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martedì 31 dicembre 2013

il contro discorso del leader dei 5stelle Grillo

“Vincere in Europa, da lì cambieremo l’Italia”Grillo guarda già alle prossime elezioni

 

L’annuncio di impeachment per Napolitano a gennaio, l’invettiva contro la classe politica e l’invito agli italiani a «diffondere la verità» tra i temi toccati 

«Andremo in Europa e vinceremo. Se sarà necessario, faremo un referendum sull’euro, se serve, ne usciremo. Io non ho le competenze per spiegarvi cosa servirà, ma faremo le cose giuste». Sono le elezioni europee della prossima primavera il tema centrale del contro-discorso di fine anno di Beppe Grillo, che in camicia a quadri e in un ambiente molto informale (alle sue spalle una statua di Grillo vestito da Garibaldi) parla in contemporanea con il presidente Napolitano. All’inizio del discorso, per parecchi minuti, il blog di Grillo è stato inaccessibile, forse per i troppi accessi poi la situazione si è normalizzata.

SALUTO POLEMICO - Il discorso è iniziato con un saluto polemico: «Buon anno a tutte le italiane e a tutti gli italiani in ascolto, ovunque voi siate. Vi guardo, vi vedo attraverso la Rete. So tutto di voi. Vi controllo. E mi domando dopo tutti questi anni passati a denunciare, organizzare, promuovere iniziative di ogni genere, mi domando cosa state aspettando? Nessuno risolverà i vostri problemi se voi non inizierete per primi. Avete ancora il coraggio di votare per chi ha rovinato il Paese? Continuate a farlo se volete, ma non vi lamentate allora. Non ne avrete il diritto. Il MoVimento 5 Stelle è la vostra ultima speranza prima dello sfascio».

IMPEACHMENT A GENNAIO - Grillo ha confermato poi la volontà di proporre l’impeachment per Napolitano: «Spero che come Cossiga si dimetta prima. Lo dico per lui. Non può più permettersi di bloccare un Paese».

SULLA LEGGE ELETTORALE - «Questo parlamento di nominati che hanno tratto beneficio dal Porcellum non ha l’autorità per definire una nuova legge elettorale. Si deve ripristinare la legge precedente, il Mattarellum, e andare alle elezioni. Il nuovo Parlamento discuterà la nuova legge. Non si può chiedere a dei ladri di fare una legge sui furti».

DAI POLITICI SOLO MENZOGNE- «I partiti dicono quello che non fanno e che non faranno. Dicono di tagliare le tasse e invece le aumentano. Aboliscono i finanziamenti pubblici e invece li incassano. Acquistano i cacciabombardieri F35 dopo aver affermato il contrario in campagna elettorale. Ogni loro parola è una menzogna che viene propagandata dalle televisioni di Stato attraverso i servi dei partiti. Il Paese è allo stremo e lo prendono per il culo con la ripresa quando è chiaro che con questi la ripresa non ci sarà mai. Il Paese ha bisogno di una scossa, ma quella scossa non può venire solo da me, dai ragazzi in Parlamento, da Casaleggio, dagli attivisti sul territorio, deve venire anche da voi. Non ditemi che non sapete come fare.»

LA CONSULTA È INUTILE - «La Corte Costituzionale dopo otto anni si è pronunciata sulla legge elettorale. A cosa serve una Corte che decide dopo otto anni? Non serve a nulla. E’ chiaro che può pronunciarsi solo le condizioni politiche glielo consentono. Non è autonoma dai partiti come ha dimostrato l’elezione di Amato, l’ex tesoriere di Craxi che nulla sapeva delle tangenti di Tangentopoli, da parte di Napolitano. La Corte ha in sostanza dichiarato la legge elettorale incostituzionale per l’enorme premio di maggioranza e per la mancanza di scelta del candidato. Un ragazzo di terza media l’avrebbe deciso in mezz’ora, loro ci hanno impiegato otto anni, noi lo abbiamo denunciato dal 2006, dalla sua entrata in vigore, e abbiamo raccolto 350.000 firme per cambiare la legge. Ci hanno riso in faccia».

SU RODOTA’ - «Rodotà non l’ha votato la sinistra, avrebbe messo subito fuori Berlusconi, ma non l’hanno votato perché non vogliono gente integerrima».

IN EUROPA PER CAMBIARE - «Certo che arriveremo in Europa», è sicuro Grillo. «Il M5S parteciperà per vincerle, per ridare all’Italia un ruolo centrale in Europa. Le politiche economiche europee sono contro gli interessi nazionali, dettate dagli interessi tedeschi, le ricontratteremo e se necessario disdetteremo accordi firmati da altri governi che non hanno mai sentito la necessità di informare o consultare gli italiani come Monti cha ha firmato un taglio di 50 miliardi all’anno dal 2015 nel bilancio dello Stato per 15/20 anni. Qualcosa di diverso l’Europa sarà se il M5s arriverà in Europa ma ci arriverà, ci arriverà. Voglio solo farvi un augurio: non ho detto parolacce e non ho gridato. Da persona normale vi dico: vinceremo e che la forza sia con voi e con Obi One Kenobi».

(Fonte) 

Nel Messaggio di Napolitano si rivolge al M5S leggete @beppe_Grillo




Ma si rivolge anche alle opposizioni, il cui gruppo più corposo (i Cinque Stelle) non è mai tenero. “Grande è lo spazio – dice – anche per le forze di opposizione che vogliono criticare in modo circostanziato e avanzare controproposte sostenibili” rispetto all’operato del governo. Tutto questo dopo aver sottolineato che non tocca a lui ma al Parlamento giudicare l’operato dell’esecutivo sia per quanto fatto che per quanto intende fare con il Patto per il 2014. Certo, resta la preoccupazione “per il diffondersi di tendenze distruttive nel confronto politico e nel dibattito pubblico, tendenze all’esasperazione, anche con espressioni violente, di ogni polemica e divergenza, fino ad innescare un ‘tutti contro tutti’ che lacera il tessuto istituzionale e la coesione sociale”.

(fonte) 

Qui il Messaggio di grillo 

 

#LETTA L’ingorgo fiscale inizia il 2 gennaio 2014: Ivie, Ivafe, Irpef, Irap e cedolare secca

L’ingorgo fiscale inizia il 2 gennaio: Ivie, Ivafe, Irpef, Irap e cedolare secca

Scadenze fiscali di gennaio 2014: il countdown è iniziato. Siamo agli sgoccioli di un 2013 che non in molti ricorderanno come foriero di soddisfazioni economiche, e già dobbiamo fare i conti con l’ingorgo fiscale di inizio anno. Sono infatti molteplici le scadenze che si avvicenderanno durante il primo mese del 2014, di cui alcune sono ormai un appuntamento quasi di rito (come il canone Rai), mentre altre appaiono decisamente più inconsuete (come la cosiddetta “porno tax”). Ecco la lista completa, con relative date.

 

L’ingorgo fiscale inizia il 2 gennaio: Ivie, Ivafe, Irpef, Irap e cedolare secca

Particolarmente gettonata la data del 2 gennaio: neanche il tempo di riprendersi dagli eccessi del cenone di Capodanno, che già si dovranno fare i conti con la scadenza per il versamento dell’Ivie e dell’Ivafe, e per la regolarizzazione dell’acconto Irpef dovuto il 2 dicembre 2013. Ma non finisce qui: sempre il 2 gennaio le persone fisiche dovranno versare la cosiddetta “porno tax”, mentre per i soggetti Ires la scadenza è prevista invece il 9 gennaio 2014. Nello stesso giorno, inoltre, le persone fisiche avranno l’ultima possibilità per saldare l’acconto Irap dovuto lo scorso 2 dicembre, e i proprietari di immobili che hanno aderito al regime della cedolare secca potranno regolarizzare la rata di acconto scaduta nel mese di dicembre.

Venerdì 10 gennaio, invece, le imprese che usufruiscono del regime agevolato previsto dalla legge Finanziaria 2001, sono tenute a comunicare all’Agenzia delle entrate i dati contabili dell’ultimo trimestre.

Scade il 15 gennaio 2014 la possibilità, per gli eredi che hanno presentato la dichiarazione dei redditi per conto di una persona deceduta dopo il 16 febbraio 2013, di versare il saldo dell’Irpef con la maggiorazione dello 0,40%. Stesse modalità e scadenze anche per ciò che riguarda l’Irap, l’Iva, il contributo di solidarietà, l’imposta sugli immobili e le attività finanziarie detenute all’estero dal defunto.

16 gennaio: versamento della Tobin Tax

Il 16 gennaio è, invece, l’ultimo giorno utile per il versamento della Tobin tax, non solo per banche e società di investimento, ma per tutti coloro che abbiano effettuato transazioni finanziarie.

30 gennaio: l’immancabile canone Rai

Ultimo ma non per importanza, lo storico appuntamento con il canone Rai, dovuto da tutti i detentori di apparecchi radiotelevisivi, che scadrà proprio il 30 gennaio.

E le tasse sulla casa? Mini imu, Tasi e Tari

Insomma, decisamente una bella lista, alla quale andrebbero aggiunte tutte le scadenze relative alle vecchie e nuove imposte sulla casa. Non dimentichiamo, infatti, che a incombere c’è anche la famosa mini Imu, posticipata dal 16 al 24 gennaio 2014 ma sempre dovuta, oltre ai primissimi assaggi delle nuove Tasi (tassa sui servizi indivisibili) e Tari (tassa sui rifiuti), la cui scadenza degli acconti, salvo proroghe dell’ultima ora, è fissata per il prossimo 16 gennaio.

(Fonte)

VIDEO: Re Giorgio e la perpetua minaccia di dimissioni "O così o mi dimetto"

Napolitano all’ottavo discorso. Re Giorgio e la perpetua minaccia di dimissioni

 

Gli 8 mesi del secondo settennato che aveva detto di rifiutare perché "inutile" e "ridicolo" sono stati più difficili dell'intero primo mandato. E sempre all'insegna di un'unica parola d'ordine: "O così o mi dimetto". Una strategia per allontanare le elezioni e mettere nell'angolo Grillo e Renzi

Otto mesi di un secondo settennato vissuti all’insegna di un’unica, ripetitiva e costante parola d’ordine: “Mi dimetto”. Seguita da un inciso sottinteso, ma inevitabilmente conseguente: se non si fa come dico io. C’è chi sostiene che Giorgio Napolitano sia stato costretto, in un momento di crisi economica e valoriale del Paese, ad usare un’arma così poco nobile, il ricatto, per tenere in piedi un sistema che altrimenti sarebbe deflagrato sotto i colpi dell’antipolitica e dell’antieuropeismo. Eppure, se si torna indietro solo di qualche mese nella storia di questo arroventato 2013, si scopre che il Capo dello Stato stava lavorando a questo “schema di gioco”, basato sulla presunta irrinunciabilità della sua persona sulla poltrona istituzionale più alta, da ben prima che ci si arrendesse all’inevitabilità di un suo secondo mandato. Un secondo mandato che lui aveva detto in lungo e in largo di voler rifiutare e che non sarebbe stato possibile. Anzi: “Sarebbe – disse nell’intervista a Mario Calabresi del 14 aprile – una non soluzione”. Di più: “Ai limiti del ridicolo”. 

I suoi detrattori, è noto, lo hanno accusato fin da subito di essersi inventato il governo tecnico di Mario Monti nel nome di una stabilità che – forse – solo nuove elezioni avrebbero effettivamente potuto dare. Non era però noto allora (siamo nel novembre 2011) quanto quella delle larghe intese e dell’obbedienza ai voleri dell’Europa (e degli americani, non necessariamente nell’ordine) fosse una vera e propria ossessione di Napolitano, arrivata poi nel tempo a livelli tali da non concepire il seppur minimo scossone politico, pena l’immediata minaccia: “Mi dimetto”.

 



E il risultato è che la sua rielezione ha finito per garantire lo status quo. Tenere la maggioranza “sotto scacco” (“O così o me ne vado”) serve sempre evitare le elezioni e causa e effetto sono che Napolitano vede come fumo negli occhi sia Grillo che Renzi. Con il primo il duello è continuo. L’esempio plastico – fotografia degli ultimi 8 mesi – sono i due discorsi alla Nazione in contemporanea nell’ultimo giorno dell’anno. Con il sindaco di Firenze apparentemente c’è più lealtà. Si sono incontrati privatamente al Colle, ma la freddezza permane. E tutti hanno letto la fuga di Renzi dal Quirinale – prima del buffet per gli auguri di Natale e senza salutare il presidente – come un modo del segretario Pd per non essere troppo “vincolato” dal Colle.

Ad ogni modo il 16 dicembre questo “schema di gioco” del capo dello Stato che prima era emerso solo nei retroscena e nelle analisi politiche dei notisti delle maggiori testate, è diventato palese in una frase di un suo discorso legata alla prima “crisi pilotata” del governo Letta: “E’ persino banale ribadire che la stabilità non è un valore se non si traduce in un’azione di governo adeguata: non c’è nulla che assomigli a una concessione all’inerzia e all’inefficienza nella preoccupazione di evitare un cieco precipitare verso nuove elezioni”.

La cecità della politica contrapposta, dunque, al suo polso fermo e alla sua lungimiranza. E, in effetti, c’ha visto lungo il Capo dello Stato quando ancora in sella, ma in pieno semestre bianco, il 30 marzo 2013 mandò un segnale chiaro a chi (Bersani) stava tentando di formare un esecutivo dopo un risultato elettorale tutt’altro che risolutivo. Se non vi mettete d’accordo per fare un governo – questa la sintesi di un messaggio ai partiti – potrei dimettermi prima costringendovi a mettervi d’accordo sul nome di un nuovo Capo dello Stato. Bella minaccia in un momento di massima confusione. I 101 del Pd dimostrarono poi quanto questa “profezia” fosse azzeccata, lasciando però sul campo anche molti dubbi sulla “firma” di quei “traditori” e, soprattutto, sul loro “alto” mandante.

Insomma, il 2013, in questi primi – quasi – otto anni di “regno”, è stato certamente tra gli anni più difficili per Napolitano, se non il più difficile della sua lunga vita politica. Un anno di tensioni e aspri confronti su cui lui, a ben guardare, ha sempre avuto la meglio e questo lo porta ad essere comunque un presidente dei record: il primo Capo dello Stato ad essere stato dirigente del partito comunista; il primo a venire rieletto; il più anziano nella storia della Repubblica; il secondo ad essere eletto quando era senatore a vita (il primo fu Leone); il primo a nominare in un solo colpo, il 30 agosto scorso, quattro senatori a vita: Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia. Una risposta politica, lo si è letto in quei giorni, a chi nel Pdl lo stava strattonando per concedere la grazia ad un Silvio Berlusconi appena condannato in via definitiva nel processo Mediaset. Un clima incendiario, alimentato ad arte nell’ex Pdl come da consuetudine quando c’è di mezzo il “capo”, che è stato vissuto con grande irritazione al Quirinale. Il 3 agosto, attraverso canali non istituzionali, Napolitano fece pervenire un messaggio chiaro, sul fatto che la grazia, per una serie di ragioni giuridiche, ma non solo, doveva considerarsi impercorribile. Nucleo del messaggio, tuttavia, ancora più drastico nelle sue conseguenze: “Basta con le minacce o mi dimetto”. “Fermatevi prima che sia troppo tardi – riportavano tra virgolette alcuni quotidiani ben informati sul sentire del Colle – le mie dimissioni sono già scritte, e poi farete i conti con un mio successore sicuramente meno garantista di me e, per quel che ne capisco, anche con una nuova maggioranza che a quel punto finirà per asfaltare anche un centrodestra allo sbando con ritorsioni e risentimenti interni irrisolvibili”.

Ancora la parola “dimissioni agitata come spettro della peggior disgrazia, di una crisi economica che senza di lui sarebbe stata peggiore, di un disfacimento delle istituzioni che – ancora – in sua assenza avrebbero conosciuto il punto più buio dalla nascita stessa della Repubblica. Toni, a guardar bene, iperbolici e per nulla concreti se si tiene anche in conto che Napolitano li ha usati in più occasioni ben prima della sua rielezione. Di quando, per ricordarlo, quasi tutte le principali forze politiche si recarono in processione al Colle per “pregarlo” di rimanervi per un secondo mandato. Chissà se la storia, presto o tardi, ci regalerà un giorno una sceneggiatura diversa di quel momento. Sta di fatto che Napolitano ha messo le mani avanti anche nei confronti della stessa Storia, lasciando traccia – in un’intervista alla Rai, il giorno dopo la rielezione del 20 aprile con 738 voti su 1007 – del racconto di “essere stato quasi costretto ad accettare la candidatura a una nuova elezione, essendo profondamente convinto di dover lasciare” e di aver “detto sì per senso delle istituzioni”.  Quattro giorni dopo ha dato l’incarico a Enrico Letta di formare il governo delle “larghe intese”. Chissà che questo sviluppo della crisi non fosse stato già concordato in tempi non sospetti.

Carico del nuovo mandato e giurando davanti alle Camere riunite, Napolitano non ha avuto pietà per nessuno. Non per i partiti, che di fronte alla richiesta di riforme e di rinnovamento non sono stati capaci “di dare soluzioni soddisfacenti”: hanno finito per prevalere “contrapposizioni, lentezze, esitazioni, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi”. E ai parlamentari che lo applaudivano, ha sferrato poi il colpo più duro, ricordandogli di non lasciarsi andare ad “alcuna autoindulgenza”: “Non lo dico solo ai corresponsabili del diffondersi della corruzione nelle diverse sfere della politica e dell’amministrazione, ma anche ai responsabili dei tanti nulla di fatto nel campo delle riforme”.

Ma anche lì, ecco di nuovo risuonare la parola chiave: di fronte a “sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Una minaccia di dimissioni che, come si è visto, è stata più volte confermata anche dopo, il 17 settembre scorso, quando il Pdl in Aventino nel nome della pressione sul Colle per far ottenere la grazia al Cavaliere, si è spinto fino alla minaccia di dimissioni in blocco pur di arrivare allo strappo nel governo e provocare le dimissioni anticipatissime di Letta e di Alfano, all’epoca ad un passo dalla porta di via dell’Umiltà. Ecco, anche allora, a spingere l’attuale leader di Ncd a compiere un passo che altrimenti avrebbe atteso ancora a fare, è stato certo il convincimento che i talebani berlusconiani avessero superato il limite, ma la responsabilità di provocare, con un atteggiamento attendista, le dimissioni di Napolitano pur di non portare il Paese nuovamente al voto. Disse, all’epoca, Re Giorgio: “Ciò configurerebbe infatti l’intento, o produrrebbe l’effetto, di colpire alla radice la funzionalità delle Camere. Non meno inquietante sarebbe il proposito di compiere tale gesto (le dimissioni in massa dei parlamentari pidiellini) al fine di esercitare un’estrema pressione sul Capo dello Stato per il più ravvicinato scioglimento delle Camere”. Proposta inaccettabile, dunque, per il Colle, quella di raccogliere il guanto della sfida da parte di Berlusconi e dei suoi. 

Così Napolitano, ormai 88enne, di fronte alla spaccatura del Pdl, si è rimesso all’opera. Siamo all’inizio di ottobre e, senza una crisi formale, il governo Letta si è rafforzato con una raffica di fiducie parlamentari (e più di una gaffe) ma va avanti. Scelta che a Napolitano ha provocato l’accusa, da parte di Berlusconi e Grillo, di aver partecipato a un “colpo di Stato”. Di qui la richiesta di impeachment. Provocazione ufficialmente non raccolta, ma vissuta, secondo i più attenti quirinalisti, con profonda amarezza, nonostante quella frase di risposta sempre pronta a scattare: attenzione, che sennò mi dimetto. Chissà quanto durerà ancora questo “sennò”.

(Fonte)

OPS!! Expo 2015, appalti a società plurindagate

Expo 2015, appalti a società plurindagate Tra le commesse rispunta la discussa Maltauro
E insieme le solite coop rosse 

 di Stefano Sansonetti

 

Il business è più che mai entrato nel vivo. E sul piatto, con frequenza a dir poco sostenuta, ci sono appalti milionari che fanno gola a destra e a sinistra. Expo 2015, ormai, è soprattutto questo. Un centro intorno al quale, vista anche la fretta con la quale si deve procedere, ruota una galassia di interessi. Che si portano dietro qualche zona d’ombra. Basta andare a vedere cosa è successo in occasione di due tra le più recenti commesse assegnate dalla società, guidata da Giuseppe Sala, che ha in carico l’organizzazione della manifestazione. Non più di qualche settimana fa, infatti, è stato aggiudicato l’appalto per la progettazione ed esecuzione dei manufatti cosiddetti “Expo Centre” e “Padiglione Zero”. Si tratta, in pratica, della costruzione di vari spazi espositivi, sale conferenze e un auditorium. Ebbene, la commessa è stata vinta, per 24 milioni e 100 mila euro, dalla Cesi Cooperativa Edil-Strade imolese, con sede proprio a Imola, in provincia di Bologna. Si tratta, come quasi sempre avviene per aziende che vengono da quelle parti, di una realtà aderente a Legacoop, la lega della cooperative “rosse”. Così come alla Legacoop aderisce Cefla, altra cooperativa di Imola che si è aggiudicata un altro appalto succoso per Expo 2015, ovvero la progettazione ed esecuzione delle “Architetture di servizio”. In questo caso parliamo di aree di ristorazione, spazi commerciali, servizi ai visitatori, servizi igienici, servizi ai partecipanti, servizi per la sicurezza, magazzini e locali di servizio. La commessa, per un totale di 55 milioni e 600 mila euro, non è stata però assegnata soltanto alla Cefla. Accanto alla cooperativa rossa, infatti, in qualità di mandataria c’è la Impresa di Costruzioni Giuseppe Maltauro spa.

I precedenti

Per quest’ultima, azienda vicentina tra le più importanti in Italia nel settore delle costruzioni, non è certo la prima volta. Expo 2015, controllata al 40% dal ministero dell’economia e per il resto dalla regione Lombardia, da comune, provincia e Camera di commercio di Milano, aveva già assegnato a un raggruppamento di imprese, con dentro la Maltauro, un appalto da 42,5 milioni di euro per il “Progetto via d’acqua Sud”, ovvero per l’esecuzione del collegamento idraulico fra il sito Expo e il Naviglio Grande (vedi La Notizia del 31 luglio 2013). Per carità, in entrambi i casi si tratta di regolari procedure di gara. Peccato, però, che il curriculum della Maltauro sia pieno zeppo di inchieste giudiziarie che, da Tangentopoli in poi, hanno coinvolto il gruppo vicentino. All’inizio degli anni ‘90, per esempio, la società finì nel mirino della magistratura per presunte tangenti in occasione dell’appalto per la realizzazione del collegamento autostradale tra Venezia e l’aeroporto Marco Polo. Qualche anno fa, poi, una società del gruppo, la Ecoveneta, è stata lambita da un’inchiesta sul traffico di rifiuti illegali a Porto Marghera. La Ecoveneta, in pratica, si trovò a gestire un impianto di trattamento dei rifiuti tossici, poco dopo messo sotto sequestro dalla magistratura. Nel 2012, ancora, la Maltauro è stata indagata dalla procura di Pavia per l’ipotesi di smaltimento illecito di rifiuti in un’area di proprietà dell’azienda. Ma le vicende giudiziarie che nel corso dei decenni hanno toccato a vario titolo l’azienda di Vicenza sono numerose, e riguardano diverse aree geografiche del paese dove il gruppo è attivo. Insomma, un’ombra che di fatto accompagna la società e finisce con il riemergere ogni volta che la Maltauro si aggiudica commesse sul territorio, esattamente come è avvenuto adesso per Expo.

Gheddafi

Per non parlare, in questo caso a livello di curiosità internazionale, di come la Maltauro abbia in passato fornito il cemento per costruire il bunker di Gheddafi nella caserma di Bab al Aziziya a Tripoli, in Libia. Questo a dimostrazione di un rapporto consolidato del gruppo di costruzioni con la stessa Libia, paese all’interno del quale la società ha curato la progettazione ed esecuzione di opere come ospedali, cliniche, caserme e chi più ne ha più ne metta.

(Fonte)

Condoglianze vivissime: Lettonia, a mezzanotte l’ingresso nell’euro. Ma il 58% dei cittadini è contrario

Lettonia, a mezzanotte l’ingresso nell’euro. Ma il 58% dei cittadini è contrario

 

La popolazione teme l'innalzamento dei prezzi e un accentuato impoverimento, in un Paese già segnato dalle disuguaglianze sociali. Ma il Capo dello Stato Andris Berzins non ha voluto indire alcun referendum. Barroso: "L'eurozona rimane stabile, attraente e aperta

Con la mezzanotte la Lettonia non saluterà solo il nuovo anno, ma anche la nuova moneta. Il Paese baltico, entrato nell’Unione Europea nel 2004, farà il suo ingresso nell’euro e dirà addio al Lat, la valuta entrata in vigore nel 1991 con l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Ma la svolta di Riga non sembra essere approvata da buona parte dei cittadini: secondo le ultime rilevazioni, il 58% dei lettoni è contrario all’adozione della moneta unica e solo il 20% si dichiara “fortemente sostenitore” dell’euro.

Forti di questa diffusa contrarietà al passaggio alla nuova valuta, nel 2012 alcuni movimenti filo-russi e il maggior partito nazionalista del Paese avevano esercitato pressioni perché fosse indetto una referendum sull’euro. Pressioni che non hanno sortito alcun effetto sul Capo dello Stato, Andris Berzins, secondo il quale i cittadini, votando per l’ingresso nell’Ue nel lontano 2003, avevano già espresso la loro opinione sulla moneta unica. Oltre alla paura di perdere l’identità nazionale, il principale timore dei lettoni è di assistere ad un innalzamento incontrollato dei prezzi e del costo della vita. Le autorità hanno promesso un’attenta vigilanza e hanno obbligato i commercianti a esporre il prezzo in entrambe le valute già da ottobre, ma il fatto che non siano previste sanzioni per chi alzerà i prezzi spinge molti lettoni ad essere tutt’altro che ottimisti, anche considerando che secondo alcune indagini già il 30% degli esercizi commerciali ha già cominciato ad attuare una politica di aumento dei prezzi.

Logica conseguenza di questo timore, la paura dei lettoni di ritrovarsi più poveri: il Paese è il terzo in Europa per numero di cittadini “a rischio povertà”. Eppure l’economia lettone non è preda di una forte recessione, anzi è nel bel mezzo di un boom economico trainato per lo più dal settore edilizio. Una situazione impensabile nel 2008, quando una devastante crisi economica fece precipitare il Pil lettone di oltre il 20% costringendo Riga a chiedere un prestito di 8 miliardi di euro al Fondo monetario internazionale. I dati odierni mostrano un Paese in salute, con una crescita economica vicina al 6%, inflazione nei parametri europei e una disoccupazione dimezzata.

Il problema è che la distribuzione della ricchezza è fortemente disuguale. A beneficiare del boom è soprattutto chi ha già una grossa disponibilità economica, in particolar modo i russi, i quali stanno sfruttando la legislazione che prevede la concessione del permesso di soggiorno lettone. Questa normativa, che ha fatto entrare più di un miliardo di euro nelle casse statali, ha fatto sì che i nuovi imprenditori investano, soprattutto nel settore edile, ritirino il permesso di soggiorno e lo usino per raggiungere l’Europa occidentale: al Paese rimane solo un mercato immobiliare drogato, con i prezzi delle case che lievitano e diventano inarrivabili per la classe media lettone.

Ma nonostante le perplessità della popolazioni, le autorità europee accolgono con favore l’ingresso del diciottesimo Paese della zona euro. Il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, parla di “un evento importante, non solo per la Lettonia, ma per la zona euro stessa, che rimane stabile, attraente e aperta a nuovi membri”.  E aggiunge: “Per la Lettonia, è il risultato degli sforzi notevoli e la determinazione incrollabile delle autorità e del popolo lettone”. Gli fa eco Olli Rehn, commissario Ue agli Affari economici e monetari: “Voglio dare un benvenuto molto caloroso alla Lettonia nell’euro, gli sforzi hanno pagato e forte ripresa economica del Paese offre un chiaro messaggio di incoraggiamento ad altre capitali europee che devono proseguire con un adeguamento economico difficile”.

 (Fonte)

E Bravo Crocetta si tiene le province e perde la maggioranza


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#RENZI ACCHIAPPA STO MISSILE DALLA SARDEGNA

#RENZI ACCHIAPPA STO MISSILE: Sardegna, Barracciu si arrende e tratta. Ora il Pd è senza candidato alle regionali

Dopo giorni durissimi, con uno scontro interno al partito sfociato in uno psicodramma, è arrivata una telefonata dal segretario Renzi e la candidata, indagata per peculato, che aveva vinto le primarie ha fatto un passo indietro: "Se mi fossi chiamata Francesco e non Francesca non mi avrebbero azzannata così". Ora è caccia all'alternativa, si vota il 16 febbraio

 

L’ultima parola è arrivata via telefono da Roma, dal segretario del Pd Matteo Renzi. Niente da fare: il centrosinistra sardo non ha più un candidato governatore. Francesca Barracciu, europarlamentare Pd, incoronata dalle primarie tre mesi fa ha dovuto trattare la resa. Dopo giorni durissimi, con uno scontro interno al partito sfociato in uno psicodramma. Per convincerla a fare “il passo indietro” sibilato, intimato e poi chiesto pubblicamente dai dirigenti del suo partito non le sono bastate 24 ore di riflessione. Lei ha ribadito la sua innocenza e fermezza nel voler andare avanti, nonostante il coinvolgimento nell’inchiesta bis sui fondi ai gruppi consiliari. Ma gli spazi di manovra sono troppo stretti, come i tempi, d’altronde: il voto è previsto per il 16 febbraio e il centrodestra ha già avviato la campagna elettorale per il Cappellacci bis. Così, solo a notte fonda, si è evitato il voto a porte chiuse della Direzione riunita per il secondo giorno consecutivo, a Oristano. Ora punto e a capo, nome da definire e corsa frenetica. Ma su questo, sostiene l’eurodeputata: “Avrà l’ultima parola”. 

Candidata e indagata. La macchia arrivata sulla candidatura appena un giorno dopo il verdetto delle primarie è l’avviso di garanzia per peculato nell’ambito dell’inchiesta bis sui fondi ai gruppi consiliari della Procura di Cagliari. Il sostituto procuratore Marco Cocco le ha contestato spese per 33mila euro quando era consigliere, nella precedente legislatura. Lei ha risposto all’interrogatorio e spiegato anche pubblicamente che quei soldi sono stati spesi per la benzina (da tabella Aci) e per un’utilitaria, pronta e agguerrita per la corsa alla Regione. D’altronde non è sola: tra il primo e il secondo filone sono coinvolti (tra indagati, imputati e un condannato) più di 60 onorevoli. Eppure i fatti sono chiari e da subito fanno storcere il naso alla coalizione, Sel in testa, e ad alcune frange dello stesso Pd che le hanno chiesto di farsi da parte. Con lo scontro interno proprio nel bel mezzo delle feste, tra Natale e Capodanno. 

Il mandato alla direzione. La richiesta è stata fatta per una valutazione esclusivamente politica, così ha detto il segretario, e senatore, Silvio Lai – indagato a sua volta: “Non per una questione morale inesistente e spesso indegnamente citata, ma per una valutazione tutta politica, legata al fatto che la campagna elettorale del centrosinistra non può ridursi ad un processo anticipato fatto sui media, nei bar e nelle assemblee che faremo”. E ancora: “È una scelta solo politica, e di salvaguardia delle persone, quella che impone un passo indietro per farne insieme tre in avanti e riprenderci la Sardegna”. Riunione tormentata, sospesa più volte. A sorpresa è arrivato anche l’inviato di Renzi, Stefano Bonaccini, responsabile nazionale degli Enti locali, che prima della direzione ha sentito tutte le correnti. Con buona pace dell’ambizione “autonomista” del partito.

Le alternative. L’europarlamentare sarebbe stata la prima donna ad esser candidata dal centrosinistra alla guida della Regione: “Se mi fossi chiamata Francesco e non Francesca non mi avrebbero azzannata così”- ha detto dopo la chiusura della direzione di domenica. Si diceva fiduciosa: “Comunque 24 ore vanno benissimo, del resto nessuna candidatura decisa a tavolino in quattro giorni può avere più forza della mia legittimata dalle primarie”. Chi potrebbe entrare in campo? I nomi che circolano sono tutti maschili: l’ex ministro Arturo Parisi, i rettori delle Università di Cagliari Giovanni Melis e Sassari Attilio Mastino, il segretario nazionale della Federazione della stampa Franco Siddi. Oppure ex assessori della giunta Soru, come Francesco Pigliaru.

La compensazione. Dopo il dietrofront pronunciato a denti stretti per Francesca Barracciu potrebbero aprirsi nuovi scenari, in una sorta di patto di compensazione. Addirittura un posto da sottosegretario nel governo Letta se e quando ci sarà il rimpasto voluto da Renzi, oppure da assessore regionale in caso di vittoria del centrosinistra (ma resterebbe la questione giudiziaria da risolvere) o ancora un posto blindato nell’europarlamento. Ma la rabbia è troppa per pensare al paracadute. E l’ex candidata attacca i big del partito, a partire da Renato Soru e Antonello Cabras colpevoli, a suo dire, di aver creato e amplificato le spaccature.

Gli altri in pista. Alle elezioni di febbraio si presenteranno anche Mauro Pili, ex presidente della Regione, fuoriuscito dal Pdl per fondare il movimento autonomista Unidos; la scrittrice e vincitrice del Premio Campiello Michela Murgia a capo di “Sardegna Possibile”; Cristina Puddu per i separatisti di Meris di Doddore Meloni e Pier Franco Devias per il Fronte Indipendentista Unidu. Nessuna candidatura ufficiale per il Movimento 5 Stelle in lotta fratricida con relative scissioni che ha già denunciato un tentativo di “esclusione dal voto”.

(Fonte)

La Bufala delle Province: via i Politici, ma i costi restano la Corte dei Conti l'abolizione non servirà

Province, le morte che camminano (e costano). Senza politici, con pochi risparmi

 

 

Nel 2013 i commissariamenti sono stati 11, nel 2014 saranno 54. Gli enti continuano a "decadere": al posto di giunte e consigli eletti vengono nominati funzionari di governo (retribuiti). La strada in Parlamento del ddl Delrio pare complicata, mentre la Corte dei Conti è scettica sulle riduzioni di spesa ad abolizione avvenuta. Resta il pericolo che aumentino costi e caos amministrativo. E poi il rischio che avvenga come in Sicilia, dove potrebbero risorgere

Il primo tweet, con cui il ministro Graziano Delrio festeggiava l’approvazione del suo disegno di legge alla Camera, era leggermente enfatico. “Per la prima volta – annunciava il ministro degli Affari Regionali il 22 dicembre – non si va ad elezione per le Province e per ora rimarranno enti leggeri con poche funzioni e molto utili ai Comuni”. L’abolizione delle Province però è tutt’altro che un fatto compiuto. Intanto perché il testo di Delrio deve ancora passare al Senato, dove oltre all’opposizione, anche Pierferdinando Casini lo ha bollato come un gran pasticcio: “Se non cambia, non lo voterò” ha anticipato il leader dell’Udc.

Le perplessità sul disegno di legge di Delrio, infatti, si sprecano. Il primo e immediato effetto della riforma è il semplice commissariamento delle Province: via presidenti, giunte e consigli, dentro un funzionario di fiducia del Governo. “Questa riforma getterà nel caos il Paese: vietando ai cittadini di votare chi li amministrerà lede il diritto di voto libero, segreto, e non limitabile, sancito dall’articolo 48 della Costituzione” attacca Antonio Saitta, che da presidente dell’Unione province italiane è logicamente il primo oppositore del taglio degli enti intermedi.

Il caso Sicilia: dove possono rinascere le ProvinceNel 2012 le Province commissariate sono state 11, compresa quella di Roma, orfana del dimissionario Nicola Zingaretti e affidata ad Umberto Postiglione che per alcuni mesi ha mantenuto contemporaneamente l’incarico di prefetto di Palermo. Nell’anno appena trascorso invece i consigli provinciali non rieletti sono stati 9, più il caso delle altre 9 province commissariate in Sicilia dal governatore Rosario Crocetta. E proprio la Sicilia, che doveva essere il simbolo di eliminazione degli enti inutili, rischia di diventare l’esempio (cattivo) che potrebbe essere replicato dal governo Letta su scala nazionale. Nel marzo scorso Crocetta aveva annunciato il commissariamento degli enti intermedi, per poi abolirli definitivamente alla fine del 2013: il tempo è scaduto, ma non esiste ancora una legge che disciplini l’abolizione delle Province. “Quello di Crocetta è un colpo di mano antidemocratico” ha attaccato il leader della Destra Nello Musumeci, che è riuscito a far bocciare all’Ars – con voto segreto – la proposta di Crocetta di prorogare per altri sei mesi i commissari: adesso il governo ha 45 giorni per istituire i liberi consorzi, in alternativa si andrà nuovamente alle elezioni provinciali.

Altre 54 Province verso il commissariamento. Risparmi? Pochi
Un corto circuito che potrebbe estendersi anche a livello nazionale, dove il rischio è che la gestione dei commissari diventi la regola piuttosto che l’eccezione. Con l’approvazione del ddl del ministro Delrio nel 2014 altre 54 province verranno affidate a commissari nominati dal governo (spesso prefetti o generali), e retribuiti con un cifra che oscilla tra i 4mila e gli 8mila euro lordi al mese. Una situazione, quella del commissariamento, che non garantisce rappresentatività e che andrà avanti finché non saranno create le città metropolitane e i consorzi dei Comuni. Poi, secondo Delrio, il suo ddl entrerà in funzione facendo risparmiare più di 2 miliardi di euro all’anno alle casse dello Stato. Conti sbagliati secondo la Corte dei Conti, che nell’audizione dello scorso 6 novembre regala un’analisi meno ottimista di quella di Delrio: secondo i magistrati contabili, il disegno di legge approvato dalla Camera taglierà al momento solo i costi degli organi politici, cioè 105 milioni per 1.774 amministratori provinciali, che però nel 2012 si erano già ridotti la paga di 34 milioni.

Le spese fisse: personale e i “costi funzionali”
Impossibile eliminare i 2 miliardi e 300 milioni di euro degli stipendi percepiti dagli oltre 55mila dipendenti provinciali ogni anno. Impossibile eliminare anche altri 2 miliardi e mezzo di “costi funzionali”. Secondo il parere della magistratura contabile, poi è tutto da dimostrare che il passaggio dalle Province alle città metropolitane sia a costo zero. “Dal punto di vista finanziario – spiega la Corte dei Conti – il disegno di legge si basa sull’assunto della invarianza degli oneri in quanto si tratterebbe di un passaggio di risorse e funzioni dalla Provincia ad agli altri enti territoriali. Una costruzione, questa, il cui presupposto appare però tutto da dimostrare nella sua piena sostenibilità. Infatti, non appaiono convincenti anzitutto la contemporaneità tra la progressiva soppressione della Provincia (risparmi) e la istituzione della Città metropolitana (oneri) e in secondo luogo il relativo parallelismo quantitativo”.

I servizi trasferiti ai Comuni possono costare di più. Un esempio? Le scuole
Un esempio efficace è la gestione delle scuole: dopo la riforma Delrio 5.179 edifici scolastici oggi gestiti dalle Province passerebbero nella competenza di 1.327 comuni. E i costi di funzionamento per uno stesso bene non sono uguali: “In media nazionale i singoli Comuni spendono per il riscaldamento delle scuole da un minimo del 30% in più ad un massimo del 100% in più delle Province dal momento che le Province, grazie ad un unico contratto di servizio, spuntano prezzi nettamente inferiori rispetto a quelli dei singoli Comuni, con appalti sui singoli edifici” si legge in un dossier elaborato dall’Upi. Se quindi oggi la provincia di Milano spende 4,30 euro per ogni metro cubo che riscalda in un edificio scolastico, il Comune spenderà 6 euro per riscaldare lo stesso metro cubo dello stesso edificio che gli sarà assegnato dopo la riforma. Come dire che l’eliminazione delle Province porterà ad un aumento nelle uscite nei bilanci dei comuni: si va per tagliare una spesa e ne spunta subito un’altra.

Altro punto focale è il futuro dei vari organismi partecipati dalle Province per la gestione dei servizi pubblici. Tra Ato, Bim, comunità montane e consorzi si tratta di più di 5mila enti che costano 7 milioni e mezzo di euro: dopo l’abolizione delle Pprovince continueranno ad esistere, a consumare fondi pubblici, ma a funzionare in maniera più caotica. È proprio il momento di passaggio dal commissariamento all’eliminazione della Provincia a solleticare i maggiori dubbi. “È evidente – scrivono sempre i magistrati contabili – che laddove la predicata transitorietà dovesse dilatarsi eccessivamente o addirittura radicarsi in attesa di nuove iniziative si perpetuerebbe una situazione di confusione ordinamentale certamente produttiva di inefficienze”. Più a lungo le Province saranno gestite dai commissari, più caotica sarà l’amministrazione. La gestione di strade, lavori pubblici, scuole appese al sottilissimo filo della riforma: e nel frattempo una cinquantina di commissari fedeli al governo sono già pronti per andare ad amministrare altrettante Province. Fino a quando, non è dato sapere.

Twitter: @pipitone87

(Fonte)

 

Video: #M5S un Virus inoculato dove non esiste antidoto Per distruggere la CASTA



Arrendetevi non riuscirete a sottrarvi al vostro Fatale destino 

 


BUON 2014 A TUTTI GLI ATTIVISTI 5 STELLE. (VIDEO)


UN VIDEO CHE MI PIACE MOLTO, E VOGLIO CONDIVIDERE CON VOI



Notizia: Ue: Angela Merkel non vuole Juncker alla guida del Ppe

Ue: Angela Merkel non vuole Juncker alla guida del Ppe

Non c'è posto per Mr. Euro, soprannome affibbiato all'ex premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, alla guida del Partito popolare europeo. O quanto meno così vorrebbe Frau Merkel - il neo Cancelliere tedesco ormai al suo terzo mandato (cominciato qualche settimana fa dopo l'ok alla grosse koalition della base Spd) - secondo il settimanale Der Spiegel.

 Di Luca Lampugnani

 

Juncker, che oltre ad un passato da primo ministro del Lussemburgo è stato anche ministro delle Finanze, presidente del Consiglio europeo e dell'Eurogruppo, aveva lanciato la sua candidatura alla guida del Ppe poco prima di Natale, posto aspirato tra gli altri anche dai due premier di Irlanda e Polonia, rispettivamente Enda Kenny e Donald Tusk. Ed è proprio su questi due che la lady di ferro in salsa tedesca starebbe puntando, sempre stando al settimanale tedesco, la sua linea difensiva per evitare l'elezione, al prossimo congresso dei cristiano-democratici europei che si terrà a Dublino nel mese di marzo, di Mr. Euro.

Le intenzioni di Juncker, molto probabilmente, sono quelle di riuscire a diventare il leader del Ppe per guidare il fronte popolare alle elezioni europee del prossimo 25 maggio, trampolino di lancio in caso di successo per aspirare ad una delle poltrone più importanti dell'Unione europea, come ad esempio quella di presidente della Commissione. Ad agitare i sonni della Merkel in questo senso, scrive lo Spiegel, sarebbe la "franchezza" di Mr. Euro, aspetto che negli anni avrebbe incrinato i rapporti tra Juncker e molti governi e Paesi europei, mentre non è certo da considerarsi secondario il 'raffreddamento' dei rapporti proprio tra la Frau di ferro e l'ex presidente del Consiglio europeo. In questo senso, durissime le critiche alla Germania lanciate all'incirca un anno fa: "perché si permette il lusso di fare continuamente politica interna su questioni che riguardano l'Europa - si chiedeva durante i giorni caldi della crisi greca -? Perché tratta l'eurozona come una sua filiale?", aggiungendo in un secondo momento: "non si dovrebbe discutere l'ipotesi dell'esclusione della Grecia dall'eurozona (possibilità ventilata più volte da Berlino) solo per sostenere un argomento di politica interna da quattro soldi".

Insomma, secondo il settimanale tedesco il neo Cancelliere starebbe lavorando nell'ombra per evitare l'elezione dell'ex premier del Lussemburgo (in carica per quasi 19 anni, ha dovuto abbandonare nel 2013 dopo uno scandalo legato agli 007 del Paese), nome di rottura che potrebbe mettere a rischio i risultati dei popolari alle prossime europee. Come già specificato, nel suo 'trafficare' dietro le quinte Angela Merkel starebbe cercando di convincere tanto il primo ministro irlandese, quanto quello polacco, a presentare una formale candidatura al ruolo di guida del Ppe.

(Fonte)


News: Morra (#M5S): “Napolitano ultimo baluardo da far collare”

Morra (M5S): “Napolitano ultimo baluardo da far collare”

 

"Quando avremo costretto alla resa anche quest’ultimo baluardo di privilegi e partitocrazia, il paese potrà riprendere in mano il proprio futuro"

 

Nicola Morra, portavoce del M5S al Senato, ha affidato a Facebook il suo pensiero di fine anno. Ecco cosa ha scritto:

“Sta finendo un anno importante, un anno spero diverso da quelli precedenti. Abbiamo mandato all’interno dei palazzi del potere dei cittadini, che, con tutti i limiti e le virtù dei cittadini normali, hanno inoculato un virus nell’organismo, malato, delle istituzioni italiane. Un personaggio -espressione di un modo di intendere il rapporto pubblico-privato del tutto insano- che indegnamente sedeva in Senato, adesso, soprattutto per merito di quei cittadini, è stato allontanato dal Senato stesso.

Un mondo partitocratico è stato posto in grande difficoltà dalle sue contraddizioni interne, dalle metastasi che ormai lo pervadono: la corruzione e la demeritocrazia, unite a servilismo ed adulazione, stanno facendo collassare il sistema.

Un pontefice diretto, chiaro, semplice, sta indicando un modello nuovo di valori, di stili di vita.

Stiamo cambiando, comunque vada il processo è iniziato. Dobbiamo però far crollare l’ultimo baluardo della conservazione, il re/presidente che sta inopinatamente sul Colle. Quando avremo costretto alla resa anche quest’ultimo baluardo di privilegi e partitocrazia, il paese potrà riprendere in mano il proprio futuro”.

(Fonte)

Questa e informazione: I rincari del 2014, ogni famiglia spenderà 1384 euro in più

I rincari del 2014, ogni famiglia spenderà 1384 euro in più

 Ma le Poste smentiscono l’aumento dei francobolli

 


 

Se le famiglie italiane si impoveriscono non è solo perché con la crisi economica entrano in casa meno soldi ma anche perché con la corsa dei prezzi e delle tariffe ne escono dalle tasche sempre di più, e nuovi rincari sono già in agguato nel 2014. Secondo i calcoli di Adusbef e Federconsumatori la stangata complessiva sarà di 1.384 euro per la famiglia media. E questo riguarda solo gli aumenti già programmati per la prima parte dell’anno (il loro effetto è calcolato su tutti i dodici mesi).  

 

Le associazioni dei consumatori scompongono i rincari così. Nel settore alimentare i prezzi aumenteranno del 5% per un costo annuo di 327 euro a famiglia, mentre i trasporti subiranno un aggravio di 81 euro, i carburanti di 108 euro, le polizze di assicurazione auto di 53 euro, i servizi bancari di 61 euro, e queste e altre voci sommate porteranno la batosta totale a 1384 euro.

Come mai tanti rincari mentre l’economia italiana ristagna e i prezzi (in teoria) non dovrebbero aumentare? Le ragioni di questi nuovi aumenti, accusano Adusbef e federconsumatori, «non sono solo legate alle solite volontà speculative ma anche a nodi irrisolti della nostra struttura economica, in tema di competitività e di oppressione burocratica» e ai «servizi pubblici che scaricano sprechi, inefficienze e clientelismo su prezzi e tariffe»; le due associazioni dicono che quelli in arrivo sono «aumenti insostenibili che determineranno nuove e pesantissime ricadute sulle condizioni di vita delle famiglie e sull’intera economia, che dovrà continuare a fare i conti con una profonda e prolungata crisi dei consumi». 

 

In certi casi si tratta di rincari modesti, che però si vanno ad aggiungere ad altri salassi e così complicano la situazione. È il caso dell’aumento dell’elettricità fissato per il primo gennaio: +0,7%, secondo quanto ha stabilito l’Autorità per l’energia, che calcola un aggravio medio per famiglia di 4 euro (invariate invece le bollette del gas). È poca roba, però piove sul bagnato.  

 

Fra tanti rincari arriva però una nota positiva dalle Poste. La società è stata autorizzata dall’Agenzia per le comunicazioni ad aumentare il costo minimo dei francobolli della posta ordinaria del 36% e quelli delle lettere raccomandate del 50% nel giro dei prossimi due anni. Ma un conto è autorizzare i rincari e un conto è deciderli, cosa che possono fare solo le Poste. E ieri Romolo Giacani, responsabile dei rapporti con i consumatori, assicurava che la società «non ha intenzione di aumentare le tariffe. Non c’è in programma alcun aumento». 

(Fonte)

CHI PUÒ FARSI LE VACANZE, E CHI NON PUÒ FARLE

Famiglia Enrico Letta in vacanza oltreconfine

Arrivato sabato a Ronchi dei Legionari con la famiglia

 Enrico Letta a Carsulae 2 

(ANSA) - TRIESTE, 30 DIC - Vacanze oltreconfine per Enrico Letta. Il presidente del Consiglio ha scelto l'aeroporto di Ronchi dei Legionari per spingersi poi verso Slovenia o Croazia.

La meta, ovviamente, rimane rigorosamente "top secret". Il premier, nell'occasione, non ha usato un aereo di Stato.

Al contrario, assieme alla moglie ed ai tre figli, si e' imbarcato come un passeggero qualsiasi sul volo Alitalia decollato da Roma Fiumicino e atterrato alle 16.05 di sabato allo scalo di Ronchi dei Legionari.

(Fonte)


Famiglie che non Possono farsele le vacanze

 

Qui il Link leggi: http://info5stelle.blogspot.it/2013/12/governo-letta-ci-state-togliendo-la.html


Cresce la fame di Lavorro

Dal sogno dell'Euro all'incubo

Lo scandalo delle leggi-Mancia

i 100 suicidi colpa della crisi che la politica ha sulla coscienza

i 100 suicidi colpa della crisi che la politica ha sulla coscienza 

 

Cronaca di un 2013 da non festeggiare I partiti litigano e l’economia muore

Senza lavoro, piegati dalla crisi, senza speranza. Quelli fra il 2008 e il 2013 sono stati gli «anni della disgrazia» per quelle centinaia di persone che hanno scelto di lasciare questo mondo per una crisi economica che a molti non ha lasciato scampo e a tanti altri ha tolto ogni illusione di potercela fare. Un baratro che ha risucchiato troppe persone, in tutta Italia, colpevoli di nulla, precipitate in un “abisso” prima economico e poi personale e psicologico, che nessuno dei nostri governanti è stato in grado di arginare. E questo è il triste elenco del 2013che non avremmo mai voluto scrivere.

1.1.2013 - A Recanati una laureata di 34 anni, con borsa di studio e stage in Canada, non trovando lavoro, si impicca in camera da letto.
10.1.2013 - Un uomo di 43 anni di Modena si lancia dal terzo piano di un palazzo. I due genitori erano molto malati, lui soffriva di depressione e temeva di perdere il lavoro dopo essere stato messo in ferie forzate.
11.1.2013 - A Mirto Crosia (Cosenza) un uomo di 49 anni, che da molti mesi non veniva pagato e che poi aveva perso il lavoro, si uccide buttandosi dal tetto dell’abitazione dei suoceri.
30.1.2013 - Un autotrasportatore di Monzambano (Mantova), 49 anni, si uccide con un colpo di pistola al petto. Da un po’ di tempo era caduto in depressione per il timore di perdere il lavoro.
5.2.2013 - Con un colpo di pistola in testa negli uffici delle Generali di Napoli, la fa finita anche un agente assicurativo con troppi problemi economici. Aveva due figlie.
5.2.2013 - Un commerciante di 59 anni, proprietario di un negozio di multivideo, si suicida, impiccandosi, in un magazzino. In una lettera chiede scusa ai familiari, nell’altra si definisce «un fallito».
9.2.2013 - Un operaio edile di Trapani toglie la vita lasciando un biglietto d’addio dentro un testo della Costituzione italiana: «L’articolo 1 dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Perché lo Stato non mi aiuta a trovarlo? Se non lavoro non ho dignità».
11.2.2013 - Nel biglietto scritto prima di impiccarsi, un imprenditore di Cadoneghe (Padova), 54 anni, ha scritto: «Non ce la faccio più». La crisi lo ha schiacciato, costringendolo a sospendere la produzione di componenti per biciclette e profilature metalliche.
12.2.2013 - Un ex emigrato ritornato in Sardegna dal Veneto, senza lavoro da quasi un anno, si toglie la vita a 57 anni.
16.2.2013 - Un sessantenne di Castiglione Chiavarese (Genova) perde il lavoro e si impicca nel bosco.
25.2.2013 - Un piccolo imprenditore di Alfonsine (Ravenna), anche a causa della crisi della sua azienda, si suicida nel magazzino della propria ditta. Aveva ricevuto una sanzione economica di 47mila euro da Equitalia, pagata la quale per evitare il pignoramento, aveva lasciato l’imprenditore in crisi di liquidità.
2.3.2013 - Un camionista 58enne di Torre de’ Passeri (Pescara), disoccupato da più di un anno, si impicca in una baracca. Non si era ripreso dalla perdita del posto di lavoro.
3.3.2013 - Un giovane di 17 anni, in cerca di lavoro, non regge psicologicamente alla perdita della nonna e si impicca al pergolato del giardino.
5.3.2013 - Un imprenditore di San Felice a Segrate (Milano), 77 anni, uccide la moglie a colpi di pistola e poi si suicida con la stessa arma. L’uomo era depresso e aveva grossi problemi economici.
6.3.2013 - Un piccolo imprenditore , Andrea Zampi, fa irruzione negli uffici della Regione di Perugia, uccide due impiegate e poi si uccide sparandosi. L’uomo aveva 43 anni e da poco la Regione aveva revocato l’accreditamento alla piccola impresa di formazione dei genitori.
7.3.2013 - Un commerciante di 55 anni di Barletta si uccide infilando la testa in una busta sigillata col nastro adesivo. Da tempo l’uomo aveva difficoltà economiche.
7.3.2013 - Un imprenditore di Schio si suicida impiccandosi nell’azienda di sua proprietà. L’azienda era in difficoltà economica.
8.3.2013 - Un anziano di 80 anni, non potendo più pagare i suoi debitori, si spara in testa perché si vergognava. È accaduto nel bosco tra Cerreto Guidi e Larciano, in provincia di Firenze.
11.3.2013 - Un imprenditore vicentino di 47 anni si lancia dal nono piano di una palazzina. I sospetti sulla causa del gesto cadono subito sulla crisi economica.
12.3.2013 - Un operaio in cassa integrazione, 44 anni, si impicca a Grosseto nel garage di casa.
15.3.2013 - Aveva 33 anni il muratore che si è tolto la vita a Castelvetrano (Trapani). Era disoccupato e si è impiccato.
17.3.2013 - Era depresso a causa dei troppi debiti il piccolo imprenditore che si è ucciso a Messina lanciandosi da un viadotto lungo la tangenziale. Aveva 45 anni.
20.3.2013 - Un disoccupato napoletano si uccide nel suo appartamento. Aveva 50 anni ed era stato licenziato da un anno dal centro di fisiokinesiterapia.
2.4.2013 - Un albergatore di Lipari (Messina), colpito dalla crisi che ha messo in ginocchio il settore, si toglie la vita nel suo albergo. Non è riuscito a superare le sue difficoltà economiche. Aveva dedicato la sua vita al suo hotel. Suo padre era il partigiano che ebbe una storia d’amore con la figlia di Mussolini.
2.4.2013 - Un imprenditore ferrarese, 60 anni, si suicida. Nel biglietto d’addio c’era scritto: «Senza lavoro non c’è speranza, senza speranza non c’è voglia di vivere».
3.4.2013 - Un poliziotto assillato dai debiti e che aveva appena ricevuto una cartella Equitalia si spara un colpi di pistola davanti alla caserma dei carabinieri di Triggiano, in provincia di Bari.
5.4.2013 - Marito e moglie , lui esodato e lei con una pensione bassissima, si tolgono la vita insieme. Troppe erano le difficoltà economiche per permettergli di andare avanti. È accaduto a Civitanova Marche, vicino Macerata. Lo stesso giorno il fratello della donna si uccide gettandosi in mare.
9.4.2013 - Un imprenditore di 53 anni di Macomer (Nu), anche perché schiacciato dalla crisi, si uccide nella sua segheria impiccandosi. L’azienda era in crisi da tempo.
10.4.2013 - Un piccolo imprenditore di 48 anni di Orotelli (Nuoro), con dei problemi economici, si spara un colpo di pistola in testa.
11.4.2013 - Ancora in Sardegna un operaio edile di 47 anni, da poco senza lavoro, si uccide a Serramanna.
13.4.2013 - Una donna bolognese, disperata perché senza lavoro, si toglie la vita e lascia un biglietto in cui chiede scusa e spiega che la causa è la separazione dal marito e la mancanza di un impiego.
14.4.2013 - A causa di un grosso debito con il fisco, il titolare di un’azienda ortofrutticola , 62 anni, si uccide nella sua casa a Torino sparandosi con un fucile da caccia.
15.4.2013 - Un imprenditore di 65 anni si suicida nella sua azienda a Santa Croce sull’Arno (Pisa). Nel biglietto d’addio parla dei suoi problemi economici.
17.4.2013 - Un muratore si suicida nel torinese, impiccandosi a 38 anni. Aveva da poco perso il lavoro. Stava per diventare padre.
17.4.2013 - L’ha fatta finita impiccandosi nella sua azienda un imprenditore di 60 anni di Bitonto con gravi difficoltà economiche. Nel biglietto d’addio c’era scritto: «Nel momento del bisogno tutti mi hanno abbandonato».
17.4.2013 - Nel trevigiano un muratore di 52 anni si impicca perché non riusciva più a trovare lavoro.
22.4.2013 - Nel centro di Bologna si uccide con una fucilata il titolare di una piccola società immobiliare che stava per ricevere lo sfratto.

24.4.2013 - A San Luri, in Sardegna, un disoccupato di 45 anni si spara con un fucile. L’uomo aveva perso il lavoro di recente e il rapporto con la moglie ne era uscito compromesso.
2.5.2013 - Nicola Carrano , un operaio di 62 anni di Albanella (Salerno) si suicida, senza lavoro da un anno dopo che la ditta di calcestruzzi nella quale lavorava lo aveva licenziato, si toglie la vita nella soffitta della propria abitazione. Sul manifesto mortuario è stato scritto: «Da parte della famiglia Carrano: tutto questo a causa dello Stato. Grazie».
3.5.2013 - Era depresso perché senza lavoro. Così un uomo di 45 anni si è ucciso a Ponsacco (Pisa) lanciandosi nel vuoto dal sesto piano di una palazzina. Era sposato e aveva una figlia di 13 anni.
3.5.2013 - Un informatore farmaceutico separato dalla moglie e disperato per l'assenza di un impiego, si uccide a Pomigliano D'Arco (Napoli).
11.5.2013 - Si impicca vicino casa a Savigano Irpino (Avellino) un imprenditore del settore immobiliare. La crisi aveva ridotto al lumicino le sue vendite e i debiti verso i fornitori erano cresciuti a dismisura.
15.5.2013 - Ad Almisano di Lonigo (Vicenza), un uomo di 66 anni ha aperto la porta all’ufficiale giudiziario che gli stava notificando lo sfratto, poi si è chiuso in bagno e si è lanciato dalla finestra.
17.5.2013 - A Vado Ligure (Savona) un imprenditore con problemi economici e di salute e che aveva chiesto aiuto anche a Beppe Grillo, si uccide dandosi fuoco. Aveva 47 anni.
17.5.2013 - Un muratore di 36 anni, depresso perché senza lavoro, si impicca nella sua casa a San Pietro Clarenza (Catania). Aveva una moglie e due figli.
18.5.2013 - Un cassintegrato della provincia di Viterbo, 50 anni, si uccide gettandosi da un ponte. Era un ceramista e la crisi lo aveva travolto.
21.5.2013 - Aveva 27 anni il giovane che a Trapani si è impiccato perché senza lavoro. La disoccupazione lo aveva fatto precipitare nella depressione.
21.5.2013 - Aveva problemi con la moglie e molti problemi economici col suo ristorante l’ uomo che nel reatino si è dato fuoco uccidendosi nella sua auto.
27.5.2013 - Due coniugi di Besate, nel milanese, si sono uccisi a causa di uno sfratto imminente e di problemi economici insormontabili. Lui aveva problemi di alcol, lei psichici.
3.6.2013 - Un artigiano di Modica (Ragusa) che da alcuni mesi non percepiva lo stipendio e che aveva una moglie con gravi problemi di salute, si uccide gettandosi in una cisterna.
6.6.2013 - Un artigiano titolare di una ditta edile del trevigiano si spara un colpo di rivoltella in testa a causa dei debiti e perché non riusciva a recuperare i suoi crediti. Aveva 62 anni.
10.6.2013 - A Ercolano un fioraio in crisi che non riusciva ad ottenere dal Comune una concessione per esercitare sul suolo pubblico dove vendere la sua merce, si è tolto la vita fissandosi un cappio al collo, dandosi fuoco e lanciandosi dal balcone da dove il suo corpo ha penzolato fino a che la corda non ha ceduto e l’uomo è precipitato giù.
11.6.2013 - Aveva 32 anni il disoccupato del genovese che si è suicidato gettandosi dalla finestra di casa dopo aver ricevuto un avviso di sfratto. Viveva col fratello, invalido, e la madre pensionata.
15.6.2013 - Non aveva la possibilità di pagare l’ennesima cartella di Equitalia il 60enne di Riccione che si suicida con una coltellata al collo. Era un consulente aziendale che la ditta per la quale lavorava non pagava da mesi.
27.6.2013 - Un imprenditore si toglie la vita lanciandosi dal quinto piano di un palazzo. In tasca aveva un sollecito di pagamento.
7.7.2013 - Non riusciva a trovare lavoro e così un giovane muratore del milanese l’ha fatta finita a 26 anni.
15.7.2013 - Un imprenditore di Subiaco, vicino Roma, dopo aver ricevuto una cartella esattoriale, si uccide sparandosi a causa delle difficoltà economiche. Aveva 64 anni.
17.7.2013 - Era depresso perché senza lavoro ed era stato anche sfrattato da casa l’ idraulico di Montesilvano (Pescara), 61 anni, che si è suicidato con un tubo di scarico del gas collegato all’abitacolo della sua macchina.
31.7.2013 - Un architetto con moglie e figli che non riceveva lo stipendi da qualche mese, si uccide a Palermo.
31.7.2013 - Un artigiano edile di Ventimiglia (Imperia), 58 anni, si spara in testa a causa dei troppi debiti della sua azienda. Nel biglietto d’addio c’era scritto: «Non si può arrivare a 58 anni e vivere in questa maniera».
11.8.2013 - Era in cassa integrazione in deroga e poi aveva perso anche quella. Così un 41enne di Casola (Napoli) si è suicidato.
26.8.2013 - Un odontotecnico di Bagnolo in Piano (Reggio Emilia) si uccide con un colpo di pistola in testa. Alla base del gesto i problemi economici e l’impossibilità di trovare un lavoro. Aveva 52 anni.
3.9.2013 - Un commerciante di 51 anni si impicca nel suo furgone a causa delle difficoltà economiche. È accaduto a Spoltore (Pescara).
15.9.2013 - Un operaio di 62 anni di Fasano (Brindisi) si impicca in casa. Viveva da solo. Di recente gli era stato ridotto l’orario di lavoro.
16.9.2013 - Un operaio edile di Cappelle sul Tavo (Pescara) si toglie la vita nel suo garage dopo aver perso il lavoro. Era stato in cassa integrazione ma anche quella si era esaurita.
17.9.2013 - Aveva 57 anni l’ imprenditore di Piove di Sacco (Padova) che si è ucciso legandosi un cavo elettrico al collo. Aveva avvisato i dipendenti che sarebbe stato costretto a chiudere l’attività.
23.9.2013 - Nel brindisino un uomo di 57 anni si uccide impiccandosi nella tromba delle scale. Aveva debiti ed era senza lavoro, anche perché alcuni problemi di salute gli impedivano anche di svolgere lavori manuali.
27.9.2013 - Un commerciante di 37 anni che a Cisternino (Brindisi) aveva un bar che non gli procurava più profitti, si uccide impiccandosi a un’inferriata con una cinghia. Era sposato e aveva un figlio.
7.10.2013 - Ancora nel brindisino un imprenditore con seri problemi economici e che aveva ricevuto una cartella Inps da 15mila euro, si impicca nella sua masseria. Aveva 54 anni.
16.10.2013 - La titolare di un’agenzia di pratiche auto si toglie la vita a Spinea (Venezia). Aveva 53 anni. Alla base del gesto anche un calo delle attività dovute alla crisi economica.
20.10.2013 - A Chivasso (Torino) un disoccupato coperto dai debiti si uccide impiccandosi in un bosco. Aveva 44 anni.
25.10.2013 - Nel viterbese un 60enne con problemi economici si toglie la vita lanciandosi da un viadotto di una superstrada.
31.10.2013 - Un tunisino che viveva in un appartamento occupato abusivamente, si uccide impiccandosi con un cavo elettrico. Aveva da poco perso il lavoro da meccanico .
3.11.2013 - Un imprenditore di 68 anni si spara nel suo ristorante a Riparbella (Pisa). Era coperto da debiti che non era più in grado di pagare.
11.11.2013 - A causa delle gravi difficoltà economiche, il titolare di un’agenzia immobiliare di Soncino (Cremona) si suicida sparandosi un colpo di pistola.
14.11.2013 - Un imprenditore di 40 anni si impicca nel suo garage a Rubano (Padova). Era titolare di un’agenzia di viaggi ormai coperto da problemi economici e debiti.
15.11.2013 - Un operaio forestale , che non prendeva lo stipendio 17 mesi, si uccide nell’avellinese lasciandosi annegare in una cisterna. Aveva già tentato il suicidio in passato. Aveva 58 anni.
18.11.2013 - Un imprenditore viene trovato morto a Mazara del Vallo. Negli ultimi tempi i suoi problemi economici erano cresciuti. Aveva 61 anni.
22.11.2013 - A Tivoli, vicino Roma, un fabbro soffocato dai debiti la fa finita appendendosi a una carrucola e poi sparandosi con un fucile. In un videomessaggio ha chiesto perdono ai familiari.
16.12.2013 - Le richieste delle banche erano diventate troppo esose e i creditori non pagavano. Perciò il titolare della «Chimica Imperiese » si è suicidato gettandosi sotto un treno.
23.12.2013 - Un imprenditore si uccide lanciandosi dalla finestra di casa. La sua attività era in crisi profonda e i debiti troppi. È accaduto a Gallarate, nel varesotto.
23.12.2013 - Un lavoratore precario si toglie la vita con un colpo di pistola in testa a Villabate (Palermo). Da mesi era in cassa integrazione e prendeva 500 euro.
28.12.2013 - Un operaio in mobilità si uccide a Godia (Udine), impiccandosi dentro il suo garage.

A questo lungo, troppo lungo e nemmeno completo elenco di «anime disperate» che hanno lasciato su questa terra familiari e amici affranti, si aggiungono i moltissimi tentativi di suicidio, fortunatamente falliti o sventati. Scriveva Albert Camus: «La gente crede sempre che ci si uccida per una ragione. Ma si può benissimo uccidersi per due ragioni». La politica si dia una mossa per sradicare le ragioni del «suicidio italiano».

Luca Rocca