emendamenti alla legge elettorale”  di Manolo Lanaro


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News: Asl Lazio: parentele, incompatibilità e condanne. Ombre su nomine di Zingaretti

Asl Lazio: parentele, incompatibilità e condanne. Ombre su nomine di Zingaretti

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I consiglieri del movimento 5 stelle denunciano irregolarità nelle nomine del presidente della Regione. Tra nomi non idonei, procedimenti per danno erariale e amicizie politiche dichiarate. La replica: "Verificheremo, ma critiche strumentali"

Figli di papà – o meglio, di mamma – che scalano in tempi record i vertici della sanità pubblica. Casi d’incompatibilità, amici ripescati, ex che ritornano, persino condannati dalla Corte dei Conti: c’è un po’ di tutto nel pool dei manager nominati da Nicola Zingaretti. Sono pronti 12 incarichi su un totale di 21 direttori generali: siamo alla prima infornata. Ma è necessario fare un passo indietro. Dieci mesi fa, appena eletto, Zingaretti – “in nome della trasparenza e della competenza” – decide di bandire un concorso per la selezione dei futuri manager del Lazio. Affida all’Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) il compito d’indicare i migliori in tutta Italia: un’apposita commissione esterna, formata da soggetti indipendenti, selezionerà una short list di 50 nomi. Precisando che, anche gli idonei, seppur non ricompresi nella short list, possono essere nominati. Si arriva così alla prima rosa dei nuovi manager. A fine ottobre viene pubblicato l’elenco degli idonei, sono 581, mentre a gennaio – qualche giorno prima degli incarichi – viene resa pubblica anche la lista ristretta. Ma i consiglieri regionali del Movimento cinque stelle e Fabrizio Santori del gruppo misto, su alcune nomi denunciano delle irregolarità. “Ho agito nel segno dell’innovazione – ribatte Zingaretti attraverso il suo ufficio stampa – e le critiche mosse dai consiglieri del M5S e da Santori sono assolutamente strumentali. Verifichiremo comunque tutto con la massima attenzione: se vi sono irregolarità valuteremo”. Analizziamole caso per caso.

Parentela sospetta
Partiamo dal caso di Fabrizio D’Alba. È stato proposto da Zingaretti per dirigere la Asl Roma H (Castelli romani). Per i consiglieri regionali del Movimento cinque stelle e Fabrizio Santori del gruppo misto, D’alba non possiede i requisiti. E potrebbe trattarsi di una possibile parentopoli. I consiglieri riscontrano l’irregolarità partendo proprio dalla normativa regionale, targata Zingaretti, che prevede – come requisito fondamentale – l’esperienza quinquennale nella direzione d’una struttura ospedaliera complessa. “Il Dottor D’Alba – segnalano i consiglieri – nel suo curriculum ne dichiara solo due”. Ilfattoquotidiano.it ha verificato che nel curriculum di Fabrizio D’alba appaiono diverse esperienze in strutture ospedaliere come dirigente amministrativo. E soltanto dal 2012 a oggi risulta aver ricoperto l’incarico di direttore amministrativo del San Camillo Forlanini di Roma. D’altronde D’Alba – classe 1973 – è il più giovane direttore generale tra quelli proposti dal Governatore. Ed è figlio di Elda Melaragno che, per oltre un decennio, è stata al vertice del Dipartimento Sanità della Regione Lazio.

Madre e figlio sono citati in una memoria di Anna Iannuzzi, nota come “Lady Asl”, che nel 2006 alla procura che indagava sullo scandalo Sanità, scrive: “Ricordo anche che la Paccapelo mi consigliò di affidare una consulenza informatica al figlio della Melaragno, Fabrizio D’Alba (…). Poiché tale richiesta mi veniva da persona molto influente, quale è la Paccapelo, ho ceduto a questa richiesta e ho versato al figlio della Melaragno 10 milioni (così nel testo originale, ndr) al mese da agosto a novembre 2005 (…) anche se, di fatto, il lavoro dallo stesso effettuato non veniva da noi utilizzato”. Sulla vicenda Lady Asl, però, né Elda Melaragno né Fabrizio D’Alba risultano coinvolti.

I manager incompatibili
Tra i casi più discussi c’è quello di Isabella Mastrobuono, direttore sanitario della Fondazione Tor Vergata, il cui presidente è proprio Zingaretti. È stata proposta come direttore generale per l’Asl di Frosinone. Secondo i consiglieri della Pisana non potrebbe ricoprire l’incarico per due ragioni. La prima: la sua nomina sarebbe in contrasto con la legge che nega a chi nei due anni precedenti “abbia ricoperto cariche in enti di diritto privato, regolati o finanziati dal servizio sanitario regionale”, la possibilità di diventare direttore generale. E la fondazione policlinico Tor vergata è un ente di diritto privato. La seconda: è stata Sub Commissario del Molise e quindi risulterebbe incompatibile con la nomina che non può essere conferita “a coloro che, nei due anni precedenti, abbiano esercitato la funzione di Presidente del Consiglio dei Ministri o di Ministro, Viceministro o sottosegretario nel ministero della salute o in altra amministrazione dello Stato”.
Infine un particolare: la Mastrobuono è stata assolta recentemente dal processo che la vedeva accusata di abuso d’ufficio per essersi aumentata il proprio stipendio oltre i limiti previsti dalla legge. Per questo reato, dopo il rinvio a giudizio, aveva chiesto il patteggiamento. In base alle stesse norme, peraltro, Zingaretti ha bloccato la nomina di Luigi Macchitella per la direzione della Asl di Viterbo. Il motivo: avrebbe avuto, fino al 31 marzo 2013, un rapporto di lavoro con l’Icot (Istituto chirurgico ortopedico traumatologico) di Latina che, a tutti gli effetti, risulta una struttura privata convenzionata con la Regione Lazio. Il suo caso – denuncia Santori in un’interrogazione – rientrerebbe in una fattispecie simile al caso Mastrobuono.

L’amico ripescato
Vitaliano De Salazar sarà il manager dell’Asl Roma B. Un passato da direttore generale dell’Ospedale Spallanzani, del Sant’Andrea e dell’Ares 118, è l’unico dei nominati non presenti nella short list. È stato ripescato dall’elenco dei 581 risultati idonei. In questo caso non c’è alcuna violazione, perché la legge regionale dà ampio potere discrezionale al Presidente del Lazio, che può scegliere anche chi non è nel “listino”. Ma i Cinque stelle domandano: “A cosa è servito affidare la selezione ad un’Agenzia esterna se poi si devono indicare persone che si desidera come De Salazar?”. “L’Agenas – replica l’ufficio di stampa di Zingaretti – ha soltanto il compito di suggerire dei nomi. Le nomine spettano solo al presidente della Regione Lazio”.

Il manager che non voleva tagli
La sedia più alta dell’azienda Roma G è stata assegnata a Giuseppe Caroli, di Modena, fino al 31 maggio direttore generale dell’Asl cittadina. Di lui i consiglieri pentastellati raccolgono un aneddoto interessante: la sua strenua opposizione all’iniziativa della giunta Errani che voleva ridurre il premio di produttività di tutti i direttori generali della sanità emiliano romagnola dal 17 al 15 per cento. “Si è ribellato perché voleva il premio per intero”.

Due pesi e due misure
“Zingaretti ha parlato di merito, di nomine integerrime e ci ritroviamo tra i nominati anche Ilde Coiro che è stata condannata in via definitiva dalla Corte dei conti per danno erariale?”. I consiglieri attaccano anche questa nomina. Fu nominata – da Pietro Marrazzo – direttore generale dell’Asl di Latina dal 2007 al 2010. Dopo un passaggio come direttore amministrativo all’Asl Roma C, ora si prepara per guidare il San Giovanni, uno degli ospedali strategici della Capitale. Nel documento dei cinque stelle, la Coiro viene descritta come una donna molto vicina al vecchio Pd romano. Rinviata, invece, la decisione sull’incarico di Luigi Macchitella all’Asl di Viterbo. Anch’egli vicino al Pd, è stato condannato in primo grado dalla Corte dei conti a pagare 75mila euro per danno nei confronti dell’Usl di Foligno che ha diretto fino al 2003.

Galassia Pd
E intorno al Pd, secondo i consiglieri del M5S, orbitano anche altri neo manager della sanità laziale. Tra questi – si legge nel documento dei consiglieri – anche “Carlo Saitto, nominato all’Asl Roma C, direttore amministrativo nell’era Marrazzo sotto la direzione di Ilde Coiro nell’azienda sanitaria pontina; Vincenzo Panella alla Asl D, Giuseppe Quintavalle a Civitavecchia, vicino all’ex sindaco Pietro Tidei. Michele Caporossi, marchigiano con un passato da assessore al comune di Ancona in una giunta di centrosinistra, scelto per la Asl di Latina”. E infine ritorna Vitaliano De Salazar che “ha accompagnato Michele Baldi della Lista Civica Zingaretti in tutta la sua campagna elettorale”.

 

News: Procedure voto della Camera, ricorso 5 Stelle a Consulta



Gli insulti, gli assalti, i blocchi, una gomitata, le parolacce da bettola, voti regolari a metà, dibattiti interrotti, la disobbedienza civile insieme a quella incivile, le minacce di sanzioni, di querele, di ricorsi alla Consulta. Una guerriglia durata due giorni ha trasformato la Camera dei deputati in un ring con uno scontro perpetuo, la cui fotografia è il faccia a faccia, simile più a quello tra due centrocampisti in una semifinale che non una disputa retorica, tra il capogruppo del Pd Roberto Speranza e una delle figure di riferimento dei Cinque Stelle, Alessandro Di Battista. Insieme ad altre due immagini del giorno: le porte degli uffici della presidente della Camera Laura Boldrini sbarrate per sicurezza e i commessi che presidiano l’Aula di Montecitorio. 

Un nervosismo esploso dopo la ghigliottina” decisa dalla presidente della Camera Laura Boldrini e che ha caratterizzato l’intera giornata parlamentare: sono state bloccate le commissioni, il voto sul testo-base dell’Italicum è avvenuto nel caos e molti deputati (di vari partiti: Sel, Fratelli d’Italia, Ncd, Lega) hanno denunciato poi in Aula di non aver potuto esprimere la propria preferenza perché l’accesso era bloccato. I grillini hanno scelto per un giorno l’Aventino, disertando i lavori a Montecitorio e al Senato. Domani (31 gennaio) torneranno sui loro banchi – assicurano – ma la pace sarà lontana, come hanno già promesso nelle scorse ore. Tanto più che la stessa Boldrini ha annunciato sanzioni rapide: il M5s, ha detto, “non sa utilizzare gli strumenti che ci sono per svolgere il suo ruolo e allora ricorre ad altri mezzi: la violenza, le minacce, il turpiloquio. Tutte cose inaccettabili”. Il rischio quindi è che si entri in un circolo vizioso. Cerchio che si chiude, per inciso, con l’avvio della procedura per la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Lui non sembra preoccupato: “Faccia pure il suo corso”. Ma resta l’impronta della giornata di più alta tensione dall’inizio della legislatura e forse degli ultimi anni, con il fuoco incrociato tra istituzioni e partiti. Il segretario del Partito democratico Matteo Renzi attacca: ”Hanno scambiato il Parlamento per una sorta di ring dove bloccare la democrazia“. Lui replica: “L’iter faccia pure il suo corso”. In serata il commento anche di Guglielmo Epifani (Pd)“Il comportamento dei parlamentari del Movimento 5 Stelle in queste ore non solo viola leggi e prassi, ma tenta di minare il cuore delle nostre istituzioni. A cominciare dalla più alta magistratura, la presidenza della Repubblica, dalla presidenza della Camera, fino al funzionamento stesso del Parlamento repubblicano. Si tratta di comportamenti che vanno condannati fermamente”.

Ora il rischio è che si arrivi alle carte bollate, come minimo. Da una parte il Movimento Cinque Stelle annuncia un ricorso alla Corte Costituzionali per annullare i voti nelle commissioni e sul decreto Imu-Bankitalia. Dall’altra i deputati democratici che ventilano profili penali nel blocco del lavoro degli organismi parlamentari e le colleghe di partito che querelano il grillino Massimo De Rosa che le ha accusate durante una riunione di “essere lì perché siete brave a fare i p…”. Le 24 ore di puro stile sono completate dalla stessa Boldrini che se la prende molto con i Cinque Stelle e un pochino con il governo (“rigidità contrapposte”) e Beppe Grillo che definisce il suo movimento “la nuova Resistenza” e che si appresta a scendere a Roma per dare sostegno ai suoi. 

In questa atmosfera niente male è iniziata la discussione generale a Montecitorio sulla riforma elettorale che nelle prossime ore voterà le pregiudiziali di incostituzionalità. C’è lo spettro del voto segreto, anche se anche la minoranza Pd assicura che tutti i deputati democratici voteranno contro le pregiudiziali. Ma anche i piccoli partiti della maggioranza e dell’opposizione lamentano le modalità del voto in commissione. Lega e Fdi, non appena inizia il dibattito in Aula, chiedono di riportare subito il testo in commissione. E nella mattina del 31 gennaio la loro richiesta sarà messa in votazione. La maggioranza che può affossare la proposta di ritorno in commissione è molto larga e quindi la questione sembra destinata a morire lì. Ma con il Pd non si può mai dire.

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giovedì 30 gennaio 2014

News: Pentagono boccia gli F35: “Inaffidabili, crepe durante i voli” #Letta @matteorenzi

Pentagono boccia gli F35: “Inaffidabili, crepe durante i voli”

 

 

Nell'ultimo report del Pentagono sui test in volo, il caccia F35 giudicato ancora immaturo e inaffidabile anche dal punto di vista strutturale.

I caccia F-35 non sono affidabili, anzi durante i voli di prova effettuati lo scorso anno sui velivoli sono emerse preoccupanti crepe. A rivelarlo ancora una volta è il Pentagono che sta seguendo passo dopo passo il programma di sviluppo Joint Strike Fighter e che in passato ha già evidenziato più di un punto debole dei nuovi aerei caccia che saranno adottati anche dall’aeronautica militare italiana. Come rivela Repubblica, ad evidenziare i nuovi pericoli degli F35 è stato direttamente il capo della sperimentazione del Pentagono, Michael Gilmore, che ha firmato l’ultimo rapporto dopo i test  di resistenza sull’aereo. Secondo il report del Pentagono, le prove condotte sul campo hanno dimostrato che l’F35, in questa fase dello sviluppo, continua ad avere “prestazioni sull’operatività complessiva immature” e ciò rende necessario “soluzioni industriali con assistenza e lavori inaccettabili per operazioni di combattimento”. Non solo, il Pentagono mette sotto accusa proprio la tenuta strutturale del velivolo evidenziando il caso di alcune crepe.

Software troppo complesso - Come spiega il rapporto, infatti, i test condotti sui modelli Air Force e Marine Corps dei caccia F35 hanno permesso di individuare “significativi segni di cedimento”, cioè crepe, in cinque diverse occasioni in corrispondenza delle paratie della fusoliera e dei motori. Difetti importanti che probabilmente richiederanno nuovi aggiustamenti e forse una nuova progettazione per alcune parti. Sotto accusa infine anche il software di gestione, giudicato estremamente complesso, soprattutto nella versione a decollo corto e atterraggio verticale destinato alle portaerei come l’italiana Cavour. In definitiva, secondo il rapporto di Gilmore, non è sicuro che il caccia F-35 B possa essere operativo entro la fine del 2015, mentre l’azienda Lockheed-Martin garantisce che tutto sarà pronto sottolineando i progressi nello sviluppo dei caccia.

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(Video #Pirata) Legge elettorale: GOLPE in Commissione Affari Costituzionali


Il golpe non è avvenuto ieri sera. Il golpe è avvenuto stamattina.

In Commissione Affari Costituzionali, secondo i giornali, "è stato approvato il testo della legge elettorale": non è vero. Nello spazio di pochi secondi, il Presidente della Commissione ha avocato a sé il ruolo di relatore in aula, e ha fatto approvare il testo arrivato da Renzusconi senza alcuna discussione né tantomeno alcuna votazione.

Il tutto in mezzo alle proteste del MoVimento 5 Stelle, che ha chiesto il conteggio dei voti, che non è avvenuto. Il Presidente è scappato. I parlamentari non hanno praticamente avuto alcuna possibilità di discutere o emendare il testo di legge, che va in aula così com'è.
Intanto, i "grillini" vengono dipinti dall'informazione come i sabotatori della democrazia.

Quale democrazia? E' morta stamattina. Il Parlamento non esiste più.

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